Gli architetti del caos sono all’opera e stanno progressivamente minando le istituzioni democratiche e cancellando il diritto internazionale. Il loro obiettivo è svuotare le nostre democrazie, riducendole a vuoti simulacri, e stravolgere il campo delle relazioni tra le nazioni, facendo prevalere la logica della potenza, della violenza e del sopruso. Il faticoso cammino compiuto, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, per raggiungere il riconoscimento della pari dignità tra le nazioni, l’esclusione della guerra come strumento per risolvere i conflitti internazionali e il ricorso alla diplomazia e al dialogo sembrano essere diventati un utopistico cascame di un tempo ormai finito.
Le democrazie europee sono inebetite di fronte a questi repentini cambiamenti, incapaci di reagire e di opporsi allo stravolgimento in atto conseguente al rigurgito dei nazionalismi, nonostante la consapevolezza del rischio di ripercorrere i sentieri di un passato non troppo lontano, fatto di diritti negati, violenze e crimini orrendi contro l’umanità. L’impressione è che questa inerzia e questi silenzi siano figli, anche e forse soprattutto, di un calcolo utilitaristico, della logica delle convenienze, del tentativo di assicurarsi il mantenimento di spazi di potere e benessere, accettando che ciò avvenga a costo del sangue degli innocenti, dell’oppressione e dello sfruttamento degli ultimi e dei diseredati.
La guerra scatenata, dopo settimane di tensioni crescenti, da USA e Israele contro l’Iran, giustificata da presunte ragioni di sicurezza, dal timore di improbabili attacchi da parte del regime teocratico degli ayatollah, rappresenta solo l’ultimo tassello, forse il più pericoloso e carico di incognite considerato il crescente coinvolgimento di paesi, della strategia di stravolgimento e violazione sistematica di ogni elementare regola del diritto internazionale.
In discussione non è la condanna netta e senza appello del regime teocratico di Teheran, resosi responsabile negli anni di crimini orrendi contro il suo stesso popolo, della negazione dei diritti e delle libertà delle persone, soprattutto delle donne, e di ogni altra nefandezza. Tuttavia nulla può giustificare un intervento armato unilaterale e una guerra preventiva assolutamente contraria alla Carta delle Nazioni Unite.
L’Europa, davanti a questo nuovo conflitto scatenato Trump e Netanyahu, oscilla tra l’inerzia politica e la subordinazione strategica. Soltanto un premier europeo ha avuto il coraggio di pronunciare il proprio no alla guerra senza ambiguità diplomatiche, senza silenzi calcolati e senza nascondersi dietro la formula ipocrita del “profondo rammarico”. Pedro Sánchez, a nome del proprio Paese, la Spagna ha espresso una condanna ferma e senza appello del conflitto scatenato proditoriamente in Medioriente dallo sceriffo di Washington e dal premier genocida di Tel Aviv e lo ha fatto con una chiarezza che suona come un atto rivoluzionario, sostenendo tra l’altro di non voler essere complice di una scelta sbagliata per il mondo, nemmeno per paura di possibili ritorsioni economiche da parte degli Stati Uniti. La decisione di Sanchez di negare agli americani l’uso delle basi spagnole è molto più di una scelta tecnica, è un atto politico netto e una lezione di dignità e di sovranità. La Spagna non accetta di diventare retrovia passiva di una escalation giudicata pericolosa e la decisione del suo governo rompe una prassi quasi automatica secondo la quale, quando gli Stati Uniti chiedono agli alleati spazi, basi, infrastrutture questi, salvo sfumature retoriche, si adeguano supinamente. Washington, sebbene sia abituata all’unilateralismo e ad avere mano libera, ha dovuto piegarsi, a riprova del fatto che quando un Paese europeo esercita davvero un margine di autonomia, l’alleato americano può protestare e irritarsi, ma alla fine deve adeguarsi e rispettare le libere determinazioni del governo alleato.
Il premier spagnolo è stato l’unico in Europa a opporsi apertamente al conflitto e a definire inaccettabile che taluni presidenti usino il fumo della guerra per coprire i propri fallimenti e arricchire chi guadagna costruendo missili invece di ospedali.
Pedro Sánchez non nutre alcuna simpatia per Teheran, ha condannato senza appello la brutalità e la repressione del regime degli ayatollah, ma al contempo ha denunciato l’illegittimità dell’intervento militare di Washington e Tel Aviv, ha schierato il suo Paese dalla parte della legalità internazionale, invocando con forza la necessità di seguire strada della soluzione diplomatica e del rispetto del diritto internazionale, nel presupposto che è assurdo rispondere a un’illegalità con un’altra e che così iniziano i disastri dell’umanità.
In questo scenario, l’Italia ha brillato unicamente per la sua assenza. La Presidente del Consiglio ha rifiutato persino di presentarsi davanti al Parlamento, dimostrando un disprezzo totale per le istituzioni democratiche rappresentative del nostro Paese. Lo stesso dibattito politico interno si è concentrato attorno alla questione della telefonata mancata, al fatto che il governo italiano non sia stato avvisato preventivamente dell’azione di guerra, come se il punto di discrimine fosse il protocollo che dovrebbe improntare il campo delle relazioni tra governi alleati e non la guerra in sé e se essere oggetto delle decisioni altrui, anziché soggetto, fosse una condizione normale da gestire con eleganza istituzionale.
Pedro Sanchez ha scelto di essere protagonista attivo del proprio destino, anche a costo di pagare un prezzo in termini di minacce commerciali, di isolamento parziale, di tensione con un alleato strategico, ha rivendicato per la Spagna il diritto di non essere trascinata in un conflitto armato non scelto ed ha avuto il coraggio di smascherare ogni ipocrisia, sostenendo che dalla guerra in Iran nessun popolo trarrà dei benefici, non nascerà un ordine internazionale più giusto e saranno favoriti unicamente gli interessi dei soliti noti, del capitalismo rapace.
Il premier spagnolo non avrà rovesciato i rapporti di forza e non avrà cambiato il corso della guerra, ma ha impartito una lezione di dignità e sovranità ai governi dell’Europa, i quali spesso confondono l’alleanza con la rinuncia a pensare, la cooperazione con la cessione di autonomia, la fedeltà con la subalternità.