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Il tema “Scuola Maestra di Pace” è stato il leitmotiv della 24esima edizione della Marcia di Barbiana tenutasi ieri e promossa dall'Istituzione culturale “Centro di Documentazione Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana’, dalla Fondazione Don Lorenzo Milani, dall'Associazione Gruppo Don Lorenzo Milani di Calenzano, con il Comune di Vicchio e il patrocinio di Regione, Città Metropolitana e Unione dei Comuni del Mugello. Un appello sottoscritto da tutti a dimostrazione che la scuola di Barbiana abbia ancora oggi tanto da insegnare, soprattutto nella via stretta della ricerca della pace. A prendere parte a questa straordinaria marcia anche una delegazione di sezzesi, saliti a piedi fino alla piccola località dove negli anni ’50 con don Lorenzo Milani nacque una straordinaria esperienza educativa. Tra questi il prof. Luca Campoli, che racconta così questa suggestiva esperienza.

"Ieri ho partecipato a una straordinaria iniziativa organizzata dalla Fondazione Don Lorenzo Milani, la Marcia della Pace che va da Lago le Viole a Barbiana. È stata una camminata strepitosa già prima di partire ho avuto l’onore di presentarmi, conoscere e parlare con il Presidente del Centenario Don Lorenzo Milani, Rosy Bindi, una di quelle persone che hai sempre ascoltato e visto in tv ma non mi sarei mai aspettato di conoscere e condividere pensieri ed emozioni su Don Lorenzo. Durante la camminato insieme a Stefania Ceccano e Enrico Ceccano abbiamo avuto modo di andare in profondità su tutti quegli aspetti che tutti i giorni affrontiamo nel nostro mondo lavorativo che non è diverso da Barbiana. Arrivati su con tante emozioni in circolo vedo lo spuntare dietro i tre cipressi quella piccola scuola, dove tutto nasce e dove tutto si compie, quella piccolissima scuola che oggi SI PUÒ E SI DEVE RICOSTRUIRE IL MONDO lacerato dalla terza guerra mondiale a pezzi e dalle ingiustizie quotidiane".

 

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I centri diurni per persone con disabilità nascono in Italia tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80, in un periodo di forte cambiamento culturale e legislativo. È grazie alla spinta delle famiglie, dei movimenti per i diritti delle persone con disabilità e di operatori sociali lungimiranti che si inizia a superare l’approccio assistenzialista e istituzionale. La legge 180 (la “legge Basaglia” ) e l’avanzare dell’inclusione scolastica creano il contesto per pensare a servizi più aperti e centrati sulla persona. I centri diurni diventano così uno strumento fondamentale per costruire un’alternativa concreta all’isolamento e all’istituzionalizzazione: sono generalmente gestiti da enti pubblici, come i Comuni o le ASL, in collaborazione con cooperative sociali o organizzazioni del Terzo Settore. Spesso la gestione è affidata tramite convenzioni o appalti a realtà che operano nel sociale, con esperienza nell'assistenza e nell’educazione di persone con disabilità. Questo modello permette una maggiore flessibilità organizzativa e una personalizzazione dei percorsi, ma richiede un attento monitoraggio da parte degli enti pubblici per garantire qualità, continuità e rispetto dei diritti degli utenti.

I centri diurni rappresentano una delle realtà più importanti, ma spesso meno conosciute, del sistema socioassistenziale per le persone con disabilità. Essi nascono per offrire un supporto quotidiano a chi ha bisogni speciali, sono spazi dove i ragazzi e gli adulti con disabilità DOVREBBERO trascorrere le giornate in attività strutturate, seguiti da operatori e professionisti. Ma cosa sono esattamente? E cosa potrebbero e dovrebbero diventare?

Cosa sono i centri diurni?

I centri diurni sono strutture semiresidenziali dedicate alle persone con disabilità medio-grave. Accolgono gli utenti durante il giorno, generalmente dal lunedì al venerdì, offrendo assistenza, attività educative, laboratori creativi, interventi riabilitativi, momenti di socializzazione e, talvolta, attività occupazionali. La loro funzione DOVREBBE essere duplice: da un lato garantire stimoli e relazioni significative alle persone con disabilità, dall’altro fornire un sostegno concreto alle famiglie, alleggerendo il carico quotidiano di cura.

I centri diurni per persone con disabilità sono finanziati attraverso fondi pubblici, provenienti da più livelli istituzionali:

  • Comuni: sono spesso i titolari del servizio e contribuiscono con risorse proprie, soprattutto per la gestione quotidiana e l’organizzazione dei servizi.
  • Regione: attraverso i Piani Sociali di Zonae il Fondo Sociale Regionale, fornisce risorse per il funzionamento dei centri, in coordinamento con i distretti socio-sanitari.
  • Stato: può intervenire con fondi nazionali specificiper la disabilità, per l’inclusione sociale o per l’integrazione sociosanitaria.
  • ASL (Aziende Sanitarie Locali): soprattutto nei casi in cui siano previsti interventi sanitari o riabilitativi, possono contribuire economicamente o con personale specialistico.

In molti casi la gestione operativa viene affidata, tramite appalti o convenzioni, a cooperative sociali o società in house, come accade nel Distretto LT/3 con la S.P.L. Sezze per il Centro Tamantini.

Cosa fanno realmente?

Molto dipende dalla realtà territoriale. In alcuni casi, i centri diurni riescono a offrire percorsi personalizzati, innovativi, ricchi di attività mirate all’autonomia e all’integrazione sociale. In altri, purtroppo, si riducono a semplici “PARCHEGGI”, privi di progettualità, dove il tempo trascorre senza reali opportunità di crescita. Questo divario è uno dei grandi nodi irrisolti del sistema.

Cosa dovrebbero essere?

I centri diurni dovrebbero evolversi da luoghi di assistenza a veri e propri laboratori di vita autonoma. Dovrebbero puntare su:

  • progetti personalizzati centrati sulle capacità e non solo sui limiti,
  • attività che valorizzano le potenzialità individuali,
  • uscite nel territorio per favorire l’inclusione reale,
  • formazione per il lavoro ove possibile,
  • coinvolgimento delle famiglie e collaborazione con enti locali, scuole, aziende.

Dovrebbero essere spazi aperti, integrati nel tessuto sociale, e non realtà marginali. Un centro diurno ben progettato può essere un punto di partenza verso una vita più indipendente, un ponte tra casa e comunità, un luogo dove si costruiscono legami, competenze e fiducia in sé stessi, UN PONTE PER ARRIVARE AL TANTO AUSPICATO “DOPO DI NOI, un tema complesso e fondamentale, che approfondirò in un altro articolo, parlando della legge che ha istituito il "Dopo di Noi" e delle sue reali possibilità.

Il Centro diurno che immagino

Immaginate allora un centro diurno vicino al cuore del paese, non nascosto ma ben visibile, integrato nel tessuto della comunità. Un luogo raggiungibile a piedi, con marciapiedi sicuri e accessibili, dove i ragazzi possano andare e venire accompagnati dagli operatori, sentendosi parte del movimento quotidiano del loro paese, potersi sedere ad un bar per una colazione, prendere un gelato al parco, vicino ai servizi essenziali cosi’ da raggiungere l’autonomia anche per fare una piccola spesa. Un centro con un giardino curato, pieno di fiori e ortaggi, dove prendersi cura della natura e rilassarsi all’aria aperta. Uno spazio che non isola ma connette, dove le attività quotidiane siano occasione di crescita e relazione, e dove i cittadini possano entrare, conoscere, partecipare. Perché l’inclusione non si costruisce dietro le porte chiuse, ma nelle vie di tutti, vicino a casa, vicino alla vita.

I centri diurni non dovrebbero spegnersi con la fine dell’anno educativo, ma restare vivi e attivi anche durante i mesi estivi. Le persone con disabilità hanno bisogno di continuità, stimoli, relazioni. Sarebbe bello che i centri organizzassero attività al mare, giornate in piscina, laboratori all’aperto, e gite in luoghi accessibili e piacevoli. L’estate può diventare un’occasione preziosa per vivere il territorio, sperimentare libertà e divertimento, coltivare benessere. Perché anche le vacanze, per tutti, sono un diritto.

Perché parlarne oggi?

Perché troppo spesso le famiglie si ritrovano sole, con poche opzioni dopo la scuola dell’obbligo, oserei dire che dopo la scuola è come trovarsi soli in mezzo al deserto, perché ancora oggi c'è poca consapevolezza su cosa sia davvero un centro diurno, e su come dovrebbe essere strutturato per rispondere ai reali bisogni delle persone con disabilità, perché dignità, autonomia e felicità potrebbero passare anche da qui.

Il futuro dei nostri figli – e di tante altre persone con disabilità – passa anche dalla qualità di questi servizi. Chiedere di più, pretendere il meglio è un diritto: ricordiamo che questi centri vengono finanziati da tutti noi tramite fondi pubblici.

Cosa abbiamo nel nostro distretto? E a Sezze?

Nel Distretto Socio-Sanitario LT/3 "Monti Lepini", che comprende Priverno (Comune capofila),Sezze, Bassiano, Maenza, Prossedi, Roccagorga, Roccasecca dei Volsci, Sonnino, sono presenti due centri diurni dedicati alle persone con disabilità: il Centro “Carla Tamantini” di Sezze e il Centro Diurno San Martino  di Priverno. Entrambe le strutture accolgono quotidianamente utenti adulti con disabilità medio-grave. La gestione dei Centri Diurni è co-finanziato dal Piano Sociale di Zona del Distretto Monti Lepini (LT 3),  

Il Centro Diurno “San Martino” di Priverno è gestito dalla cooperativa sociale la Sponda aggiudicatasi la gara nel 2021: questa cooperativa vanta esperienza nel settore socioassistenziale. Questo centro diurno è situato nel comprensorio dell’Abbazia di Fossanova.

A Sezze il Centro Diurno Socio-Educativo “Carla Tamantini”, è stato inaugurato l'11 febbraio 2006,  è gestito dal Comune di Sezze in collaborazione con la S.P.L. Il contratto di affidamento del servizio di Gestione del Centro Diurno per disabili denominato “C. Tamantini” alla Società in house S.P.L. Sezze S.p.a. è scaduto da tempo ma ad oggi senza andare a gara si sta continuando a prorogare il servizio ricorrendo alle proroghe tecniche e alla prestazione della società in house già incaricata del servizio medesimo, secondo le modalità e i parametri economici previsti nel precedente contratto scaduto.

Per quanto riguarda il nostro paese non ho le pretese di dire se il Tamantini funziona bene o male, non lo conosco: le uniche informazioni che ho trovato disponibili al pubblico risalgono al 2023 e si trovano sul sito della SPL.
Secondo quanto riportato, sono 21 gli utenti, di età compresa tra i 20 e i 50 anni, accolti quotidianamente dalla struttura. Sarebbe comunque auspicabile una maggiore trasparenza e comunicazione sulle attività svolte, per valorizzare il lavoro fatto e rispondere con sempre più efficacia ai bisogni delle famiglie.

Concludo dicendo che "Abbiamo bisogno di centri che non si limitino ad ‘accogliere’, ma che credano nel potenziale di ogni persona. Costruire questi spazi è responsabilità dei Comuni e delle cooperative e noi genitori dobbiamo monitorare,  non accontentarci. È tempo di guardare oltre il minimo, oltre l’assistenza: verso la dignità, l’autonomia e la felicità."

LO SAPEVI CHE:

  • Anche all’estero esistono centri diurni per persone con disabilità, anche se possono avere nomi, organizzazioni e approcci diversi a seconda del paese.   In Germania: esistono i Tagesförderstätteno Werkstätten für behinderte Menschen (laboratori protetti), dove le persone con disabilità svolgono attività lavorative o educative durante il giorno. Il sistema tedesco è molto strutturato e punta sia all’autonomia che all’inserimento lavorativo.In Francia: ci sono i MAS (Maisons d’Accueil Spécialisées) e gli ESAT (Établissements et Services d'Aide par le Travail), che offrono sia assistenza diurna che percorsi formativi e lavorativi.Nel Regno Unito: i Day Centres sono gestiti da enti pubblici o charity e offrono supporto educativo, terapeutico e sociale, spesso con attività comunitarie.Negli Stati Uniti: esistono i Adult Day Programs o Day Habilitation Centers, che includono formazione, attività ricreative, supporto alla vita indipendente e terapie occupazionali.
  • Negli ultimi anni, alcuni centri diurni in Italia e in Europa hanno iniziato a integrare strumenti digitalicome tablet, software educativi e dispositivi di domotica per aiutare le persone con disabilità a sviluppare competenze utili nella vita quotidiana. Attraverso app pensate per la comunicazione aumentativa, la gestione del tempo o il riconoscimento di oggetti e ambienti, questi strumenti aiutano a migliorare l’indipendenza e la qualità della vita.
    In alcuni centri, ad esempio, si insegnano piccole routine quotidiane (come preparare uno snack o prendere i mezzi pubblici) simulandole con la realtà virtuale. Non si tratta di sostituire la relazione umana, ma di amplificare le possibilità di apprendimento.

 

 

 

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