Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalita' illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie, per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

 

 

In tempi di teatri chiusi e di attori mestamente costretti a star lontani dai palcoscenici, impossibilitati a regalarci magistrali interpretazioni degli intramontabili testi di Chekov, Pirandello, Shakespeare o Goldoni per via della pandemia, a rubare le scene, non mancando di genialità perversa, è tra l’incomprensibile, il goliardico e l’indecoroso la politica politicante, la quale si esibisce tracotante in un teatrino di bassa fattura e niente affatto divertente ad onor del vero, nel quale i fantastici protagonisti con grande impegno si cimentano con testi improvvisati, intraprendono giravolte di genialità ineguagliabile e si concedono balletti strabilianti.

Spettatori disincantati e coinvolti nostro malgrado, con il fiato sospeso e sempre in attesa dell’immancabile colpo di scena, assistiamo da qualche giorno a bocca aperta e purtroppo impotenti all’ennesima crisi di governo, figlia dello spariglio portato con lucida determinazione da uno dei protagonisti più smaniosi di riacquistare visibilità politica, il cui obiettivo, nemmeno tanto nascosto, è riconquistare una centralità fatalmente perduta, un conveniente spazio di attenzione mediatica e risollevare le magnifiche sorti e progressive del movimento da lui fondato, il quale malgrado gli sforzi profusi sembra condannato a consensi da prefisso telefonico. Ostinato e cieco anche dinanzi all’evidenza, non si rassegna al fatto di aver dilapidato un patrimonio ingente di fiducia e di consensi, immolandoli scientemente sull’altare del proprio smisurato narcisismo.

So di attirarmi critiche e improperi dei suoi più accaniti estimatori, ma personalmente non ho mai amato Matteo Renzi, neppure quando era all’apice dei consensi, osannato e riverito, considerato un leader dal futuro luminoso, destinato ad essere a lungo uno dei protagonisti indiscussi della politica italiana, e non per antipatia personale, più semplicemente per una radicale incompatibilità con il suo modo di intendere politica, funzione e ruolo dei partiti, rapporto con i cittadini e governo del paese, per il suo titanismo, il suo solipsismo e la sua autoreferenzialità. Colui che assume il compito e la responsabilità di guidare una comunità deve avere la capacità di relazionarsi e ascoltare gli altri, l’intelligenza di misurarsi con proposte e idee alternative alle proprie, l’umiltà di non ritenersi depositario unico e interprete esclusivo della verità e del bene e soprattutto di fare sintesi delle diversità. La capacità di affabulare e convincere, l’eloquio fluido e la battuta pronta creano simpatia, costituiscono un indubbio vantaggio per accaparrarsi consensi, ma finiscono per rivelarsi un fuoco fatuo se non si accompagnano a visione strategica, a progetti seri e validi e soprattutto poi se sono unicamente funzionali ad occupare il potere e le poltrone. 

Il senatore di Rignano notoriamente ama la teatralità, diciamola pure tutta è maestro insuperabile in questo genere di cose. E così in piena pandemia, che ogni giorno miete centinaia di morti, impone limitazioni alle nostre libertà e ha provocato una crisi economica e sociale senza precedenti, paragonabile soltanto a quella vissuta nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, si inventa un colpo di teatro senza precedenti, ritira i ministri espressi dalla sua forza politica, la cui rappresentanza in Parlamento invero nessun cittadino ha mai eletto, dato che per gran parte si tratta di fuoriusciti dal PD e per il resto di transfughi di altri partiti e movimenti, provoca la crisi del governo e si guadagna l’apertura dei notiziari televisivi, le prime pagine dei giornali e post a ripetizione sui social. Dopo aver trascinato il PD, di cui nel 2018 era segretario nazionale, alla peggiore sconfitta elettorale di sempre, un autentico tracollo, passa sdegnato all’opposizione e si dimette, sostituito da lì a poco da Zingaretti. Nasce il governo Conte, sostenuto da Lega e 5 Stelle. Ben presto il quadro cambia. La coalizione tra i due populismi non regge, manifestamente incapace di governare il paese. L’occasione è ghiotta per tornare protagonista. Matteo Renzi, torna ad agitarsi, fa in modo che Zingaretti dia il proprio consenso al governo Conte bis, sostenuto ora da una coalizione giallorossa, ma non contento lascia il PD e fonda Italia Viva. Il Movimento 5Stelle e il suo guru Beppe Grillo, che fino ad allora avevano tuonato contro il partito di Bibbiano e della corruzione, secondo le geremiadi dell’onestà in voga, mollano la Lega e si alleano con il vituperato PD.

Trascorrono settimane e mesi, ma si sa il personaggio non ama restare in ombra, ostaggio di una ordinarietà deludente e insoddisfacente. Si mette  così a studiare il prossimo colpaccio. Ad un certo punto comincia ad agitare lo spettro della crisi perché insoddisfatto del governo e delle sue scelte e alla fine la traduce in fatti.

La conferenza stampa durante la quale Matteo Renzi ha annunciato le dimissioni dal governo dei ministri del suo movimento è sembrata la trasposizione di una nota favola di Esopo. Dopo che il Presidente del Consiglio ha sostanzialmente accolto tutte le sue richieste, ha alzato ancora il tiro e rivelato all’universo mondo che il problema non era il piano di investimenti dei miliardi che ci concederà l’Europa per uscire dalla crisi, la task force per attuarlo o la delega ai Servizi Segreti ma Giuseppe Conte, l’uomo per tutte le stagioni e le possibili coalizioni, che un anno fa andava benissimo e oggi non più perché ha mire da dittatore sanitario, da accentratore seriale, agogna quei pieni poteri negati a suo tempo all’altro Matteo, quello del Papeete. Probabilmente c’è voluto un po’ perché l’astuto senatore di Rignano s’accorgesse delle mire subdole di Giuseppe Conte, visto che hanno governato insieme non pochi giorni. Tuttavia volutamente sembra dimenticare che quando è stato lui Presidente del Consiglio non ha disdegnato affatto il ricorso a canguri, truppe cammellate e altro bestiario da regolamenti parlamentari per riscrivere la Costituzione in modo da garantirsi il tanto oggi vituperato accentramento di poteri nelle proprie mani. Oh, quanto corta è la memoria a volte……

Uno spettacolo grandioso indiscutibilmente. Un copione quello messo in scena che possiede un sapore antico, compresa la ricerca spasmodica di una pattuglia di novelli “responsabili”, oggi definiti “costruttori”, pronti a far da stampella al governo traballante, a sostituirsi ai renziani per il prossimo giro di valzer. Tutto si rinnova nel nostro paese tornando all’antico. Si sa, il trasformismo è male endemico della nostra democrazia, anche se negli ultimi anni il fenomeno ha assunto toni parossistici.

In ogni caso lo spettacolo è solo all’inizio e i colpi di scena nei prossimi giorni sono assicurati.            

 

Pubblicato in Riflessioni

 

Chi non ricorda l’on Salvini con la scritta di Trump sul cappello e sulla mascherina, in segno di amicizia e fedeltà al capo dei sovranisti di tutto il mondo, salvo poi, dopo il drammatico assalto al Campidoglio USA. ripensarci e farfugliare qualche mezza parola di pentimento? Non ho alcun desiderio di ironizzare su quella immagine del leader leghista perché si tratta dell’ennesimo tentativo di coloro che sono pronti e intenzionati a cavalcare la rabbia dei nostri concittadini. Un fenomeno eversivo, questo, che si sta allargando a macchia d’olio, anche in Italia, e soprattutto nelle periferie urbane e tra le fasce più deboli e povere. Si tratta di gruppi organizzati, pronti a gridare al lupo e al complotto, disposti a tirare la fune fino a spezzarla, a lanciare il sasso e a nascondere la mano, a fare giustizia con le proprie mani, a compiere gesti rabbiosi contro il “potere” e contro le regole di convivenza civile. Nella storia passata e recente gli incendiari non sono mancati mai. Ricordo gli scontri e le ingiurie subìte dai giovani comunisti, a cavallo degli anni 60 e 70, perché venivano considerati   servi dei padroni e sbirri dello Stato oppressore. Poi è scoppiato il terrore e l’uccisione di magistrati e di Aldo Moro. La storia si ripete e non insegna nulla. Il virus antidemocratico della violenza si sta diffondendo ovunque: un clima di sfiducia e di diffidenza nei confronti dell’altro, soprattutto dei politici e di chi esercita legalmente un ruolo istituzionale. Sono tutti ladri e mascalzoni, dicono. Non ci si riconosce più nella comunità di appartenenza, non si condividono più gli stessi valori, ci si sente estranei ed emarginati, in nome di una identità di razza, di colore, di religione. Molteplici sono le cause di questo pericoloso fenomeno: le profonde trasformazioni ideologiche e di costume, le regole civili di convivenza completamente modificate, i rapporti interpersonali e di genere alterati. Inoltre la pandemia del covid-19 sta assestando il colpo finale. L’impossibilità di incontrarsi fisicamente sta generando solitudine e inquietudine degli uni verso gli altri. Le idee e le opinioni, in mancanza di un vero confronto, si trasformano in incomprensioni e contrapposizioni. Quando manca il dialogo la politica langue e si ragiona solo in termini pregiudiziali e ideologici. Occorre uno sforzo di responsabilità e uno slancio ideale da parte di tutti, occorre essere ”costruttori” (Pres. Sergio Mattarella) e non disfattisti. Anche a Sezze tanti sono i problemi da affrontare e risolvere: la riapertura dell’ospedale di prossimità, l’assistenza domiciliare agli anziani e alle persone povere e fragili, la vivibilità del Centro storico, un piano per il traffico, la realizzazione dei parcheggi, la cura del verde e del decoro urbano, il riordino e la sistemazione delle zone di Suso e dello Scalo, l’adeguamento della macchina amministrativa, la programmazione della offerta  scolastica e formativa a tutti, nessuno escluso. La tecnologia e il web possono fornire gli strumenti necessari per coinvolgere, far partecipare, informare la cittadinanza. Ebbene, di fronte a questa mole di lavoro è un delitto stare fermi e aspettare. Fra più di un anno si andrà a votare.  Non contano più le idee? non valgono più le opere compiute e realizzate? Non vale più l’impegno e la passione politica? A quale democrazia vogliamo fare appello? A quella dei sovranisti e dei disfattisti?

Pubblicato in La Terza Pagina
Domenica, 10 Gennaio 2021 07:26

La democrazia sfregiata

 

La democrazia è un complesso e delicatissimo equilibrio tra elementi potenzialmente contrastanti. Il potere appartiene al popolo, il quale lo esercita mediante l’elezione dei propri rappresentanti, cui affida il compito di governare per un periodo determinato preventivamente e nel rispetto dei principi stabiliti nella Costituzione. Il popolo è un’entità differente sia quantitativamente rispetto ad altre forme di unione tra persone basate su legami parentali e affettivi o aventi finalità specifiche, sia qualitativamente perché nessuna rilevanza hanno l’origine etnica, la lingua, il sesso, la religione e le convinzioni personali. Nei sistemi democratici moderni, almeno in teoria, i cittadini godono di uguali diritti e dignità e al contempo è garantito loro il pieno esercizio della libertà individuale, che segna un confine insuperabile e intangibile ed è uno dei fini fondamentali dell’esercizio del potere. L’azione politica in democrazia deve avere come valore specifico non promettere la salvezza, pretendere di indicare le vie per raggiungere il bene (caratteristiche queste proprie dei regimi autoritari e dittatoriali), ma nemmeno ingenerare atteggiamenti rassegnati e fatalistici rispetto alla possibilità di migliorare l’esistente. L’accettazione dell’imperfezione come aspetto irriducibile dell’esistenza deve essere accompagnata da un incessante sforzo per il progresso della collettività e l’eliminazione degli ostacoli al pieno godimento dei diritti, tutelando e garantendo la diversità di idee e progettualità attraverso la divisione dei poteri, l’informazione libera e la reciproca autonomia tra potere economico e politico. 

Il popolo, la libertà e il progresso sono il fondamento della democrazia, ma se uno di essi si emancipa dai propri rapporti con gli altri – sfuggendo così a ogni tentativo di limitazione ed ergendosi a unico principio –, si trasforma in pericolo: populismo, ultraliberalismo, messianismo sono i nemici profondi della democrazia”. (Tzvetan Todorov – I nemici intimi della democrazia). I movimenti populisti e di estrema destra che negli ultimi anni hanno raccolto ampi consensi e hanno assunto anche ruoli di governo, come è avvenuto con l’elezione di Donald Trump quattro anni fa alla presidenza degli USA, sono la manifestazione della rottura di questo fondamentale equilibrio. La concezione strumentale delle istituzioni da occupare e non da governare, il richiamo alla Costituzione funzionale solo alla conquista del potere ma da calpestare e rigettare se diviene un ostacolo al mantenimento dello stesso, l’alterità sostanziale rispetto ai principi dello stato di diritto, la radicalizzazione della contrapposizione con l’avversario politico, la rivendicazione del leader di essere la voce autentica e l’interprete esclusivo della volontà del popolo per cui è inconcepibile anche la remota possibilità di una perdita di consenso, la sconfitta elettorale considerata unicamente effetto di brogli, un furto, un attentato alla nazione e un oltraggio al popolo, la rimozione della realtà in favore di una narrazione falsata costituiscono i tratti caratterizzanti dell’estremismo di destra, nazional-populista, che oggi anziché rovesciare la democrazia e sostituirla con la dittatura, mira a snaturarla dall’interno, a neutralizzarne gli istituti, a preservarli solo nella forma e a svuotarli della sostanza.

L’abuso del ruolo di presidente per perseguire i propri interessi personali e del proprio clan, il ricorso sistematico alla menzogna per accreditare una narrazione assolutamente falsa e fuorviante ma funzionale al mantenimento del potere, l’uso dei social finalizzato a manipolare l’opinione pubblica e far leva sulla credulità, particolarmente di quella parte della popolazione meno istruita e dotata di capacità critica, l’ammirazione e la vicinanza politica espressa a più riprese nei confronti di leader estremisti e antidemocratici come Putin, Erdogan e Bolsonaro sono stati la cifra caratterizzante i quattro anni di presidenza di Donald Trump. Pertanto il suo disprezzo per la democrazia, il voler sovvertire l’esito a lui sfavorevole del voto alle presidenziali ricorrendo all’accusa, totalmente infondata, di brogli elettorali contro gli avversari politici e anche i suoi stessi compagni di partito, indisponibili a piegarsi ai suoi diktat, l’aver ispirato nei fatti un vero e proprio tentativo di colpo di stato pur di non lasciare il potere, istigando i suoi sostenitori alla violenza per intimidire i rappresentanti del popolo e indurli a ribaltare i risultati elettorali e sfociata il 6 gennaio nella gravissima irruzione di un manipolo di facinorosi armati nell’aula del Congresso, dove deputati e senatori erano riuniti in seduta comune per certificare l’elezione a presidente di Joe Biden, il quale ha prevalso sia nel voto popolare sia nel complesso meccanismo di attribuzione dei delegati dei singoli stati, non meravigliano affatto. Ha pienamente ragione l’ex presidente USA Barack Obama quando afferma: “La storia ricorderà a ragione la violenza di oggi al Campidoglio, incitata da un presidente in carica che ha continuato a mentire senza fondamento sul risultato di un’elezione legittima, come un momento di grande disonore e vergogna per la nostra nazione. Ma ci staremmo prendendo in giro se la considerassimo una totale sorpresa”.

Quanto avvenuto a Washington è uno sfregio gravissimo alla democrazia americana, la più antica del mondo, che ha dimostrato comunque di possedere la solidità necessaria per arginare e neutralizzare un attacco devastante, ma è anche e soprattutto un monito rivolto a tutti noi, un invito ad abbandonare cautele e titubanze e ad opporci risolutamente ai partiti e movimenti nazional-populisti, ai tanti emuli ed ammiratori di Donald Trump, che occupano la scena politica anche nel nostro paese, i quali si ergono a paladini e interpreti esclusivi di un popolo che invero disprezzano e vogliono semplicemente ridurre a finzione teatrale, asservendolo ai propri disegni. La democrazia non è affatto una conquista definitiva, ma è fragile, esposta a pericoli continui, necessita il nostro contributo, deve essere incessantemente costruita, alimentata e difesa. 

Pubblicato in Riflessioni
Domenica, 27 Dicembre 2020 07:27

Ogni giorno è un nuovo inizio

 

 

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc....Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante. Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.” (Antonio Gramsci – 1 gennaio 1916, Avanti! Edizione torinese – Rubrica Sotto la Mole).

Questa riflessione di Antonio Gramsci, politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario, uno dei più grandi pensatori italiani del ‘900, morto in un carcere fascista, è molto più che una presa di posizione anticonformista rispetto al sentire diffuso sul capodanno, un suo voler essere un intellettuale controcorrente rispetto alle convenzioni sociali consolidate, agli stereotipi diffusi, al moralismo e al perbenismo di facciata proprio della società dei consumi di massa. Le sue parole rappresentano un richiamo forte, un invito a ricercare l’essenzialità, a recuperare il senso ultimo del nostro essere donne e uomini, all’impegno costante, personale e collettivo, per un nuovo inizio ogni giorno finalizzato al progresso sociale, culturale ed economico, a superare diseguaglianze e discriminazioni che incidono da sempre il corpo vivo della società e oggi particolarmente attuali a causa della crisi generale innescata dalla pandemia, che ha acuito e allargato in maniera preoccupante il divario tra il benessere di pochi privilegiati e la difficoltà e spesso la condizione di vera e propria povertà in cui si dibatte la gran parte delle persone. L’esperienza traumatica di questi mesi ci ha investiti, improvvisa ed imprevista (anche se invero governanti e governati abbiamo ostentato negligenza e disinteresse, siamo rimasti sordi ai richiami di tanti scienziati che avevano prospettato da tempo il possibile verificarsi di simili accadimenti), ci ha precipitati nell’incertezza esistenziale, ha scardinato tanti nostri punti fermi, ha mandato in crisi la nostra modernità fatta di tecnologia, mercato e globalizzazione, ci ha fatti scoprire biologicamente fragili e in balia dell’incontrollabile, ha stravolto la nostra quotidianità e le nostre relazioni, ci ha allontanati fisicamente, ci ha costretti a misurarci con la sofferenza, ci ha colpiti negli affetti con la perdita di persone care, ma soprattutto ci ha messi di fronte alla necessità di un cambio di passo radicale, un ripensamento profondo dei nostri stili di vita e delle nostre relazioni, di recuperare il senso dell’appartenenza alla comunità umana e della solidarietà da attuare immediatamente, pena il rischio di essere definitivamente travolti e spazzati via.

Alla fine dell’anno e nell’imminenza del nuovo è sicuramente importante fermarci e riflettere attentamente su come abbiamo impiegato il nostro tempo, cimentarci in un resoconto sullo stato delle nostre vite e del cammino percorso dalle nostre comunità, evidenziando i traguardi raggiunti e le mancanze, ma occorre l’onestà intellettuale dei bilanci autentici e soprattutto abbandonare la logica stucchevole dei buoni propositi, che finiscono per essere valevoli solo nel tempo limitato dei festeggiamenti, del clima indotto dalle sdolcinate atmosfere natalizie per poi ricominciare a vivere esattamente come prima e come se niente fosse, con uno sfondo che resta sempre lo stesso, solo con un anno in più e identici rimangono i protagonisti, le relazioni, le ingiustizie e gli egoismi personali e di gruppo.

Quest’anno senza la distrazione delle tavolate coreografiche, delle luci accecanti, dei veglioni nei locali e nelle piazze, della musica assordante e dei fuochi d’artificio a motivo della grave situazione sanitaria, abbiamo l’opportunità importante di farci il dono straordinario di non fermarci alla superficie, di non inseguire chimere ed illusioni, di non augurarci semplicisticamente un rinnovamento fatto di parole vuote e inutili auspici ma di scelte fattive, di assaporare la serena, piacevole e gioviale riscoperta delle relazioni improntate all’autenticità, di concederci il tempo per progettare e programmare un cambiamento personale che rappresenta il presupposto indispensabile per un mutamento più generale che investa i nostri rapporti interindividuali e quindi l’intera realtà sociale in cui siamo immersi. Non dobbiamo precludersi ovviamente la possibilità di sognare e pensare in grande, di volare alto, di progettare e realizzare una trasformazione che produca l’emancipazione da ogni forma di oppressione politica, economica, religiosa, ma innanzitutto dobbiamo pensare ed agire con coerenza quotidianamente, non accettare supinamente le idee altrui e soprattutto non smettere di lottare. Il cambiamento è un processo lento, va costruito in modo continuativo, non è mai fine a se stesso e l’alba di ogni giorno deve essere il tempo del suo nuovo inizio.

 

Pubblicato in Riflessioni

 

 

Quattro mesi senza un assessore di peso, quattro mesi senza un assessorato fondamentale per la fase che tutti stiamo vivendo, quattro mesi di stasi politica nel Comune di Sezze. Dal 25 di agosto, giorno delle dimissioni irrevocabili e improvvise dell’assessore ai servizi sociali Andrea Campoli, la Giunta presieduta dal sindaco Sergio Di Raimo è rimasta zoppa e in attesa di capire chi subentrerà al posto dell’ex sindaco di Sezze. Il primo cittadino proprio in questi giorni sta cercando di capire quale mossa fare e non si esclude che prima di Natale ci sia una verifica all’interno della maggioranza. Come abbiamo già annunciato è molto probabile che ad Andrea Campoli possa subentrare l’attuale capogruppo del Pd Armando Uscimenti, il quale dimettendosi da consigliere comunale farebbe così posto al primo dei non eletti Paolo Rizzo. Il nodo da sciogliere però non è quello del Pd e delle due anime all’interno dei dem setini ma è quello emerso all'interno della lista “Sezze Futura” con a capo Enzo Polidoro. Si vocifera che oltre allo strappo politico già consumato e digerito del consigliere Mauro Calvano, passato all’opposizione come indipendente, adesso pare che rivendichi giustamente un peso politico ed elettorale anche il consigliere comunale Senibaldo Roscioli, un peso che vorrebbe significare assessorato. Considerando infatti che Polidoro da solo ha sempre incassato un assessorato, (assessore ai lavori pubblici e carica di vice sindaco) non si comprende perché non si debbano rimescolare le carte e le quote (se richiesto) anche all’interno della sua lista, visti i cambiamenti avvenuti. Il sindaco potrebbe optare allora per un doppio cambio di assessori ed ascoltare le richieste di Roscioli. Manca meno di un anno e mezzo, l’ultimo del quale sarà solo campagna elettorale e ridefinizione di liste per le prossime elezioni. Se la quadratura del cerchio non arriva è probabile che sia crisi bis, come già avvenuto nell’estate del 2019. Eppoi chi potrebbe lasciare la Giunta per un uomo vicino a Roscioli? Sabrina Pecorilli? Giulia Mattei? Siddera? O lo stesso Di Prospero? Un rebus politico insomma.

Pubblicato in Politica
Domenica, 13 Dicembre 2020 07:47

Ciao Pablito!

 

 

 

Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti dei goal. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. Il calcio che esprime più goal è il calcio più poetico”. (Pier Paolo Pasolini)

Il calcio è un amore strano, ma è amore.

L’amore ha sembianze differenti, lo comprendiamo solo facendogli spazio, assaporandolo nella concretezza del suo imprevedibile manifestarsi, nel suo intrecciarsi intimamente e indissolubilmente con le nostre vite, si declina anche nel rincorrere una palla in un rettangolo erboso di gioco.

Il calcio è passione che ti afferra e ti imprigiona, ti fa ardere di desiderio, è gioco e appartenenza, genio e talento, tecnica e impegno, sacrifico e lealtà. Solo in apparenza è semplicemente correre dietro una palla. Quella palla ricercata, inseguita, sottratta all’avversario e calciata racconta l’essenza della vita, intessuta dei sogni più audaci, delle aspettative più forti e delle emozioni più sentite. Se poi a quella palla riesci a dare il calcio giusto, a infilarla nella porta avversaria portando la tua squadra alla vittoria, ti sembra di spiccare il volo, di viaggiare lontano, assai più lontano di quanto tu abbia mai potuto immaginare, di raggiungere traguardi che ti riempiono di ebbrezza inesprimibile. 

Il calcio è uno degli sport più completi, impegna dal punto di vista tecnico, atletico e tattico, richiede energie e intelligenza, il sapersi disporre in campo nel posto giusto e muovere anche senza il possesso della palla, la capacità di indovinare il momento per difendere o attaccare, la perspicacia di accorgersi dei pericoli o dei punti deboli dell’avversario, la prontezza a predisporre le contromisure per arginarne e annullarne le strategie di gioco. Il fascino del calcio è il suo essere una sfida non solo tra le due squadre avversarie, ma anche tra i singoli giocatori e, a ben vedere, con sé stessi, con le proprie forze e i propri limiti, con la fortuna e il destino, finanche con gli stessi compagni di squadra per assicurarsi la migliore prestazione. Forza fisica e vigore atletico sono essenziali, ma nulla valgono senza intelligenza, creatività, fantasia, acume tattico, slancio generoso, correttezza nel riconoscere valore e dignità dell’avversario, più forte o più debole poco importa.

Il calcio insegna l’importanza dell’essere squadra, del reciproco sostegno, dello stare e convivere con gli altri, riserva gioie grandi, come la vittoria in campionato o in coppa magari segnando il gol decisivo, o più semplici e apparentemente marginali come i progressi in allenamento e i frutti del lavoro svolto con passione e intensità. Spesso però ci riserva emozioni negative, brucianti e dure, come una prestazione pessima, sbagliare un rigore decisivo, perdere una partita fondamentale. L’importante è non lasciarsi abbattere dalla sconfitta, imparare a misurarsi con le contrarietà, ripartire dagli errori, coltivare il senso del limite considerandolo uno stimolo a fare di più e meglio, a superare se stessi con coraggio e determinazione, a faticare e penare, sorridere e gioire, ossia a vivere la profonda duplicità della vita.

L’amore per il calcio può sbocciare in ogni momento, ma solitamente accade da piccoli, quando guardando le meraviglie sul campo dei campioni che giocano nella squadra del cuore, scatta la scintilla, esplode il desiderio irresistibile di emularne le imprese, di provare a diventare come loro o più semplicemente lasciandoti travolgere dalla passione e ritrovandoti i a tifare sugli spalti dello stadio o davanti allo schermo del televisore, in preda all’adrenalina e alla tensione.

Ricordo bene l’estate del 1982. Ero un adolescente che si affacciava alla vita con il cuore in subbuglio e la testa piena di sogni. La nazionale di Enzo Bearzot arrivò al mondiale di Spagna accompagnata da critiche e perplessità, non ultimo per la convocazione di Paolo Rossi, il quale aveva finito da qualche mese di scontare la squalifica di due anni inflittagli per lo scandalo del calcio scommesse (rispetto al quale ha sempre rivendicato la propria estraneità e innocenza). Tutti erano convinti che la squadra avrebbe fatto poca strada. L’inizio stentato sembrò confermare il timore: tre pareggi scialbi e la qualificazione arrivata grazie ai ripescaggi. Paolo Rossi era il centravanti e giocò male le tre partite iniziali. Nei bar e nei conciliaboli dei tifosi ci si domandava perché il CT insistesse nello schierarlo. Enzo Bearzot tirò dritto. La squadra si trasferì a Barcellona per la seconda fase e qui avvenne la sua metamorfosi e con essa quella di Paolo Rossi. Pablito esplose e divenne il simbolo della nazionale. Rifilò tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania in finale e così conquistò il titolo di capocannoniere del torneo e per l’Italia il terzo titolo di campione del mondo. In quel magnifico 1982 vinse anche il Pallone d’Oro.

Paolo Rossi era un centravanti da area di rigore con un innato senso del gol: piccolo, agile, sgusciante, un ragazzo umile e perbene, senza tanti grilli per la testa. Nulla a che vedere con i giocatori palestrati e sempre sulla copertina dei rotocalchi del calcio odierno. Toscano di Prato, esplose nel Vicenza, passò al Perugia, alla Juventus, al Milan e, ancora giovane a causa della fragilità fisica, chiuse la carriera al Verona. Tuttavia se penso a lui non riesco ad associarlo a nessuna squadra di club, lo vedo con indosso unicamente la maglia azzurra e lo immagino la sera dell’11 luglio 1982 appoggiato a un cartellone pubblicitario del Bernabeu di Madrid. Lo stadio è una bolgia, un mare di bandiere, un’onda che lambisce il serpen­te azzurro che si snoda intorno al cam­po, guidato da una figura divenuta mitologica: metà Zoff, metà coppa del Mondo. Paolo Rossi non c’è. Dopo aver concluso il giro d’onore si ferma a contemplare quella baraonda e si scopre triste. Pablito racconta: “Guardavo la folla, i compagni e dentro sentivo un fondo di amarezza. - Adesso dovete fermare il tempo, adesso -, mi dicevo - Non avrei più vissuto un momento del gene­re. Mai più in tutta la mia vita. E me lo sentivo scivolare via. Ecco: era già fini­to”.

No Paolo, non è finito affatto. A 64 anni, nel cuore della notte, la morte ti ha strappato all’affetto della tua famiglia e di tutte le persone che ti hanno ammirato ed amato, ma ha reso eterno quel sogno che ci hai fatto vivere.

Pubblicato in Riflessioni
Martedì, 08 Dicembre 2020 07:14

Natale: “A che ora è nato Gesù ?”.

 

 

Molti parlamentari (per fortuna non tutti!) non sanno come passare il tempo e si divagano in argomenti e disquisizioni inutili e ridicole, per non dire tragicomiche. Come i vecchi sofisti nell’antica Grecia, si pongono quesiti capziosi, inconsistenti, usando tecniche di persuasione al solo scopo di attirare l’attenzione. Denotano così una leggerezza e una insostenibilità  democratica a causa del loro infantilismo politico di cui offrono ampia e deludente dimostrazione, insopportabile in questo drammatico periodo di pandemia. Un infantilismo affetto da eccessivo personalismo, da una retorica insistente da campagna elettorale permanente e, per contro, da una manifesta ignoranza e inadeguatezza  a svolgere il loro compito istituzionale. Alcuni di questi signori, in prossimità del Natale, si stanno ponendo domande inqualificabili e prive di ogni fondamento: “ Ma Gesù è nato davvero il 25 dicembre? È nato davvero a mezzanotte?” e via di seguito.  Siccome la questione riguarda il Padreterno e può generare dubbi in molti di noi, è opportuno precisare che nei Vangeli non è indicato né il giorno né l’ora della nascita del Bambinello. I riferimenti storici su una datazione del Natale risalgono ad autori successivi  all’epoca degli Apostoli. La celebrazione della nascita di Gesù, secondo gli storici più accreditati, è stata una scelta della Chiesa di Roma che ha fatto propria la festività pagana del Natalis solis invicti, cioè della nascita del Dio Sole, in coincidenza con il solstizio d’inverno (21 Dicembre). Detto ciò, la proposta del Ministro Francesco Boccia, tesa a far celebrare la Messa di Natale qualche ora prima della mezzanotte per evitare il contagio del virus (a che pro?) ha scatenato il putiferio, ha fatto gridare allo scandalo e ha dato fiato alle trombe. ” Si vuole far nascere Gesù due ore prima! Non rubate il Natale ai bambini! Lasciateli in pace! II Ministro Boccia si occupi delle Regioni! Vogliono far nascere un Bambinello prematuro!!!”. Non è difficile capire che si è toccato il fondo della demenza politica e religiosa! Occorre ricordare a questi signori che non c’è nessun comandamento che impone la celebrazione della Messa del Natale alle ore 24 in punto. Che molte chiese, per motivi diversi, hanno da sempre anticipato la celebrazione. Che il Papa ha celebrato la Messa sempre alcune ore prima della mezzanotte. Ma la cagnara, purtroppo, non è finita qui. “Di che colore era la pelle di Gesù? aveva davvero i capelli biondi e gli occhi azzurri?”.  Che il povero Bambinello, nato tra la Giudea e la Galilea, regione corrispondente alla attuale Palestina, non fosse biondo, è molto probabile. Ma allora, l’insistenza volgare su questi dettagli del tutto marginali e impropri, servono davvero a sottolineare e far rivivere il significato del Natale?  Lasciamo agli stolti le cose stolte! Gesù è nato più di 2000 anni fa e non è che lo si debba far nascere oggi.  Per tutti gli uomini di buona volontà la novella del Natale è un messaggio di condivisione di affetti e della cura verso il prossimo, una rinascita dell’animo e della speranza. Non una festa di consumi, di regali che mette in secondo piano  il messaggio evangelico. La festa cristiana sta perdendo il suo significato. Occorre invece saper riscoprire la magia del Natale per riassaporare il gusto della intimità e della pace interiore.  Riscoprendo il fanciullino e l’innocenza che è in tutti noi!

Pubblicato in La Terza Pagina

 

 

“In arrivo ancora una scadenza fiscale per i contribuenti alle prese con l’emergenza epidemiologica e da una crisi economica disastrosa anche in virtù di forti cataclismi”. Lo annuncia Vittorio Accapezzato in una nota riferendosi alla scadenza relativa al saldo della nuova Imu prevista per il 16 dicembre. “Stiamo attraversando la peggiore crisi dal dopoguerra. Non ci troviamo di fronte a tradizionali lamentele della gente ma a una realtà seria e preoccupante. Si spende meno e le attività, i commerciali, di ristoro e alberghiere ecc-sono costrette ad abbassare le serrande per mancati incassi.  La crisi colpisce tutti. Si registra soprattutto un calo dei consumi alimentari, sia dal punto di vista della quantità che qualitativo. L'economia italiana non cresce, anzi è in grave stagnazione. Il settore agricolo, in tutti i suoi comparti, soffre da qualche tempo di una complessa difficoltà.  L’esiguo prezzo del latte, la mancanza di tutela dei prodotti tipici, il costo del prezzo dei carburanti, il calo dei costi per alcuni dei principali comparti, come cereali, frutta, le difficoltà di accesso al credito, e ancora gli alti costi produttivi e contributivi per le aziende, l’onere dell’Imu fabbricato strumentale agricolo, la burocrazia, gli accordi comunitari con i Paesi Mediterranei, rappresenta solo una parte delle problematiche che soffocano il settore.  Un pieno sostegno agli agricoltori  - scrive l’ex consigliere comunale - doveva giungere da parte dell’Amministrazione comunale con una rimodulazione dell’imu per alleggerirne le spese. Ultimo appuntamento dell’anno con le tasse sulla casa il prossimo 16 dicembre prossimo, la scadenza per il versamento del saldo della nuova IMU, disciplinata dalla Legge 27 dicembre 2019, n. 160 (Legge di bilancio 2020) ha abrogato le disposizioni che disciplinavano IMU e TASI. Per i fabbricati rurali strumentali che non erano soggetti all'Imu nel 2019, si applica, in seguito all'abolizione della Tasi, l'aliquota di base pari allo 0,1%. In assenza di delibera azzeramento di detta aliquota da parte del comune. Quest’altro tributo mette seriamente in crisi le imprese agricole che già stanno attraversando momenti di grande difficoltà. I singoli comuni, però, hanno ampia facoltà di modulare questa tassa che è pari allo 0,1 per cento e ridurla fino all’azzeramento come riportato al comma 750 della legge sul bilancio 2020 n. 160/2019. Quest’occasione per fare qualcosa di concreto, sfidando il momento di crisi e dando così un chiaro segnale di sostegno al settore agricolo a Sezze è stata disattesa nella seduta del consiglio comunale n.19 del 10/07/2020. La mancata possibilità di porre al minimo o azzerare l’aliquota IMU riducendo l’imposizione sui fabbricati strumentali alle attività agricole significa in termini economici che per gli agricoltori di Sezze un aggravio d’imposta imu in base all’imponibile dell’immobile che va da circa 70 a 300 euro. Tutto questo rischia di provocare una situazione insostenibile per i nostri agricoltori che rischiano di trovarsi nell’impossibilità di pagare un aggravio impositivo non discolpato di un azzeramento.  La mancata sensibilità verso la specificità del settore agricolo e della composizione del patrimonio immobiliare produttivo, non escludendo dall’assoggettamento a tributo i fabbricati rurali strumentali porteranno un peso intollerabile che si ripercuoterà inevitabilmente sul reddito degli agricoltori e sulla produttività dell’intero settore”.

Pubblicato in Politica
Domenica, 06 Dicembre 2020 12:44

Un Natale difficile ma possibile

 

Il Natale che ci apprestiamo a vivere non sarà come i precedenti, per nessuno di noi.

Cinquantamila morti italiani, una decina a Sezze, non ci consentono di viverlo come sempre.

Non sarà il solito Natale per chi non potrà trascorrerlo con i propri cari, quei genitori o nonni che sono stati portati via da un virus venuto da lontano e che è ancora tra di noi.

Non lo sarà per chi è ricoverato in ospedale, alle prese con una fame d’ossigeno che medici ed infermieri cercano di combattere e curare con ogni mezzo a disposizione.

Non lo sarà neanche per le famiglie costrette in quarantena a casa, con uno o più dei componenti ad aspettare la negativizzazione del tampone.

Non lo sarà per chi non potrà raggiungere la propria famiglia di origine che vive altrove, come da tradizione di fine anno.

Non lo sarà per coloro che, a causa degli effetti del distanziamento sociale della pandemia, hanno perso il lavoro e molto di quello che avevano ed ora stanno vivendo sulla propria pelle una negatività che rischia di sfociare nella disperazione.

Non lo sarà neanche per i pazienti cronici sofferenti di altre patologie e che non riusciranno a svolgere i previsti controlli in ospedale, che adesso sono quasi tutti ora trasformati in bunker dedicati al Covid19.

Inutile negarlo, nessuno si sarebbe aspettato all’inizio del 2020 di vivere un Natale così strano, con tanto pessimismo nell’aria.

Come avviene per altri giorni-memoria dell’anno, le ricorrenze di avvenimenti più o meno importanti o evocativi, anche di respiro più laico e istituzionale (per es. il 25 Aprile ed il 2 Giugno), il significato di una festa assume le più diverse coloriture e percezioni soggettive, a seconda di molteplici fattori in gioco.

Per Natale è più o meno lo stesso.

C’è infatti chi aspetta la ricorrenza del Natale, chi il cenone della vigilia di N., chi il regalo di N., chi il presepe e chi l’albero di N., chi gli auguri di N., chi il messaggino di buon N., chi il faccione di Babbo N., chi la recita di N. e chi le vacanze di N e chi, infine, non vede l’ora di assaporare la liturgia di Natale.

Nel pieno del vortice di questo autunno da seconda ondata pandemica che ci sta cambiando le vite tra normative nazionali, regionali e comunali che a fatica cerchiamo di rispettare, pazientemente segnati da mascherine sempre indossate e igienizzanti a portata di mano, ora si sta parlando di anticipare la Messa di Mezzanotte.

Nel primo duro periodo di lockdown, la Chiesa italiana, venendo incontro alle esigenze sanitarie imposte dal Governo al Paese, ha chiuso le chiese per due mesi, non consentendo la presenza dei fedeli alle celebrazioni delle liturgie presiedute solo dai sacerdoti. Anche i funerali sono stati vietati…

Le chiese sono state riaperte poi a maggio con la prima discesa del numero dei contagiati, a patto di introdurre rigide regole di comportamento tra i banchi, sulla base di programmi condivisi tra Governo e CEI.

Allora ci furono voci stonate di veterocattolici e presunti liberi pensatori laici che parlarono addirittura di attentato mortifero alla libertà di culto, quella sancita dalla Costituzione. Si alzò poi alta e chiara la voce di Papa Francesco per mettere a tacere le polemiche e ricordare a tutti come la Chiesa è parte integrante della Comunità, non altra e privilegiata rispetto alle esigenze cautelative sociali, e che il buio del periodo Coronavirus sarebbe stata un’occasione di meditazione e di prova anche per la Chiesa e i cattolici.

Anche si sentono voci sguaiate scandalizzarsi alla sola ipotesi di dover anticipare la tradizionale liturgia della Messa di mezzanotte al tardo pomeriggio o alle prime ore della sera. Le stesse chiese che sono sempre meno frequentate in Italia nelle domeniche normali, quelle che riempiono di persone solo per festività, liturgie funebri o di Prima Comunione, diventano nuovamente occasione irrinunciabile per le voci sguaiate dei paladini delle tradizioni non riempite di sostanza e si torna a parlare di attentato alla libertà religiosa.

Fortunatamente, anche in questi giorni si alzano chiare e nette le parole di qualche illuminato comunicatore che prova a rimettere i puntini sulle i. Padre Antonio Spadaro, teologo gesuita attuale direttore di Civiltà Cattolica, con un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano lo scorso 1 dicembre, ci aiuta a fare un po’ di discernimento nei difficili tempi che stiamo vivendo, in cui le voci che urlano sembrano aver sempre ragione.

Ne ripropongo di seguito qualche passaggio, sperando possa essere d’aiuto a quanti vogliono andare alla sostanza del Natale, magari per prepararsi a viverlo nel migliore dei modi.

<I Vangeli di Matteo e Luca non forniscono indicazioni cronologiche precise. L’affermarsi della festa nel giorno del 25 dicembre la si deve molto all’opera del Papa San Leone Magno (440-461). In nessun modo la Chiesa ha mai definito questo punto, lasciando che il giorno del Natale di Gesù si consolidasse come semplice tradizione. Nel 1993 San Giovanni Paolo II, durante l’udienza di preparazione del natale disse, ad esempio: “La data del 25 dicembre, com’è noto, è convenzionale”>.

<Un documento attesta che già nel 354 si celebrava a Roma la festa cristiana del natale celebrata il 25 dicembre. Essa corrisponde alla celebrazione pagana del solstizio d’inverno Natalis solis invicti cioè la nascita del nuovo sole dopo la notte più lunga dell’anno. Questa è la data nella quale viene celebrata la nascita di Colui che è il Sole vero che sorge dalla notte del paganesimo>.

<Nella notte di Natale ci invita a fare l’esperienza spirituale dell’entrare nell’oscurità per ammirare e adorare il manifestarsi della vera Luce, quella del verbo di Dio che incarnandosi ha illuminato la Storia>

<Il dato simbolicamente importante per la celebrazione della notte non è dunque l’orario esatto – che sia mezzanotte o altri orari – ma il fatto che si celebri quando è buio e non c’è luce>.

<Veniamo a noi: certamente la politica non deve parlare di come si celebra la liturgia di Natale. E certamente la Chiesa deve evitare che le celebrazioni diventino luoghi di contagio. Le indicazioni circa il modo in cui le celebrazioni debbono svolgersi nel luoghi di culto sono solo un esempio di delle restrizioni di vasta portata all’esercizio di molti diritti umani e libertà civili in tutto il mondo, causate dallo sforzo per far sì che la distanza fisica prevenga efficacemente le infezioni>.

<Non c’è da sollevare da parte alcuna polemiche pretestuose su temi così delicati che toccano sia il bene comune e la salute dei cittadini sia alcuni valori spirituali che fondano la coesione sociale>.

Un’ultima mia riflessione, partendo dalla lettura di queste parole chiare di Padre Spadaro: se potessimo approfittare di questo periodo di Avvento, buio e oscuro come mai prima a causa del Covid, per provare a guardarci dentro - io per primo - e a chiederci che posto occupa nelle nostre vite il Cristo bambino che si appresta a ri-nascere (lo stesso che poi ri-morirà in croce per poi ri-risorgere tre giorni dopo), a prescindere dall’orario della Messa in cui decideremo di partecipare, saremmo già in cammino.

Magari, più compiutamente, ri-avvicinandoci ai Sacramenti il nostro Natale sarebbe davvero “diverso” perché più intimo e sentito così da poter diventare occasione di “bene” verso gli altri, i più sofferenti e poveri delle nostre società, rinunciando a qualche regalo sfarzoso ma spesso inutile e destinare a questi sfortunati fratelli/concittadini/stranieri le nostre doverose opere di carità natalizie.

Pubblicato in Attualità
Domenica, 06 Dicembre 2020 06:42

Il gran ballo dell'ipocrisia

 

 

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità” (Matteo 23, 27 – 28).

I più feroci censori dei costumi altrui sono gli ipocriti, i quali si ammantano di una moralità ostentata, di una probità inesistente, si rivestono di apparenza, nascondono la propria incoerenza e indecenza dietro l’altisonanza di principi assoluti e verità inderogabili in cui affermano di credere, di cui sbandierano una condivisione mendace, verso cui nutrono invero cinica indifferenza e si rapportano con assoluta strumentalità. I paladini di questa moralità bugiarda si scandalizzano per l’agire degli altri, cui negano quanto però riservano a loro stessi e praticano abitualmente e con aria compunta e indignata, alzano inflessibili il dito accusatore contro chiunque capiti loro a tiro, li segnalano al pubblico ludibrio e biasimano quanto, a proprio giudizio insindacabile, considerano sviante ed errato nelle vite altrui. Moralisti senza morale, sepolcri imbiancati che celano coscienze come verminai, tiratori professionisti di strali infuocati elargiscono condanne senza misericordia e sentenze senza appello per comprovata dissolutezza e assolvono se stessi da ogni nefandezza.  

Gli ipocriti finiscono sempre per cadere vittime di loro stessi, per essere travolti dalla loro doppiezza morale, dal coltivare unicamente interessi e convenienze, per essere soffocati e sommersi dal marciume delle loro coscienze e dallo squallore della loro falsità. Questa sì è una legge inderogabile, a ben vedere.

È notizia di questi giorni che la polizia di Bruxelles ha fatto irruzione qualche sera fa in un appartamento, ubicato sopra un bar nel centro della capitale europea, a pochi passi dalla Grand Place, su segnalazione di alcuni vicini infastiditi dagli schiamazzi e indispettiti per la violazione delle norme che vietano raduni e assembramenti per via della pandemia in corso. La polizia belga ha scoperto che nell’appartamento era in corso un festino a base di alcool, droga e sesso, cui partecipavano più di una ventina di persone, un’orgia per soli uomini. I partecipanti sono stati multati per violazione delle disposizioni anti Covid-19. Orbene in condizioni di normalità, la vicenda di sicuro si sarebbe conclusa con una dura reprimenda da parte della polizia per via del fastidio procurato ai vicini e con le inevitabili denunce per il rinvenimento di sostanze stupefacenti, fermo restando che per il resto alla legge nulla interessa delle pratiche sessuali messe in atto tra adulti consenzienti. Probabilmente sui giornali locali sarebbe apparso qualche trafiletto sbattuto in fondo alle ultime pagine di cronaca, qualche sparuto lettore appassionato di notiziole di poco conto avrebbe soffermato la sua attenzione, condita da un sorrisetto ironico e nulla più. Visti i tempi particolari che stiamo attraversando a causa del Covid-19, la questione ha assunto altra rilevanza e la notizia è rimbalzata sui siti in un batter d’occhio non solo per la violazione della legge che vieta incontri conviviali con più persone al fine di contenere i contagi, ma soprattutto perché tra i partecipanti identificati e denunciati vi erano diplomatici e un eurodeputato. È partita immediatamente la caccia al misterioso europarlamentare e i risultati non si non fatti attendere. È bastato poco per scoprire che il deputato europeo in questione era Jòzsef Szàjer, tra i fondatori di Fidesz, il partito del primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orbàn, teorico della democrazia illiberale, di cui è un fedelissimo e anzi viene da tutti considerato il braccio destro. La conferma è arrivata dallo stesso Jòzsef Szàjer, il quale ha ammesso di essere l’eurodeputato coinvolto e ha rassegnato le dimissioni dal Parlamento Europeo nelle mani del Presidente David Sassoli. Epilogo inevitabile vista la violazione della norma antiassembramenti, ma soprattutto per la condotta dall’eurodeputato che, come spiegato dall’ufficio del Pubblico Ministero, quanto la polizia ha fatto irruzione, ha cercato di fuggire dall’appartamento calandosi da una grondaia e ferendosi alle mani. Una volta fermato ha rivendicato l’immunità parlamentare e, sottoposto a perquisizione, è stato trovato in possesso di sostanze stupefacenti. Memore di certa tradizione italica Jòzsef Szàjer ha dichiarato alla polizia che le droghe si trovavano nel suo zaino a propria insaputa e non erano sue.

Una vicenda squallida certamente. Perché prenderla in considerazione, farla oggetto di riflessione? L’interesse evidentemente e ovviamente non è per il fatto in sé, quanto piuttosto perché emblematico di quella ipocrisia innanzi stigmatizzata e condannata. L’ungherese Fidesz, nelle cui liste Jòzsef Szàjer è stato eletto al Parlamento Europeo, è affiliato ai Popolari Europei (enorme ipocrisia giustificata da ragioni di opportunismo politico o meglio di consistenza numerica dei gruppi parlamentari), ma è un partito di estrema destra, sovranista e illiberale. Il primo ministro Viktor Orbàn governa il proprio paese con pugno di ferro, ha promosso e fatto approvare dal parlamento ungherese numerose leggi palesemente antidemocratiche, che violano i diritti fondamentali e le libertà dei cittadini. L’Unione Europea ha aperto nei confronti dell’Ungheria una procedura per violazione dello Stato di Diritto e per politiche discriminatorie nei confronti delle minoranze, in particolare delle persone omosessuali e delle donne. Viktor Orbàn, Jòzsef Szàjer e gli altri esponenti di Fidesz in questi anni hanno strumentalizzato i valori cristiani, brandito il vessillo della tradizione, della famiglia fondata sull’unione esclusiva uomo - donna, della condanna dell’omosessualità, della contrarietà all’aborto, hanno fomentato l’islamofobia, si sono opposti alle politiche di accoglienza di profughi e migranti, hanno colpito, perseguitato ferocemente e ridotto al silenzio gli oppositori politici. Un governo insomma agli antipodi della democrazia.

Quanto accaduto ha fatto emergere il vero volto di personaggi squallidi, incarnazione del peggiore populismo, i quali hanno nella doppia morale il tratto distintivo della propria identità. Principi e valori, gridati ai quattro venti con le loro bocche ingannatrici, hanno il suono intollerabile delle bestemmie e sono unicamente funzionali alla conservazione del potere, all’oppressione dell’altro e del diverso. Dovremmo tutti quanti riflettere e interrogarci sul consenso riservato nel nostro paese ad ammiratori, alleati ed imitatori di costoro, accorgerci che anch’essi indossano solo maschere di idealità che invero disprezzano e contraddicono continuamente con il loro vivere e il loro agire.

Pubblicato in Riflessioni
Pagina 1 di 6