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Oggi assistiamo al movimento delle truppe cammellate dei vari partiti politici in vista delle future elezioni amministrative. Tutti, giustamente, propongono i loro programmi e le loro idee per accaparrarsi il sindaco di turno, anche a costo di alleanze assurde pur di vincere. Ed è proprio su questo che si innesta il ragionamento sul perché molti giovani non abbiano interesse per le elezioni.

I giovani, come abbiamo visto nelle ultime elezioni amministrative, partecipano sempre meno alle elezioni comunali a causa della percezione che i partiti tradizionali non li ascoltino e non investano sul loro futuro.

Questo genera sfiducia nelle istituzioni e una sensazione di inutilità del voto, aggravata dalla frammentazione dei candidati, dalle liste bloccate dalle segreterie di partito e dalla difficoltà dei giovani a essere rappresentati.

C'è una scarsa rappresentanza: si avverte una mancanza di candidati giovani, di programmi e di politiche che affrontino i problemi reali delle nuove generazioni, come il precariato, il problema della casa, la transizione ecologica, la scuola, i diritti sociali e la meritocrazia.

Esiste anche una forte sfiducia istituzionale: spesso i giovani percepiscono il sistema politico come chiuso, distante e poco attento alle loro istanze.

Nelle elezioni comunali non è previsto il voto fuori sede e, per gli studenti che vivono lontano dal proprio comune di residenza, tornare a votare comporta spese di viaggio e tempi che spesso scoraggiano l'esercizio del diritto di voto.

I ragazzi sono meno interessati alla politica tradizionale, ma preferiscono impegnarsi nell'attivismo civico, nel volontariato e nella mobilitazione diretta piuttosto che nei partiti.

Infatti, c'è un dato che il referendum sulla giustizia consegna con forza e che sarebbe un errore non cogliere: i giovani partecipano e, quando partecipano, incidono.

Negli ultimi anni si è costruita una narrazione comoda: quella di una generazione disaffezionata, distante e indifferente.

I numeri, però, raccontano altro. In questa consultazione referendaria si è registrata una presenza significativa delle fasce più giovani, che conferma un trend già emerso in altre tornate elettorali.

Il punto, allora, non è la disaffezione, ma lo spazio che viene dato ai giovani e alla loro voce. I giovani non sono fuori dalla politica: sono fuori dai partiti. Non perché non credano nella partecipazione, ma perché non si riconoscono più nei suoi strumenti tradizionali.

Il messaggio che ci lascia questo referendum è che i giovani non hanno smesso di credere nella democrazia; hanno smesso, semmai, di riconoscersi nelle sue forme attuali.

Una generazione che si mobilita quando conta non è una generazione perduta. È una generazione pronta.

La domanda è se lo sia anche la politica.

 

Pubblicato in L'Approfondimento