Il popolo iraniano si è sollevato ancora una volta contro il regime teocratico e sta rischiando tutto per conquistare la propria libertà. La protesta dilaga da settimane in ogni angolo del Paese, fino a quelli più sperduti, e sta scuotendo alle fondamenta la Repubblica Islamica. È la rivolta spontanea di una popolazione ormai allo stremo, mossa da una rabbia concreta, non ideologica o religiosa, ma di sopravvivenza per l’economia in caduta libera, l’inflazione fuori controllo, la valuta locale debolissima in conseguenza delle sanzioni di Stati Uniti e Unione Europea. Il regime degli ayatollah, al potere dal 1979, non riesce più a fronteggiare la crisi e, incapace di trovare risposte credibili, cerca rabbiosamente di reprimere con la violenza la protesta.
Le forze di sicurezza, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i pasdaran, il Comando di Polizia della Repubblica Islamica, sotto il diretto controllo della guida suprema Ali Khamenei, hanno ricevuto l’ordine di eliminare, reprimere e silenziare i rivoltosi. Secondo le ultime stime le vittime potrebbero essere addirittura dodicimila. Se così fosse, siamo in presenza del più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, ancor più che si tratterebbe di omicidi organizzati e non conseguenti a scontri di piazza sporadici. È possibile poi soltanto immaginare il numero dei feriti e delle persone rastrellate, le detenzioni arbitrarie, le torture e le esecuzioni sommarie.
Il blocco totale di internet e di ogni forma di comunicazione con l’esterno, imposto dal regime, lascia filtrare soltanto frammenti di verità.
Mai negli ultimi 47 anni, cioè dall’instaurazione del regime degli ayatollah, una rivolta è stata così ampia al punto da coinvolgere tutte le regioni del Paese, comprese quelle a maggioranza azera e curda, e ogni ceto sociale, dai piccoli commercianti, da cui è partita la scintilla delle proteste per l’aumento dei prezzi di generi alimentari e medicinali, fino ad arrivare ai giovani, i quali già nel 2022 avevano dato vita a grandi manifestazioni contro il regime dopo l’assassinio di Mahsa Amini per mano della “polizia morale”, fondando il movimento “Donna, vita, libertà”.
L’elemento che l’accomuna la rivolta di queste settimane a quelle del passato è l’assenza di una leadership o comunque di una struttura organizzata, di un partito in grado di coordinare la resistenza e di proporsi come alternativa al regime teocratico. Il punto è tutt’altro che trascurabile e non gioca a favore della popolazione iraniana, esasperata da decenni di repressione e di violenza e da una interpretazione radicale e oltranzista della legge coranica.
La caduta del regime e la fine della repressione, con il passaggio dalla rivolta alla rivoluzione, non è mai facile e tantomeno automatico e concretamente potrebbe avverarsi qualora le forze di polizia decidessero di schierarsi con la popolazione, così determinando un cambio di guida nel paese. Ipotesi difficile da immaginare, dato che in queste settimane si stanno prodigando per eseguire gli ordini degli ayatollah, massacrando i manifestanti. Un intervento esterno da parte degli USA, paventato a più riprese dal Presidente Trump, avrebbe come motivazione non tanto il soccorso alla popolazione, quanto piuttosto il controllo della terza riserva mondiale di petrolio, dopo Venezuela e Arabia Saudita, e della seconda, sempre a livello mondiale, di gas naturale. L’indubbio calcolo della convenienza dovrebbe poi tenere conto della scarsa simpatia degli iraniani verso gli USA e soprattutto della possibilità di scatenare un conflitto ampio e difficilmente controllabile.
Nel Paese manca un’opposizione organizzata perché il regime teocratico, fin dall’inizio, ha soppresso ogni forma di dissenso ed impedito che potesse strutturarsi, arrestando e mettendone a tacere i leader. Perfino ONG non politiche, sindacati, gruppi studenteschi sono stati repressi. Reza Pahlavi, 65 anni, figlio dello scià deposto a furor di popolo nel 1979 sia dalla sinistra laica sia dalla destra religiosa, è una figura non in grado di unire la galassia dell’opposizione e al massimo potrebbe giocare un ruolo in una fase di transizione.
Probabilmente grazie alla repressione violenta e alle esecuzioni di massa, il regime teocratico potrebbe riuscire a sopprimere questo ennesimo ciclo di proteste, ma gli ayatollah difficilmente riusciranno a mantenere intatto il loro potere.
Nell’immediato futuro tre sono i possibili scenari che si prospettano.
Il primo è il crollo del regime. Un’agitazione prolungata potrebbe determinare una frattura dell’élite con defezioni tra i responsabili dei servizi di sicurezza, della polizia e dell’esercito, facendo venir meno il controllo ferreo e centralizzato da parte degli ayatollah. Il secondo è una trasformazione parziale del regime. La Guida Suprema Ali Khamenei, ora 86enne e visibilmente fragile, potrebbe o morire o essere rimosso. Lo stato teocratico potrebbe sopravvivere, ma non manterrebbe le attuali caratteristiche: l’autorità ideologica si eroderebbe e la coesione istituzionale si indebolirebbe. Il terzo è che il regime riesca ad andare avanti. Le proteste verrebbero represse fino alla loro dissipazione e il sistema sopravviverebbe senza cambiamenti formali, anche se sarebbe molto debole, paralizzato, isolato e dipendente dalla forza per funzionare.
A prescindere da quanto avverrà nell’immediatezza, siamo in presenza di un regime destinato a collassare. La speranza è che l’esperienza della Repubblica Islamica si chiuda il prima possibile, il popolo iraniano possa riappropriarsi del proprio destino e si apra una nuova stagione della sua millenaria e civilissima storia all’insegna della libertà e della tutela dei diritti civili e politici di ogni persona.