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Mon Amour, il videoclip che celebra Sabaudia. Tra gli autori un setino Doc

Lug 08, 2019 Scritto da 
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E’ uscito lo scorso 27 giugno "Mon Amour", il singolo con videoclip realizzato da 4 artisti che compongono un collettivo misto di genere Trap sperimentale.  Il video è stato realizzato con Andrea Centrella (autore del videoclip “Sale, amore e vento” dei Tiromancino) ed è stato girato sul lungomare di Sabaudia e ripropone una ri-visitazione del famoso film "Paura e Delirio a Las vegas". Nelle intenzioni degli autori viene celebrato l'aspetto super naturale di Sabaudia, in tutta la sua maestosità e fedeltà nella somiglianza ad un porto sud americano. Nel video non mancano comparse e attori di qualità, come Shaen Barletta che ha partecipato a Don Matteo come co-protagonista in una puntata. I due rapper, un producer e un producer/ingegnere del suono, si sono conosciuti quasi per sbaglio, partendo da un contatto via facebook. Un contatto che è poi cresciuto nel tempo e ha partorito idee geniali. Da qui la ricerca di feat e la realizzazione di una vera e propria collaborazione musicale con Midas e Roman Meister, della Visory Records e Thaurus. Uno di loro è un setino Doc,  Riccardo Romano, alias Roman Meister. Riccardo nasce a Sezze il 7 dicembre del 1991 e manifesta fin da subito il suo amore per la musica calpestando ben bene l'intera collezione di vinile del padre (Ignazio). A otto anni frequenta la scuola comunale di musica e sotto la guida dell'insegnante G. Magliocca studia pianoforte fino a dieci anni. Continua gli studi alle scuole medie per poi abbandonare la nobile tastiera per quella del computer con cui apprende l'uso dei software di produzione musicale. Nel 2007 inizia a lavorare con i CDJ (lettori di CD per dj) facendo le prime esperienze di animatore musicale a feste private. In seguito ha suonato in vari locali della provincia di Latina in attesa di fare il salto verso la capitale. Nel 2011 ha partecipato e vinto i contest invernali e estivi organizzati da Silvio Frainetti nel comune di Pontinia. A dicembre si è esibito al Vogue, tra i più famosi locali di Roma. Insomma... un giovane artista che già fa parlare di sé per il suo talento. Ad majora…  

Etichettato sotto Mon Amour    musica    Sabaudia    sezze    Romano   
Pubblicato in Eventi Culturali
Ultima modifica il Lunedì, 08 Luglio 2019 10:03 Letto 734 volte

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  • Enzo Eramo: Scuola, infanzia e servizio idrico sono priorità nelle priorità

     

     

    Il presidente del consiglio comunale di Sezze, Enzo Eramo, interviene sui social per delineare quelle che sono, dal suo punto di vista, le emergenze che vanno immediatamente affrontante. Raramente Enzo Eramo usa i social per parlare alla città e quando decide di farlo è perché è veramente urgente e necessario chiarire le posizioni politiche e amministrative su alcune vicende. “Ci sono emergenze  - scrive il presidente dell’assise cittadina - che al di là delle appartenenze e degli schieramenti, vanno affrontate e risolte improrogabilmente e urgentemente: le criticità della Scuola Valerio Flacco di Sezze Scalo; i parchi pubblici con particolare riguardo per le aree gioco e gli interventi sulla rete idrica con Acqualatina che ancora non risolve problemi strutturali  che si protraggono da anni”. Tra queste Eramo mette giustamente in primo piano le condizioni del plesso scolastico di via Bari a Sezze Scalo, un edificio che presenta numerose e gravi criticità come giustamente portato in luce dalla coalizione Biancoleone, con i consiglieri Di Palma, Moraldo e Martella, da Sezze Bene Comune, con le consigliere Palombi e Contento e dal movimento civico Impronta Setina. “Al primo posto c’è l’urgenza di intervenire e risolvere le criticità di un edificio che ospita i bambini. Ho ribadito durante la discussione sulla programmazione della nostra attività amministrativa, nel consiglio comunale dello scorso 28 dicembre, l’urgente bisogno di accendere un mutuo per la scuola Valerio Flacco Sezze Scalo, ritenendo positivo l'impegno che il Sindaco Di Raimo ha preso ma l'iter va accelerato”. Nei giorni scorsi questo edifico ha presentato tutta la sua vulnerabilità: parte dell’intonaco esterno nell’area d’ingresso alla palestra, infatti, è caduto giù, problema che ha costretto l’UTC a transennare l’area. Altro tema affrontato dal presidente del consiglio comunale di Sezze è quello  inerente il servizio offerto dalla società Acqualatina. Ancora tanti i dissevizi per molti utenti e per diverse località del paese.  “Per quanto riguarda Acqualatina – ha scritto Eramo -  occorre una protesta ufficiale ed il voto contrario sul prossimo bilancio perché a due anni di distanza non ha ancora iniziato i lavori di ammodernamento della rete nonostante le promesse fatte durante alcuni incontri pubblici. Scuola, infanzia e servizio idrico sono priorità nelle priorità. Non possono conoscere divisioni o personalismi”. Per l’esponente del Pd “si amministra con il senso del ruolo e dando senso al proprio ruolo. Non pensando di avere una risposta per tutti i problemi ma semplicemente stabilendo con chiarezza delle priorità all'interno di una idea di città”.

    L'area della Flacco transennata

     

  • In Medio Oriente la Pace va costruita

     

     

     

    Se la logica che guida le relazioni tra le nazioni è l’assoggettamento, sia pure nella forma subdola del condizionamento e della dipendenza economica, se la titolarità del potere si dispiega in un suo esercizio svincolato da limiti legali, etici e morali, se l’uso della forza prevale su ragionevolezza e dialogo e si manifesta come arrogante presunzione di perseguire qualsiasi obiettivo, se il richiamo ai diritti e la tutela degli interessi diventano la scusante per la prevaricazione, lo sbocco inevitabile è lo scontro nelle sue più varie esplicitazioni, fino al conflitto armato.

    Le guerre che insanguinano molteplici aree del mondo e soprattutto il Medio Oriente non sono il risultato di casualità, di una contrapposizione legata a logiche localistiche, ma sono ciascuna manifestazione di una conflittualità unica e generale che ha come protagoniste le grandi potenze economiche e militari, che si muovono nei diversi scenari come su una grande scacchiera e ad ogni azione dell’avversario corrisponde una reazione, avente come unica finalità la conquista e il mantenimento di aree sulle quali affermare l’influenza politica e l’egemonia economica e garantirsi l’accesso, possibilmente illimitato e a basso costo, alle materie prime e alle risorse energetiche. In altri termini siamo in presenza di un conflitto generale, anche se formalmente ed esplicitamente non dichiarato ed avente dislocazione in vari punti del pianeta tra loro distanti, che Papa Francesco con una espressione particolarmente felice, calzante, efficace ed incisiva ha definito una guerra mondiale a pezzi.  

    Questi anni sono stati costellati da massacri, violenze e sofferenze inaudite di cui sono stati vittime principalmente i civili, donne, bambini e anziani. Quanto accaduto e ancora sta accadendo in Siria è sotto i nostri occhi con tutta la sua sconvolgente drammaticità, ma non sembra aver mosso le coscienze dei responsabili delle nazioni ad una riconsiderazione delle strategie politiche, sui cui altari continuano a sacrificare interi popoli ed anche a rischiare un conflitto globale e generalizzato.

    Il 2020 comincia esattamente da dove era crudelmente finito il 2019. L’uccisione da parte degli USA per mezzo di droni, cioè di aerei senza pilota, a Baghdad del generale iraniano Qassem Suleimani, comandante dei Guardiani della rivoluzione e soprattutto uomo di fiducia ed emissario dell’ayatollah Alì Khamenei, la guida suprema dell’Iran, in tutte le aree di crisi in cui la Repubblica islamica è coinvolta, dall’Iraq alla Siria, dal Libano allo Yemen, apre scenari assolutamente rischiosi per la stabilità e la pace mondiale. Suleimani era un personaggio di primo piano del regime iraniano, un uomo potentissimo. Rivoluzionario della prima ora, aveva combattuto fin da giovanissimo nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein e possedeva esperienza e ricopriva un ruolo che lo rendeva quasi insostituibile. Indiscutibilmente era intelligente ed estremamente pericoloso, artefice ed interprete di una strategia destabilizzante e finalizzata a far acquisire una funzione egemonica al suo paese, l’Iran, all’interno di un’area tanto frammentata politicamente e culturalmente e funestata da conflitti interminabili, quanto ricca di materie prime e di conseguenza estremamente appetibile. Sicuramente si era macchiato di crimini orrendi e detestabili in nome del perseguimento di quegli interessi che guidavano ogni sua decisione.     

    Il ricorso all’assassinio politico è piuttosto ricorrente nella storia e viene compiuto non solo dai gruppi rivoluzionari e sovversivi, ma frequentemente dagli stessi stati, anche dalle nostre democrazie. Viene considerato una soluzione estrema, cui ricorrere quando non ne sono praticabili altre. Nessuno tra quanti in passato vi hanno fatto ricorso, compreso Barack Obama che ordinò l’uccisione di Osama Bin Laden, ha mai rivendicato l’assassinio del nemico politico come ha fatto Donald Trump, con la spensieratezza di chi ne parla come della vittoria della propria squadra del cuore.   

    “E’ la mossa più rischiosa compiuta dall’America in Medio Oriente dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003” scrive il New York Times, analizzando e giudicando la scelta di Donald Trump. La motivazione per giustificare l’uccisione addotta dal Pentagono che il generale iraniano stesse progettando attacchi contro diplomatici e militari USA in Iraq o quella portata sempre dall’amministrazione americana che rappresenta la risposta al tentativo di assalto dei miliziani sciiti di qualche giorno fa all’ambasciata americana a Baghdad, appaiono palesemente inconsistenti.  

    La verità è che l’Iran da mesi stava sfidando gli USA e cercava di minarne ruolo e credibilità in Medio Oriente, come risposta al deterioramento programmato delle relazioni conseguente alla scelta di Trump di stracciare l’accordo voluto dal suo predecessore Barack Obama, che prevedeva la fine dell’embargo in cambio del congelamento del processo diretto a dotarsi di armi nucleari da parte del regime iraniano.

    Numerosi commentatori sostengono che questo omicidio rappresenta a tutti gli effetti una dichiarazione di guerra degli USA all’Iran, ultimo atto di un’ostilità che ormai li contrappone da decenni e che negli ultimi mesi ha raggiunto punte sempre più preoccupanti con una conflittualità non solo verbale, con provocazioni e scontri per interposta milizia, cioè tra gruppi armati aventi come referenti gli uni o gli altri.

    Ritengo che il punto vero della questione sia la scarsa propensione alla ponderazione da parte di Donald Trump, il quale agisce per lo più in modo istintivo, giudizio questo che accomuna numerosi esperti di politica internazionale, spesso senza rendersi conto che il suo avventurismo potrebbe avere effetti devastanti a livello internazionale ed esporci al rischio di un conflitto mondiale, combattuto con armi micidiali e di distruzione totale, mettendo a rischio la sopravvivenza dell’umanità.

    La speranza è che prevalga la ragionevolezza e si intraprendano percorsi di dialogo e reciproca comprensione. La pace, fondata sulla giustizia, sullo sviluppo equo e solidale, sul rispetto reciproco e dell’ambiente, sul contemperamento degli interessi dei popoli, è possibile partendo dal ripudio della violenza, dal disarmo non solo degli arsenali ma soprattutto dei cuori e delle menti, sulla consapevolezza che solo lavorando fianco a fianco e perseguendo obiettivi comuni avremo un futuro.

  • I broccoletti di Sezze

     

     

     

    Sono un prodotto tipico e distintivo del territorio del Comune di Sezze, di cui è originario e da cui si è diffuso nella fascia pedemontana dei Lepini, dove in qualche paese sono conosciuti con il nome di simi, per la grande quantità di semi originati dalla loro abbondante fioritura di colore giallo.

    I Broccoletti di Sezze appartengono botanicamente alla famiglia delle Crucifere ordine Brassica rapa sub specie sylvestris esculenta, ma in dialetto sono  chiamati brùcculècchi con una inimitabile fonetica dialettale delle ultime tre consonanti che solo i sezzesi autentici sanno pronunciare, quasi a sottolineare l’inimitabilità e la tipicità di questa nostra eccellenza, dal sapore unico ed inconfondibile. 

    Di broccoletti di Sezze esistono due ecotipi fondamentali che si differenziano tra loro per l’apparato radicale e la classe di precocità: il più antico è a ciclo tardivo di novanta giorni e si presenta con la classica radice a bulbo di rapa, che non viene consumata perché è fondamentale per i ricacci dei nuovi broccoletti, che si raccolgono per tutto l’inverno.

    L’altra varietà, più diffusa, è a ciclo medio precoce di sessanta giorni, si presenta con una radice a fittone ed è frutto di una selezione, che i nostri nonni hanno sapientemente operato nel corso dei secoli, con il fine di anticiparne la produzione e di assaporarlo il prima possibile e per più cicli produttivi.

    I broccoletti di Sezze differiscono dagli altri coltivati nel resto del Lazio e in altre Regioni, soprattutto Campania e Puglia, per essere una pianta meno cespugliosa e più compatta, con foglie affusolate, poco frastagliate e di un colore verde pallido caratteristico.

    In tali regioni, i broccoletti venivano largamente usati anche per l’alimentazione bovina, cosi a Sezze quando si vogliono distinguerli dai nostri, vengono curiosamente chiamati  broccoletti di vacca.

    I Broccoletti di Sezze come pure le altre varietà comunemente conosciute come “cime di rapa” sono piante tipicamente mediterranee ed autoctone.  I nostri emigranti, quasi tutti contadini, partiti per Ellis Island e successivamente in Australia e Canada, non volendo rinunciare a questa specialità della loro terra, hanno portato i semi con loro, tentando di riprodurli in quei luoghi, ma ahimè, senza successo.

    Sono assai ricercati in cucina nel periodo autunnale ed invernale, come verdura cotta ripassata in padella con aggiunta di olio extravergine di oliva.

    Da sempre sono commercializzati nel classico mazzetto del peso di circa 7 etti, corrispondenti a due antiche libbre romane, e prima di essere cucinati necessitano di un paziente lavoro di pulitura, che in dialetto viene detto scintere, cioè scindere le parti più tenere ed i fiori da quelle più dure che vanno buttate, mentre i nostri padri che non buttavano nulla le utilizzavano per alimentare gli animali (galline, pecore, muli, etc).

    E’ noto che nella civiltà contadina tutto tornava utile e nulla veniva mai sprecato o buttato: gettare i doni del Signore era come commettere un peccato mortale. Quando un pezzo di pane cadeva a terra lo si baciava e si riponeva nell’arcone.

    L’assenza di fonti scritte ci rende difficile risalire all’origine della coltivazione dei broccoletti nel territorio, tuttavia essendo una pianta autoctona è da ritenere che sia molto remota anche a ragione di alcune ricette delle quali se ne sta perdendo la memoria.

    Infatti, oggi i broccoletti vengono comunemente consumati con il pane, la classica salciccia di maiale ed il vino rosso, ma in passato la pizza roscia a’ gli mattòno, cu gli brùcculècchi e la saràca era il classico cibo invernale che i nostri contadini usavano portarsi fòre e che pastori, pescatori e cacciatori consumavano nella palude.

    Una volta, quando i campèri volevano accattivarsi il favore di un loro fattoretto o bracciante, soprattutto per farlo lavorare con maggior lena e “tirare” tutta la squadra , solevano offrirgli di nascosto una o più sarache con i broccoletti che questi accettavano di buon grado perché la fame era tanta.

    Così ancora oggi, quando a Sezze qualcuno difende a spada tratta le ragioni di un altro senza che  le abbia, gli si dice: Ma che t’ha dato la saraca? oppure  me simbri i babbào cu la saràca ‘mmano (uno spaventapasseri con la saràca in mano).

    Molto apprezzata ancora oggi è la tradizionale polenta con i broccoletti.

    I broccoletti di Sezze sono quindi una vera e propria istituzione della cucina autunno-invernale del nostro paese. Sia che vengano abbinati alla classica salciccia  di maiale, sia come contorno con altri tipi di carni, o semplicemente da soli, fanno sempre fare ottima figura alla nostra cucina. Inoltre, secondo i diestisti possiedono virtù salutari depurative, detossificanti ed antiossidanti sul nostro organismo.

    E’ inutile cercare i semi di Broccoletti di Sezze altrove, essi sono reperibili solo in loco ed ogni contadino che ne ama la produzione, fa in modo di ricavarne il seme per l’anno successivo.

    Così, a febbraio si seminano alcune piante per la riproduzione, dette portasemi, a fine maggio si estirpano e si mettono ad essiccare al sole ricoperte da una sottile reticella per impedire agli uccelli di cibarsi dei semi.

    Dopo circa un mese, quando le piante sono ben secche, vengono battute su di un telo con un mazzafrusto per distaccarne i semi.

    I Broccoletti di Sezze, con le prime semine di fine Luglio, si raccolgono già dal mese di Settembre, e con semine successive a rotazione se ne possono avere per tutto il periodo invernale sino al sopraggiungere della primavera, quando cede ai carciofi lo scettro di principe dell’agricoltura e della cucina setina.

    Si fanno i semi dei Broccoletti

    Campo di broccoletti e Sezze sullo sfondo che padroneggia la pianura

  • Lettera a Babbo Natale

     

    Caro Babbo Natale, so bene che non è più di moda scrivere lettere, perciò mi perdonerai se, data la mia età, sono ancora attaccato alle (buone) tradizioni. Ti scrivo, dunque, perché  mi ricordo che il tuo compito è quello di far felici, almeno per qualche giorno, i bambini e i poveri. Un tempo portavi tu i regali sotto l'albero. Oggi sono gli sponsor che fanno a gara e che riempiono le case di oggetti sempre più nuovi, sempre più sofisticati e più costosi, molto spesso sfacciatamente inutili e dannosi.Tu ti accontentavi di poco. Non portavi regali per accattonaggio: non sei stato mai così pezzente! Il tuo donare ha sempre avuto un intento educativo, morale, ispirato a un magico desiderio di portare gioia.

    Caro Babbo Natale, io non ho mai visto un genitore scendere dal camino, guidare una slitta trainata dalle renne, sollevare un sacco pieno di doni senza restare bloccato con la schiena. Al più portava noci, mandarini e tanto carbone. Ma a tutti i bambini, poveri e ricchi, neri e bianchi!

    Perciò quest'anno io non porterò più regali sotto l'albero. Te lo prometto. Alzerò la cornetta del telefono, chiamerò il numero 45510 e farò una donazione a Telethon. E quando la mattina di Natale i miei 6 nipotini sotto l'albero troveranno la vecchia calzetta con noci e mandarini e pochissimo carbone, darò loro una carezza e gli dirò: questa è la carezza di nonno, questa è la carezza di Babbo Natale! Arrivederci al prossimo anno!

  • Sardine di tutti i mari unitevi!

     

     

    Ebbene sì, sono di parte! Credo non sia una stranezza nutrire simpatie e riconoscerci in un’idea. Ho tante primavere ormai, ohimè, e invero non ho mai incontrato nessuno che non lo fosse. Ognuno ha le proprie idee, la propria appartenenza politica, che non significa necessariamente militanza partitica. La si può celare, dissimulare ma è ipocrita negarla. 

    Guardo con simpatia al movimento delle “sardine” di cui in queste settimane si è parlato molto, anche se credo sia mancata una riflessione approfondita e libera da pregiudizi sul suo significato. Si rincorrono i numeri delle piazze delle varie città e della manifestazione nazionale di Roma, si evocano i fantasmi di presunti manovratori dietro le quinte, le lobby gay e ambientaliste, si fanno congetture d’ogni genere e fondamentalmente in molti c’è diffidenza verso una forma di partecipazione difficilmente inquadrabile secondo le categorie politiche tradizionali. Certo mondo politico poi non rinuncia a contingenti calcoli elettorali.

    L’immagine ingenua, giocosa e probabilmente casuale delle “sardine”, scelta dai fondatori del movimento, la trovo geniale nella sua semplicità e non è affatto distante, secondo il mio punto di vista, dal concetto sostanziale di democrazia: una comunità di eguali e solidali, uniti pur nella diversità, che si riconosce in un sistema valoriale condiviso, che solca i mari a volte perigliosi e ostili della storia, in cui posizioni e ruoli di responsabilità contano unicamente in funzione del cammino comune, certi che il destino di tutti dipende da ognuno e quello di ognuno da tutti. Essere cittadini è sentirsi parte di un tutto che non annulla le individualità, anzi le esalta, le fa essere protagoniste nel perseguimento di un bene superiore, il bene comune.

    Questo movimento, antifascista e antipopulista, nasce dal basso, reclama una politica con la “P” maiuscola ed è sicuramente “sovversivo” perché mira a scardinare il senso comune imposto da una propaganda martellante che affoga i contenuti politici in un oceano di comunicazione vuota, coltiva l’avvilimento e il malcontento facendo leva su difficoltà e paure, solletica il risentimento ed incita alla contrapposizione e all’odio verso il diverso, lo straniero, le minoranze, conquista spazi e consensi con messaggi semplicistici e il richiamo strumentale a principi e valori smentiti nella pratica quotidiana dai suoi stessi propugnatori, che ha fatto della sicurezza un totem, una scusante per politiche restrittive degli spazi di libertà e dissenso e assicurare un’obbedienza acritica, che si caratterizza per richiami frammentati ma chiari e continui al fascismo, considerato con accondiscendenza e compiacimento. 

    Uomini e donne, giovani e vecchi, nonni e genitori, una marea umana di genere nuovo riempie le piazze per affermare che esiste un’Italia che non ama il fracasso aggressivo, i toni esasperati ed esagitati e non crede all’uomo solo al comando, con pieni poteri e la possibilità di fare e disfare in nome dell’incarnazione esclusiva nella propria persona della volontà e del sentire collettivi. Un’altra idea di politica è possibile, altre strade si possono percorrere per costruire una convivenza fondata sulla libertà, la giustizia e la solidarietà, in cui la diversità è ricchezza e non sottrazione di spazi e opportunità.

    La grande partecipazione dei cittadini testimonia una domanda esistente nel corpo vivo della nostra società che finora non aveva trovato risposta, spazi e luoghi di aggregazione a causa di una politica esasperatamente ripiegata su se stessa e incapace di ascolto, che teme il confronto, non si occupa della vita delle persone, di sostenibilità del welfare, di tutela dell’ambiente, di convivenza civile, di progettare insomma il futuro e pertanto non suscita passione. Il colmarsi di questo vuoto è un bene, perché può restituire vitalità alla nostra democrazia.   

    La non condivisione della proposta politica delle sardine, i giudizi aspri e il dissenso duro fanno parte della normale dialettica politica. Le reazioni innervosite e sprezzanti sono invece effetto non solo dell’emergere di una netta opposizione e di una visione alternativa nel tessuto sociale del paese imprevista, ma soprattutto della messa in discussione dell’immagine vincente di un fronte politico, di una figurazione della realtà costruita a proprio uso e consumo, della possibilità che la marcia trionfale alla conquista del potere possa rivelarsi non scontata e persino tramontare. Assolutamente ingiustificato è poi il ricorso alla macchina del fango.      

    Stupisce l’approccio qualunquista di alcuni commentatori della politica, i quali con stucchevole ripetitività manifestano insofferenza e critiche per una presunta povertà di contenuti della proposta politica delle “sardine”, non comprendendo che siamo in presenza di un risveglio della società civile, che non si contrappone ai partiti ma ritaglia per sé solo il compito di mobilitare le persone intorno ad idee forti, mentre la costruzione dei programmi e l’indicazione delle prospettive spetta alle forze politiche. Questa scossa salutare, che può produrre un avanzamento sociale e culturale, viene giudicata negativamente anche da un certo radicalismo di sinistra. È evidente che trattasi dei residui di un tempo ormai tramontato, destinato all’oblio perché incapace di intercettare il sentire vero delle persone.    

    Il trionfo del populismo e dell’antipolitica non è un destino inevitabile per l’Italia. L’importanza di questo movimento di cittadini risiede nel fatto che sta sprigionando e convogliando una energia civica rinnovante, capace di dare una rappresentazione altra del Paese, che punta non a presentare liste e chiedere voti ma ad assumersi la responsabilità della partecipazione, a promuovere una cultura alternativa, a ritornare all’idea della comunità che non è nazionalismo, terra, sangue e colore della pelle ma valori etici e culturali condivisi.

    All’Italia non servono nuovi partiti o movimenti, ma una politica nuova che germogli, si radichi, si sviluppi e porti frutti partendo da semi collettivi di speranza.    

     

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