Mentre molti Comuni italiani faticano ormai a garantire manutenzione urbana, reti idriche efficienti, scuole sicure, servizi sociali e controllo del territorio, la Lega di Matteo Salvini torna a proporre l’ennesima “pace fiscale”, questa volta estesa anche ai tributi locali: IMU,
TARI, multe, cartelle comunali.
La proposta, sostenuta dagli emendamenti della Lega al nuovo decreto fiscale e rilanciata dal responsabile economico leghista Alberto Gusmeroli, punta a una nuova rottamazione agevolata anche per i debiti verso Comuni ed enti locali.
Tradotto in modo semplice: chi non ha pagato per anni potrà ancora una volta ottenere sconti, cancellazioni di sanzioni e interessi, mentre chi ha sempre pagato continuerà a sostenere il peso principale del sistema fiscale italiano.
Ed è proprio qui che emerge il vero problema politico e culturale del Paese.
Da oltre trent’anni una parte consistente del centrodestra — dalla Lega di Salvini fino alla tradizione berlusconiana del “non mettere le mani nelle tasche degli italiani” — ha trasformato il rapporto con il fisco in una gigantesca operazione di consenso elettorale.
Giorgia Meloni è arrivata perfino a definire le tasse un “pizzo di Stato”.
Ma la realtà è esattamente opposta: quando tasse, imposte, contributi e tributi non vengono pagati, qualcuno quel conto lo paga comunque.
E lo pagano sempre gli stessi: lavoratori dipendenti, pensionati, imprese regolari, cittadini onesti.
Perché l’evasione fiscale non cancella il costo dei servizi pubblici.
Semplicemente lo scarica su chi non può evadere.
E attenzione: questa cultura non appartiene soltanto al centrodestra.
Anche una parte dei cosiddetti riformisti di sinistra ha condiviso negli anni la stessa impostazione liberista: meno Stato, meno controlli, meno progressività fiscale, più tolleranza verso grandi capitali, rendite finanziarie e delocalizzazioni.
Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti: Comuni impoveriti, servizi pubblici in affanno, ceto medio sempre più fragile, debito pubblico oltre i 3.000 miliardi.
Si salva soltanto quell’area progressista che continua ancora a sostenere un principio semplice ma fondamentale: senza giustizia fiscale non esiste né giustizia sociale né vera sicurezza.
Perché questo è il punto che troppi fingono di non capire.
Quando lo Stato e i Comuni non riescono a incassare quanto dovuto attraverso: IRPEF, IVA, IMU, TARI, contributi, imposte sulle imprese, canoni e tariffe pubbliche, le conseguenze arrivano inevitabilmente nella vita quotidiana delle persone.
Arrivano sotto forma di: strade dissestate, reti idriche che perdono acqua, scuole senza manutenzione, liste d’attesa infinite, meno controlli, meno sicurezza reale, meno assistenza sociale, meno investimenti.
E per coprire quel vuoto lo Stato continua da decenni a fare debito. È questa la verità che la propaganda evita accuratamente di raccontare: per anni la politica italiana ha sostituito le entrate mancanti con nuovo debito pubblico, scaricando il costo sulle generazioni successive invece di affrontare seriamente evasione fiscale e lavoro nero. Nel frattempo la stessa destra continua a indicare negli immigrati il principale problema del Paese.
Ma anche qui la propaganda nasconde la realtà.
La Spagna di Pedro Sánchez ha scelto una strada diversa: integrazione regolare, lavoro tracciato, allargamento della base contributiva, regolarizzazioni, crescita della popolazione attiva. E infatti oggi la Spagna cresce più dell’Italia sia come PIL sia come occupazione. Da noi invece continua la solita narrazione tossica: “gli immigrati rubano il lavoro”.
No.
Il vero problema è che un Paese senza investimenti pubblici, senza crescita e con Comuni sempre più poveri produce inevitabilmente meno lavoro, meno servizi e più tensione sociale per tutti. Gli immigrati regolari: lavorano, pagano contributi, occupano spesso settori che molti italiani non vogliono più coprire, sostengono pensioni e sistema produttivo. Il vero danno per il Paese non è l’immigrato che lavora regolarmente.
È: l’evasione fiscale sistematica, il lavoro nero tollerato, il condono permanente, la politica costruita scaricando sempre le responsabilità sugli altri.
La verità ormai è difficile da nascondere: meno entrate significa meno Stato; meno Stato significa meno sicurezza reale; meno sicurezza significa più paura sociale; e più paura diventa terreno perfetto per altra propaganda. È un circolo vizioso che dura da oltre trent’anni.
E finché non si romperà questo modello politico e culturale — promosso dal centrodestra e troppo spesso accettato anche da parte della sinistra riformista — l’Italia continuerà lentamente ad arretrare.
Pagare tutti per pagare meno.
Senza condoni.
Senza propaganda.
Senza più alibi.
