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Martedì, 31 Marzo 2020 07:23

Piero e Ninetta... la guerra di Piero

 

 

 

 

 

 

 

La canzone fu pubblicata in 45 giri nel 1964 da un quasi esordiente giovane ventiquattrenne genovese, poi inserita anche nel suo primo 33 giri  del 1966 (Tutto Fabrizio De André).

Per contestualizzare il momento, si pensi che il Festival di Sanremo di quell’anno lo vinse Gigliola Cinguetti con “Non ho l’età”, mentre “Una lacrima sul viso” di Bobby Solo e “In ginocchio da te” di Gianni Morandi risultarono i dischi più venduti dell’anno.

Già da allora in direzione ostinata e contraria, i testi delle canzoni di Fabrizio De André furono da subito percepiti dai giovani come una novità assoluta nel mercato musicale, controcorrente sia per composizione musicale che per argomenti prescelti.

De André non raccontava, come era allora di moda, dei primi sdolcinati innamoramenti o della fine strappalacrime di incontri estivi. Quasi sempre andava al di là delle solite narrazioni, proponendo storie dal sapore diverso, più reali e più intime. I suoi personaggi sembravano usciti dai libri di storia, ma non eroi piuttosto gente normale impegnata a vivere quasi sempre problematiche di stampo più sociale e collettivo, in questo caso specifico l’esperienza reale della guerra.

Quegli anni 60 erano iniziati con la paura di un possibile nuovo conflitto mondiale a seguito della cosiddetta Guerra fredda giunta all’apice tra USA e URSS nel 1961 con la crisi dei missili a Cuba di Fidel Castro, con J.F. Kennedy e Kruscev a minacciare azioni belliche. Nel 1963 l’enciclica PACEM IN TERRIS di Papa Giovanni XXIII, aveva riproposto al centro dell’attenzione mondiale le possibili azioni alternative alla dialettica di guerra tra le nazioni forti e a favore di una pregiudiziale pacifista degli incontri diplomatici.

Fabrizio, accanito lettore di tutto, dal suo punto di anarchico vista si trovò a riflettere sul perché delle guerre e in particolare sulle storie umane di chi quei conflitti li subiva, quasi sempre appartenente alle classi meno abbienti, con immani ricadute sociali e umane drammatiche.

E allora scrisse una delle canzoni più accorate del suo repertorio, che all’epoca fece molto scalpore nell’Italia dove non era previsto il diritto all’obiezione di coscienza per il servizio militare e che nel 1965 si dividerà sulle parole profetiche di Don Lorenzo Milani pubblicate su Rinascita con il titolo “L’obbedienza non è più una virtù”. Parole chiare e dure in risposta a un appello dei cappellani militari contro l’obiezione, in cui il priore di Barbiana scrisse parole illuminate sul valore sociale e patriottico della non-obbedienza agli ordini militari, spesso ritenuti ordini legittimi dal soldato anche durante la dominanza nazista.

Questa stessa canzone oggi è a pieno titolo inserita nelle antologie di letteratura italiana ad uso scolastico, tra i grandi autori nazionali, suonata e cantata anche dai più giovani.

Ecco Piero, un giovane soldato (di nazionalità indefinita, un soldato…) impegnato come fante al fronte in cui si combattevano sanguinose battaglie, che improvvisamente si scopre stanco di vedere cadaveri di soldati nei torrenti e di combattere un nemico temuto, mai visto in faccia.

Arriva una voce interiore che mette in dubbio la sua certezza di soldato e lo prega di tornare indietro perché spesso ai soldati ubbidienti spetta solo una tomba con una croce, come premio. Ma Piero non ascolta e, per dovere ed amor di Patria, va avanti superando monti e valli fino a quando si trova di fronte un soldato nemico in carne ed ossa. E la meraviglia lo assale nel vedere quest’uomo, sì nemico, ma che in realtà gli assomiglia nei connotati e nella sua stessa identica paura di combattere e morire, di diverso ha solo la divisa, simile ma di diverso colore.

A questo punto la stessa voce interiore, più concitata, gli suggerisce di sparare subito, per uccidere l’altro e salvare la propria pelle. Ma Piero tentenna, si perde nei suoi dubbi e viene bloccato dalla paura di dover vedere per la prima volta gli occhi di un uomo che muore, e non spara. Sarà un tempo di riflessione che gli costerà caro, perché l’altro si gira, impaurito a sua volta, lo vede, lo riconosce come nemico e subito spara, lui sì velocemente e senza i dubbi di Piero.

Così Piero muore sul colpo, portandosi dietro le sue domande universali sui mille perché della guerra, sulla difficoltà per alcuni di uccidere altri uomini.

Sì, perché le guerre di una volta erano combattute solo dagli uomini.

A piangere invece sarà una donna (come spesso accade ancora oggi, sono loro le altre vittime sopravvissute ai conflitti:), rimasta a casa con figli e gli anziani di casa: Ninetta. Toccherà a lei aspettare invano il ritorno del suo amato Piero e, perduta ormai ogni speranza, a piangerlo disperata, immaginandolo sepolto solitario in montagna ma trasfigurando la sua tomba senza lapide aggraziata da mille poetici papaveri rossi.

Pubblicato in Eventi Culturali
Domenica, 15 Marzo 2020 06:54

Come ci cambierà il virus

 

 

 

 

 

Viviamo l’esperienza del tempo rallentato, dilatato, che ha smesso di inseguirci in modo forsennato, in una corsa a perdifiato verso un altrove e un ulteriore inafferrabili e in fondo imprecisabili. Siamo immersi in una dimensione del vivere che ci lascia lo spazio e l’opportunità di assaporare lo scorrere di ogni singolo istante, di farlo nostro profondamente e autenticamente, di sperimentarne irripetibilità ed essenzialità, al contempo accorgendoci di quanti istanti unici abbiamo perso per distrazione, per superficialità o perché presi da mille affanni.    

Viviamo l’esperienza degli spazi angusti, delle mura amiche delle nostre case che avvertiamo soffocanti, opprimenti. Confinati in casa, ci aggiriamo da una stanza all’altra all’inseguimento di un soffio di quella desiderata libertà che questa prigionia forzata sembra sottrarci goccia a goccia, in un distillato lento, amaro e duro da trangugiare. Tuttavia se ci fermiamo un istante percepiamo che proprio quelle mura, invalicabili e ostili, raccolgono le nostre storie, raccontano l’ordinarietà delle nostre vite, i piccoli gesti carichi di amore, le presenze di familiari e amici date per scontate al punto da non coglierne più la potenza arricchente, l’asprezza di conflitti, piccoli e grandi, a motivo di inquietudini e nervosismi che il quotidiano ci riserva, la dolcezza di parole scambiate, di carezze date e ricevute a cui spesso non attribuiamo il giusto peso e la necessaria importanza. Abbiamo l’opportunità di ricostruire e recuperare il significato della normalità degli affetti che ci rende pienamente noi stessi, senza la quale saremmo perduti in un indistinto senza emozioni e perciò senza futuro.

Viviamo l’esperienza del guardare lo scorrere degli eventi umani da una prospettiva inedita, distante dalle abitudini consolidate. Troppe volte dimentichiamo che ogni avvenimento, personale o collettivo, è tale nella sua oggettività esterna ed esteriore, ma si riverbera nella nostra interiorità, produce effetti nel nostro io, inducendoci a pronunciare parole e compiere scelte. Aver rallentato il flusso del vivere, ci offre l’opportunità di prendere coscienza di quanto sia importante, anzi vitale, affacciarci nel mondo dalla finestra della nostra interiorità, da un punto d’osservazione e valutazione realmente nostro, liberandoci da suggestioni esterne accattivanti, da condizionamenti spesso subdoli e nascosti, da punti di vista per partito preso, indotti da manipolatori esperti e senza scrupoli che tentano in ogni modo di orientare opinioni e desideri, illudendoci che siano nostri. Fare a meno di riflettere e ragionare e accodarci al flusso delle opinioni prevalenti, è spesso una soluzione comoda ma di certo non è un buon affare, perché è cessione inaccettabile della nostra libertà.          

Viviamo l’esperienza del viaggiare pur restando fermi, dello scoprire luoghi e culture sorprendenti, solo in apparenza estranee e lontane perché tutte innervate di quella umanità che è nostra e di tutti parimenti, sia pur declinata secondo linguaggi e in contesti relazionali differenti ma in fondo uguali. La passione ardente negli occhi degli innamorati, i moti di rabbia e ribellione per una libertà o un diritto negato, l’ostilità e il rancore per un torto subito possono essere espressi con suoni e timbri diversi, nelle mille lingue di Babele, ma tutte raccontano la nostra unica essenza.     

Viviamo l’esperienza della fragilità, della debolezza, della malattia che possiede le sembianze di un virus sconosciuto, che ci ha aggredito e ha sconvolto le nostre vite, rendendo necessario l’isolamento in casa, per tanti il ricovero in una asettica stanza di rianimazione e facendo sperimentare la più terribile delle esperienze umane, la morte, a quanti non ce la fanno, in particolare anziani, senza il conforto di una presenza, di uno sguardo, di una voce familiare che possa renderla più sopportabile. Trovo bellissime le parole di Eugenio Borgna, il quale nel suo saggio “La fragilità che è in noi”, ci ricorda che così come la sofferenza passa ma non passa mai l’avere sofferto, così la fragilità “è un’esperienza umana che, quando nasce, non mai si spegne in vita e che imprime alle cose che vengono fatte, alle parole che vengono dette, il sigillo della delicatezza e dell’accoglienza, della comprensione e dell’ascolto, dell’intuizione dell’indicibile che si nasconde nel dicibile”.

Viviamo l’esperienza del rifiuto, dei porti chiusi, del vederci respinti e indesiderati, del sentirci dire “non ti vogliamo”, di essere considerati moderni untori di un morbo dispensatore di sofferenze e morte. Tutto ciò inciderà la nostra carne viva e potrà essere occasione per ripensare profondamente quello che fin qui siamo stati, i tanti atteggiamenti stupidi e abominevoli di cui ci siamo resi interpreti. La speranza è che le lacrime versate in questi giorni possano essere il farmaco potente che sconfigge un’altra malattia che ha infestato menti e cuori in questi ultimi anni, la cultura dello scarto, della cattiveria, del respingimento degli ultimi del mondo che bussano alle nostre porte in cerca di futuro e di mettere in circolo nelle vene della nostra società gli anticorpi della solidarietà, dell’accoglienza e dell’amore.

Viviamo l’esperienza del sentirci un “noi” e non più esclusivamente un “io”, chiusi nell’autoreferenzialità, indifferenti a quanto ci accade intorno, impegnati a custodire il nostro spazio egoistico. Ci siamo riscoperti comunità e da questa emergenza possiamo ricavare una lezione straordinaria di fratellanza e condivisione: la tua vita è anche la mia, la mia salvezza non dipende solo da me ma anche dagli altri e sono chiamato a collaborare per costruire il bene di tutti, il bene comune, proteggendo i più deboli, i più esposti, gli anziani, i malati, i bambini…. L’isolamento poi è solo apparente perché gli altri sono presenti accanto a noi con la loro lontananza e la loro assenza, è atto sociale di profonda solidarietà ed esercizio massimo della libertà che è realmente tale se non dimentichiamo le conseguenze delle nostre azioni nella vita degli altri, della nostra città e dell’intero Paese. Soprattutto abbiamo scoperto che i veri eroi, gli idoli da ammirare e imitare sono quanti nel silenzio e nel nascondimento, quotidianamente spendono le loro esistenze per gli altri, i medici, gli infermieri in questo frangente particolare e in generale quanti operano in modo disinteressato e senza clamori e fanfare aiutando quanti hanno bisogno.

Pubblicato in Riflessioni
Venerdì, 13 Marzo 2020 17:48

Morire...senza neanche il funerale

 

 

 

 

Il senso di solitudine e di abbandono, in cui stiamo precipitando durante questi interminabili giorni di coronavirus, si avverte ovunque pesantemente. L'avanzata progressiva dell'epidemia, che semina paura e morte, è diventata un incubo costante, sia di giorno che di notte. Ci siamo, giustamente e doverosamente, rintanati in casa, in faccia alla TV, aspettando con ansia e sperando che la peste faccia un passo indietro. Ascoltiamo ogni sera, alle ore 18, dalla Protezione Civile, la conta dei contagiati, dei positivi e dei guariti e, anche, purtroppo, dei tanti morti a causa del virus. Dentro di noi nutriamo la speranza che non tocchi a noi, che il contagio ci risparmi! Il nemico è nascosto! L'altro giorno, andando a fare la spesa, mi è capitato di leggere alcune epigrafi funebri prive dell'invito a partecipare ai funerale della persona defunta. Mi ha preso immediatamente un brivido, ma poi ho ripensato al sacrosanto divieto, da parte del Governo, di assembramento anche in chiesa, anche per l'estremo saluto ai proprio caro defunto. Vietata in chiesa e al cimitero la commemorazione funebre! E' proprio vero che si muore da soli! Il coronavirus ha la forza diabolica di farci sentire ai bordi di un precipizio. Un  timore che vale per tutti ma soprattutto per quelli della mia età, per gli ultrasettantenni. L'infezione colpisce mortalmente soprattutto le persone anziane. Gli altri, più giovani, statisticamente soccombono di meno e perciò si sentono più rinfrancati e fiduciosi sperando che la tragedia li risparmi. Io non mi dispiaccio di ciò, anzi darei la mia vita per salvare quella di un giovane. Ma anche loro devono obbedire e rispettare rigorosamente le norme in vigore. Quanto detto mi spinge a una ultima riflessione. Morire a una certa età, oggi, non fa più neanche notizia, soprattutto quando si è avanti negli anni. La narrazione di una esistenza, la trasmissione di alcune virtù e valori, il racconto di esperienze umane, la testimonianza di una vita: niente ha più valore, niente ha più senso. Il coronavirus sta mettendo a nudo la fragilità e l'inconsistenza della società in cui viviamo, del nostro modo di vivere e di pensare, del peso che non si riesce più a conferire ai sentimenti, agli affetti. Si muore da soli così come si vive da soli. Neanche più il funerale che dovrebbe vuole suggellare "l'eredità di affetti" tra il vivo e il defunto. Siamo diventati solo dei numeri, dei dati biologici e anagrafici. La peste del coronavirus deve aiutarci a rinsavire un pò. Meglio sarebbe che insieme si riscoprisse l'amicizia e la solidarietà, il rispetto delle regole e delle persone, a prescindere dalla loro età e dal loro patrimonio. Di fronte alla pandemia del virus nessuno può sentirsi immune e garantito; nessuno deve sentirsi tracotante e strafottente al punto di pensare di salvarsi da solo. Il coronavirus si combatte e si vince insieme, con maggiore spirito di solidarietà e di  umanità.

 

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Per il Trasporto Pubblico Locale si andrà a procedura negoziata di urgenza. Così è stato deciso ieri nel corso di un consiglio comunale quasi ad hoc, dove la maggioranza consigliare che sostiene il sindaco Di Raimo ha deliberato questa procedura che, pur nelle modifiche apportate dopo il primo consiglio comunale, e nonostante un emendamento proposto in extremis, non vede la maggioranza unita.  I consiglieri comunali Mauro Calvano e Marzia Di Pastina, infatti, non sottoscriveranno l’atto ed il primo con coerenza voterà contro mentre la seconda uscirà dall’aula. Il problema oggi è anche politico, quindi. Si procederà ad una procedura negoziata per l’affidamento fino al dicembre del 2021 (quando subentrerà per legge la Regione Lazio). Per procedura negoziata si intende una gara di appalto in cui la Stazione Appaltante consulta un numero limitato di operatori economici selezionati con i quali "negozia" le condizioni dell'appalto. L'appalto viene affidato all'operatore che negozia le condizioni più vantaggiose. L’avvocato Mauro Calvano, consigliere comunale di Sezze Futura (ma ieri dichiaratosi ufficialmente indipendente rispetto al gruppo di Polidoro), nel suo lungo intervento ha ribadito la necessità di una vera e propria gara di appalto, parlando delle criticità della procedura negoziata. Ha semplicemente chiesto che si andasse per gara di appalto rispettando il voto del 30 dicembre scorso.  Ma niente le cose sono andate diversamente. “La procedura negoziata senza indizione di bando – ha detto Calvano - non è una vera gara di appalto. Pur rientrando nella categoria degli appalti, la procedura negoziata presuppone una urgenza e altri requisiti presenti nel codice degli appalti. Non sono stati rispettati gli indirizzi del consiglio comunale, nel rispetto della concorrenza e trasparenza. Secondo me con questa procedura - ha aggiunto - ci saranno ricorsi , spederemo soldi e andremo a rispondere davanti gli organi preposti”. Per Calvano, oggi, oltre agli errori tecnici burocratici, sono stati aggiunti errori politici perché “non è stato rispettato il voto del 30 dicembre scorso”. In effetti la maggioranza consigliare sembra essere arrivata al capolinea, con gruppi consigliari spaccati e consiglieri che sostengono il sindaco a seconda dei casi e in maniera disordinata e confusa. Quello del TPL è un altro caso di divergenze politiche esplose nell’ultimo anno. Il prossimo passaggio sarà il consiglio comunale sui lavori al Belvedere. Il sindaco si trova ormai a gestire l’ingestibile, dove il gruppo del PD è diviso, dove le liste civiche sgomitano e dove emerge con chiarezza chi in aula non vuole più seguire le truppe cammellate e turarsi il naso sempre e comunque solo perché espressione della maggioranza. Non basta alzare la mano e dire sempre e solo "presente" per essere considerato un eletto dal popolo. Bisogna applicarsi e studiare.

 

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Migliaia di pini a rischio in tutta Italia per colpa di un parassita che li sta decimando. Se non si corre ai ripari, un giorno non lontano vedremo la via Appia senza più il paesaggio dei filari di pini. Si chiama Tumeyella parvicomies, nome volgare cocciniglia tartaruga, l’insetto che  sta aggredendo i pini di Roma. E’ una cocciniglia che punge e succhia la linfa ed induce una sofferenza che può provocare la morte della pianta. Dopo il punteruolo rosso che ha decimato le palme italiane, ora questo parassita che ha già sterminato i pini dei Caraibi è arrivato in Italia dalle Americhe, continuando a distruggere i pini domestici della Campania, in particolare di Napoli, della provincia di Salerno ed ora si sta allargando al Lazio. In alcuni dei quartieri più verdi di Roma, come Mostacciano, l’attacco della cocciniglia tartaruga  è evidente, la malattia inizia con rami secchi o con poche foglie, finisce con l’annerimento dei tronchi fino alla caduta degli alberi. Sono centinaia  gli esemplari attaccati nella zona sud della Capitale fino alla pineta di Castel Fusano. Occorrerebbero programmi di intervento come l’immissione di insetticidi nei tronchi, o di altri insetti antagonisti della Tumeyella, ma non esiste ancora un piano fitosanitario della Regione Lazio.

 

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera del Comitato Belvedere inviata al responsabile dell'Ufficio Tecnico del Comune di Sezze Vincenzo Borrelli, al Comandante della Polizia Locale Lidano Caldarozzi e al sindaco di Sezze Sergio Di Raimo.

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In data 21.05.2019 (Registro Generale n.36 – Ordinanza di sospensione dei lavori DPR 6 Giugno 2001, n. 380 e s.m.i., art. 14 della L.R. 15/08), il Responsabile dell’Ufficio Tecnico Comunale Funzionario P.O. Vincenzo Borrelli (Responsabile del procedimento Geom. Paolo Sibilio) ha ordinato “[….] di SOSPENDERE immediatamente i lavori di installazione monumento dedicato a S. Lidano d’Antena e riqualificazione Piazza del Duomo”. Nella citata Ordinanza, tra i vari considerata, veniva inoltre precisato che “ritenuto quindi sussistere l’esigenza di un approfondimento in ordine agli aspetti che riguardano l’iter procedimentale e più in particolare l’iter di formazione del titolo sulla base dei quali sono in corso i lavori di realizzazione i lavori di cui trattasi” ed inoltre che “si rende necessario disporre l’immediata sospensione dei lavori per meglio verificare, ponderare  ed emettere, entro 45 giorni dalla data della presenza ordinanza, i provvedimenti definitivi”. Di giorni ne sono passati molti di più e il cantiere è ancora lì - peraltro mai sottoposto a sequestro ancorché comunicante ad altro cantiere attiguo per i lavori sulla canonica della Cattedrale -; dagli Uffici tecnici competenti del Comune di Sezze nessun atto, arriva solo l’eco di un silenzio assordante. Nessun atto ufficiale emanato per sanare le irregolarità o (come da noi da sempre auspicato) imporre la restituzione dei luoghi alla cittadinanza attraverso l’obbligo per i responsabili del cantiere di ripristinare i luoghi alla situazione quo ante. Nemmeno il Sindaco ha provveduto ad emettere documenti se non qualche comunicazione a voce in pubblico, peraltro senza aver mai coinvolto il Consiglio Comunale nella vicenda. Recentemente, sulla stampa online e sui social, è stato pubblicato un documento riassuntivo di tutte le nefandezze procedurali che hanno contraddistinto l’approccio dell’Amministrazione nella gestione dei lavori di un privato cittadino al Belvedere. Neanche una risposta!! Come cittadini auto-costituitosi nel Comitato Belvedere a difesa dell’integrità di quel bene pubblico paesaggistico e storico, Vi chiediamo, ad ognuno e a tutti, per quanto di rispettiva competenza, responsabilità, professionalità e dovere ai sensi delle normative vigenti, di intervenire urgentemente con i necessari e non più rimandabili provvedimenti, affinché l’area del Murodellatèra torni libera e fruibile nell’affaccio sulla Pianura Pontina. In caso contrario, comunichiamo fin d’ora l’intenzione - nostro malgrado, ma un obbligo di coerenza e di partecipazione civica ce lo impone - di intraprendere un’azione legale coinvolgendo le Autorità Giudiziarie al fine di far valutare ogni ipotesi di eventuali reati connessi nell’esercizio delle vostre funzioni, per inadempienza a precisi obblighi di legge, anche di possibile danno erariale.

 

Il cantiere sospeso da 240 giorni

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Fertilità, abbondanza, prosperità. Sono questi i valori che incarna la cornucopia sorretta dal leone Nemeo nell’effige setina, la massima espressione di una città florida che si fa carico di difendere e valorizzare le sue ricchezze. È in nome di questi principi che nasce “Cornucopia” una manifestazione prevista per il primo weekend di giugno per celebrare la varietà enogastronomica del territorio setino in un clima conviviale, all’insegna dell’antica tradizione culinaria. L’iniziativa, frutto della sinergia tra le presidenti delle commissioni cultura e attività produttive, Federica Fiorini e Marzia Di Pastina, è stata discussa e approvata nella seduta congiunta delle rispettive commissioni, con l’accoglimento dell’unanimità dei presenti e dell’organo esecutivo. Teatro della manifestazione non poteva che essere il centro storico, dove gli show-cooking dei migliori chef locali si alterneranno alla degustazione dei prodotti tipici, con la possibilità per i visitatori di acquistare le materie prime direttamente dai produttori. “Nello specifico – spiegano le consigliere del partito democratico – la kermesse si articolerà in diverse fasi che avranno come denominatore comune la valorizzazione dell’enogastronomia locale. Il pane, le crostatine di visciole, i broccoletti, i carciofi e i tutti i prodotti caratteristici della nostra tradizione saranno i veri protagonisti, perché riteniamo che rappresentino la più grande ricchezza del nostro territorio e vadano per questo tutelati e promossi, soprattutto – concludono Di Pastina e Fiorini – se si vuole intercettare quella fascia di turisti alla ricerca di eccellenze enogastronomiche che qui potrebbero diventare il volano dell’economia”. Maggiori dettagli sul programma della manifestazione saranno resi noti nei prossimi giorni dai canali dell’amministrazione comunale di Sezze. Nel frattempo, l’impegno delle due consigliere procederà nell’ottica di dare giusto risalto a tutti i frutti della cornucopia setina.
 
Il pane di Sezze
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Sabato, 25 Gennaio 2020 18:58

Shoah, il dovere della memoria

 

 

 

Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Sachsenausen, Mittelbau Dora, Sobibòr, Chelmno, Belzec, Treblinka…... ma soprattutto Auschwitz – Birkenau, nomi che evocano in noi l’orrore della Shoah, fanno affiorare nella nostra mente le immagini terribili dell’inferno in terra, le violenze indicibili, le torture inenarrabili, la cattiveria umana che raggiunge vette impensabili, i tormenti inflitti per puro sadismo, gli sperimenti su uomini e donne e poi l’accanimento sui bambini……

Morti, milioni di morti.

Luoghi che non sono semplicemente spazi, custodie delle ceneri di ciò che è stato, ma ferite aperte nella carne viva della nostra umanità, che provocano dolore, sentimenti fortissimi, un misto di rabbia, raccapriccio, impotenza, moti di ribellione. 

Ci sono due luoghi legati alla Shoah, forse poco conosciuti ai più, che sono entrati nella mia esperienza di vita, l’hanno segnata, di cui custodisco e coltivo la memoria.

Budapest, un tempo capitale insieme a Vienna dell’Impero Austroungarico, è una città affascinante e bellissima con i suoi ponti sul Danubio, il bastione dei pescatori, il castello, le chiese, il parlamento dalla cupola dorata, i palazzi e i viali imponenti, i giardini, le terme. È uno scrigno di arte e cultura, di tesori inestimabili. Attraversare il Ponte delle Catene, camminare per le sue strade ci fa rivivere pagine fondamentali della storia della nostra Europa. Tuttavia se ci immergiamo nella lettura e ci lasciamo guidare dal “Diario” di Giorgio Perlasca, ecco che quelle pagine ci fanno scoprire una città altra. Sulla riva del Danubio, sul lato di Pest, ci imbattiamo in qualcosa di sorprendente e insieme scioccante, che toglie il fiato e lacera il cuore: il “Monumento delle scarpe”. Scarpe di ogni foggia e dimensione, scarpe eleganti e sformate, scarpe di adulti e di bambini abbandonate lungo la banchina del fiume che scorre ampio e tranquillo, testimoni mute di morte, disperazione e orrore. Il racconto di Perlasca prende corpo, si fa concreto, lo riviviamo in tutta la sua drammaticità sconvolgente. Nella notte tra il 29 e il 30 dicembre 1944, centinaia di ebrei, in gran parte donne e bambini, dopo aver percorso a piedi nella neve, completamente nudi, circa 2 km vengono condotti sulla riva del fiume, tra le strade denominate Liszt Ferenc tér e Eötvös útca. Vengono legati per i polsi due a due, fatti inginocchiare nella neve e uccisi con un colpo alla nuca. I corpi poi vengono gettati nelle acque gelide del Danubio. Il mattino seguente lo spettacolo è terrificante. La neve è rossa di sangue e nello specchio d’acqua antistante centinaia di corpi nudi galleggiano trattenuti dai blocchi di ghiaccio. Il massacro è opera dei miliziani del Partito delle Croci Frecciate, che collaborano con i nazisti. Dopo averli imprigionati nelle loro stesse case nel ghetto di Budapest, decidono di sterminare gli ebrei in questo modo.           

Terezìn, 60 km da Praga. Costruita come città fortezza tra il 1780 e il 1790 all’interno delle fortificazioni antiprussiane, dopo l’annessione della Cecoslovacchia alla Germania nazista l’intera cittadina viene cinta da un muro dalle forze tedesche e trasformata, tra il 24 novembre 1941 e il 9 maggio 1945, in ghetto. Presentata dalla propaganda nazista come esemplare insediamento ebraico, in realtà funge da centro di raccolta e smistamento di prigionieri da indirizzare soprattutto ai campi di sterminio di Treblinka ed Auschwitz. Secondo i dati dell’Istituto Yad Vashen, su un totale di 155.000 ebrei passati per Terezìn fino alla sua liberazione avvenuta l’8 maggio 1945, 35.000 muoiono sul posto e 88.000 vengono deportati.

Il treno per Terezìn parte dalla stazione centrale di Praga e ben presto, sferragliando sull’unico binario, si immerge nelle campagne, un caleidoscopio di colori, testimoni di una sapiente laboriosità. Il paesaggio trasmette calma e serenità, ma il pensiero è fisso, non riesce a distogliersi, a distrarsi. Su questo binario hanno viaggiato carrozze affollate di donne, di uomini, di vecchi, di bambini, ebrei destinati a Terezìn e non hanno mai più fatto ritorno. Il viaggio è breve e la stazione ferroviaria d’arrivo è immersa tra i campi. La fortezza di Terezìn dista un paio di chilometri. A piedi, come fecero migliaia di ebrei, percorriamo la strada che conduce al campo. Il senso di angoscia cresce prepotente. Il tempo scorre lento, sembra infinito.

Terezìn non possiede nulla dei canoni classici dei campi di concentramento, almeno per come siamo abituati a pensarli. È una piccola città fortificata con costruzioni in muratura ben ordinate. Basta poco però per accorgersi che dietro l’apparenza si nasconde l’orrore. Le condizioni di vita erano terribili. Le case, prima della sua trasformazione in ghetto, erano abitate da 7000 persone, dopo si trovarono a condividerle 50.000 ebrei. Il cibo era scarso, un po’ di zuppa e di caffè d’orzo al giorno, le medicine inesistenti, la situazione dei dormitori disumana con letti a castello di tre o quattro piani. Si moriva di fame, di malattie o perché uccisi dai nazisti senza motivo. Nel campo, solo nel 1942, morirono 16.000 persone tra cui Esther Adolphine, una sorella di Sigmund Freud. Camminare per Terezìn significa immergersi in un girone infernale, dove orrori si sommano ad orrori.

Trovarsi nel locale dei forni crematori è semplicemente scioccante, sconvolgente.

E poi i bambini….. A Terezìn ne vengono internati quasi 15.000. Nonostante la fame, le privazioni, le violenze continue, sotto la guida di maestri prigionieri con loro nel campo ci hanno lasciato una testimonianza concreta della loro creatività e della loro voglia di vivere: disegni, racconti, poesie, musica. L’United States Holocaust Memorial Museum calcola che il 90% di loro è morto nei campi di sterminio di Treblinka e di Auschwitz.

Concludo facendo mie le parole di Primo Levi: “(…) perché dobbiamo ricordare e che cosa dobbiamo ricordare? Bisogna ricordare il male nelle sue estreme efferatezze e conoscerlo bene, anche quando si presenta in forme apparentemente innocue. Quando si pensa che uno straniero o uno diverso da noi è un nemico, si pongono le premesse di una catena, al cui termine c’è il lager, il campo di sterminio”.

Pubblicato in Riflessioni
Sabato, 25 Gennaio 2020 18:54

Auschwitz: 75 anni dopo!

 

 

 

 

Il 27 Gennaio del 1945 le truppe sovietiche entrarono nel lager di sterminio di Auschwitz trovando 7 mila prigionieri ancora in vita: erano quelli abbandonati dai nazisti perché considerati gravemente malati. Fra il 1939 e il 1945 circa 6 milioni di ebrei vennero trucidati dai nazisti con l'obiettivo di creare un mondo purificato da tutto ciò che non fosse ariano. Auschwitz è la testimonianza più atroce dell'estrema miseria e crudeltà del nazismo e dell'uomo. Io ci sono stato con una delegazione di studenti e ho toccato con mano l'orrore di quel lager e di calpestare quel terreno marcato dalle ceneri di almeno 1milione e 100 mila uomini e donne uccisi nelle camere a gas e i cui cadaveri, dopo aver subìto l'esportazione dei vestiti, delle scarpe, dei denti, dei capelli, venivano bruciati in enormi forni crematori. Molti erano bambini. La maggior parte di loro non venne neanche registrata, nell'intento di bruciare ogni traccia. Dai vagoni venivano direttamente avviati alle camere a gas: gli uomini marciavano a sinistra, le donne a destra, i bambini erano con le donne, i neonati venivano crudelmente strappati dalle braccia delle mamme e assassinati dalle SS con le loro mani. Auschwitz: l'epifania del Male, la fabbrica del dolore. Papa Francesco ha visitato quel luogo nel 2016, e ha voluto restare in silenzio. "Dove era Dio?" si è domandato. Primo Levi sosteneva che " se c'è Auschwitz non c'è Dio." Sono domande e affermazioni inquietanti. I carnefici sono veramente esistiti! Non bisogna dimenticare! Mai!

Pubblicato in La Terza Pagina

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta alla città scritta da Francesco Petrianni, presidente dell'associazione Le Decarcie.

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Cari cittadini,

nel 1594 Sancta Maria ad Ulmum, all’Olmo, è oggetto di interventi che, pur non incidendo sulla struttura, ne capovolgono l’assetto funzionale. Laddove si trovava l’abside viene realizzata l’entrata. Il nuovo accesso richiede la sistemazione dell’area prospiciente, dei sedia (le aree non edificate) confinanti. Lo spazio che dalla via, che oggi si chiama Corradini, fino ad murum Terrae Setiae (i Muro lla Tera di Sezze) viene trasformato in un ampio terrazzamento con una balconata che si apre su un suggestivo panorama. Questa soluzione restituisce imponenza al monumento costruito con la bianca pietra locale, che con l’espansione urbana era rimasto “incagliato” in un reticolo di abitazioni e viuzze. A nessuno venne in mente allora di adornare con “elementi emergenti” il nuovo spazio, la piazza, che dava centralità all’edificio e lo risollevava verso il cielo. Con le presenti osservazioni mi preme intervenire in merito alla “richiesta di autorizzazione per la realizzazione del monumento di san Lidano d’Antena” lì, in “Piazza del Duomo”, nel Centro storico. I lavori, qualche mese dopo l’inizio, sono stati fermati da un’ordinanza dell’Ufficio Tecnico con una immotivata esigenza di chiarire dubbi sopraggiunti.

Ho maturata la convinzione che i soggetti, sinora partecipi del procedimento, abbiano agito in fretta, con leggerezza, sottovalutando la portata di una donazione e mettendo in luce visioni approssimative, particolaristiche e parziali, sbrigative e sostanzialmente contraddittorie sull’argomento. Addirittura il tecnico di parte privata nella sua relazione sembra ridurre la questione ad un mero esame dei materiali, dicendo :”Ad eccezione della balaustra, il belvedere risulta di scarsa qualità nei materiali e negli arredi”. Il che sarà pur vero, ma i contrari non sono scesi a difesa del catrame o dei selci sconnessi. Pareri isolati e immotivati insieme ad atti amministrativi inappropriati, segnati anche da incompetenza, confondono il procedimento privato con quello pubblico e viceversa, arrivando a concepire un’opera pubblica alla maniera del privato e generando vuoti amministrativi e culturali. Nel momento in cui i valori che dovrebbero esaltare l’intervento, socializzandolo, vengono accantonati e sottaciuti ed il tutto viene affrontato come una sorta di trattativa tra privati per un ordinario lavoro di manutenzione, i risentimenti sono giusti ed inevitabili.

E’ necessario tirar fuori degli esempi per descrivere questa sorta di anomia degli attori protagonisti. Solo per cominciare, quell’artista, che dovrebbe lasciare ai posteri per secoli la sua opera, risulta un “innominato”. Nell’intento di nobilitare una iniziativa, la si descrive prima con espressioni urbanisticamente auliche ed altisonanti quali “Progetto di riqualificazione di Piazza Duomo”. Poi, forse nell’intento di ottenere i necessari nulla osta, si dice che l’iniziativa “da un punto di vista urbanistico rientra nella manutenzione e nell’adeguamento funzionale delle opere di urbanizzazione primaria esistenti”, alla stregua di un tratto di fogna o di una conduttura idrica, dimenticando che già un antico legislatore ha escluso le piazze dalle opere di urbanizzazione primaria e secondaria e le Norme Tecniche di Attuazione del PRG setino del 1972 hanno fatto altrettanto, chissà perché!

La Soprintendenza si affretta a motivare il suo parere favorevole sostenendo che: “non essendosi rilevati elementi avversi la conformità e la compatibilità dei lavori di cui si tratta nel merito si esprime pertanto parere positivo”. Una domanda sorge spontanea :” Conformità e compatibilità con che cosa? La Soprintendenza non lo dice. Se il Piano Regolatore non conta, allora ha ragione. Ma non è così. In tutta sincerità mi sarei aspettata una motivazione più calzante, se non altro più articolata. Un altro ufficio della Soprintendenza invece, intervenuto in un secondo momento perché chiamato a riesaminare il parere, respinge la richiesta e conferma il precedente parere, dicendo: ”L’opera, in quanto afferente ad un santo strettamente legato al territorio della pianura Pontina ed in particolare, insieme a San Carlo, a Sezze, può essere considerata come recita il comma 7 dell’art. 29 delle NTA del PTPR, un intervento di ‘valorizzazione dell’identità culturale’ del luogo”. Ma questa affermazione è un vero e proprio ribaltamento di contenuti del comma richiamato; ne rovescia il significato. Infatti quel comma dice letteralmente :” La tutela è volta alla valorizzazione dell’identità culturale e alla tutela dell’integrità fisica attraverso la conservazione del patrimonio e dei tessuti storici nonché delle visuali da e verso i centri antichi anche mediante l’inibizione di trasformazioni pregiudizievoli alla salvaguardia”.

Dunque la norma citata è volta a tutelare, a conservare il patrimonio esistente e non a trasformarlo o sostituirlo o deturparlo con altri e nuovi interventi”. E che l’intervento proposto trasformi il paesaggio della piazza, lo riconosce la stessa Soprintendenza quando subito dopo dice :”E’ opinione della scrivente che il monumento, pur essendo alto 3 m. (per la verità più alto) ……omissis……, in quanto elemento puntuale non impedisca la visuale verso il paesaggio esterno ma al contrario, come tutti gli elementi emergenti negli spazi pubblici, costituisca un punto focale che porta il visitatore ad avvicinarsi, approssimandosi, conseguentemente all’affaccio restrostante”. Già il belvedere diventa “affaccio retrostante”. Ma nella storica piazza, non si sta facendo manutenzione, si sta al contrario introducendo un elemento emergente che ostacola una prospettiva, distoglie il visitatore da una visuale, quella attuale di ingresso nella Piazza e che interessa con ogni evidenza la storica e monumentale Cattedrale, uno dei pochi esempi di “gotico duro in Italia. Quell’elemento emergente arreca nocumento alla visuale verso il paesaggio interno, contrastando palesemente quel comma 7 dell’art. 29 delle norme del Piano Paesaggistico Regionale. Infatti viene anche compromessa la visuale che parte dall’ “affacccio restrostante”, dal belvedere del Muro della Terra e si protende verso la Cattedrale e via Corradini. La visuale della Cattedrale è dunque doppiamente compromessa. Ma, fatto più determinante, il PRG delimita come “Zona A” il Centro Storico, per la quale le norme tecniche di attuazione, all’art.31, Conservazione e risanamento, stabiliscono che “tutta la zona è sottoposta al vincolo di conservazione dello stato attuale in tutte le parti che la compongono (case, strade, piazze, edifici pubblici ecc.) per mantenere il carattere dell’ambiente architettonico ed urbanistico. Gli unici interventi ammessi sono quelli diretti ai miglioramenti delle condizioni di abitabilità del vecchio centro attraverso il risanamento delle costruzioni malsane”. Nella “Zona A” l’attuazione del PRG deve avvenire esclusivamente mediante piani particolareggiati da redigere con criteri rivolti essenzialmente alla conservazione ed al risanamento del tessuto urbano esistente”. Si attua per piani particolareggiati e non per donazione.

A chi lo avesse dimenticato, ricordiamo che le norme più restrittive sono quelle che prevalgono. Ma davvero qualcuno pensa che si possa aggirare il Piano Regolatore vigente nella “Terra di Sezze”? Piazza del Duomo tutta, lo spazio così com’è, è un paesaggio unico, un contesto raro, che evoca atmosfere e valori immateriali incredibili, ricordi di suoni, di grida, di dolori, di gioie e di apprensioni, quelle che provavano i nostri contadini quando, dopo le piogge, vi si recavano a riquete (a visionare, ad accertare) dall’alto gli effetti sulle loro terre nella piana. Solo chi non prova a volare, a sognare, a vedere l’invisibile, a “naufragare in questo mare” può pensare che si tratti solo di manutenzione di opere di urbanizzazione. Il "Paesaggio, dice la Convenzione europea del paesaggio (recepita dall’Italia), designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. “Il paesaggio, continua la Convenzione, deve diventare un tema politico di interesse generale, poiché contribuisce in modo molto rilevante al benessere dei cittadini europei che non possono più accettare di "subire i loro paesaggi", quale risultato di evoluzioni tecniche ed economiche decise senza di loro. Il paesaggio è una questione che interessa tutti i cittadini e deve venir trattato in modo democratico, soprattutto a livello locale e regionale” Purtroppo tutti, sebbene tenuti, si sono dimenticati del Paesaggio dei cittadini, de’ “i Muro lla Tera”, il “Murum Terrae Setiae”. I cittadini sono rimasti tagliati fuori dal ruolo di soggetti attivi, di portatori di interessi e detentori della memoria collettiva. I cittadini si sono sentiti esclusi, ma non rassegnati. Nessun documento approvato è stato pubblicato; nessun elaborato, nessuna relazione e nessun parere tecnico.

Anche qualche determina da ben oltre un anno aspetta la pubblicazione. Il Regolamento comunale sull'Ordinamento degli Uffici e dei Servizi, all’art. 24, Trasparenza, asserisce che “La trasparenza è intesa come accessibilità totale, dei dati e documenti detenuti dalle P.A., allo scopo di tutelare i diritti dei cittadini, promuovere la partecipazione degli interessati all’attività amministrativa e favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche …….. omissis………. La pubblicazione sul sito istituzionale dell'ente, deve essere costante e aggiornata e deve essere effettuata con modalità che ne garantiscano la piena accessibilità e visibilità ai cittadini”. E’ mancato tutto questo, ma sono sicuro che sono in tanti a non volere che nella Terra di Sezze si vada avanti così.

 

Francesco Petrianni

 

 

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