Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalita' illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie, per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

Sabato, 11 Aprile 2026 18:53

Israele e la pena di morte su base etnica

 

 

Quando uno stato abbandona la strada del diritto e sceglie quella del delitto, esce dalla civiltà ed entra nella barbarie.
 
L’approvazione il 30 marzo scorso da parte della Knesset, il Parlamento Israeliano, della legge che introduce e, in alcuni casi, rende obbligatoria, l’applicazione della pena di morte per i prigionieri palestinesi rappresenta un punto di svolta politico e morale di assoluta gravità per lo stato ebraico. Non si tratta soltanto dell’introduzione di una normativa inaccettabile sotto il profilo etico e giuridico, fatto in sé già estremamente rilevante in un contesto sociale, culturale e etnico tra i più lacerati e conflittuali del mondo, ma soprattutto di un atto che costituisce la prova inequivocabile del declino morale e della deriva ideologica in cui versa lo Stato di Israele.
 
L’introduzione della pena capitale mediante impiccagione, da eseguirsi entro novanta giorni dalla sentenza e senza possibilità di chiedere ed ottenere la grazia, è una scelta che ci riporta indietro di molti secoli e mette radicalmente in discussione le conquiste culturali e sociali faticosamente raggiunte dalla nostra civiltà, riguardanti il rapporto tra potere, diritto e vita umana.
 
Le immagini dei parlamentari israeliani che celebrano l’approvazione della legge, distribuendo dolci e brindando, sono qualcosa di raccapricciante, tanto più che a festeggiare un simile scempio di ogni più elementare regola dello stato di diritto è il ministro per la Sicurezza Itamar Ben-Gvir, sostenitore da sempre di questa proposta scellerata, il quale non ha avuto remore ad affermare che è stata concepita e introdotta per colpire ed eliminare fisicamente i palestinesi. Parole agghiaccianti, rivelatrici del fatto che alla base di tale scelta normativa c’è una motivazione razziale, un obiettivo discriminatorio e di pulizia etnica in quanto rivolta unicamente contro la popolazione palestinese. Non sorprende che a pronunciarle sia il leader del partito “Jewish Power”, successore del movimento “Kach”, dichiarato nel 1994 organizzazione terroristica e sciolto in seguito alla strage compiuta da uno dei suoi leader, Baruch Goldstein, nella Grotta dei Patriarchi a Hebron, il quale come ministro si è reso responsabile della pianificazione e della applicazione di un sistema di tortura e vessazione dei prigionieri politici palestinesi, in gran parte detenuti senza accuse formali e senza convalida degli organi giudiziari. Su sua espressa disposizione la quantità di cibo è stata ridotta a livelli minimi di sopravvivenza e i detenuti subiscono da parte di guardie e soldati sistematici abusi sessuali, aggressioni e mancanza di cure.
 
Il cappio esibito sui baveri dai deputati e dalle deputate tra i banchi della Knesset rappresenta dunque il sigillo legale di uno stato che sta abbandonando i principi liberaldemocratici e si sta trasformando progressivamente in un regime autocratico, autoritario, razzista e liberticida, che valuta le vite dei palestinesi meno di niente e attribuisce a se stesso un primato etico tale da permettergli di formulare norme dalle quali però rimane immune. La nuova legge, eliminando le restrizioni sulla pena capitale e rendendola obbligatoria nei casi di omicidio commessi per “negare l’esistenza dello Stato di Israele”, crea incontrovertibilmente una distinzione tra assassini arabi ed ebrei e la stessa viene applicata soltanto ai primi.
 
A ben vedere il primo ministro Benyamin Netanyahu e il suo governo di estrema destra, espressione del peggiore suprematismo ebraico, in questo modo stanno cercando di mascherare la propria negligenza e la propria incapacità di offrire una prospettiva di sviluppo sociale ed economico, in pace e sicurezza, al popolo israeliano, dietro la cortina fumogena di una legislazione razzista e populista, trascinandolo così verso il più grande disastro nella sua storia con azioni che lo stanno sempre di più isolando politicamente a livello internazionale e lo stanno intrappolando nella realtà assurda di una guerra senza fine.
 
La legge approvata non solo non è una risposta efficace alla violenza crescente che colpisce ed insanguina la società israeliana, ma soprattutto rappresenta un ulteriore passo verso la sua istituzionalizzazione, il suo divenire un segno distintivo del potere statuale. La pena di morte non ha alcuna funzione di deterrenza e non rafforza la macchina della giustizia, ma rinsalda un sistema in cui il diritto viene piegato alla logica del nemico e la pena diventa uno strumento politico.
 
In definitiva con questa legge si compie un azzardo rischiosissimo, si supera la soglia pericolosissima dello stato che decide di rendere permanente l’eccezione, di trasformare la disuguaglianza in un principio giuridico, di normalizzare l’idea che alcune persone possano essere giudicate e le loro vite cancellate più rapidamente di altre, con meno garanzie e senza alcuna umanità. 
 
Ogni volta che il diritto rinuncia a tutelare paritariamente la dignità di ogni persona, non si produce solo una disparità di trattamento per alcuni, ma si indebolisce e si deteriora l’idea stessa della giustizia uguale per tutti, ovunque e in ogni tempo.
Pubblicato in Riflessioni

 

 

A novembre 2025, su base mensile, il calo degli occupati e dei disoccupati si associa alla crescita degli inattivi.

La diminuzione degli occupati (-0,1%, pari a -34 mila unità) coinvolge le donne, i dipendenti a termine e gli autonomi, i 15-24enni e i 35-48enni. Il numero di occupati cresce per i 25-34enni e rimane stabile tra gli uomini, i dipendenti permanenti e tra chi ha almeno 50 anni d’età; il tasso di occupazione cala al 62,6% (-0,1 punti).

La diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-2,0%, pari a -30 mila unità) riguarda gli uomini, le donne e tutte le classi d’età, tranne i 25-34enni, per i quali il numero dei disoccupati è in aumento; il tasso di disoccupazione scende al 5,7% (-0,1 punti), quello giovanile al 18,8% (-0,8 punti).

La crescita degli inattivi (di coloro che hanno rinunciato alla ricerca del lavoro) tra i 15 e i 64 anni (+0,6%, pari a 72 mila unità) interessa entrambi i generi e tutte le classi d’età, ad eccezione dei 25-34enni, tra i quali il numero degli inattivi è in calo. Il tasso di inattività sale al 33,5% (+0,2 punti).

Rispetto al trimestre precedente, diminuiscono le persone in cerca di lavoro e sono stabili gli inattivi di 15-64 anni.

A novembre 2025, il numero di occupati supera quello di novembre 2024 di 178 mila unità; l’aumento riguarda gli uomini e le donne, i 25-34enni e chi ha almeno 50 anni, a fronte della diminuzione nelle altre classi d’età.

Il tasso di occupazione, in un anno, sale di 0,3 punti percentuali, anche se si tratta di lavoro precario, povero, sottopagato e con partite IVA.

Rispetto a novembre 2024, cala sia il numero di persone in cerca di lavoro (-6,7%, pari a -106 mila unità) sia quello degli inattivi (coloro che hanno rinunciato a trovare un lavoro che non c’è) tra i 15-64 anni (pari a -35 mila unità).

A novembre 2025, il numero di occupati, pari a 24 milioni e 188 mila, è in calo rispetto al mese precedente.

La diminuzione coinvolge i dipendenti a termine (2 milioni e 447 mila) e gli autonomi (5 milioni e 215 mila), mentre risultano sostanzialmente stabili i dipendenti ultracinquantenni (16 milioni e 496 mila).

L’occupazione aumenta rispetto a novembre 2024 (+179 mila occupati in un anno), come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+258 mila) e degli autonomi (+126 mila), parzialmente compensata dal calo dei dipendenti a termine (-204 mila).

Su base mensile, il tasso di occupazione e quello di disoccupazione scendono rispettivamente al 62,6% e al 5,7%, mentre il tasso di inattività sale al 33,5%.

A febbraio 2026, su base mensile, il calo degli occupati si associa alla crescita dei disoccupati e alla sostanziale stabilità degli inattivi, ma continua a crescere la cassa integrazione nell’industria.

Nonostante la riduzione della forza lavoro giovanile, a causa del calo demografico, della crisi energetica e della guerra in atto, la disoccupazione tra i giovani rimane una sfida strutturale.

 

Pubblicato in L'Approfondimento