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Sabato, 06 Giugno 2026 20:31

La strage degli invisibili

 

 

La strage dei braccianti avvenuta ad Amendolara, in Calabria, ci racconta una realtà gravissima troppo spesso ignorata nel nostro Paese. Quei quattro corpi carbonizzati sono un atto di accusa che ci inchioda alle nostre responsabilità, istituzioni e cittadini, poiché essi non sono vittime di una ferocia casuale, di un atto disumano isolato, ma il risultato di un sistema consolidato e tollerato che umilia, sfrutta ed uccide rispetto al quale preferiamo chiudere gli occhi, voltarci dall’altra parte, del facile gioco delle mafie, internazionali e locali, che gestiscono il caporalato e assoldano manodopera criminale a basso costo proprio fra i disperati che vivono ai margini delle nostre comunità. La commozione delle prime ore si è presto spenta e, dopo aver pronunciato nell’immediato parole formali di esecrazione per l’accaduto, la politica si è ributtata a capofitto nell’inutile e inconcludente chiacchiericcio di sempre.
 
L’unico ad aver richiamato tutti alle proprie responsabilità e ad aver invocato in modo deciso e sentito una rivolta delle coscienze contro lo sfruttamento, il caporalato e l’indifferenza dilagante, di cui il barbaro omicidio dei quattro afgani bruciati vivi è una conseguenza, è stato il Vescovo di Cassano all’Jonio, vice presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Francesco Savino. “Lo dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità”. Parole forti che non lasciano spazio ad equivoci e accomodamenti di convenienza.
 
Monsignor Francesco Savino ha evidenziato come non solo le istituzioni ma anche i cittadini hanno l’obbligo morale e civile di contribuire a fare piena luce su quanto accaduto, “una luce vera, senza sconti, capace di non fermarsi alla superficie del fatto, ma di scendere nei cunicoli bui in cui si incontrano sfruttamento, ricatto, illegalità, controllo del territorio. Occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze, senza prudenza malintesa, senza quel pudore ipocrita che talvolta copre il male invece di smascherarlo”.
 
Inoltre in questa vicenda c’è una pagina dolorosa che occorre avere il coraggio di sfogliare e leggere, rappresentata dalle vite ai margini, degradate e sfruttate di tutti i protagonisti di questo dramma, vittime e carnefici.
 
È innegabile che quanto accaduto è stato possibile a causa dell’inefficienze, delle zone d’ombra e delle connivenze con la criminalità delle istituzioni pubbliche, nelle quali proliferano illegalità e degrado e il vice presidente della CEI non ha fatto sconti. “Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore”. Particolarmente importante è stato infine il suo appello per “una mobilitazione civile. Non un rito, non una fiaccolata destinata a spegnersi il giorno dopo, non l’ennesima commozione da consegnare ai titoli dei giornali. Invoco una rivolta delle coscienze, una sollevazione morale di questa terra, perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.
 
Quanto accaduto ad Amendolara è lo spaccato di una realtà più ampia che investe tutto il nostro Paese. Infatti nel più recente rapporto Agromafie e Caporalato, pubblicato nel 2022 dall’osservatorio Placido Rizzotto della CGIL, si stima che nei campi italiani vengano sfruttate circa 230mila persone, un quarto di tutti i braccianti. Il lavoro irregolare ha una più forte incidenza in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Lazio, dove oltre il 40% cento dei lavoratori ha un contratto irregolare o addirittura nessun contratto di lavoro, mentre in molte regioni del Nord il tasso è di poco più basso, tra il 20 e il 30%.
 
La legge 199/2016 contro il caporalato, approvata dal governo Renzi, pur costituendo un passaggio importante grazie all’innalzamento delle pene e alla previsione della responsabilità solidale del caporale e del datore di lavoro, ha avuto effetti limitati sul piano della deterrenza sia per l'assenza di controlli efficaci, sia per la paura dei lavoratori immigrati i quali, pur di ottenere i documenti per il permesso di soggiorno, sono disposti ad accettare di lavorare come schiavi, persino a non essere pagati, come accaduto ad Amendolara, e a non denunciare i caporali. Il numero dei processi per sfruttamento del lavoro è sicuramente aumentato, ma occorre ampliare e rafforzare gli strumenti di indagine di carabinieri, finanza, polizia e magistratura.
 
L’aver previsto la concessione del permesso di soggiorno all'immigrato che denuncia non basta, poiché l'iter burocratico e i tempi per il riconoscimento sono troppo lunghi. Il migrante che denuncia rimane senza tutela, senza lavoro, senza soldi e senza alloggio ed esposto soprattutto alla vendetta violenta e al ricatto dei caporali.
 
Soprattutto dirimente rispetto a tutto questo è un’azione forte e determinata, finalizzata a spezzare il patto criminale stretto tra la criminalità organizzata italiana e le mafie straniere dei Paesi di provenienza degli immigrati, che governano l’arrivo e lo sfruttamento di questi moderni schiavi.
 
Non è più tempo di parole, ma di scelte chiare e concrete a favore della legalità, della giustizia e del rispetto dei diritti di ogni persona da parte della politica, delle istituzioni e di noi cittadini. 
Pubblicato in Riflessioni

 

 

Qualche tempo fa mio padre è stato a Melfi, in Basilicata, una città di circa 17.000 abitanti. Tornando, mi ha raccontato una realtà che dovrebbe far riflettere anche noi. A Melfi esistono aree verdi e luoghi di aggregazione dove gli anziani possono incontrarsi, passeggiare, sedersi all'ombra e trascorrere del tempo insieme. Non si tratta di opere straordinarie o di progetti milionari, ma semplicemente di spazi pensati per le persone.

Da qui nasce una domanda che riguarda anche Sezze Scalo: perché da noi non si riesce a immaginare qualcosa di simile?

Il sogno per la nostra frazione è semplice. Creare una lunga pista ciclopedonale alberata che attraversi il territorio, con panchine, fontanelle e aree ombreggiate. Un luogo sicuro dove gli anziani possano camminare senza il timore del traffico, senza dover condividere spazi inadeguati con le automobili e senza essere costretti a rinunciare a una passeggiata per paura del caldo o dei pericoli della strada.

Immaginate uno spazio dove le persone possano incontrarsi, parlare, fare attività fisica leggera e mantenere viva quella socialità che troppo spesso viene sacrificata. Perché il problema non è soltanto il caldo. Il problema è l'isolamento. Quando mancano parchi, percorsi protetti e luoghi di incontro, gli anziani finiscono per trascorrere sempre più tempo chiusi in casa.

E oggi non siamo ancora nel pieno dell'estate. Quando arriveranno luglio e agosto, con temperature sempre più elevate, la situazione sarà ancora più difficile. Molti anziani saranno costretti a rifugiarsi nelle proprie abitazioni perché non avranno a disposizione spazi pubblici adeguati dove trascorrere qualche ora all'aperto in sicurezza.
La domanda che dovremmo rivolgere alla politica è molto semplice: perché invece di progettare opere cucite sui bisogni reali della comunità si continua a investire in interventi che spesso sembrano privi di una visione complessiva? Perché non si parte dalle esigenze concrete delle persone che vivono ogni giorno il territorio?
Una comunità non ha bisogno soltanto di nuove opere. Ha bisogno di opere utili. Ha bisogno di spazi che migliorino la qualità della vita, che favoriscano l'incontro tra le persone, che rendano il paese più vivibile e più umano.
Sezze Scalo merita una visione. Merita un progetto che guardi ai prossimi venti o trent'anni e non soltanto alla prossima inaugurazione. Merita luoghi dove gli anziani possano camminare all'ombra degli alberi, sedersi su una panchina, incontrare amici e vicini, sentirsi parte della comunità.
Forse il vero tema non è quanto spendere, ma per chi si sceglie di spendere. Perché una frazione che investe nei suoi anziani investe nel benessere di tutti. E una politica che ascolta i bisogni reali dei cittadini costruisce un futuro. Una politica che realizza opere senza una visione, invece, rischia di costruire soltanto strutture destinate a non lasciare alcun segno nella vita delle persone. Quando una comunità è costretta a chiudersi in casa, il problema non è il caldo: è l'assenza di una visione capace di creare luoghi dove la vita possa essere vissuta. 

Pubblicato in Attualità