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Sabato, 21 Febbraio 2026 20:44

Mattarella: Serve rispetto per il CSM

 

 

Momenti di tensione così forte tra politica e magistratura non si registravano in Italia dai tempi di Silvio Berlusconi, quando le inchieste giudiziarie investivano il Presidente del Consiglio per i suoi affari personali.
 
L’eccezionalità dell’attuale momento, in ragione dell’imminente passaggio elettorale in cui i cittadini saranno chiamati ad approvare o a respingere mediante il referendum la riforma della Costituzione, che investe non già il funzionamento della macchina della giustizia e la tutela dei diritti, ma l’indipendenza del potere giudiziario, principio cardine della nostra democrazia, richiederebbe senso delle istituzioni e responsabilità politica da parte di quanti ricoprono ruoli di governo. Purtroppo però non è così.
 
Tuttavia in questo contesto politico così poco incoraggiante, l’Italia ha la fortuna di contare sul Presidente della Repubblica, una personalità di grandissima caratura politica e di elevato senso delle istituzioni, un garante impeccabile degli equilibri democratici e del rispetto di ruoli e funzioni dei poteri dello Stato.    
 
La scelta di Sergio Mattarella di presiedere, qualche giorno fa, una seduta ordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura, cosa mai accaduta da quando è Presidente della Repubblica, è un segnale fortissimo al Paese, al governo presieduto da Giorgia Meloni e soprattutto al Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Le parole pronunciate dal ministro, lesive dell’onorabilità del CSM non possono essere considerate un eccesso polemico legato alla dinamica accesa del dibattitto politico in vista del referendum costituzionale, in quanto incidono gravemente e profondamente sulla Costituzione e interpellano la coscienza democratica di noi tutti cittadini.  
 
Il CSM, accusato da Carlo Nordio di essere improntato nella sua azione a logiche paramafiose, è un organo di rilevanza costituzionale, al quale la Costituzione affida il compito di tenere indenne l'ordine giudiziario dalla disponibilità e assoggettabilità agli altri poteri, primo fra tutti il potere esecutivo. Quella dei costituenti non è stata una scelta corporativa, l’attribuzione di un privilegio ad una casta, ma un indispensabile strumento di garanzia a favore dei cittadini. L’autonomia dell’ordine giudiziario, che si incarna in tale organismo di autogoverno, non è a tutela della magistratura in quanto categoria, ma dell’indispensabile diritto di ogni cittadino ad un giudice indipendente.
 
Il Ministro della Giustizia, qualificando il sistema operante al CSM con categorie che attengono a modalità di manifestazione delle organizzazioni mafiose, non ha esercitato una critica tecnico-istituzionale legittima e non ha evidenziato l’esigenza di porre termine ad una degenerazione, ma lo ha delegittimato sostenendo che il meccanismo che lo regola è intrinsecamente altro rispetto alle finalità istituzionali e che la riforma ha l’obiettivo di porre termine ad una gestione criminale. In questa logica la legge di revisione costituzionale acquista un carattere non solo punitivo ma finanche eversivo.
 
Un aspetto essenziale su cui occorre riflettere è che il principio della separazione dei poteri non è un orpello storico e un inutile cascame, ma la realizzazione all’interno della Costituzione di un sistema di equilibri, costruito sulla reciproca limitazione dei poteri, in forza del quale ognuno di essi trova il proprio fondamento nel riconoscimento del limite che lo definisce. L'autogoverno della magistratura è uno di questi limiti. Se qualcuno degli altri poteri, nel caso specifico il potere esecutivo attraverso il Ministro della Giustizia, ne mette in discussione la legittimazione morale e istituzionale, non siamo semplicemente in presenza della normale dialettica e tensione tra i poteri, ma della frattura dell'equilibrio costituzionale.
 
A tutto questo è da aggiungere che riguardo al CSM proprio il ruolo al suo interno del Presidente della Repubblica conferisce alle affermazioni di Nordio ulteriore rilievo e gravità. La presidenza del Capo dello Stato ha una funzione di garanzia. Insinuarne la compromissione in termini morali e delinquenziali da una parte, come evidenziato, significa minare con il sospetto l'intera architettura delle garanzie costituzionali, e dall’altra significa accusare il Presidente della Repubblica di essere compartecipe o quantomeno di dare silente copertura ad un sistema definito dal ministro paramafioso. Pertanto il Ministro avrebbe dovuto dimettersi e la Presidente del Consiglio dei Ministri prendere le distanze. Cosa che non è avvenuta e non avverrà sia per la mancanza di senso istituzionale dei protagonisti, sia soprattutto perché gli stessi sono espressione di una cultura da sempre totalmente estranea ai fondamenti liberaldemocratici del nostro ordinamento costituzionale.
 
Ad ogni buon conto è inaccettabile pensare di poter sostenere la riforma proposta con argomenti che mettono in discussione la natura stessa dell'istituzione. Non si tratta di difendere un apparato e tantomeno sottrarlo al giudizio critico, ma di impedire che venga alterata la Costituzione, nata come un patto di convivenza fondato sul riconoscimento della dignità di ciascun potere e dei limiti che li definiscono. Superare questi limiti, alterarli anche solo nel linguaggio, significa aprire una ferita nell’ordine costituzionale e rendersi responsabili di un vulnus alla forma repubblicana.
 
La difesa della Costituzione inizia dal rispetto delle sue istituzioni, anche e soprattutto quando si intende modificarle.
 
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La vittoria davanti al Consiglio di Stato segna un punto fermo: il diritto al Progetto di Vita non può essere negato invocando la mancanza di risorse. Con l’ulteriore pronuncia che ha confermato la precedente sentenza del TAR Lazio, sono state ancora una volta riconosciute le ragioni della famiglia di Colleferro, censurando l’illegittimo diniego fondato sulla carenza di fondi del Comune.
In sintesi, la vicenda nasce dal rifiuto delle istituzioni locali di attivare un Progetto di Vita adeguato per un minore con disabilità grave, nonostante il riconoscimento dei suoi bisogni educativi, riabilitativi e sociali. Il TAR aveva già stabilito la necessità di garantire un budget annuo di circa 20.000 euro, suddiviso tra area sanitaria e sociale. Fino a oggi, però, la famiglia ha dovuto sostenere direttamente le spese necessarie per assicurare al figlio i supporti indispensabili, anticipando costi che avrebbero dovuto essere coperti dal sistema pubblico. Parallelamente, il Comune di Colleferro, invece di andare incontro ai bisogni, ha scelto di impugnare la decisione, affidando l’appello a un legale con una parcella di circa 21.000 euro: una cifra superiore a quella prevista per garantire un anno di sostegni al minore.
La Notizia Condivisa aveva seguito la vicenda sin dall’inizio, raccontandola in un precedente articolo e monitorando gli sviluppi di una storia che non riguarda solo una famiglia, ma il principio stesso di tutela dei diritti delle persone con disabilità. Oggi quella battaglia trova una conferma importante in sede di appello.


A darne notizia è il comunicato stampa diffuso il 20 febbraio 2026 da ANFFAS Lazio, ANFFAS Nazionale e ANFFAS Monti Lepini, che intervengono con chiarezza nel dibattito sui Progetti di Vita. Il principio ribadito è netto: i diritti non sono concessioni. Il Progetto di Vita, previsto dalla Legge 328/2000 e rafforzato dal Decreto Legislativo 62/2024, è un obbligo di legge e non un intervento discrezionale subordinato alle scelte di bilancio.
ANFFAS sottolinea che uguaglianza non significa “dare a tutti la stessa cosa”. Nella disabilità ogni persona presenta bisogni diversi e richiede risposte personalizzate. La vera giustizia è l’equità: garantire a ciascuno ciò che serve per superare le proprie barriere e costruire un percorso di autonomia, inclusione sociale e qualità della vita.
Nel comunicato si evidenzia inoltre che investire in autonomia non aumenta i costi, ma spesso li riduce nel tempo. Una persona sostenuta in modo adeguato può diventare più autonoma, partecipare alla vita sociale e lavorativa e dipendere meno dall’assistenza. Il Progetto di Vita non è quindi una spesa da comprimere, ma un investimento che migliora l’efficienza dei servizi pubblici e la coesione sociale.
E proprio per questo la scelta del Comune di Colleferro appare oggi ancora più difficile da comprendere. Di fronte a un diritto riconosciuto , la priorità avrebbe dovuto essere quella di attuare la sentenza e sostenere concretamente la famiglia, non quella di prolungare il contenzioso. Quando un ente pubblico decide di destinare risorse per contrastare un diritto già affermato invece di renderlo effettivo, il messaggio che passa è preoccupante: che i diritti delle persone con disabilità possano essere rimandati, negoziati o subordinati a valutazioni di opportunità politica.
Ma i diritti fondamentali non sono opzionali. E ogni ritardo nell’attuarli non è una scelta neutra: è un peso che ricade interamente sulle spalle delle famiglie.

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