In questa finanziaria ci sono troppi esclusi e c’è la necessità di trovare nuove strategie per l’assistenza.
La povertà elevata sta diventando strutturale.
Dopo la crisi del 2008-2009, che causò un crollo dell’occupazione, la povertà assoluta in Italia non aumentò subito. A contenerla furono due fattori: la cassa integrazione, che ha aiutato molti capifamiglia, e il ruolo delle famiglie, che usarono risparmi o si indebitarono per sostenere i giovani disoccupati ancora conviventi.
Nel 2012 la povertà raddoppiò e da allora non è mai tornata ai livelli pre-crisi.
Nel 2019 fu introdotto il reddito di cittadinanza, che durante la pandemia evitò che un milione di persone scivolasse verso la povertà assoluta.
Dal 2024, però, è stato sostituito dall’assegno di inclusione.
Il dato più preoccupante oggi è la persistenza di livelli molto alti di povertà da oltre un decennio. Il rischio che diventi una condizione strutturale è elevato.
L’occupazione reale che non cresce e il lavoro povero non aiutano a ridurre il fenomeno.
In questo contesto, l’analisi della Caritas sull’assegno di inclusione è preziosa e solleva interrogativi sull’efficacia delle attuali politiche.
L’assegno è destinato solo a nuclei con almeno un componente minorenne, disabile, over 60 o inserito in programmi di assistenza. Sono quindi esclusi i nuclei composti da soli adulti tra i 18 e i 59 anni, anche se in povertà assoluta. I più penalizzati sono i poveri del Nord.
La Caritas evidenzia come la scelta di restringere i destinatari sia stata penalizzante.
L’assegno di inclusione è meno efficace nel ridurre sia l’incidenza della povertà, sia il numero di poveri raggiunti.
Non che il reddito di cittadinanza fosse perfetto: la Commissione Saraceno, istituita dal governo Draghi, aveva proposto diversi miglioramenti, ignorati sia dallo stesso Draghi che dal governo Meloni, e la stessa finanziaria ancora oggi non contempla nulla.
Il problema è serio e non più rinviabile.
Serve un vero ripensamento strategico, con strumenti universali, flessibili e capaci di intercettare la varietà delle povertà contemporanee.
Escludere intere fasce in difficoltà mina la coesione sociale e frena lo sviluppo del Paese. È per questo che, secondo la CGIL e non solo, la manovra finanziaria è “ingiusta e inadeguata”, perché impoverisce ulteriormente le famiglie, i lavoratori e i pensionati; non dà risposte all’occupazione reale e alla crisi reale del nostro Paese; e non si vuole riconoscere l’istituzione del salario minimo.
La manovra non ferma il “drenaggio fiscale”, cioè l’aumento del carico fiscale reale sui lavoratori e pensionati a causa dell’inflazione, che per la CGIL ammonta a 25 miliardi.
Mancano investimenti, in particolare sulla sanità pubblica, sulla scuola e sulla ricerca pubblica, mentre aumentano i finanziamenti alla sanità e alle scuole private.
Una finanziaria inefficace nelle misure: le detassazioni previste non sono sufficienti a compensare l’impoverimento generato da un’inflazione non contrastata.
