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La notizia della morte di un ragazzo accoltellato a scuola ci costringe a fermarci. Non è solo un fatto di cronaca nera, non è un episodio da archiviare con l’urgenza dell’emergenza: è una ferita profonda che attraversa la scuola, le famiglie, l’intera società. Quando un adolescente muore in un luogo che dovrebbe essere di crescita e protezione, la domanda non può limitarsi al “come”, ma deve avere il coraggio di interrogarsi sul “perché”.
Ogni volta che un episodio di violenza coinvolge una scuola, la reazione è sempre la stessa: nuove norme, controlli, annunci di misure “straordinarie”. In queste ore, dopo l’ennesimo fatto di cronaca che ha coinvolto studenti e un’arma da taglio, si torna a parlare di metal detector negli istituti, di divieti più severi sull’acquisto di coltelli, di scuole trasformate in luoghi da presidiare.
Ma davvero pensiamo che sia questa la risposta?
Da madre, prima ancora che da cittadina, faccio fatica ad accettare l’idea che il problema sia l’oggetto e non il disagio che lo rende un’arma. Un coltello non nasce per ferire, e soprattutto non nasce a scuola: è nelle cucine delle nostre case, nei cassetti, negli zaini per mille usi quotidiani. Pensare di “bonificare” le scuole senza interrogarsi su ciò che accade nella vita emotiva dei ragazzi è un’illusione rassicurante, ma pericolosa.
Il disagio giovanile oggi non nasce dal nulla. Il Covid ha tracciato una linea netta, uno spartiacque che ha fatto emergere fragilità già presenti ma fino ad allora spesso contenute o invisibili. Isolamento, didattica a distanza, interruzione delle relazioni, paura, lutti, famiglie sotto pressione: per molti adolescenti quella fase non è stata solo una parentesi, ma un trauma non elaborato.
Da allora qualcosa si è incrinato. Ragazzi che erano già fragili lo sono diventati di più; altri, apparentemente “a posto”, hanno iniziato a manifestare ansia, rabbia, chiusura, perdita di riferimenti. Il disagio latente è venuto a galla, senza che il sistema fosse davvero pronto ad accoglierlo.

Oggi molti giovani crescono iperconnessi eppure profondamente soli, costantemente giudicati e raramente ascoltati. Faticano a riconoscere e gestire le emozioni, a dare un nome al malessere, a chiedere aiuto. In questo contesto, pensare che basti un controllo all’ingresso per prevenire la violenza significa ignorare tutto ciò che accade prima.
Mettere un metal detector all’ingresso di una scuola manda un messaggio preciso: non ti capisco, quindi ti controllo. È una risposta che parla più alla paura degli adulti che ai bisogni degli adolescenti. La scuola rischia così di perdere la sua funzione primaria: essere uno spazio educativo, relazionale, di crescita, non un luogo di sospetto.
Questo non significa minimizzare la gravità degli episodi di violenza, né tantomeno giustificarli. Significa però avere il coraggio di ammettere che *le scorciatoie securitarie non funzionano* se non sono accompagnate da un investimento serio su prevenzione, ascolto e cura.
Serve educazione emotiva, non solo sanzioni.
Serve tempo per parlare con i ragazzi, non solo regolamenti da far rispettare.
Come genitori, educatori e cittadini, dovremmo chiederci non solo come impedire che entri un coltello a scuola, ma soprattutto perché un ragazzo sente il bisogno di portarlo con sé. È lì che si gioca la vera prevenzione.
Punire è semplice. Educare è complesso. Ma se continuiamo a scegliere la strada più facile, non potremo sorprenderci quando il disagio, lasciato senza parole e senza ascolto, troverà altre vie per esplodere.

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Il Comune di Sezze sarà tra le prime amministrazioni in Italia a sperimentare in modo strutturato l'utilizzo dell'intelligenza artificiale nei processi interni e nel rapporto con i cittadini. Il progetto, implementato di concerto con il  Dipartimento di Management La Sapienza Università di Roma, sarà presentato e discusso nel corso del XLI Convegno Nazionale AIDEA Accademia Italiana di Economia Aziendale, in programma il 22 e 23 gennaio 2026 presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.  Da alcuni anni l'Amministrazione ha avviato un lavoro di riorganizzazione, digitalizzazione e apertura all'innovazione, con l'obiettivo di rendere il Comune più moderno, più efficiente e più vicino alle persone. Il progetto sull'intelligenza artificiale è il naturale sviluppo di questo cammino. "Non si tratta di un'operazione di immagine, ma di una scelta concreta: usare strumenti nuovi per migliorare il funzionamento del Comune e rendere più semplice il dialogo tra istituzioni e cittadini. L'obiettivo è duplice: da un lato supportare il lavoro degli uffici, riducendo tempi e complessità; dall'altro offrire ai cittadini informazioni più chiare e canali più diretti per orientarsi nei servizi" afferma la nota di via Diaz.

Il paper dedicato all'esperienza del Comune di Sezze verrà discusso il 23 gennaio all'interno della Track 1 “Creare valore pubblico sostenibile: sfide e opportunità per il management”, dedicato allo studio dei processi manageriali e organizzativi che consentono alle amministrazioni pubbliche di generare valore pubblico attraverso innovazione e capacità di governo. È un riconoscimento al lavoro avviato in questi anni per modernizzare l'ente e rafforzarne la capacità amministrativa. «L'innovazione non è una parola astratta – afferma il Sindaco Lidano Lucidi – ma un modo diverso di organizzare il lavoro pubblico e di rispondere meglio ai bisogni delle persone. Governare oggi significa prepararsi al futuro. Vogliamo un Comune più efficiente, più accessibile e più vicino ai cittadini».

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