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Nel patrimonio storico e religioso di Sezze esiste una figura che oggi vive ai margini della memoria collettiva, nonostante abbia lasciato un segno concreto e duraturo nella città: la Venerabile Caterina Savelli. Una donna che costruì chiese, sostenne i poveri, educò le giovani e scelse di dedicare la propria vita alla comunità, ma che oggi rischia di essere ricordata solo dagli archivi.

Caterina Savelli nacque a Sezze il 28 febbraio 1628, in una famiglia nobile ma profondamente cristiana. La sua nascita fu drammatica: venne al mondo in condizioni gravissime, tanto da rischiare la morte subito dopo il parto, e nei primi anni di vita fu colpita da malattie importanti. Sopravvisse, e quella fragilità iniziale contribuì a formare una spiritualità intensa e precoce.
Cresciuta sotto la guida dei Gesuiti, Caterina mostrò fin da bambina una forte inclinazione alla preghiera e alla vita interiore. Ricevette la prima Comunione a soli dieci anni. La morte del padre, uomo generoso ma economicamente provato dalla sua stessa carità, portò la famiglia in difficoltà; nonostante ciò, Caterina non abbandonò mai la sua scelta di vita evangelica.
Scelse di *restare nel mondo senza entrare in convento*, conducendo un’esistenza austera, dedicata alla preghiera, all’assistenza dei poveri e alla formazione morale e religiosa delle giovani. Utilizzò il proprio patrimonio non per sé, ma per il bene comune, diventando una presenza silenziosa ma fondamentale nella Sezze del Seicento.
Morì in città nel *1691. La Chiesa ne ha riconosciuto le **virtù eroiche, conferendole il titolo di Venerabile, primo passo nel cammino verso la beatificazione.

Le opere concrete: chiese e carità

La testimonianza più evidente dell’eredità di Caterina Savelli è la chiesa di Sant’Anna, fatta costruire per sua volontà e a sue spese nel 1686 e consacrata l’anno successivo. Un gesto che racconta più di molte parole: una donna che trasformò la propria fede in pietra, spazio e servizio per la comunità.
Fu inoltre profondamente legata al complesso di Santa Chiara .La tomba di Caterina Savelli è tradizionalmente segnalata all’interno della chiesa della Sacra Famiglia , annessa al complesso monastico delle Suore della Sacra Famiglia a Sezze, dove è conservata e visibile come testimonianza della sua presenza nella città, resta però poco conosciuta e raramente valorizzata. Secondo le fonti agiografiche e storiche, Caterina Savelli fu madrina di battesimo di Pietro Marcellino Corradini, il futuro cardinale setino, un legame che testimonia la sua influenza spirituale nella comunità cittadina di Sezze.»

Presente nei luoghi, assente nella memoria

Ed è qui che emerge la contraddizione più forte: Caterina Savelli è fisicamente presente a Sezze, ma culturalmente assente. Le sue chiese esistono, la sua tomba è in città, il suo nome è registrato negli atti ecclesiastici. Eppure manca una memoria pubblica viva.

Non esistono percorsi strutturati, segnaletica, iniziative continuative o progetti culturali che raccontino ai cittadini — e soprattutto ai giovani — chi fosse questa donna e cosa abbia fatto per Sezze. I luoghi a lei legati sono spesso chiusi, poco frequentati, o ricordati solo quando emergono problemi strutturali.

Non si tratta di una dimenticanza casuale, ma di una *mancata valorizzazione*, che finisce per impoverire l’identità stessa della città.

Perché recuperare Caterina Savelli oggi

Riscoprire Caterina Savelli non significa soltanto rendere giustizia a una figura religiosa. Significa:

- riconoscere il ruolo delle *donne nella storia locale*. Non moglie, non monaca, economicamente autonoma, attiva nel sociale: Caterina Savelli può essere letta oggi come una figura anticipatrice di un impegno femminile libero e responsabile, perfettamente inserito nel tessuto urbano;

-  valorizzare un patrimonio artistico e spirituale già esistente;

- restituire alla città una narrazione più completa di sé stessa.

Basterebbero gesti semplici: un pannello informativo, un itinerario urbano, un approfondimento nelle scuole, una maggiore apertura dei luoghi a lei legati. Piccoli segni capaci di trasformare una presenza muta in una storia viva.

Perché una città che dimentica chi l’ha costruita, rischia di dimenticare anche se stessa, una città che riscopre invece le proprie radici non celebra solo chi è stato, ma ritrova anche il senso di ciò che vuole essere. 

 

Pubblicato in Attualità