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Parlare di disabilità è già, in molti casi, rompere il silenzio. Ma parlare di sessualità, affettività, desiderio e relazioni quando c’è una disabilità — fisica, intellettiva o sensoriale — significa affrontare un tabù dentro al tabù.

Eppure, le persone con disabilità amano, desiderano, sognano, si innamorano, si arrabbiano, si spezzano il cuore come chiunque altro. Hanno il diritto — umano, prima ancora che sociale — di vivere relazioni intime, affettive e sessuali. Ma troppo spesso, il contesto familiare, educativo e culturale ancora li infantilizza, li isola, o li ignora.

La domanda negata

“Ma davvero ha questi bisogni?”
“Ma cosa vuoi che ne sappia l’amore?”
“Ma non è meglio proteggerlo?”

Queste domande, anche quando dette in buona fede, svelano un pregiudizio radicato: quello secondo cui la disabilità annullerebbe il corpo, l’identità, la crescita emotiva. Come se bastasse una diagnosi per spegnere i sentimenti.

In realtà, molte persone con disabilità — soprattutto intellettiva o sensoriale — vengono cresciute senza alcuna educazione affettiva e sessuale, come se la loro vita fosse una lunga infanzia.

Il bisogno di educazione (per tutti)

In Italia esistono ancora pochi percorsi di educazione affettiva e sessuale accessibile: sia nelle scuole, sia nei servizi per la disabilità. Eppure sarebbe fondamentale:

  • per prevenire abusi(più frequenti nelle persone con disabilità intellettiva o cognitiva);
  • per insegnare il consenso, la cura, i limiti, l’igiene, l’espressione del sé;
  • per accompagnare i genitori, spesso confusi, impreparati, spaventati;
  • per sostenere la dignitàdell’individuo, al di là delle aspettative sociali.

I genitori: tra amore e protezione

Chi ha un figlio con disabilità si trova spesso solo ad affrontare il tema. Alcuni reagiscono con rifiuto (“non è pronto, non è adatto”), altri con paura (“non voglio che soffra, che venga preso in giro”), altri ancora con pudore o senso di colpa.

Ma ignorare il problema non lo cancella, lo amplifica. Per questo è fondamentale creare spazi di ascolto, confronto e sostegno anche per le famiglie.

Esperienze che rompono il silenzio

Alcune realtà italiane stanno finalmente aprendo strade nuove. Tra queste:

  • Fondazione Dopo di Noiha attivato laboratori sull’educazione all’affettività per giovani con disabilità intellettiva.
  • LoveGiver, un progetto che promuove il dibattito sull’assistenza sessuale (oggi non riconosciuta in Italia).
  • Cooperative e associazioni che propongono percorsi individuali o di gruppo su emozioni, relazioni e sessualità consapevole.

E a Sezze, da dove iniziare?

Anche a Sezze è tempo di rompere il silenzio e costruire consapevolezza. Parlare di affettività e sessualità nella disabilità non significa scandalizzare o forzare, ma dare voce a bisogni reali e spesso ignorati.

Il Comune, insieme a scuole, centri diurni, associazioni e famiglie, potrebbe:

  • Attivare incontri pubblici e laboratorisull’educazione affettiva e relazionale, accessibili e pensati per le diverse disabilità;
  • Formare educatori, operatori sociali, insegnanti e genitori, per affrontare il tema con competenza, rispetto e apertura;
  • Favorire spazi sicuri di confrontoper le persone con disabilità, dove possano esprimersi senza giudizio, esplorare le proprie emozioni e ricevere strumenti adeguati;
  • Promuovere una cultura del consenso, della cura e dell’autonomiarelazionale, anche all’interno dei progetti del “Durante e Dopo di Noi”.

Affettività non è solo “sesso”

Vivere l’affettività non significa solo avere rapporti sessuali. Significa potersi sentire amati, desiderati, legittimati a provare emozioni e a viverle in modo autentico e rispettoso. Significa che anche le persone con disabilità hanno diritto alla bellezza di una carezza, alla scelta di stare in coppia, alla possibilità di una relazione, anche complessa.

Una questione di diritti, non di opinioni

L’art. 23 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata dall’Italia nel 2009) riconosce il diritto alla vita affettiva e sessuale. Non è un “optional” o una scelta educativa, è un diritto umano fondamentale.

Conclusione

“A nessuno dovrebbe essere negata la possibilità di amare.”

Quando parliamo di inclusione, dobbiamo avere il coraggio di parlare anche di emozioni, corpo, intimità, piacere. Perché una società che nega questi aspetti a una parte dei suoi cittadini, non è davvero una società giusta.

Lo sapevi che...?

 Il 70% delle persone con disabilità intellettiva non riceve alcuna educazione affettiva o sessuale?
Eppure sono tra le più esposte al rischio di abusi o relazioni non consapevoli.

 In Italia non esiste ancora una legge nazionale che garantisca l’educazione sessuale nelle scuole?
E questo vale anche (e soprattutto) per chi ha disabilità.

 Il termine “assistenza sessuale” è riconosciuto in molti Paesi europei ma non ancora in Italia?
Esiste un movimento attivo, LoveGiver, che ne promuove il riconoscimento per garantire dignità, sicurezza e libertà.

 Le persone con disabilità sognano l’amore, come tutti.
Ma molto spesso, la società le considera “eterne bambine”, negando loro esperienze relazionali, anche semplici.

 In alcuni progetti italiani si lavora sull'affettività anche con ragazzi autistici, usando immagini, giochi, roleplay e storie personalizzate.
L’affettività può (e deve) essere insegnata, con gli strumenti giusti.

 Molti genitori pensano che “non parlarne” sia una forma di protezione.
In realtà, è proprio il silenzio a creare più vulnerabilità e isolamento.

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La rubrica "Oltre l'Apparenza" curata da Annalisa Savelli riprenderà a settembre. Buone vacanze.

 

 

 

Pubblicato in Attualità