REMIGRAZIONE: UNA NUOVA FORMA DI RAZZISMO
Mentre sulle nostre coste, in questi giorni, dopo le mareggiate, il mare restituisce i corpi senza vita dei migranti — a Pantelleria, a Scalea, a Olbia — i corpi affiorano sulle coste devastate del Sud… tutto tace e c’è una politica che prova a nascondere; se qualcuno non tace, viene travolto dall’odio.
Il discorso pubblico sulle migrazioni aveva come parole-chiave: integrazione, accoglienza, multilateralismo, solidarietà e sacralità della vita. E leggi e norme europee ambivano a essere coerenti con esse.
Negli ultimi anni quelle parole hanno perso via via la loro presa, lasciando così il campo ai loro contrari: neo-imperialismo, unicameralismo, indifferenza e remigrazione.
La remigrazione, cioè il rimpatrio forzato nei Paesi di origine degli immigrati, non solo degli irregolari, è già prassi negli USA di Trump, con il corredo di metodi brutali e spregio della legge.
La remigrazione è una nuova forma di razzismo che ha come bersaglio gruppi e comunità di persone per il fatto che non sono nativi del Paese in cui vivono.
“Remigrazione è riconquista” è il nome di un comitato, formato in Italia da vari gruppi di CasaPound e costituito allo scopo di organizzare iniziative per raccogliere firme per una legge di iniziativa popolare che risolva il problema dell’immigrazione.
Un’idea della tendenza che sta diffondendosi in Europa e che scardina i principi fondanti della democrazia.
C’è chi afferma che non basta istituire uno Stato di polizia e sorveglianza per contrastare la “sostituzione etnica”, ritenuta responsabile dell’aumento della criminalità, della corruzione e della diffidenza, ma che serve un cambiamento politico radicale.
A cominciare dalla riforma del diritto di cittadinanza, che verrà riconosciuta solo ai figli di immigrati che sapranno “guadagnarsela”, dimostrando l’avvenuta “assimilazione”.
Per gli altri verranno resi più efficienti i centri extraterritoriali o i centri di detenzione in attesa di espulsione.
Il punto di arrivo di questi personaggi è la fondazione di una politica dell’identità capace di dare una versione ufficiale della storia e di trasmettere alle masse l’ideologia dominante, basata su una visione del mondo e dell’uomo.
Idee queste, permeate da razzismo puro, che sarebbero state impensabili fino a qualche anno fa.
Quando accade che esseri umani o gruppi etnici diventano simboli di ciò che minaccia sicurezza e benessere, a rischio non è solo una politica migratoria democratica, ma il collante etico che tiene unita una collettività e che ha ispirato principi e norme dell’Europa del dopoguerra… Forse il passato, per qualcuno, non è servito a nulla.
Sezze: i tempi floridi della pianura tra Cirio, Sogeni , Setina, Monte Amiata
C’era un tempo in cui la pianura di Sezze non parlava solo di campi e oliveti, ma di macchinari, capannoni e il brusio di centinaia di lavoratori. Gli anni del dopoguerra portarono una trasformazione che pochi, allora, avrebbero immaginato. Tra gli stabilimenti che hanno segnato quei decenni, spiccano l’ex Cirio, l’ex Sogeni , l’ex Setina, e l’ex Monte Amiata simboli di una stagione economica intensa e di una comunità che lavorava insieme.
Negli anni Cinquanta, la pianura pontina si stava ancora riprendendo dalle bonifiche e dalle trasformazioni agricole del dopoguerra. Sezze, pur tradizionalmente agricola, iniziava a respirare un’aria diversa: alcuni investimenti industriali cominciavano a prendere forma. La produzione non riguardava solo il campo, ma anche il trasformato: conserve, detersivi, sementi.
Lo stabilimento della ex Cirio fu uno dei più significativi. Qui i pomodori della pianura setina diventavano conserve destinate a tutta Italia. Centinaia di braccia si muovevano con ritmo stagionale, e l’arrivo della campagna del pomodoro era un piccolo evento collettivo: giovani e meno giovani si davano appuntamento davanti ai cancelli della fabbrica, pronti a trasformare la terra in lavoro concreto e pagato.
Contemporaneamente, la ex Sogeni si affermava nella produzione e imbottigliamento di detergenti, garantendo posti di lavoro stabili e legando Sezze a una rete produttiva più ampia della provincia. E la Setina, pur più piccola e legata alla filiera agricola, completava il quadro di una pianura che non si limitava più a coltivare ortaggi, ma iniziava a trasformarli e a produrre. Anche l’ex Monte Amiata, nella piana di Sezze Scalo, racconta una storia simile a quella degli stabilimenti Cirio, Sogeni e Setina. L’area, fu per anni al centro di discussioni politiche e proposte di riconversione, poi ceduta a un privato tramite asta, perdendo così la possibilità di restare uno strumento pubblico di sviluppo territoriale. Chi dimentica che ospitò per tanti anni la realizzazione di carri allegorici per il Carnevale Setino o la COPAL con la prospettiva di diventare un mercato ortofrutticolo per Sezze simile a quello di Latina o Fondi.
Gli anni d’oro sono quelli tra il ’70 e l ’80. Fu in questi decenni che la pianura di Sezze visse il suo massimo splendore industriale. Gli stabilimenti erano pieni, le campane dell’alba richiamavano lavoratori stagionali, e le fabbriche non erano solo luoghi di produzione: erano centri di socialità. Le operazioni di raccolta e trasformazione del pomodoro allo stabilimento Cirio, le linee di imbottigliamento Sogeni, e le lavorazioni della Setina scandivano le giornate e dettavano i ritmi della vita locale. Le famiglie contadine potevano contare su un reddito più stabile, i giovani trovavano prima esperienze stagionali e poi lavori continuativi, e la comunità respirava fiducia e prospettiva. Era un’epoca in cui l’identità di Sezze era profondamente legata alla sua capacità di produrre, trasformare e crescere insieme. Arrivarono gli anni di cambiamento tra il ’90 e primi 2000. Con la fine del secolo infatti , il panorama industriale cominciò a cambiare. Globalizzazione, concorrenza e ristrutturazioni portarono al ridimensionamento progressivo degli stabilimenti. La ex Cirio, cuore pulsante della produzione locale, iniziò a chiudere i battenti già negli anni ’90, fino al definitivo abbandono nei primi anni 2000. La ex Sogeni, la Setina e Monte Amiata tra riconversioni e cessazioni d’attività, seguirono un percorso simile.
La storia industriale di Sezze, con i suoi stabilimenti della Cirio, della Sogeni , della Setina, dell’ex Monte Amiata racconta non solo decenni di lavoro, di crescita e di comunità, ma anche ciò che accade quando un territorio perde i suoi poli produttivi. I capannoni abbandonati, oggi silenziosi e in parte degradati, non sono soltanto difficoltà visive nel paesaggio della pianura: sono opportunità mancate. È un vero peccato vedere interi spazi, un tempo vivi di macchine e persone, rimanere inutilizzati, mentre l’economia locale cerca nuove traiettorie.
Per questo motivo la politica e le istituzioni locali non possono limitarsi a registrare il declino: devono attivamente farsi carico di immaginare e sostenere processi di rigenerazione e riconversione. Non si tratta solo di conservare capannoni, ma di dare loro una seconda vita funzionale, contribuendo così allo sviluppo sociale ed economico dei territori.
Del resto, non mancano esempi concreti nel Lazio e nella provincia di Latina di come il riuso possa trasformare il passato industriale in nuove occasioni: un segnale interessante arriva da Latina Scalo, dove l’area ex Zuccherificio — poi diventata sede della fallita Società Logistica Merci (SLM) e da anni in stato di abbandono — è stata aggiudicata all’asta alla storica azienda florovivaistica Vivai Aumenta per circa 1,6–1,9 milioni di euro dopo decenni di degrado.
Secondo i primi annunci e i contatti avviati con l’amministrazione comunale, l’imprenditore Antonio Aumenta e la sua famiglia intendono lavorare a un progetto di rigenerazione dell’area, basato su valorizzazione del sito, rigenerazione urbana e innovazione, con possibili destinazioni legate alla propria attività florovivaistica o alla creazione di spazi attrattivi legati al verde e alla fruizione pubblica; la bonifica del sito è già in corso.
Questo tipo di intervento, se ben accompagnato da politiche pubbliche di sostegno, mostra come luoghi industriali dismessi possano diventare nuovi motori di sviluppo — anche in settori differenti da quelli originali — e riaccendere interesse territoriale dopo anni di inutilizzo. Parallelamente, enti locali, sindacati e amministrazioni stanno sottoscrivendo protocolli e accordi operativi per la riqualificazione di siti industriali dismessi, lavorando insieme affinché questi spazi non restino solo ruderi, ma diventino punti di rinascita e nuova occupazione. Questi esempi mostrano che una visione politica proattiva, accompagnata da investimenti e da una sinergia tra pubblico e privato, può trasformare ciò che oggi appare abbandonato in nuove piattaforme di crescita — con nuovi servizi, imprese green, poli culturali o hub produttivi. Per Sezze e la sua pianura, questa non deve essere un’utopia: può essere la continuazione di una storia di lavoro, di speranza e di comunità. Il primo passo è non lasciare che la memoria resti chiusa dentro i cancelli arrugginiti, ma trasformarla in energia per il futuro.
