Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalita' illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie, per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

Domenica, 02 Febbraio 2020 13:04

La stagione dei sogni rubati

 

 

 

 

 

Un titolo sui giornali. Una manciata di secondi nei notiziari televisivi. Un post circolato sui social. E poi l’oblio. Le notizie si rincorrono e si consumano rapidamente, non ci lasciano il tempo di riflettere, di interrogarci, di capire quanto accade e ci accade. Ci accontentiamo della frammentarietà e della sommarietà, soggiogati dalla smania per le continue novità. C’è un ragazzo, Laurent, la cui storia ha attraversato le nostre storie come una meteora, si è consumata rapida come un falò di stoppie secche, ha guadagnato fugacemente la nostra attenzione, ma ben presto l’abbiamo riposta nell’archivio dell’indifferenza e della dimenticanza. Laurent aveva 14 anni, occhi scuri e profondi, lo sguardo timido e la testa piena di sogni. Era nato a Yopougong, un quartiere popolare vicinissimo all’aeroporto Félix- Houphouët-Boigny di Abidijan, capitale della Costa D’Avorio, da una famiglia modesta, persone comuni, con pochi mezzi ma di sani principi. I genitori gli avevano insegnato che per realizzarsi occorre studiare. Frequentava la scuola con profitto, non era né una testa calda né un adolescente difficile. Il cielo sotto cui viveva, bello e struggente come soltanto il cielo d’Africa sa essere, è stato testimone nel recente passato di una feroce guerra civile, che ha portato miseria e distruzione.

Ora regna una pace precaria ma i diritti umani sono lungi dall’essere pienamente rispettati. Sebbene la Costa d’avorio possegga ricchezze ingenti e la crescita economica raggiunga livelli record, le diseguaglianze sono grandi e negli anni tanti, anche adolescenti, sono scappati perché non vedono per loro prospettive concrete. Laurent amava la sua terra, ma i suoi pensieri e i suoi sogni lo conducevano altrove, verso l’Europa di cui aveva solo sentito parlare, dato che non possedeva nemmeno un cellulare, dove fantasticava un giorno di trasferirsi e vivere dignitosamente. Dopo la scuola lo immagino correre verso l’aeroporto e fermarsi a lungo a rimirare, aggrappato alla recinzione, l’andirivieni degli aerei, i passeggeri salire e scendere, gran parte dei quali parlavano come lui francese, le mercanzie scaricate, l’imbarco delle ricchezze della sua terra destinate al nord del mondo. E sognava, sognava di salire un giorno anche lui su uno di questi aerei, di provare l’ebbrezza di alzarsi in volo, superando la barriera delle nubi, e atterrare in Francia, nel cuore dell’Europa. La presenza di Laurent lungo quel tratto di recinzione è assidua. Conosce a memoria orari di arrivi e partenze degli aerei, ha studiato le manovre di decollo e atterraggio. L’intelligenza brillante unita all’ingenuità della sua adolescenza e al desiderio di inseguire i suoi sogni, lo spingono ad elaborare un piano temerario ed ingegnoso. Il primo giorno dopo le vacanze marina la scuola e va all’aeroporto, deciso a metterlo in atto. Abbandonata la sacca con i libri e la divisa scolastica in mezzo all’erba alta, scavalca la recinzione. Gli addetti all’aeroporto non si accorgono di nulla.

Corre con quanto più fiato ha nei polmoni verso l’aereo dell’Air France che in quel momento sta rullando sulla pista, si aggrappa al carrello, si infila nel vano delle ruote e si rannicchia da una parte. I portelloni si richiudono e l’aereo inizia la salita. Il suo sogno finalmente sta per realizzarsi. È un gesto incosciente, insensato, folle. Gli alloggiamenti dei carrelli d’atterraggio non sono né pressurizzati né riscaldati. Tra i 9.000 e i 10.000 metri, quota alla quale volano gli aerei di linea, le temperature scendono fino a – 50° e non si respira. La vita di Laurent si spegne per sempre nell’alloggiamento del carrello d’atterraggio del volo dell’Air France partito da Abidijan e diretto a Parigi, città che chissà quante volte ha sognato. I tecnici dell'aeroporto Charles de Gaulle, durante la consueta ricognizione sull’aereo, notano qualcosa di strano nell’alloggiamento del carrello. Si avvicinano e scoprono che c’è qualcuno immobile, un cadavere, un piccolo cadavere. La notizia rimbalza sui  media. La polizia francese parla di un immigrato clandestino, di una decina di anni, trovato morto nel carrello d’atterraggio di un aereo.

Le parole non sono neutre, possono sanare o ferire, raccontare la verità o nasconderla, essere usate con abilità per indirizzare le reazioni e controllare l’emotività, per edulcorare e rendere sopportabile la tragedia. Tuttavia a morire è un quattordicenne, il quale non fuggiva dalla fame ma inseguiva un sogno. Proviamo a pensare a lui, ad immaginarlo con il suo corpo gracile di adolescente e il suo sguardo terrorizzato, attanagliato nel buio e nel gelo estremo, mentre nel dolore e nella morte annegano il suo sogno di volare e la speranza di una vita diversa. Definirlo burocraticamente immigrato clandestino per i documenti mancanti è semplicemente stupido e insensato. Sirene incantatrici ci stanno rubando l’anima, la nostra umanità e ci stanno rendendo indifferenti e assuefatti alle sofferenze, al conteggio delle vittime, al punto che quando una giovane vita è spezzata, se si tratta di un figlio di altri e di terre lontane, ce ne sentiamo appena sfiorati, lo riteniamo una inevitabile fatalità e finanche pensiamo che in fondo se la sia cercata. Se milioni di persone fuggono da miseria e conflitti, inseguono la prospettiva di un domani diverso, mettendo a rischio la propria vita, è perché abbiamo sottratto e continuiamo a sottrarre loro non solo le ricchezze, ma anche i sogni e le speranze.

Il divario tra le nostre società ricche e sazie e la povertà estrema degli ultimi del mondo è intollerabile, insostenibile e inaccettabile. Accogliere o non accogliere tutti è allora un falso problema, è relegare il confronto sulle politiche migratorie all’interno di una gabbia interpretativa banale e ideologica, riducendo i discorsi a slogan meschini, è chiudere gli occhi su quanto accade in tante parti del mondo. Alzare muri, chiudere le frontiere, ricorrere alla forza per ricacciare l’invasore, costruire fortezze inespugnabili sono solo illusioni. Piuttosto dobbiamo restituire futuro e speranza ad interi popoli, fermare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, impedire la distruzione del creato, garantire a tutti diritti e libertà e perseguire una giustizia sostanziale mediante la ridistribuzione delle ricchezze. Solo così il sogno di Laurent potrà realizzarsi e non sarà morto invano.

Pubblicato in Riflessioni