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L’Europa si prepara alla guerra. E ai giovani quale futuro lasciamo?

Ott 22, 2026 Scritto da 
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Ci interroghiamo sulla violenza giovanile, invochiamo sicurezza e pene più severe. Ma quale società stiamo costruendo e quale esempio offriamo alle nuove generazioni?

Mario Draghi denuncia il declino economico europeo e sollecita ingenti investimenti comuni, delineando una strategia che rischia di orientare l’Europa verso un’economia di guerra. Ursula von der Leyen traduce questo orientamento in una priorità politica, rilanciando il riarmo con il piano ReArm Europe/Readiness 2030, che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa.

Emergono due contraddizioni fondamentali.

La prima riguarda la stessa costruzione europea. Il piano non realizza una vera difesa comunitaria: punta soprattutto sulle spese dei 27 Stati membri, ciascuno con propri interessi, mentre manca ancora un'autentica politica estera e di difesa comune. Rischiamo di moltiplicare gli armamenti senza costruire l'unità politica necessaria a governarli.

La seconda è ancora più inquietante: contro chi ci stiamo riarmando? Le minacce alla sicurezza europea esistono, ma devono essere identificate e documentate. Il continuo richiamo alla «guerra ibrida» rischia di ricordare le presunte armi di distruzione di massa irachene, utilizzate per giustificare la guerra del 2003 e mai ritrovate. La storia dovrebbe insegnarci a distinguere i fatti dagli allarmi.

Nessuno nega il diritto dell'Europa di difendersi. Ma perché troviamo risorse ingenti per prepararci alla guerra, mentre per sanità, scuola, salari e futuro dei giovani ci ripetono che i soldi non ci sono?

Da oltre trent'anni il neoliberismo ha subordinato le politiche sociali alle esigenze del mercato, alimentando disuguaglianze e precarietà. Ora rischiamo di aggiungervi un'economia di guerra, nella quale la sicurezza militare prevale su quella sociale.

Quale futuro offriamo ai giovani? Progettare automobili, infrastrutture e nuove tecnologie oppure produrre e vendere cannoni? La riconversione militare già avviata da alcune imprese dovrebbe farci riflettere.

Non sostengo che la violenza giovanile dipenda direttamente da queste scelte. Ma quale messaggio trasmettiamo quando la forza e la contrapposizione diventano il linguaggio dominante della politica?

Anche nelle nostre comunità conosciamo precarietà, servizi insufficienti e mancanza di prospettive. Reprimere la violenza senza comprenderne le radici significa intervenire sugli effetti ignorando le cause.

E veniamo a Sezze. Non possiamo decidere le strategie europee, ma possiamo pretendere dalla politica locale due principi: rispetto reciproco e serietà dell'informazione.

Il primo richiede confronto civile, senza trasformare ogni dissenso in uno scontro. Il secondo impone programmi elettorali fondati sui bilanci comunali, non su promesse senza copertura.

Ogni progetto per Sezze dovrebbe partire dalla riscossione dei crediti dovuti al Comune, verificandone l'effettiva recuperabilità e tutelando chi è in comprovata difficoltà. Senza queste risorse, quali prospettive concrete possiamo offrire ai giovani?

La sicurezza di una comunità significa anche non lasciare indietro nessuno.

«Paghiamo tutti per pagare meno e per aiutare chi ha più bisogno».

Non è soltanto uno slogan: è il principio di giustizia e responsabilità da cui dovrebbe ripartire il futuro di Sezze.

Pubblicato in Attualità

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