Uno spettro si aggira per il mondo, ma non ha nulla a che fare con il comunismo. È uno spettro antico, un orco sanguinario mai domo, la guerra. Inquieta che questo spettro da tanti venga evocato come l’inevitabile futuro che ci aspetta.
I venti di guerra soffiano impetuosi. Al momento non si tratta di tempeste globali, ma di tormente locali, sia pur insidiose e preoccupanti, che hanno investito l’Europa orientale, il Medio Oriente, il Pacifico.
La prospettiva di un conflitto mondiale allo stato attuale appare lontana, ma elementi di instabilità si stanno accumulando sempre più e c’è il rischio che una scintilla possa innescare l’incendio. Viviamo tempi tutt’altro che pacificati. La frammentazione del sistema delle relazioni internazionali, il prevalere della logica della potenza nei rapporti tra stati, la corsa alle materie prime, la ridefinizione dei sistemi produttivi e l’irrompere delle nuove tecnologie hanno messo in discussione i vecchi equilibri. Alcuni paesi sono interessati a difendere l’ordine esistente per i vantaggi consolidati di cui beneficiano grazie alla globalizzazione economica, mentre altri vorrebbero cambiarlo in quanto lo considerano una gabbia che limita la loro espansione ed affermazione e propugnano la necessità di raggiungere nuovi equilibri.
Lo scenario internazionale attuale somiglia molto a quello che precedette la Prima Guerra Mondiale. Le condizioni storiche, sociali e politiche non sono ovviamente uguali, ma è la logica sistemica che presenta tratti di somiglianza sorprendenti. Infatti allora come oggi lo sviluppo economico impetuoso sta producendo un cambiamento profondo, ma convive con grandi fragilità e tensioni a livello geopolitico e con l’affermarsi di nuove tecnologie, pronte a trasformarsi in strumenti di potenza militare.
La potenzialità del conflitto affonda le sue radici negli squilibri sistemici e il rischio di un incidente in una zona periferica, dall’Ucraina al Medio Oriente, può rappresentare la scintilla capace di innescare un meccanismo di reazione a catena e di precipitarci nel baratro.
Il 1914 è arrivato al termine di una lunga fase di “globalizzazione”, con il commercio mondiale in piena espansione, la finanza londinese che irradiava capitali su scala mondiale e la Francia che finanziava opere infrastrutturali dal Mediterraneo fino alla Russia. Tutto sembrava spingere verso la pace all’insegna della prosperità, ma l’interdipendenza economica celava squilibri profondi e le nuove potenze che si affacciavano sul palcoscenico mondiale reclamavano spazi. Oggi, dopo tre decenni di globalizzazione e di liberalizzazione dei capitali, alcuni nodi sono giunti al pettine. Le economie restano fortemente legate tra loro, ma si è accesa la battaglia per l’energia, i semiconduttori e le terre rare.
All’inizio del secolo scorso lo sviluppo tecnologico cambiò radicalmente i sistemi produttivi. L’introduzione della catena di montaggio e l’abbattimento dei costi di produzione produssero una trasformazione epocale nel tessuto sociale ed economico, a partire dal modo nuovo di intendere i rapporti di lavoro. Milioni di persone divennero parte integrante di un nuovo sistema produttivo, senza che questo comportasse però un significativo miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Fu insomma una rivoluzione solo apparentemente inclusiva e di cui si avvantaggiò per buona parte l’industria bellica. Oggi le nuove tecnologie e in particolare dall’intelligenza artificiale hanno determinato l’abbattimento vertiginoso dei costi di produzione, i rendimenti sono cresciuti e nuovi modelli di business si sono affermati e parimenti è stata immediata la loro proiezione militare è stata immediata. Basti pensare ai droni e alla cyberwar. La differenza fondamentale è che le nuove tecnologie non hanno bisogno di masse di lavoratori, la loro espansione si fonda su piccole élite di ingegneri, ricercatori, progettisti di chip e piattaforme e lascia la gran parte in una posizione residuale.
Infine, come all’inizio del novecento, la solidità del sistema finanziario globale è solo apparente e nasconde scompensi strutturali che rendono il sistema vulnerabile. La crisi finanziaria del 2008 ricorda per molti versi quella scoppiata nel 1907 a New York ed ha messo a nudo le fragilità della finanza globale.
La rassomiglianza tra i due contesti storici non sta ovviamente nei dettagli tecnici, ma nella dinamica, nel fatto che quando un sistema giunge al limite delle proprie possibilità, comincia a produrre già in sé i germi che innescheranno le forze dirompenti in grado di minarne le fondamenta e condurlo al collasso.
Oggi gli schieramenti in campo sono sicuramente diversi da quelli del 1914 ma sono parimenti chiari e riconoscibili. Da una parte ci sono Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone, che hanno in mano le leve della finanza, della moneta e della tecnologia, ma sono appesantiti da debiti, stagnazione economica e invecchiamento demografico e si muovono sulla difensiva. Dall’altra parte ci sono la Cina, che ambisce a riscrivere regole e gerarchie, la Russia, che vorrebbe ridisegnare i confini con la forza e varie potenze regionali, come per esempio Iran e Turchia, pronte a sfidare gli equilibri esistenti, oltre ad attori che giocano in modo ambiguo fra i due campi, come l’India e l’Arabia Saudita. Tutti questi hanno interesse a non interrompere le dinamiche economiche e produttive della globalizzazione che li ha portati al livello attuale di sviluppo e a potersi confrontare su un piano di parità con le vecchie potenze, le quali hanno le spalle al muro e maggiori ragioni di aggressività in quanto interessate al mantenimento dell’ordine esistente e a fermare i tentativi di ridisegnarlo.
Per uscire dall’impasse occorre che le potenze che hanno esercitato un controllo ferreo sulle dinamiche globali prendano coscienza che è impossibile arrestare il cambiamento e occorre rendersi protagonisti di un radicale mutamento delle relazioni internazionali, a partire dai rapporti economici e dal controllo delle infrastrutture finanziarie. La logica difensivista delle posizioni di privilegio e della deterrenza militare che guida la corsa al riarmo va definitivamente abbandonata perché rischia di produrre disastri, la guerra.
La costruzione di una pace autentica e duratura richiede scelte coraggiose e innovative. Purtroppo scarseggiano statisti capaci di pensarle, proporle all’elettorato e tradurle in scelte politiche sia sul piano interno che delle relazioni internazionali.