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A proposito dei 226 mila occupati pubblicizzati dalla Meloni, di cui più del 50% nel sud e che l’economia cresce, sono tutti dati drogati e infatti i conti non tornano. Ecco perché.

L’ Italia non cresce da oltre 20 anni. I numeri ci parlano chiaro, impariamo a leggerli per capire perché l’Italia non cresce più. Dopo il boom post bellico, che ha visto una straordinaria espansione del prodotto interno lordo ( PIL ), l’economia italiana ha subito un rallentamento drammatico. Questa fase di stallo si è intensificata con la crisi finanziaria del 2008 e la successiva crisi del debito sovrano nel 2012. Mentre altri paesi hanno recuperato rapidamente, l’Italia è rimasta impantanata. La causa è il risultato di molteplici fattori che si intrecciano tra loro, creando un circolo vizioso difficile da interrompere. Uno dei principali problemi è il tasso di occupazione, drammaticamente basso: in Europa abbiamo il 75,4% contro il 62,1 % dell'Italia; meno di due italiani hanno un vero lavoro, un dato inferiore alla media europea. A questa difficoltà si aggiungono una produttività stagnante e un sistema demografico sbilanciato.

La popolazione invecchia, mentre il tasso di natalità rimane tra i più bassi d’Europa, senza un ricambio generazionale adeguato a sostenere la crescita a lungo termine: oltre 5 milioni di cittadini hanno rinunciato a cercare lavoro e l’ISTAT nel calcolare l’occupazione non tiene conto di questi dati ma registra soltanto i contratti depositati al ministero del lavoro e le ore di cassa integrazione che ci dicono più part-time contratti precari e tante partite iva che stanno minando la previdenza sociale mettendo a rischio le future pensioni.

I cosiddetti lavoratori a tempo indeterminato sono per la stragrande maggioranza gli ultra cinquantenni che ritardano l’andata in pensione. Un altro fattore determinante è il ritardo nell’ambito dell’istruzione e della formazione: l’Italia è il penultimo paese della Comunità Europea per percentuale di laureati e tra gli ultimi per formazione continua. Ciò limita lo sviluppo capitale umano e riduce le opportunità di innovazione. Questa combinazione di elementi si riflette anche sui salari reali: in Italia sono diminuiti del 2,9% mentre in Germania sono aumentati del 34%. Il divario con il resto d’Europa cresce ogni anno, rendendo l’Italia sempre meno competitiva e più distante dalle economie più avanzate.

A complicare ulteriormente la situazione sono le guerre e i dazi di Trump ( i dazi al 15% nel 2026 determineranno almeno 120 mila disoccupati in più ) così come le guerre costringono sempre più l’Italia e l’Europa a costruire una difesa comune e hanno dei costi per il nostro paese oltre che pagare bollette sempre più care.

Ma il debito pubblico continua a crescere, la pubblica amministrazione è spesso inefficiente e la pressione fiscale rimane alta, senza che questa faccia giustizia tra chi paga e chi evade, senza che questi fattori siano accompagnati da un adeguato incremento della crescita economica. Le conseguenze sono evidenti: il paese soffre di un’emorragia costante di giovani talenti. Ogni anno oltre 25 mila laureati lasciano l’Italia alla ricerca di migliori opportunità all’estero, aggravando ulteriormente la carenza di forza lavoro qualificata. Alla fine i conti non tornano, ci offrono una lettura chiara e disincantata della realtà economica italiana.

Il PIL non cresce perché il paese è ostaggio di una serie di fattori strutturali che soffocano l’innovazione, la competitività e la produttività. In questo contesto è essenziale un cambiamento radicale nelle politiche economiche, che non si limiti a soluzioni temporanee o di un prodotto interno lordo dello 0,01 o con i bonus ,ma che favorisca un vero rilancio del paese. Il governo Meloni, per la prossima finanziaria, è su queste problematiche che dovrebbe dedicare più attenzione per il bene del nostro paese e di tutti i cittadini e non propaganda elettorale, meno protagonismo meno proclami e più risultati concreti.

Pubblicato in L'Approfondimento