Sabato, 15 Novembre 2025 21:05
Sezze tra degrado, violenza e inerzia della politica
Un giovane di 27 anni viene aggredito in pieno centro storico e derubato di qualche spicciolo. Il responsabile è poco più di un ragazzino, un diciassettenne che con la sua condotta criminosa ha procurato rilevanti lesioni fisiche alla vittima. Le forze dell’ordine sono riuscite a identificarlo rapidamente e ad assicurarlo alla giustizia. Un segnale sicuramente importante, ma purtroppo non sufficiente a rassicurare una comunità disorientata dinanzi al dilagare dell’illegalità, al ripetersi di comportamenti violenti anche da parte di giovanissimi, evidentemente convinti che per garantirsi un ruolo e una riconoscibilità, uno straccio di considerazione e di rispetto all’interno del branco è necessario ricorrere al sopruso e alla prevaricazione.
È l’ennesimo campanello d‘allarme del degrado, del grave disagio sociale e culturale che ha investito la nostra città soprattutto in questi ultimi anni e di un ordine pubblico ormai fuori controllo.
Parole di fuoco di sedicenti influencer o opinion leader in cerca di visibilità mediatica e di accreditamento politico, post qualunquisti dei soliti leoni da tastiera, proclami razzisti contro i “negri”, gli “zingari”, gli immigrati e i violenti, sempre rigorosamente stranieri perché gli italiani si sa sono per principio brava gente, si sono moltiplicati sui social con modalità ormai ampiamente collaudate. L’interesse della gran parte dei commentatori è stato solo quello di cavalcare l’onda mediatica dell’indignazione in cambio di un po' di visibilità e di racimolare qualche “mi piace” sui propri post.
Si è ancora una volta persa l’occasione di fermarsi a riflettere sulle cause di questo degrado, sulle mancanze e sulle responsabilità di tutti e di ciascuno e soprattutto di ragionare insieme su come arginare questo fenomeno e su quali progetti fattibili mettere in campo.
Colpisce sicuramente il fatto che la vittima di questo ennesimo episodio di violenza sia una persona mite e senza grilli per la testa, un giovane perbene e mai sopra le righe, una intelligenza brillante e una risorsa sotto il profilo culturale su cui investire per il futuro. L’esecrabilità di quanto accaduto ovviamente prescinde da questi aspetti, ma non possiamo far finta di non vedere che è conseguenza, fin troppo prevedibile, di precise mancanze politiche e incapacità amministrative, di una assenza di visione dello sviluppo della città e della scelta di non investire, per superficialità o per decisione deliberata, risorse umane ed economiche in programmi di inclusione, di integrazione e di lotta contro le varie forme di marginalità.
Interi quartieri della nostra città sono terra di nessuno. Il degrado umano ed ambientale in cui versano e l’assenza di qualsivoglia presidio e supporto socioculturale sono il brodo di coltura ideale per il proliferare di fenomeni di illegalità.
Servirebbe una politica seria, capace di una progettualità complessa, che miri alla realizzazione di infrastrutture materiali, di luoghi fisici di integrazione, e al contempo di infrastrutture immateriali, per ritessere una connettività fatta di valori etici e di cultura civica, di partecipazione rinnovata attraverso la quale i cittadini siano resi protagonisti attivi di una comunità da costruire quotidianamente con il proprio contributo concreto.
Purtroppo invece la politica locale brilla soprattutto per l’assenza di progettualità forti ed adeguate al contesto concreto in cui devono essere calate, per la rincorsa populista al consenso immediato, per la mera denuncia elettoralistica dei problemi e per proposte avanzate a caso, tanto spicciole quanto palesemente inefficaci.
L’intervento repressivo dell’illegalità e l’inasprimento delle sanzioni, è dato acclarato, funzionano poco in una prospettiva vera di prevenzione. Parlare di sicurezza significa misurarsi con un tema complesso che non si limita al perseguimento necessario dei reati e delle devianze, ma si estende anche a quell’insieme di processi in grado di alterare la percezione sociale dell’insicurezza, al di là della presenza più o meno concreta di una minaccia di tipo criminale.
La strategia complessiva per la tutela della sicurezza nella nostra città deve muoversi su due precise direttrici: da una parte l’impiego di dispositivi tecnologici di controllo e una presenza impegnativa delle forze dell’ordine che possano produrre un più efficace presidio del territorio e dall’altra intervenire su una serie di fenomeni relativi alla “qualità della vita”, intesa in senso ampio, inclusi quindi gli aspetti economici, sociali, relazionali. Insomma è necessario realizzare un governo concreto degli spazi in cui vive la maggior parte della popolazione e occorrono strategie di intervento di tipo politico, sociale e culturale che, molto più efficacemente della repressione penale, consentano di prevenire le devianze educando alla legalità.
L’errore più grande è limitarsi a prevedere interventi di pura e semplice prevenzione situazionale, come l’installazione di videosorveglianza o il rafforzamento della presenza della polizia, senza pianificare un’azione sul territorio che tenga nel dovuto conto la complessità e la multidimensionalità del fenomeno della sicurezza. Puntare esclusivamente sulla repressione significa intervenire sugli effetti e non combattere le cause dell’illegalità, dalla microcriminalità allo spaccio, dall’abuso di alcol in particolare tra i giovanissimi alla violenza domestica e giovanile, dallo sfruttamento degli immigrati irregolari all’affitto di tuguri a prezzi altissimi.
Purtroppo l’amministrazione cittadina e le forze politiche locali tutte, al di là delle dichiarazioni di circostanza, finora non sono state capaci di avanzare proposte amministrative serie per sostenere le fasce più deboli e a rischio di esclusione, progettate e realizzate con una forte attenzione per la specificità del contesto locale, di avviare forme di partecipazione sociale, di introdurre nuovi servizi ed elevare gli standard qualitativi di quelli esistenti, sanità e scuole innanzitutto, di rivitalizzare la vita sociale nei quartieri riattivando così quelle forme di controllo endogeno di tipo comunitario, di creare le condizioni per una riappropriazione diretta degli spazi pubblici da parte dei cittadini e di prevedere percorsi di inclusione per i cittadini stranieri, sempre più spesso condannati ad una marginalità pericolosa e disumanizzante.
Servirebbe un cambio di passo, ma purtroppo assistiamo soltanto al gran ballo dell’ipocrisia, del qualunquismo e del menefreghismo.
Pubblicato in
Riflessioni
