Sabato, 06 Settembre 2025 14:17
Un messaggio potente di dignità
La società civile internazionale ha lanciato un’imponente mobilitazione a sostegno di Gaza, ostaggio dei terroristi di Hamas e stremata dai bombardamenti senza sosta e dalla fame, proprio nel momento in cui l’offensiva israeliana si appresta a raggiungere il suo apice con la messa in esecuzione dell’ordine di evacuazione forzata della popolazione civile. Come la storica marcia dei Cinquecento di Sarajevo di circa trent’anni fa, la Global Sumud Flotilla vuole ripetere quella sfida via mare: un gruppo di imbarcazioni civili stanno attraversando il Mediterraneo con l’obiettivo di rompere il blocco navale e l’assedio imposti a Gaza dalle forze navali israeliane, portare cibo e medicinali ai palestinesi e mandare un messaggio potente di dignità e resistenza nonviolenta.
Il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, noto suprematista, fascista e razzista, si è apprestato a presentare e a far approvare dal governo israeliano un piano per fermare la Global Sumud Flotilla e arrestare tutti gli attivisti presenti sulle imbarcazioni, i quali saranno trattenuti in detenzione prolungata, a differenza di quanto accaduto in occasioni precedenti, nelle prigioni israeliane di Ketziot e Damon, dove vengono reclusi i terroristi in condizioni rigorose riservate ai prigionieri di sicurezza. Agli attivisti arrestati saranno negati privilegi speciali come tv, radio e cibo specifico. Itamar Ben-Gvir ha chiosato: “Non permetteremo a chi sostiene il terrorismo di vivere nell’agiatezza”.
Parole deliranti di un personaggio aberrante e di un politico spregevole, un’autentica vergogna per lo stato di Israele e degno sodale di Benjamin Netanyahu. Sulle imbarcazioni dirette a Gaza non viaggiano pericolosi terroristi e tantomeno dei sostenitori dei tagliagole di Hamas, ma dei volontari provenienti da oltre quaranta paesi del mondo, una coalizione di attivisti, giornalisti, medici, personalità dello spettacolo e comuni cittadini, tra cui l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau, l’attivista ambientale Greta Thunberg, attori come Susan Sarandon e Liam Cunningham, la giornalista italiana Barbara Schiavulli e tanti altri. Il loro obiettivo è rompere l’assedio e aprire un canale umanitario con la Palestina. Al centro dell’iniziativa c’è il concetto di “Sumud”, una parola araba che significa perseveranza, resilienza e determinazione a non arrendersi anche quando le circostanze sembrano insormontabili. Sotto il profilo giuridico manca la base fattuale per considerare terroristi quanti viaggiano a bordo delle navi. Infatti si tratta di un’iniziativa voluta dagli organizzatori nel rispetto del diritto internazionale, un progetto nato dal basso, su impulso di donne e uomini della società civile che in tal modo intendono colmare un vuoto istituzionale e di umanità, evidenziare la pavidità e la complicità dell’Occidente, Stati Uniti ed Unione Europea, nel massacro della popolazione civile palestinese di Gaza. È ormai acclarato che la reazione israeliana al pogrom del 7 ottobre, perpetrato dai terroristi di Hamas, è andata molto oltre l’esercizio dell’indiscutibile diritto alla legittima difesa. È inconcepibile che si possa rispondere ad una azione disumana e bestiale, con una disumanità ancora più grande e una violenza inaudita e senza fondo.
Se come previsto nel piano predisposto dal governo, Israele interverrà in acque internazionali, come peraltro ha già fatto in altre occasioni, su navi che battono bandiera di altri Stati commetterà una indiscutibile violazione del diritto internazionale. Infatti sulla base della Convenzione di Montego Bay del 1982 sul diritto del mare (non ratificata da Israele, ma che comunque codifica delle norme di diritto internazionale generale vincolanti anche per Tel Aviv) e del diritto internazionale consuetudinario, in alto mare vige il principio della libertà di navigazione e l’esercizio della giurisdizione per eventuali fatti illeciti che avvengono a bordo di una nave, spetta unicamente allo Stato di cui l’imbarcazione batte bandiera. Questo significa che Israele non è legittimato in alcun modo ad intervenire, non può impedirne la navigazione e non può arrestare o fermare le persone che vi si trovano a bordo di queste navi. Se questo dovesse accadere, saremo in presenza di un atto ostile nei confronti del paese di cui l’imbarcazione batte bandiera e, in caso di arresto dei cittadini stranieri che non abbiano compiuto alcun illecito, anche degli Stati di cittadinanza delle persone colpite, di cui in condizioni di normalità dovrebbe essere chiamato a rispondere nell’ambito delle relazioni internazionali.
Il blocco navale imposto alla Striscia di Gaza non è in alcun modo giustificabile secondo il diritto bellico. In quanto paese occupante Israele, in base all’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra, è tenuta ad astenersi da qualsiasi azione che possa costituire una punizione collettiva nei confronti dei civili e soprattutto non può giustificare la violazione del diritto internazionale umanitario e la commissione di crimini di guerra e contro l’umanità come affamare la popolazione civile e privarla dell’assistenza sanitaria. Il ricorso al blocco navale è consentito solo in casi specifici ed impone il rispetto di alcuni parametri. In ogni caso lo stesso è vietano qualora infligga danni sproporzionati alla popolazione civile che, come nel caso di quella palestinese, viene privata persino degli aiuti umanitari per sfamarsi e curarsi. In definitiva sussiste l’obbligo per Israele, come sancito dalla Corte Internazionale di Giustizia, di applicare il diritto internazionale umanitario e le regole fissate nella IV Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili nei territori occupati e di non ostacolare in alcun modo l’approdo delle imbarcazioni che portano vivere e medicinali a Gaza.
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