Sabato, 08 Novembre 2025 20:14
Il pacifista guerriero
Sono trascorsi trent’anni dalla morte di Yitzhak Rabin, assassinato per aver negoziato la pace con Arafat.
In un momento in cui la fase più intensa e feroce della guerra a Gaza è appesa al filo sottile di una tregua assai lontana dalla pace, anche il ricordo di quanto accadde nel 1995 riporta alla luce una memoria divisiva.
Yitzhak Rabin era un pacifista guerriero. Può sembrare un ossimoro, in realtà nella sua persona e nella sua storia si realizza la convergenza di una necessità e di una vocazione. Da capo dell’esercito israeliano aveva ordinato ai suoi soldati di “spezzare le braccia” ai ragazzi palestinesi della prima Intifada, quella combattuta con le pietre, ma aveva affermato al contempo: “se fossi uno di loro farei la stessa cosa” e di fronte al tentativo di Hamas di annientare i fragilissimi accordi di Oslo con Arafat rendendosi responsabile di una serie di attentati sanguinosi, come primo ministro di Israele ebbe il coraggio e la forza di sostenere che “la pace va cercata come se non esistessero queste violenze, e queste violenze vanno combattute come se in corso non vi fosse un processo di pace”.
Yitzhak Rabin era un uomo schivo, riservato, timido, non un trascinatore di folle e tantomeno un populista. Non inseguiva la popolarità. Possedeva un’autorevolezza calma e ragionata, grazie alla quale aveva cercato di aprire una fessura nel muro dell’odio che divide da sempre israeliani e palestinesi.
L’accordo di pace raggiunto ad Oslo era assolutamente favorevole a Israele, prevedeva che la Cisgiordania fosse divisa in varie “zone”, l’esercito dello Stato ebraico mantenesse un controllo effettivo sui territori ad Ovest del fiume Giordano e lasciasse all’Autorità Nazionale Palestinese una amministrazione praticamente disarmata sulle zone contese, sulle quali le colonie ebraiche continuavano ad essere in costante espansione, vista la pressoché totale assenza di disponibilità ad obbedire agli ordini del governo in carica e in generale di qualsiasi governo.
La “pace di Oslo” era insomma un punto di partenza, era tutta da costruire. Tuttavia quell’abbrivio era bastato agli ipernazionalisti e razzisti e ai movimenti fondamentalisti religiosi, che stavano cominciando ad affacciarsi nella società e sulla scena politica israeliana per gridare allo scandalo, per descrivere Rabin come un traditore di Israele fino a paragonarlo ad Hitler.
Sicuramente ci fu una sottovalutazione del pericolo rappresentato da questi gruppi e soprattutto non vennero adottate tutte le misure per garantire la sicurezza di Rabin, nella convinzione risultata del tutto erronea che fosse impensabile che un attentato alla sua vita potesse arrivare da chi poteva arrivargli da vicino, da un israeliano.
Si trattò di un errore tanto grave quanto fatale. E così Yitzhak Rabin, al termine di un comizio elettorale tenuto nell’affollata Piazza dei Re, fece appena pochi passi sotto il palco da cui aveva parlato ai suoi sostenitori laburisti e venne raggiunto da due pallottole alla schiena, esplose da Ygal Amir, sostenitore della destra religiosa e all’epoca poco più di un ragazzo.
Due pallottole fatali che tolsero la vita ad un politico lungimirante, il quale aveva compreso che era giunto il tempo di iniziare un percorso, difficile ma indispensabile, finalizzato a mettere fine ad un conflitto lunghissimo e sanguinoso tra due popoli destinati a convivere inevitabilmente fianco a fianco e a condividere il medesimo destino, ad un uomo che aveva avuto il coraggio di stringere la mano al grande nemico Arafat. Tuttavia quelle due pallottole fatali finirono anche per inceppare il cosiddetto “processo di pace” e per decretare l’inesorabile inizio della fine del partito laburista, mettendo al contempo a tacere le legittime preoccupazioni di quanti vedevano l’avanzata di una nuova idea di Israele, uno stato non più laico ma ideologico, in cui avrebbero prevalso le contrapposizioni religiose, da entrambe le parti, mandando in fumo quel minimo di ragionevolezza, essenziale per costruire un possibile dialogo.
E così nel grande cimitero di Gerusalemme trent’anni fa venne seppellito non solo Yitzhak Rabin, ma un sogno ed una flebile speranza.
Dopo pochi mesi dall’esplosione di quelle due pallottole nel centro di Tel Aviv, la destra israeliana guidata da Benjamin Netanyahu, leader del Likhud e sostenitore del sionismo revisionista, cioè del movimento nazionalista che da sempre persegue l’obiettivo di annettere tutte le terre della Palestina storica, compresa Gaza e alcune parti del Libano meridionale, tornò alla guida del governo dove ancora oggi lo troviamo, fatte salve brevissime parentesi.
Benjamin Netanyahu, il più longevo premier della storia israeliana, ha sempre rifiutato nelle dichiarazioni e nei fatti la soluzione dei due Stati tratteggiata a Oslo e prima ancora nelle tante risoluzioni dell’ONU, ha portato al governo coloro che con l’odio inoculato nella società israeliana rappresentano i mandanti morali dell’omicidio di Yitzhak Rabin, l’israeliano che ha osato troppo, gentaglia accusata e condannata per razzismo, come Ben Gvir, oggi ministro della sicurezza, il quale qualche tempo prima dell’omicidio si presentò in televisione sventolando il simbolo che nel corso di una manifestazione era riuscito a strappare dall’auto di Rabin e affermò: “Come siamo riusciti ad arrivare a questo, arriveremo anche a Yitzhak”.
Promessa mantenuta!
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