Se nell’articolo del 3 gennaio abbiamo messo a fuoco una verità semplice ma spesso rimossa – senza visione non c’è futuro – oggi occorre compiere un passo ulteriore: chiarire come quella visione si costruisce.
Prima ancora di discutere cosa fare, bisogna decidere come si sceglie un programma politico pluriennale. E questa non è una questione tecnica, ma profondamente politica.
Ogni scelta politica risponde a una gerarchia di valori, anche quando viene presentata come inevitabile o “senza alternative”. Scegliere un programma significa scegliere un modello di sviluppo: decidere chi viene prima, il mercato o le persone; se privilegiare il breve periodo o la tenuta sociale di una comunità; se puntare sulla competitività a ogni costo o sull’equilibrio tra crescita, coesione e diritti. Senza questa consapevolezza, la politica si riduce alla gestione dell’esistente.
È una dinamica che vale tanto a livello globale quanto, in scala diversa ma non meno incisiva, nei Comuni e nei territori.
È su questo crinale che si misura la differenza tra una politica miope e una politica strategica. Un esempio evidente è l’Italia, che negli ultimi decenni ha spesso scelto di fare cassa nell’immediato vendendo beni e asset strategici – industrie, banche, marchi storici, capacità produttiva – invece di affrontare con decisione il nodo strutturale primario dell’evasione fiscale, stimata in circa 100 miliardi di euro l’anno. Altri Stati hanno compiuto scelte opposte, partendo proprio dal rafforzamento della capacità di contrasto all’evasione e dalla tutela delle basi produttive nazionali. La Francia, ad esempio, ha mantenuto il controllo delle proprie filiere industriali, in particolare nel settore automobilistico e bancario, rafforzandole nel tempo e arrivando persino ad assorbire e valorizzare grandi marchi e banche italiani. Nel breve periodo l’Italia ha incassato risorse; nel lungo ha perso sovranità industriale, occupazione qualificata e tenuta sociale.
È questo il bivio politico di cui parliamo: risolvere l’oggi o costruire il domani.
Uno schema simile emerge anche osservando le grandi scelte compiute su scala globale.
A partire dagli anni Novanta, gli Stati Uniti hanno promosso un modello economico fondato sul neoliberismo e sulla centralità del mercato globale. Questo paradigma ha attraversato amministrazioni diverse senza una reale discontinuità. Anche dopo il fallimento evidente esploso con la crisi dei mutui subprime del 2008 – una fase che ho seguito direttamente negli Stati Uniti nella successiva attività di revisione tecnica – non vi fu una vera inversione di rotta.
La continuità delle politiche di mercato, ritenuta da molti economisti una scelta errata dell’amministrazione Obama, non ha prodotto solo effetti interni. Ha consentito prima alla Cina e poi all’India – che insieme a Brasile, Russia e Sud Africa hanno dato vita all’area economica dei BRICS – di entrare stabilmente nel ristretto numero delle grandi potenze economiche, indebolendo progressivamente il ruolo di leadership degli stessi Stati Uniti.
Oggi Trump, lo vediamo tutti, tenta di recuperare terreno attraverso una riedizione in chiave economica e commerciale della Dottrina Monroe – “l’America agli americani” – fatta di dazi, pressioni bilaterali e rapporti di forza: strategie aggressive rivolte sia ai nuovi colossi ormai consolidati dei BRICS, sia alle aree rimaste o divenute più fragili, come l’Unione Europea, fiaccata dalle stesse sanzioni contro la Russia che hanno portato alla conseguente perdita di gas a basso costo, e il Sud America, ricco di risorse strategiche ma segnato da economie strutturalmente deboli e da istituzioni spesso vulnerabili.
Questo, in sintesi, chiarisce il nodo centrale: scegliere significa assumersi responsabilità. Significa decidere chi sostiene i costi e chi beneficia delle politiche adottate. Per questo il coinvolgimento dei cittadini non è un elemento ornamentale, ma il luogo in cui una comunità definisce consapevolmente le proprie priorità.
La domanda finale resta aperta ma decisiva: vogliamo continuare a subire scelte del momento (di chi si alza prima la mattina), difficili da comprendere, percepite come soluzioni momentanee di ripiego, come pezzi di un puzzle disegnato da altri e assemblato senza una visione d’insieme, oppure vogliamo partecipare alla definizione di quelle decisioni che orientano davvero il nostro futuro comune?
Perché scegliere non è mai neutrale. E rinunciare a scegliere, di fatto, è già una scelta.
