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Domenica, 08 Marzo 2020 06:24

8 Marzo, il valore della Festa della Donna

 

 

 

 

 

 

Io non sono proprietà di nessuno. Nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto”. Franca Viola

 

Alcamo, provincia di Trapani.

26 dicembre 1965.

Dodici uomini irrompono nella casa di una famiglia di modesti agricoltori, i Viola, e sequestrano una diciassettenne di nome Franca e il fratellino Mariano di otto anni. Il bambino viene rimandato a casa, mentre Franca è tenuta prigioniera per diversi giorni prima in un casolare isolato e poi in un’abitazione del paese. Il gruppo di aggressori è guidato da Filippo Melodia, nipote di un mafioso, il quale è stato fidanzato con lei per qualche tempo. Bernardo Viola, padre di Franca, in un primo momento aveva acconsentito al fidanzamento, ma venuto a conoscenza che il giovane apparteneva ad una banda di mafiosi ed era stato arrestato per furto, aveva preteso la fine della relazione. La sua era stata una scelta coraggiosa. La mafia però non dimentica, non perdona, soprattutto non poteva subire l’onta del rifiuto opposto al rampollo dei Melodia. Dopo essere emigrato in Germania e aver scontato un periodo di reclusione, il giovane torna alla carica. Sebbene venga minacciato con una pistola, gli venga incendiata la casetta di campagna e distrutta la vigna, Bernardo Viola non si lascia intimidire. E così scatta il rapimento. Seguono otto giorni di inferno per Franca, che viene ripetutamente violentata da Filippo Melodia. Il primo gennaio 1966 Bernardo Viola è avvicinato da alcuni parenti del giovane, i quali gli chiedono un incontro per mettersi d’accordo e sostanzialmente costringerlo ad accettare le nozze riparatrici tra Franca e il suo stupratore. È la cosiddetta “paciata”. Bernardo Viola e sua moglie fingono di accettare e, cosa inconsueta per il contesto culturale e sociale dominato dalle regole mafiose, si accordano con la polizia. Il loro obiettivo è scoprire dove Franca è tenuta prigioniera. Il 2 gennaio la polizia fa irruzione nella casa, libera la ragazza e arresta Filippo Melodia e i suoi complici.

Siamo a metà degli anni sessanta dello scorso secolo. La Costituzione Repubblicana è in vigore da quasi due decenni, ma i suoi principi sono rimasti sulla carta non solo sotto il profilo della mentalità e della morale dominanti, per cui una ragazza non più vergine a causa di uno stupro doveva sposare l’aguzzino per salvare il suo onore e quello della sua famiglia, ma anche sotto l’aspetto normativo. Infatti l’articolo 544 del codice penale allora vigente recitava: “Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l'esecuzione e gli effetti penali”. Insomma il reato si estingueva se lo stupratore avesse accettato di sposare la donna. Il matrimonio era riparatore per la fedina penale del colpevole e il beneficio si estendeva anche ai complici. Peraltro le pene erano assai più miti di quelle odierne e lo stupro era considerato un reato contro la morale e non contro la persona. 

Franca Viola fu irremovibile nel rifiuto di sposare il suo stupratore, appoggiata in pieno dalla famiglia. Filippo Melodia fu processato e infine condannato a undici anni di reclusione. I magistrati non credettero alle sue accuse contro la ragazza, al suo tentativo di screditarla, di far credere che era stata consenziente e si era trattato della classica “fuitina” per costringere i genitori ad accettare il matrimonio con lui.

Pur segnata profondamente da questa esperienza, Franca Viola si riprende la sua vita e si realizza pienamente. A differenza di quello che tanti pensavano, si sposa con l’uomo che amava, si costruisce una famiglia e resta a vivere ad Alcamo con il marito, circondata dall’affetto dei suoi figli e dei suoi nipoti.

La vicenda di Franca Viola non è soltanto la storia del coraggio di una donna che si è opposta alle regole di una società patriarcale, alla cappa soffocante della mafia e ad una legge discriminatoria e umiliante, ma innanzitutto rappresenta un simbolo della lotta per l’emancipazione e la rivendicazione dei diritti delle donne. La sua scelta coraggiosa ha impresso una svolta, ha prodotto un mutamento profondo della cultura e della mentalità allora dominanti in Italia, caratterizzate da una grave arretratezza sul tema della parità di genere rispetto ad altri paesi europei.

Il cammino compiuto è stato lungo, irto di difficoltà e costellato di ostacoli, ha richiesto il coraggio e l’impegno di tante donne e anche di molti uomini che non le hanno lasciate sole e hanno considerato le loro rivendicazioni obiettivi irrinunciabili di civiltà. L’art. 544 del codice penale, dopo anni di dibattiti, è stato abrogato il 5 agosto del 1981, mentre solo nel 1996 lo stupro è stato riconosciuto reato contro la persona e non contro la morale pubblica, con conseguente aumento della gravità e delle pene.

La piena uguaglianza di genere ancora oggi è un obiettivo ben lungi dall’essere conseguito, soprattutto nel campo dell’accesso al mondo del lavoro, della parità salariale, della possibilità di occupare posizioni di responsabilità nell’economia, nelle istituzioni e nella politica. La giornata dell’8 marzo deve rappresentare l’occasione per fare il punto della situazione, per riflettere sul percorso compiuto e mettere in campo idee e progetti finalizzati ad abbattere definitivamente le tante forme di discriminazioni di genere.

È tempo non di festeggiare ma di lottare, raccogliendo il testimone di tante donne che con il loro impegno e il loro sacrificio hanno speso tutto se stesse per rendere più giusta, accogliente, rispettosa e umana la nostra società.

Buon 8 marzo e buona lotta per i diritti a tutte le donne e a noi tutti che combattiamo contro ogni forma di discriminazione e per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia.   

Pubblicato in Riflessioni