Domenica, 01 Febbraio 2026 07:11
La politica e il coraggio della lungimiranza
In questo nostro tempo dominato dalla comunicazione istantanea, dai commenti impulsivi e spesso compulsivi, da una ridotta capacità di attenzione e da un processo cognitivo attivo e complesso che spesso non va oltre la semplice decodificazione delle parole e non si spinge all’analisi, all’interpretazione e alla comprensione di un testo o di un discorso, il confine tra il dibattito politico sui temi che toccano la nostra quotidianità e il chiacchiericcio si è fatto sempre più sottile, fino a scomparire.
La politica richiederebbe analisi, riflessione, approfondimento, responsabilità e visione ed invece si è ridotta agli annunci roboanti, alle promesse di cambiamenti strabilianti, agli slogan accattivanti, insomma ad una paccottiglia insulsa.
I politici si lasciano sempre più risucchiare nel vortice dell’effimero ed inseguono la banalità del presente, invece di mettersi alla ricerca del senso della propria funzione e di programmare le azioni da intraprendere per orientare il futuro.
Ovviamente si tratta di una valutazione generale, di una tendenza prevalente non di un giudizio complessivo ed è innegabile che non tutti coloro che si propongono ai cittadini per amministrare la cosa pubblica ad ogni livello, dal governo nazionale ai territori, presentano queste deleterie caratteristiche, lasciando accesa e alimentando così la fiaccola della speranza di una politica differente e alta.
Il chiacchiericcio, la polemica spicciola e banale, l’attacco personale e l’offesa gratuita, funzionali sui social per le caratteristiche proprie di tali strumenti comunicativi, sono divenuti progressivamente un carattere essenziale e distintivo della politica e sono utili da una parte a nascondere il vuoto delle idee e delle proposte, e dall’altra a confondere i cittadini, portando la discussione su un terreno congeniale a chi se ne rende protagonista e costituendo un’arma efficace di distrazione di massa, utile a nascondere l’incapacità ad affrontare e risolvere le criticità, a perseguire il bene comune e in alcuni casi a coprire gli interessi realmente garantiti e perseguiti.
L’elemento veramente preoccupante è che la politica si è svuotata di contenuti, di idee e di programmi e si è trasformata in un ecosistema di reazioni immediate, emotive e superficiali nel quale prevale unicamente l’efficacia comunicativa.
La priorità di quanti si propongono di occuparsi della comunità non è approfondire i temi, analizzare i contesti sociali, economici e culturali con cui si è chiamati ad interagire e su cui si dovrebbe incidere, ma apparire nel modo giusto nell’arena digitale. L’obiettivo non è acquisire centralità e consenso in ragione delle idee migliori, ma produrre “contenuti” efficaci sotto il profilo mediatico, proporre una battuta in grado di sollecitare l’interesse della platea dei destinatari, mettere in campo la provocazione più originale o l’immagine in grado di divenire virale.
L’azione politica si misura non sulla capacità di coinvolgimento attivo, sulla partecipazione civica, ma sul marketing digitale che fa riferimento agli umori del momento. Una polemica improvvisata o un avvenimento imprevedibile diventano l’occasione per prendere posizione e guadagnare spazi mediatici e potenziali consensi. I problemi strutturali sono spesso complessi e non facilmente spendibili tanto che non vengono mai portati al centro della discussione. Restano sullo sfondo, messi da parte e addirittura completamente ignorati. L’attenzione è troppo preziosa per essere dirottata verso ciò che non fa rumore e non solletica gli istinti più immediati delle persone.
L’aver dato priorità esclusiva alla comunicazione semplificata produce un effetto distorsivo della percezione della realtà. Schematizzare ogni cosa in una contrapposizione netta, trasformare tutto in una alternativa tra “bianco o nero” è più comodo, ma significa chiudere gli occhi e non considerare che la realtà non funziona in tal modo. La politica seguendo queste logiche alimenta la produzione di narrazioni deformate, prospetta soluzioni illusorie, impoverisce il dibattito pubblico di contenuti, perde lungimiranza e sceglie di non guidare gli eventi ma di subirli.
Le soluzioni cosmetiche, immediate e semplicistiche non risolvono i problemi ma tranquillizzano. Le decisioni coraggiose non sempre sono facili da comunicare e le riforme complesse richiedono tempi lungi di attuazione, pertanto sono difficili da “vendere” in questo nostro tempo dove la velocità e l’impazienza contano di più della solidità e durevolezza dei risultati.
La politica prima cercava di guadagnarsi il consenso puntando alla solidità e validità della proposta, al confronto e alla responsabilità, ora invece tende a compiacere, rincorrendo i desiderata momentanei, amplificando i malumori, cavalcando le paure e i cittadini sono considerati alla stregua di un pubblico da intrattenere. Poco importa che una comunità governata su tali basi è una società senza direzione, più fragile, più polarizzata, più incapace di affrontare le sfide complesse, che vive nella superficie e non riesce a costruirsi in profondità.
La politica per ritrovare se stessa e riscoprire la propria funzione deve restituire valore al silenzio e al tempo, rimettere al centro la competenza e non le performance mediatiche, premiare chi studia, chi progetta, chi lavora sul lungo periodo ed educare alla complessità, spiegando che ci sono problemi che non hanno soluzioni semplici e comprendendo che l’opinione pubblica può e deve essere formata, non solo adulata.
Serve il coraggio della lungimiranza e del non lasciarsi schiavizzare dalla tirannia dell’attualità.
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