Carlo Luigi Abbenda
Sezze, Terracina e Priverno, tra leggenda e storia
Setia, Anxur, Privernum, nomi fascinosi che evocano antiche città di tempi lontani, legati alla favola ed al mito, quando l'uomo primitivo non aveva ancora dimestichezza con la parola scritta e con il libro: nel riflesso evidente della leggenda e del mito si scorge la figura di Enea cosi come stata tramandata dal poeta Virgilio: «Canto l'armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia raggiunse esule l'Italia... e le sponde lavinie... e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe latina... ».
Era quello il territorio del Latium Vetus che Enea venne a dominare, sottomettendo con Latino molti capi e re locali legati alle nostre città. Siamo qui a circa 1200 anni prima di Cristo e già tali racconti sono registrati quasi come storia. Nel racconto favolistico e mitico invece le origini di quel territorio e di quelle tre antiche città sorelle e rivali si agganciano a figure ancor più mitiche ed a deità pagane. Il nome Latium sembra derivare dal suo aspetto prevalentemente pianeggiante (dal latino "latus" ovvero ampio, spazioso), ma l'epica e la poesia di Virgilio e di Ovidio lo vogliono far derivare da Saturno profugo, ossia Sabazio Saga, che ivi si nascose (Saturnus profugus Latuit, unde Latium nomen habuit) quando fuggì da Giove suo figlio, ricoverandosi sotto la protezione di Noè o Giano, primo re dei Latini.
Proprio la vetusta Setia si gloria di essere stata l'ospitale asilo di Saturno e di Ercole, da cui si vanta di essere stata fondata, e di aver preso il nome etimologico da «setis», cioè dalle setole del mantello del leone Nemeo indossato da Ercole stesso: «Setia Plena Bonis Gerit Albi Signa Leonis» recita lo stemma cittadino. Una lapide rinvenuta nel 1657 fra le rovine del tempio di Ercole (sopra il quale si costruì il Seminario) ricorda e tramanda: «Herculi fundatori S.P.Q.S».
Al tempo di Latino, re dei Latini, la città era di stirpe volsca e nel mito setino si racconta dei favolosi intrecci d'amore e di odio che videro protagonisti il setino Ufente e la privernate Camilla. Le origini di Privernum invece, secondo l'epopea virgiliana, si debbono al popolo latino ma il toponimo è da ricondursi a Priverio, re del popolo Osco, che l'avrebbe strappata ai Latini. Le vicende guerresche continuano con Metabo il figlio di Priverio che, sconfitto da Latino, dovette fuggire da Privernum insieme con la vergine Camilla, sua figlia. Costei, alleatasi con Turno, re dei Rutuli, ritorna in patria e riconquista la sua città natale e quindi va a contrastare lo sbarco di Enea nel Lazio.
Camilla morì in battaglia nel 1170 a.C. sotto i colpi di Arunte, mentre Turno si immolò in duello contro Enea, che soggiogò tutto il territorio laziale. La terza città del nostro mito Terracina, l'antica Anxur, è legata anch'essa al mito delle popolazioni volsche, cui fa pensare il nome stesso volsco di Anxur. Il dio Giove, invaghitosi della bella Ninfa Feronia, per vincere la sua ritrosia ricorre ad una delle sue trasformazioni e le si presenta come un ragazzo imberbe, cioè "Aneu xuru" o anxur, senza rasoio, che del rasoio non ha ancora bisogno, cioè sbarbatello: è questo il Giove fanciullo adorato nel famoso tempio terracinese.
Qualcuno ha anche immaginato per lei una precedente ma non documentata presenza etrusca e non mancano ipotesi su una sua origine spartana. Nel racconto mitico omerico Anxur è legata a Circei, alla maga Circe ed a Ulisse che in questi lidi venne ammaliato dalle arti di quella mitica maga. Da menzionare è anche l'appellativo di Lucus Feroniae ad indicare la fonte di Feronia posta presso la stessa Anxur «Jupiter Anxurus arvis praesidet et viridi gaudens Feronia luco» recita Virgilio nell'Eneide, mentre Orazio, nelle Satire, enuncia «Ora manusque tua lavimus, Feronia lympha».
Le tre città sorelle e rivali accolsero il seme del cristianesimo già dalla venuta dei primi apostoli in Italia. Gli Atti degli Apostoli (28,15) ci tramandano l'arrivo di San Paolo e di San Luca al Foro di Appio ed alle Tre Taberne, in cui vennero loro incontro i primi proseliti romani. San Paolo, partito da Pozzuoli alla volta di Roma, sbarcò molto probabilmente a Terracina (Anxur), in cui propagò la nuova dottrina. Una pia tradizione vuole che sant'Epafrodito, amico di San Paolo, sia stato il primo vescovo della città.
Anche il nome di San Pietro appare pur indirettamente legato a Terracina: un'altra leggenda dice, difatti, che Simon Mago, autore della disputa con l'apostolo, non morì ad Ariccia ma a Terracina, dove si era rifugiato presso amici. Da Foro Appio, San Paolo, secondo l’usanza comune tra gli Apostoli, ordinò e mandò un vescovo a Sezze, città sede dei Flamini, e forse anche a Priverno. Un'antica tradizione, ripresa dal cardinale Corradini, vuole infatti San Luca come primo evangelizzatore di Sezze che portò come dote dell'episcopato la «Rus Caeponiae familiae».
Monsignor Palombella, vescovo di Sezze verso il 1750, in una storia della diocesi di Sezze, era riuscito a dimostrare che lo stesso sant'Epafrodito era stato il primo vescovo di Sezze: secondo questa affermazione Sezze e Terracina sarebbero state veramente unite tra loro sin dalla fondazione delle prime loro diocesi. Meno sicure sono le notizie sul vescovado di Privernum, città andata distrutta in età barbarica e che ha perso molti documenti della sua antichità. Comunque Priverno era come le sue sorelle «Civitas Latii primaria et antiqua» e non poteva essere dimenticata dai primi apostoli che, secondo le ricordate tradizioni, vi costituirono un vescovo, a confermare l'importanza sociale e religiosa del paese.
La prima notizia sicura di un vescovo privernate la si trova nel Liber Pontificalis che menziona il vescovo Bonifacio, cioè colui che nel 769 aveva sottoscritto gli atti del Concilio Lateranense. A prescindere dalla questione della sede vescovile le tre nostre città di Sezze, Terracina e Priverno, offrirono il loro tributo di martirio sin dalle prime persecuzioni cristiane di Roma. A Terracina rifulse l'esempio coraggioso di Cesareo, un diacono africano che fu martirizzato verso il 250 insieme al presbitero Giuliano per essersi opposto all'uso pagano di sacrificare il giovane più bello della città agli dei durante le feste di inizio dell'anno, ad uso propiziatorio. Il suo culto di diffuse subito anche a Roma e soppiantò il culto dell'imperatore: al «Divino Cesare» si sostituì il «Divino Cesareo».
Non meno fervido fu, a Sezze, il martirio della vergine setina Parasceve, che sotto il regno di Antonino Pio si fece immolare serenamente agli dei pagani pur di non tradire la propria fede cristiana. Ad essa seguirono, più tardi, i martirii dei beati Crescenzio e Crescentino, rimasti per molto tempo patroni del paese di Sezze. Rimangono ancora lacunose notizie circa eventuali martiri in Priverno ma probabilmente anche questa città avrà pagato il suo prezzo di sangue cristiano per la diffusione del cristianesimo.
Tornando alle prime notizie storiche sui vescovadi cittadini la cattedralità di Sezze, secondo il Ciammarucone, è storicamente datata all'anno 649, epoca in cui si trovano intervenuti nei Concilii i vescovi setini. Al X secolo risale la costruzione dell'attuale cattedrale di Santa Maria che, andata completamente distrutta in un furioso incendio, fu riedificata e riconsacrata il 18 agosto 1364.La chiesa ha subito rimaneggiamenti sul finire del XVI secolo e nel 1968.L'antica cattedrale di San Cesareo a Terracina, invece, fu consacrata nel 1704 e si è mantenuta in ottimo stato fino ai nostri giorni.
La cattedrale di Priverno risulta infine consacrata nel 1183 da Lucio III. Il tempio è stato restaurato nel 1792.Pur con tutta questa comunanza di storia e di vita di fede cristiana le tre diocesi pontine, sin dall'inizio del secondo millennio, spinte da rivalità e da sentimenti di odio cittadino, trovarono purtroppo il modo di rivaleggiare tra loro per la supremazia del proprio vescovado.
Nel 1217 papa Onofrio III, con la bolla «Ortatur Nos», confermando l'antichità e lo stato di unione tra le tre diocesi sorelle di Terracina, Sezze e Priverno, stabilì che le stesse restassero unite in perpetuo tra loro anche per ragioni di patrimonio di Mensa. Siccome Terracina si vantava fieramente di essere stata la prima diocesi in terra pontina, e di dover per questo avere una preminenza sulle altre vicine, insorse Sezze a rivendicare pari antichità e dignità giuridica. Più tardi infatti, nel 1702, insorse una controversia tra le due diocesi per la sede di consacrazione degli olii santi. La popolazione setina postulò tale cerimonia nella sua chiesa cattedrale non in forza di un privilegio consuetudinario ma in qualità di cattedra vescovile «ab immemori constituta». Portando la decisione alla Sacra Rota il ricorso dei Setini fu ritenuto non probativo per un vizio formale. Insorse a questo punto il cardinale Corradini a sanare l'errore e nello stesso tempo scrisse il «De Ecclesia et Civitate Setina» per provare la causa della cattedrale setina.
A sostegno del Corradini, e ad emendare alcuni errori formali della sua opera, l'amico Domenico Giorgi scrisse la famosa «De Cathedra episcopali Setiae civitatis in Latio» per affrontare il giudizio risolutivo del papa Benedetto XIII . Ci vollero ben tre documenti pontifici per risolvere l'intricata questione dei vescovadi ma alla fine di tutto lo stesso papa, con la bolla «Super Universas» del 10 settembre 1725, riconferma l'unione delle due diocesi ed unì «aeque principaliter» la chiesa privernate, di cui enumerò gli antichi vescovi.
Anche la Sacra Rota, annullando le precedenti decisioni, confermò il giudizio del papa con proprio decreto «Coram Olivatio» del 1768. Da quella data le tre diocesi pontine rimasero sempre unite tra di loro con un solo vescovo, anche se con tre curie diverse nelle tre sedi.
Nel 1957, dietro richiesta del vescovo mons. Emilio Pizzoni, recentemente scomparso, con apposito decreto concistoriale, furono riunite le tre curie in una sola, con facoltà di nominare un solo vicario generale. Il 12 settembre 1967 un successivo decreto concistoriale rimodifica il volto della diocesi e, sotto la guida di mons. Pintonello, alle tre diocesi pontine fu annessa Latina (proveniente dalla diocesi di Velletri ) per farla divenire sede centrale di una nuova diocesi chiamata Terracina, Latina, Priverno e Sezze.
Tra i dati statistici della Diocesi, da una rivelazione abbastanza recente, possiamo notare che il territorio diocesano insiste su 1369 kmq. ed abbraccia ben 17 comuni (distinti in 5 foranie che raggruppano a loro volta ben 84 parrocchie). I sacerdoti diocesani residenti sono circa 80, i catechisti circa 800 (1 su ogni 332 abitanti). È una realtà confortante che a tutt'oggi non esista più una frammentarietà di diocesi, ma un'unica realtà ecclesiale, che col tempo va sempre più fondendosi e si rende omogenea nella nuova realtà della gente pontina. Questa nuova realtà non è nata da un improvviso colpo di spugna sulla storia, ma dal rispetto delle persone e delle singole realtà locali che restano ancorate alle proprie radici: ognuna con originali ricchezze spirituali, senza alcun spirito campanilistico.
VITA ED OPERE DEL CARDINALE P. M. CORRADINI
- NASCITA E ORIGINI FAMILIARI
A Sezze Romano, allora sito appartenente allo stato pontificio ed oggi posto in provincia di Latina, il 2 giugno 1658 nasce Pietro Marcellino Corradini, figlio di genitori ambedue discendenti da famiglie patrizie. Il neonato assunse tale doppio nominativo perché quel giorno, nel martirologio romano, era appunto dedicato ai santi martiri Pietro e Marcellino, oltretutto compatroni, in quei secoli, della città di Sezze.
Il padre Torquato, discendente da famiglia emiliana, era nato nella vicina cittadina laziale di Cori, la madre era Porzia Ciammarucone, nobile e giovane setina già vedova del patrizio Isidoro Santucci.
Dopo aver conosciuto a Sezze i due si sposarono il 20 agosto 1657 e quindi generarono tre figli: il primogenito Pietro Marcellino, il secondogenito Luigi, futuro padre rettore del locale collegio gesuitico, e infine Ottaviano, l'unico rimasto secolare cui toccò in sorte di continuare la stirpe del proprio casato.
Questa fu la composizione della famiglia del nostro cardinale che, oltre a tali legami di sangue, ebbe un vincolo spirituale con la venerata serva di Dio Caterina Savelli (1628-1691), sua madrina al sacro fonte battesimale.
Ricordiamo anche che uno zio di Porzia, il Dott. Giuseppe Ciammarucone, aveva composto e stampato nel 1641 l'ormai famosa opera “Descrizione della città di Sezze … ” una storia cittadina composta con perspicace metodo e con moderni criteri scientifici , apprezzata infatti per il suo spirito critico e per la sua sistematica esposizione.
- LA FORMAZIONE CULTURALE E UMANISTICA
La prima formazione culturale del giovane Corradini è impartita in Sezze da maestri gesuiti che notano subito nel ragazzo una vivida e stupefacente intelligenza.
Per questo la madre stimò più opportuno fargli seguire gli studi d’umanità e rettorica direttamente in Roma come testimonia nel suo “Elogio Storico” il sacerdote Domenico Giorgi (tra l’altro molto amico del Corradini): “Il piccolo Pietro Marcellino per interessamento della madre, essendogli morto il padre, fu mandato a Roma per gli studi, e quivi prima studiò le materie umanistiche e dopo si dedicò agli studi di diritto, in cui fu molto versato”.
L'esuberante e precoce fioritura di pubblicazioni è testimonianza concreta della qualità di quegli studi coltivati con mirabile intensità d’applicazione.
Infatti, il giovane studioso a circa ventidue anni di età, da provetto umanista, pubblica una sua prima opera di carattere storico cui subito seguirono diversi saggi di archeologia.
Il primo lavoro, il “Discursus d. Petri Corradini civis setini b. Mariae virgini, ac beatis Lidano, Petro et Marcellino setinae civitatis, et Ecclesiae protectoribus dicatus, in quo auctor Setiam civitatem fuisse, et esse probat, ac suo episcopatu eius Ecclesiam insignitam fuisse, et esse defendit” ( Roma, 1680 – Stamperia M. Herculis ), vede la luce nel 1680. In tale storia locale l’autore raccoglie documenti per provare l’antichità di Sezze quale “città di diritto romano” e sostiene energicamente, con diplomatici argomenti giuridici, la “Sede Vescovile “ della stessa nobile città.
Questa prima opera è da ritenersi la base dell’altro lavoro storico intitolato “De Civitate et Ecclesia Setina”, che analizzeremo in seguito.
- LA CARRIERA GIURIDICO-ECCLESIASTICA
Nel 1685 il Corradini è nominato “uditore” (cioè consulente legale) dal cardinale Benedetto Pamphily, prefetto della segnatura di giustizia.
Libero da “auri sacra fames” si spoglia già trentenne dei beni ereditati facendo donazione al fratello Ottaviano. Da allora sperimenta la povertà anche quando è titolare di importanti dicasteri o è vestito di porpora, persuaso ( come il cardinale Carlo Borromeo di manzoniana memoria ) che “ la vita non è già destinata ad essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego”.
Dimentico d’essere “principe della chiesa” egli si presenta in forme dimesse avendo chiara la lezione del suo predecessore Borromeo, tenace assertore, nel Concilio tridentino, del vangelo dei poveri !
Il Corradini ugualmente consacra la sua esistenza a questi ultimi,orientando verso di loro la vocazione delle sorelle “Collegine”, comunità religiosa che i lettori meglio conosceranno più avanti.
Con una fulminea carriera il nostro studioso perviene alla laurea in legge ed esercita l’avvocatura presso il foro di Roma, distinguendosi per brillantezza d’erudizione e di professione.
Di lì a poco, precisamente nel 1688, quale insigne giurista il Corradini pubblica il “De Iure Prelationis”, lavoro “professionale” che gli dà una prima rilevante fama presso tutti i giureconsulti. Quest’opera “prima” del settore giudiziario, per le sue peculiari caratteristiche, viene sempre più apprezzata e più volte edita anche fuori la capitale, precisamente a Genova e Venezia.
Il papa Innocenzo XII, conosciuta l’opera e l’autore, il 29 maggio1699 nomina il nostro avvocato “sottodatario” presso la Dataria Apostolica Lateranense. Sotto l’aspetto religioso ricordiamo che il giurista Corradini matura la scelta degli ordini sacri: il 30.05.1700 (in San Giovanni in Laterano) riceve gli ordini minori (ostiariato, esorcistato, lettorato) da mons. Domenico Bellisario de Bellis e il 21.05.1701 è nominato diacono (si sconosce la data del suddiaconato), sempre in San Giovanni di Roma, dal viceregente mons. Domenico de Zauli, vescovo di Veroli.
L’anno successivo Il religioso approda al sacerdozio, a ben quarantaquattro anni d’età, con cerimonia di nuovo presieduta dal citato presule nella Basilica Lateranense.
- LO STORICO ERUDITO
Il nostro studioso, in quegli anni, è solito trascorrere molte ore del giorno immerso nello studio del diritto, non disdegnando appassionate ricerche relative a Sabini, Volsci Latini ed Etruschi, riversando in ciò tutta la sua passione per l’archeologia e la storia. Il Corradini, sotto tale aspetto, rivela un possente slancio di neofita sostenuto da una formidabile erudizione.
Nel 1702, in Roma presso la stamperia di Gaetano Zanobi, vede la luce il “De Civitate et Ecclesia Setina”, un elegante volume di raffinata lingua latina che il Corradini compose con il solo intento di fare chiarezza sulla penosa controversia giuridico-religiosa dell’episcopato setino, che da secoli rivendicava piena autonomia della sede in Sezze nei confronti delle diocesi sorelle di Priverno e di Terracina. Nella settimana santa del 1701 il vescovado di Sezze aveva rivendicato la legittimità della consacrazione degli oli santi nella cattedrale di Santa Maria. A riprova di ciò, ed avverso i ricorsi delle altre due sedi, il Cardinale Corradini sostenne abilmente la tesi della legittimità della consacrazione comprovando che quella funzione liturgica era da intendersi, una volta compiuta a Sezze, regolare a
tutti gli effetti perché espressione “inequivocabile” di un’unione giuridico-religiosa delle tre diocesi equamente e da secoli riconosciute paritarie nelle loro diverse sedi territoriali.
Al Corradini va il merito, pur velato da un certo campanilismo, di aver sistematicamente vagliato tutti gli argomenti che sostenevano in diverso modo l’autonomia della Cattedralità della Chiesa Setina (riconosciuta finalmente il 29.04.1725, con la bolla “Romanus Pontifex” di Benedetto XIII).
Il nostro Cardinale, con questa pregevole opera, dimostrò anche di aver intuito tutte le reali motivazioni che da più parti portavano all’unione delle tre diocesi.
- L’ARCHEOLOGO
Nel biennio 1704-1705, quale esperto archeologo, pubblica i due volumi (in tre distinti libri) del celebre “Latium Vetus Profanum et Sacrum”, opera monumentale caratterizzata da analisi scientifica capace di sezionare le “viscere” e tutto il “corpus” sostanzioso della storia del Lazio. Per questa rilevante caratteristica tale dotta produzione diviene un testo fondamentale per tutti gli eruditi e gli archeologi, sia di allora sia di questi nostri tempi.
L’opera venne subito ricolma d’elogi dagli esperti del tempo quale fonte preziosa e chiara per gli archeologi affascinati dalle antichità del Lazio, sia sacro sia profano. L’autore, nel primo volume, illustra le vicende dei primitivi coloni del Lazio mentre nel secondo narra le storie locali degli abitanti di Sezze e del Circeo. I due volumi furono arricchiti da artistiche e pregevoli riproduzioni riguardanti monumenti di Sezze e opere pubbliche d’altre città laziali.
Tutta la variegata raccolta costituì subito una fonte preziosa per la ricostruzione analitica delle famose ventitré città pontine scomparse (quelle citate da Plinio), per la ricostruzione topografica (in territorio setino) delle ville di Marco Antonio,di Augusto, di Mecenate …d’Attilio, di Vitellio, di Cornelia… ed infine per una probabile ricostruzione genealogica del poeta Valerio Flacco e delle altre estinte famiglie locali.
Il Corradini analizza con affetto anche alcuni resti archeologici di siti religiosi pagani e cristiani: per primo descrive i ruderi del monastero eretto nella palude di Sezze (nell’anno mille) da San Lidano abbate, futuro patrono della città; è quindi analizzato il tempio della dea fortuna di Praeneste e quello di Giove (“Jovis Anxuris”) di Terracina.
Non mancano ulteriori indagini su un tempio di Saturno in Sezze e di quello dorico dedicato ad Ercole nella città di Cori. l’archeologo Corradini, per sopraggiunti onerosi impegni presso la “Santa Sede”, dovette interrompere l’opera intrapresa ed affidarne il completamento al gesuita padre Rocco Volpi che chiuse il lavoro aggiungendogli altri ricchi volumi d’arte e di storia laziale.
Questa pregiatissima ricerca sul Lazio archeologico è segnalata ancor oggi dall'enciclopedia Treccani che così la contraddistingue: “l’opera è tutta di prima mano, frutto di sopralluoghi accurati e di un diretto esame dei documenti, grazie al quale il Corradini entrò nel numero degli archeologi ed eruditi settecenteschi”.
Tutti i dati raccolti saranno un valido strumento di ricerca per molti studiosi italiani e stranieri, tra i quali citiamo Goethe e Chateaubriand, Gregorovius e Andersen, tutti affascinati dalla conoscenza delle pietre e della razza “latina”.
- IL “FEDELE” AVVOCATO DI SANTA ROMANA CHIESA
Il nostro Corradini, diviso tra la passione umanistico-archeologica e quella di natura giuridica, sempre più attratto in ciò da complesse problematiche dello stato pontificio, lascia lo stesso “le creature della sua terra latina” e si dedica fortemente alla soluzione di questioni di diritto, per la cui finalità compone ulteriori pregevoli lavori, tra i quali ricordiamo, a mero titolo esemplificativo, il “De primariis precibus imperalibus”
(Pubblicato nel 1706 con lo pseudonimo di Corrado Oligenio) e la “Relatio iurium sedis apostolicae in Civitatem Comaclensem” (pubblicata anonima in Roma nel 1711).
Nel primo lavoro l’animo del giurista, che sente di dover perseguire innanzitutto il bene comune della sua chiesa, si erge a difesa del papato ( negli anni 1705-1711) contro varie ingerenze politiche e militari di Giuseppe I d'Austria, che con la forza del suo esercito persegue continue rivalse e arbitrii contro lo stato pontificio: l’imperatore,che pretendeva di imporre quale vescovo di Hildesheim ( senza il placet di Clemente XI ) il suo favorito Ugone Francesco Fustenberg, si ritrova sconfitto da questa giuridica controffensiva corradiniana.
La difesa del Corradini farà sì che Clemente XI abolirà il privilegio delle cosiddette “primariae preces”, che per anni aveva causato i soprusi ecclesiatico-religiosi degli imperatori e dei principi tedeschi.
Il secondo lavoro giuridico fu composto dal Corradini a difesa dell’autorità pontificia sulle terre di Comacchio, indebitamente occupata da truppe imperiali nel corso della guerra di successione spagnola (ai tempi di Giuseppe I, Carlo II e Carlo VI…) in vista di un sostanzioso sfruttamento di appetitosi terreni di coltivazione ittica.
Ritornando alla sua “carriera” religiosa ricordiamo che il Corradini, dopo essere stato ordinato sacerdote, in seguito è
eletto arcivescovo titolare d’Atene. Più tardi, nel concistoro tenutosi il 12 maggio 1712, egli è nominato “cardinale di Santa Roma Chiesa”, sotto il titolo di San Giovanni a Porta Latina, alla cui carica è ritenuto degno soprattutto per il suo essere persona pia ed integerrima.
Dei 17 nuovi cardinali, infatti, un terzo era stato proposto al papa dai sovrani mentre gli altri erano chiamati a tale onore solo per il loro disinteressato servizio alla Chiesa e allo Stato del Vaticano.
Nello stesso concistoro, fra l’altro, fu proclamato cardinale il famoso siciliano Giuseppe Maria Tomasi di Lampedusa, legato da stima ed amicizia con il nostro Corradini che gli resterà sempre legato. Lo studioso Gioacchino De Sanctis, nel suo poderoso studio, ricorda che fra i diciotto nuovi cardinali due di loro,Corradini e Tomasi, manifestarono l’intenzione di rinunciare alla porpora cardinalizia ma furono obbligati ad accettarla “per obbedienza” verso il papato.
L’anno successivo il neo porporato, in qualità di “Ponente della causa“ sostiene l’iter per la beatificazione di fra’ Benedetto da Palermo, un moro di origine etiope, nato a San Fratello sui monti Nebrodi, la cui figura aveva già suscitato un vivo interesse già presso i suoi contemporanei.
In quest’anno sembra che il nostro neo cardinale abbia collaborato alla redazione della “Unigenitus Dei Filius”, bolla papale dell’8 settembre 1713 nella quale Clemente XI espresse la ferma condanna di 101 tesi ereticali ricavate dalle “Rèflexions morales sur les Evangiles” di Pasquier Quesnel (1634-1719).
- IL FONDATORE DI COMUNITA’ RELIGIOSE
Sempre in questo periodo, tenendo presente l’animo pastorale del cardinale, ricordiamo che il nostro Corradini , su proposta di padre Pietro Francesco Valle, da suor Angela Rossi e da Bartolomeo Rota, e facendosi co-promotore della causa, sollecitò il breve papale “Ad Apostolicam Dignitatis” ( che papa Clemente XI emise in data 11.06.1717) con il quale si approvava la fondazione e l’erezione del Conservatorio della Sacra Famiglia di Sezze.
Tale istituzione traeva la sua origine da una congregazione femminile che colà alimentava la vocazione di religiose votate al sostegno materiale e spirituale d’umili fanciulle.
Il collegio, diretto da due monache, era, in effetti, una casa di formazione per le giovani che si avviavano al matrimonio o alla vocazione religiosa.
Con questa fondazione, e con l’apertura delle “Scuole delle fanciulle d’ogni età e condizione” (Sezze, 17.08.1717) il Corradini portò a compimento un caritatevole ma lungimirante progetto a lungo meditato dalla propria madrina Caterina Savelli.
La pia istituzione era da considerarsi un’emanazione di due congregazioni religiose : da una parte essa ereditò le norme del “SS. Bambino Gesù di Roma” e dall’altra mise a profitto l’ordinamento disciplinare delle cosiddette “Scuole Pie della città di Viterbo”.
Paterna è l'attenzione del Corradini che segue la comunità nei suoi bisogni: cenacolo che presto si moltiplica in molti luoghi. Nel 1741, allorché Benedetto XIV invia alle suore e alle ragazze della congregazione una “lettera apostolica”, i collegi corradiniani si sono diffusi grandemente in varie parti d’Italia, soprattutto in Sicilia. In Palermo, nel 1721, fu eretto il primo dei collegi siciliani (detto dell’Olivella): a questo si affiancarono quelli di Torretta, Palma di Montechiaro, Biancavilla, Racalmuto, Marineo, Centuripe, Santo Stefano di Camastra, Caltanissetta, Sortino, Castelvetrano…, tutti benedetti dai vescovi dell’isola e tutti in rapporto con la casa di Sezze,
Naturalmente i collegi risentono in modo sostanziale del “carisma” del proprio fondatore. La Sicilia deve molto a questo cardinale, che a Palermo e nelle diverse province avvia un'opera la quale penetra la struttura sociale, diffondendosi in città e campagne, coinvolgendo donne e uomini nella donazione di sé agli altri, divenendo punto di riferimento, da oltre due secoli e mezzo, delle famiglie protese alla ricerca del sacro e del senso dell'esistere.
La Congregazione della Sacra Famiglia varca i confini dell’Italia e d’Europa approdando perfino in alcuni paesi dell’Africa, sempre convogliando energie locali per la creazione di scuole, oratori e centri culturali: citiamo a proposito le missioni delle collegine di Enfield-Londra, della polacca Kielce, e di quelle sparse in Africa a Migoli,Iringa e Morogoro ( tutte e tre in Tanzania ).
Nel 1718 il nostro prelato è designato “Prefetto della Sacra Congregazione” del Concilio di Trento, per l'applicazione delle norme dogmatico-disciplinari decretate in quella sessione dei vescovi. Corradini, in questo pregevole incarico è affiancato, nel lavoro di segreteria, dal promettente giovane Prospero Lambertini, futuro papa Benedetto XlV.
L’attività del nostro cardinale si svolge per lunghi anni sempre alle dipendenze della Curia Vaticana, in diretto contatto con i pontefici romani, sotto i quali egli riveste incarichi sempre più complessi.
A questo periodo (1718-1734) risalgono i procedimenti processuali verso gli abusi nella diocesi di Benevento e la soluzione delle pendenze giuridiche con i “Savoia” e i Sovrani di Spagna.
Nel 1734 è nominato Vescovo di Frascati, dove dirime subito le controversie fra il capitolo della cattedrale e l'amministrazione cittadina con spirito evangelico, dando inizio ad una forte azione pastorale.Visita monasteri, parrocchie, chiese, oratori invitando il clero e i laici allo studio del concilio e alla sua attuazione, consapevole che il rinnovamento “degli animi” passa attraverso l'ascolto della parola.
Resasi vacante la sede apostolica per la morte di Benedetto XIII, il Corradini entra nel conclave del 1730: molti porporati, nel corso delle votazioni per l’elezione del nuovo papa, si esprimono favorevolmente per eleggerlo “Pontifex Maximus”.
Le eminenze Bentivoglio e Cianfuegos si oppongono, rendendo manifesto il veto di Carlo VI d'Austria.
La serenità con cui il cardinale accetta l’esclusione dal papato rivela lo spessore della sua nobile vita cristiana.
Dieci anni dopo, scomparso Clemente XII, Pietro Marcellino Corradini è ancora in conclave ed è indicato nuovamente, dai cardinali “zelanti”, quale “Pastore” della chiesa universale.
Adesso appare sicura la sua elevazione alla cattedra di Pietro poiché non sussiste più il veto dell'imperatore. Il quasi ottuagenario cardinale però, preoccupato solo del bene della chiesa, ringrazia i padri che lo designano a tanto ruolo e subito rifiuta, sostenendo la necessità di un pontefice fresco d’energie.
Al suo posto è chiamato il Lambertini che assume il nome di Benedetto XIV, il quale affida all'antico maestro l’incarico di avviare il Concordato con il Regno di Napoli, che sarà portato a compimento nel breve giro di qualche mese.
Questo è l’ultimo atto del Corradini giureconsulto, la cui vera vocazione è il ministero della carità, che egli esercita negli stessi decenni dell'impegno diplomatico.
- IL FERVENTE APOSTOLO DI CARITA’
Nel secolo della ragione il diplomatico umanista Pietro Marcellino Corradini sceglie i poveri.
Già in occasione delle calamità naturali che travolgono il Lazio, tra il 1701 e il 1706, egli si sforza in ogni maniera di alleviare le miserie corporali e spirituali di tutte le persone colpite da avversità.
Per prima cosa il nostro benefattore (definito già dal contemporaneo cardinale Crescenzi quale persona delle più luminose “per dottrina e integrità di vita”) mette a disposizione dei poveri tutti gli ospizi di Roma: in essi,infatti, da quel giorno si accoglieranno figli orfani e persone anziane.
La sua è quindi una scelta di vero apostolato cristiano che lo chiama a mettersi dalla parte dei derelitti e dei precari: proprio per questo motivo il nostro servo di Dio è ricordato anche quale “cardinale degli ultimi”.
Sostenuto dalla ragione della carità e del suo motto “Credite operibus”, pur non abbandonando mai gli onerosi impegni culturali, il nostro cardinale predilige gli indigenti e verso di loro orienta la propria cura pastorale.
Tra le sue iniziative ricordiamo la dedizione agli ebrei del “ghetto” e l’iniziativa per la costruzione dell’Ospedale romano di San Gallicano, la cui realizzazione suggerisce incessantemente a papa Benedetto XIII.
Divenuto responsabile in prima persona di questo famoso nosocomio il Corradini chiama ad esercitare la propria missione ospedaliera Paolo “della Croce” , il futuro Santo fondatore dei Padri Passionisti, nonché suo fratello Giovanni.
La Roma“Caput Mundi“ evidenzia miseramente uno spettacolo di profonda miseria: pur con tutto lo scintillio dei suoi sfarzosi palazzi e delle superbe chiese, in realtà la città è in balia di un profondo degrado di cui sono espressione schiere di zingari, cui si associano accattoni, ubriachi, zoppi, epilettici, infetti, incurabili e moribondi abbandonati al proprio destino.
In mezzo a questo degrado materiale e spirituale, che gran parte della nobiltà e dell’aristocrazia vaticana preferisce ignorare, giganteggia la figura di questo nostro umile porporato che è animato da un potente fuoco di carità: il suo essere “cardinale”, per se medesimo, è segno di “santo” sacrificio cristiano.
Nel 1726 l’ospedale è in piena attività curativa, sia corporale sia spirituale, ed è stracolmo di persone sofferenti, bisognosi d’ogni cura: il nosocomio si propone, in Roma, quale luogo di speranza per tanti volontari “samaritani” che qui si sono riversati per condividere l’ideale caritativo del Corradini, mai tentennante e mai soggetto a dubbi e a paure varie.
Egli, con l’amore che non disprezza alcuno, divenuto titolare del titolo cardinalizio di Santa Maria in Trastevere, si aggira per le corsie fra gli ammalati, dà sollievo spirituale e presta soccorso a tubercolotici, tisici e lebbrosi.
Per svariati anni il San Gallicano è per lui una casa d’accoglienza in cui “spezza” con gli altri il pane del dolore, fisso nell’ideale di carità che gli proviene dalla contemplazione assidua della Croce di Cristo.
Corradini percorre incessantemente anche tutte le strade di Roma alla ricerca dei derelitti, sapendo bene che gli “onori” non hanno nessun valore di fronte all’esercizio della carità; egli sa bene, infatti, che l’unica e piena realizzazione d’ogni uomo e del perfetto cristiano è il donare al prossimo, soprattutto a quello più bisognoso ed indigente, i doni ricevuti e le proprie esistenze.
Il nostro cardinale, Infatti, alla bell’età di 84 anni, nei giorni di una nuova ondata pestilenziale abbattutati in Roma nel 1743, non ha paura di esporsi in prima persona e di visitare ammalati e agonizzanti per dare loro il viatico della carità.
Roma, come abbiamo ricordato, è un immenso lazzaretto di mendicanti, storpi, malarici, lebbrosi, appestati. Nei borghi soprattutto aleggia lo spettro della fame e della morte. Per le strade è un brulichio di disperati che ad ogni angolo ripetono scene di dolore, d’invocazioni e di continui pianti.
La “peste” uccide migliaia di romani e non risparmia in quest’occasione Pietro Marcellino Corradini (di nuovo candidato al soglio pontificio) che, all’alba del 8 febbraio 1743, muore in Roma, nella sua residenza di Via Lata, per l’epidemia contratta: è la santa fine terrena di un’anima che ha profuso tutta la sua esistenza per il servizio verso i poveri e verso i diseredati.
Se ne va così in cielo un principe della chiesa che, pur svolgendo, dentro e fuori i palazzi apostolici, ruoli di curiale e di diplomatico, è vissuto sempre preoccupato di offrire la dignità umana a poveri e a diseredati, favorendone la crescita in ambienti difficili.
Questa complessa ma limpida figura d’uomo entra, nella luce della storia, servendo soprattutto la chiesa dei poveri: lo studioso, l’intellettuale, il giurista e il diplomatico…il prelato ricolmo d’onori… si è voluto distinguere soprattutto per la profonda carità cristiana che lo ha spinto incessantemente a dedicarsi pienamente ai poveri attraverso continue cure pastorali.
Il nostro cardinale riposa presso la chiesa di Santa Maria in Trastevere di Roma, sotto un sepolcro policromo, innalzatogli dall’amico cardinale Marcello Crescenzi, in cui è inglobato un altorilievo marmoreo scolpito da Filippo della Valle.
L’epigrafe latina, riportata nel monumento, illustra molto efficacemente il ritratto di questa fervente figura di cristiano, tutta ricolma di carità.
Testimone,come Carlo Borromeo, del primato degli ultimi, protagonisti della storia e della fede, il Corradini viene a trovarsi in prima linea, accanto ai “santi” del suo tempo, nel desiderio di costruire, all'interno della comunità cristiana, una coscienza di servizio a favore dei “vinti”, di coloro che le classi del potere umiliano ed emarginano nei ghetti.
Il beneamato Corradini ci ha lasciato una grand’eredità culturale e spirituale e copiosi “frutti” si sono manifestati dopo la sua morte. Tralasciando la menzione degli innumerevoli studi e delle svariate opere letterarie finora composte, segno tangibile della grande “statura” del cardinale (che ha sempre trascinato dietro di sé una massa di svariati studiosi) noi vogliamo ricordare ora alcuni enti e sodalizi che hanno da anni alimentato “il culto” del nostro “benedetto” porporato.
Nel 1960, affiancando la casa generalizia delle suore Collegine palermitane, è sorto il “Movimento Amici del Cardinale Corradini”.Tale associazione, dal 10 giugno 1990 in poi, a Palermo ha organizzato appositi e ricorrenti convegni di studio sulla personalità del beneamato cardinale.
A questo sodalizio si sono aggiunti, nell’opera di divulgazione delle virtù cardinalizie, dapprima il “Conservatorio Corradini” di Sezze, ente pubblico d’istruzione, quindi il “Centro Studi San Carlo da Sezze”.
Tutte queste istituzioni, appoggiate dai Lions Club di Latina Mare, celebrano in vario modo la loro filiale devozione al cardinale rivendicando più volte l’eroicità delle sue virtù culturali e spirituali.In tutti, infatti, è sempre viva la speranza di poter presto veder riconosciuta in terra la beatitudine cristiana del venerato servo di Dio.
Il 19 maggio 1993, nella cattedrale di Palermo, il cardinale Salvatore Pappalardo ha dato inizio al processo di beatificazione del “servo di Dio” Pietro Marcellino Corradini. L’iter istruttorio, per l’inchiesta sulla vita, le virtù e la fama di santità del Corradini, nella sua fase diocesana, è stato chiuso a Palermo il 17 ottobre 1999,con celebrazione presieduta dal novello arcivescovo cardinale Salvatore De Giorgi.
Tutta la documentazione raccolta è ora al vaglio dell'esame della “Congregazione per le Cause dei Santi”, per i successivi adempimenti e sviluppi.
Nel corso del giubileo dell'anno 2000, si sono svolte imponenti celebrazioni eucaristiche nella cattedrale di Sezze e presso la Basilica romana di Santa Maria in Trastevere, per il 342° anniversario di nascita del nostro diletto cardinale.
Ricordiamo infine che nella medesima chiesa di Roma, lo scorso 25 febbraio 2007, si è ripetuta, in omaggio al Corradini, una solenne celebrazione, presieduta dal cardinale J. Saraiva Martins (prefetto della “Congregazione delle Cause dei Santi”), organizzata dal “Centro Studi San Carlo di Sezze”.
SAN CARLO DA SEZZE UN CITTADINO "PATRONO" DELLA SUA CITTA’
San Carlo, frate laico francescano o.f.m. (Ordine Frati Minori), si chiamava, nel secolo, Giovan Carlo Marchionne (o Melchiorre) e nacque il 18 ottobre 1613 a Sezze, attualmente città in provincia di Latina ma in quel tempo appartenente alla Reverenda Camera Apostolica di Roma. Giovan Carlo, dopo essere entrato nell’ordine francescano nel 1635 e dopo un’umilissima ed esemplare vita religiosa, morì a Roma il 6 gennaio del 1670, già in odore di santità. Sezze, il paese di San Carlo, in quel tempo era città della Reverenda Camera Apostolica di Roma (apparteneva cioè allo Stato Pontificio).A Sezze, nel seicento, la "Cosa Pubblica" era nelle mani di poche nobili famiglie (I Normisini, i Pilorci, i Brancaleone...) che, nel pieno dell'età nepotistica, controllavano lo svolgersi della vita comunale con l'appoggio dei grandi casati romani. Ma la Sezze del popolo, quella dei lavoratori e delle persone più umili, si reggeva sull'economia di piccoli agricoltori ( Che coltivavano generalmente terre non proprie, ricevute in enfiteusi dalle varie parrocchie) e da laboriosi artigiani.
I "Bifolchi" erano una categoria di lavoratori abbastanza diffusa ( Il nostro santo è un illustre "bifolco"), anzi era già una fortuna, allora, possedere una coppia di buoi per coltivare i campi. La povertà infatti era sempre presente tra il popolo, arrecandogli gravi miserie materiali e pessime condizioni igieniche. Infine le immancabili Paludi Pontine rendevano l'aria malsana ed erano uno spauracchio per tutti, specialmente per i poveri agricoltori: nonostante l'impegno dei papi di allora la situazione dei campi...ristagnava in modo preoccupante. Tali condizioni di vita esposero penosamente Sezze nel 1656 ad una spaventosa epidemia che, così come in altri paesi, spopolò più di metà dei cittadini (San Carlo ci parla, nelle sue "Grandezze..." , di circa 4500 vittime) fra cui perirono anche due fratelli del nostro santo che erano dediti all'assistenza degli appestati. In quel tempo Sezze era divisa in sei rioni (quanti ne restavano di quell'antiche suddivisioni chiamate "Decarcie") in ciascuno dei quali vi era una parrocchia con relativa chiesa: Santa Maria, San Pietro, Santa Parasceve, Sant'Andrea, Sant'Angelo, San Lorenzo. Ogni parrocchia aveva circa 150 scudi di entrata all'anno. Agli inizi del 1600 Sezze era tutta pervasa di spirito religioso che, alimentato dalla devozione per l'abate Lidano d'Antena ( San Lidano), fu rafforzato dal fiorire di svariate comunità francescane. In Sezze infatti erano presenti quattro comunità francescane e la Compagnia di Gesù ( I Gesuiti) di Sant'Ignazio di Loyola. Gli ordini francescani ( Le cui radici a Sezze risalgono all'amicizia di San Francesco con il setino cardinale Leone Brancaleone) erano esplicitamente :1) I Frati Minori ( Conventuali e Riformati );2)I Cappuccini;3) Le Clarisse (Monache di Santa Chiara). I Conventuali avevano il convento annesso alla chiesa di San Bartolomeo (ora adibito ad Ospedale Civile).
I "Zoccolanti" Riformati ( L'Ordine del nostro santo ) risiedevano nel convento di Santa Maria delle Grazie (ora adibito a Cimitero cittadino).I Cappuccini, dal 1612 in poi, dimorarono nel convento di San Francesco posto nel bosco ( detto comunemente "La Macchia") ove Giovanni Pilorci aveva rinvenuto due suoi figli che colà si erano smarriti. Le Clarisse di Santa Chiara si insediarono in Sezze nel 1603 in un monastero costruito per le Domenicane e mai da queste occupato. L'Ordine che però dette al paese più lustro, non solo religioso ma anche sociale, fu quello dei Gesuiti. Tali padri, stabilitisi nella chiesa collegiale di San Pietro, erano dediti principalmente alla diffusione dell'istruzione scolastica ed all'Apostolato cristiano. Il Collegio-Seminario Gesuitico fu sin dall'inizio un centro di studi altamente qualificato, divenendo ben presto il faro della cultura setina ( da esso uscì dotto giureconsulto il Cardinale Corradini).Ai bisogni spirituali dei cittadini invece, i Gesuiti provvidero con la creazione di una "congregazione mariana" ( a cui si iscrisse più tardi anche San Carlo) che radunò "artisti" e "lavoratori" per formarli e temprarli cristianamente con esercizi di carità e di devozione.In questo clima di profonda spiritualità era impossibile che non spuntassero anime devote e cristianamente formate.
La questione sui dati anagrafici del santo è molto dibattuta ed è qui inopportuno dilungarsi su questo punto marginale. (Comunque chi volesse approfondire la questione sulla precisa data di nascita del Santo e sul suo cognome può consultare il vol. I, 41 ss delle Opere Complete edite a cura di padre Raimondo Sbardella dal 1963 al 1973).San Carlo, da parte sua, nella sua autobiografia ci racconta naturalmente la sua vita a cominciare dalle proprie umili origini e si esprime in questi termini: «Nacqui or dunque, per quello che si ricava nella fede di battesimo, ai ventidue di ottobre 1613, in giorno di martedì, e ai ventisette del medesimo mese, in giorno di domenica, fui battezzato, e mi posero nome Giovan Carlo» (Opere complete, I, 265). Anche circa i suoi genitori ( e quindi sul proprio cognome) il Santo ci racconta e ci precisa: «Chiamavasi mio padre Ruggero Marchionne e mia madre Antonia Maccione, ambedue nativi dalle antiche famiglie di Sezze, città della reverenda Camera Apostolica» (I, 260).Il segreto del graduale e corretto sviluppo umano, sociale e religioso del santo stà tutto in una esemplare educazione umana e sociale ricevuta nell’ambito domestico. I suoi genitori e la nonna materna, Valenza Pilorci, furono naturalmente i suoi primi veri educatori (sempre esemplari, assidui e generosi di consigli e di disciplina cristiana) ma ad essi si aggiunsero i precetti e la testimonianza della nonna materna, Valenza Pilorci. la parola di Dio quindi fu la base solida e feconda in cui si innestarono i principi basilari, che , secondo le parole del padre, erano fondati nella stessa legge di natura. Tali principi comportamentali, come ripete il santo, si potevano sintetizzare nel motto cristiano che recita: «Non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te; fai agli altri quello che vuoi che sia fatto a te» (I, 261).In realtà tale lineare sviluppo umano non avvenne senza alcun ostacolo, anzi i primi impedimenti alla crescita armonica di Giovan Carlo gli furono dati dal suo stesso focoso temperamento che alimentò in lui l'istinto della prepotenza e della sopraffazione: infatti in famiglia tutti lo chiamavano il gallo di casa (I, 269).
Anche gli stessi studi scolastici furono ostacolati da una "diabolica" propensione del ragazzo verso letture non prettamente scolastiche e formative .Infatti il giovane Carlo, che godeva di una vivida e prontissima intelligenza oltreché di una incontenibile vivacità, era continuamente distratto dagli insegnamenti scolastici perché attratto maggiormente da letture più romanzesche e fanciullesche. Tutto questo venne quindi a discapito della sua corretta formazione che venne brutalmente interrotta da una ribellione clamorosa del giovane che rimediò una amara subitanea «frustatura» (I, 68ss). Gian Carlo così, in seguito a tali negativi risultati, che vennero visti quasi come una vera e propria catastrofe, pensò bene di ritirarsi ad una vita più idilliaca intraprendendo il lavoro dei campi e mettendosi a pascolare dei buoi che richiese espressamente al padre. In questa pacifica e distensiva occupazione Giovan Carlo riacquistò molto del suo equilibrio psicofisico di cui si giovò grandemente la salute. In questo modo il giovane venne a maturare gradualmente una propria vocazione religiosa, orientandosi precisamente verso una scelta laicale francescana. Infatti il giovane radicò in se stesso la vocazione dello stato di fratello laico tra i Frati Minori francescani. Decise quindi immediatamente di recarsi a chiedere consiglio ed accoglienza presso i frati che risiedevano nel locale convento di S. Maria delle Grazie. Questa singolare e inusuale sua decisione non venne accettata pacificamente nel suo focolare domestico che pur sognavano una carriera religiosa per il ragazzo.
Oltre il diniego dei suoi stessi genitori la scelta del giovane incontrò anche una forte opposizione da parte dello zio materno, don Francesco Maccione, il quale voleva che diventasse prete. Tale rispettato ed influente parente anzi, per giungere al suo scopo e per convincere il nipote a farsi prete regolare, gli promise il suo stesso canonicato! In seguito lo stesso zio dovette accondiscendere all’idea che il nipote si facesse frate, ma sempre sacerdote. La volontà di Giovan Carlo alla fine fu la più forte di tutte e fece trionfare la risoluzione di intraprendere lo stato laicale dei frati minori francescani. Il 10 maggio 1635, dopo aver cordialmente salutato quelli di casa, si recò a Roma ,nella chiesa di San Francesco a Ripa Grande, per essere ricevuto all'Ordine e il 18 maggio successivo vestì l'abito religioso nel convento-noviziato di San Francesco in Nazzano: come nome di novizio gli venne imposto quello di fra’ Cosimo.Dopo l’anno del noviziato, non senza difficoltà e sofferenze, il giovane emise la professione religiosa e, sotto espressa richiesta della madre, gli fu di nuovo cambiato il nome in fra’ Carlo.Il giovane religioso iniziò a questo punto un lungo e faticoso cammino nei vari conventi laziali, quasi un continuo pellegrinaggio. La prima residenza del giovane Carlo fu quella del convento di Santa Maria Seconda di Morlupo, non molto distante da Nazzano. In tale eremo cominciò ad essere impiegato in quelle umili occupazioni apprese nel noviziato: ortolano e cuciniere furono i suoi primi servizi. Nell'ottobre del 1637 fu destinato al convento di Santa Maria delle Grazie di Ponticelli Sabino. Improvvisamente, nel novembre del 1638, ricevette la notizia della morte della madre, proprio mentre si trasferiva da Ponticelli al convento di San Francesco in Palestrina. In effetti, dopo la scomparsa del padre, morto nell'agosto del 1636, il santo era maggiormente rimasto legato alla figura della propria madre la cui morte il giovane presentì nel suo intimo prima che questa avvenisse. Nel convento di Palestrina il giovane fu destinato ad un nuovo lavoro ed iniziò a svolgere l’ufficio di questuante. Carlo inoltre, nel suo graduale sviluppo religioso, cominciò a sperimentare le prime estasi propriamente dette.
Dal 1630 alla sua morte San Carlo percorse vari stati di orazione (fervore di spirito, estasi, stigmatizzazione, comunione quotidiana, elevazioni di spirito, confermazione in grazia). Nel marzo del 1640 fu mandato nel convento di San Giovanni Battista del Piglio, ma ivi rimase ben poco tempo perché nell'aprile seguente fu destinato a fare il sacrestano a Carpineto Romano. In tale convento Carlo, dopo questi continui spostamenti, poté restare fino al marzo del 1646. In questa stessa dimora il giovane dovette patire una pesante prova di pazienza e di fedeltà ai suoi voti: infatti Carlo fu sottoposto ad una incomprensibile persecuzione da parte di un confratello e ad una furibonda tentazione di lussuria. Per scampare a queste diaboliche tentazioni Carlo fu sollecitato a scrivere sulla passione di Cristo, e nel 1645, proprio nello svolgersi di una dannosa peste che sconvolse il paese, egli diede prova di eroiche virtù quale benefattore e confortatore degli appestati, senza timore alcuno ed esponendosi cristianamente al rischio del contagio per la sua vocazione religiosa tutta dedita al prossimo ed a Dio (Il, 75ss). Leggiamo ciò che scrive il giovane Carlo: «Dopo aver sopportato, in questo convento di Carpineto, tante si spaventose e terribili tentazioni del demonio, del senso e degli uomini, si fece il nuovo Capitolo provinciale, e fu eletto per Ministro della Provincia il padre Giuseppe da Roma, della famiglia Rivaldi, che fu nel 1646 nel mese di marzo, nel tempo di Papa Innocenzo X» (Il, 93). In questa occasione, cioè nel nuovo capitolo provinciale del 1646, fra’ Carlo fu trasferito a Roma, nel convento di San Pietro in Montorio, sul Gianicolo, dove resterà per il resto della sua vita, salvo due brevi soste nel convento di San Francesco a Ripa nel 1650 e nel 1652.Nel 1647, essendo stato informato di una cruenta morte dello zio don Francesco, il giovane prova una violenta ed insinua tentazione di vendetta contro gli uccisori del suo amato parente. Il giovane, comunque, supererà anche questo travaglio e vincerà la tentazione portando il perdono personalmente ai parenti degli assassini. «Il sangue non può diventare acqua», aveva scritto il giovane nella sua stessa autobiografia (II, lO4ss) ma tale modo comportamentale, prettamente umano, non aveva fatto i conti con la potenza della Grazia di Dio.
Nel 1648, come abbiamo visto, fu arricchito dalla “trasverberazione” del cuore nella chiesa di San Giuseppe a Capo le Case in Roma (II, 136ss). Tale sommo e gratuito avvenimento mistico fu donato a fra’ Carlo quasi per bilanciare una sua eroica rassegnazione a scontare una punizione malamente inflittagli. Da questo momento in poi ha inizio un vero e proprio supplizio di testimonianza religiosa. Fra’ Carlo infatti fu chiamato ad affrontare un'estenuante altalena di comandi e di proibizioni di scrivere. D’altra parte Carlo acquista un sempre più profonda stima di esemplare vita religiosa: egli diventa, a poco a poco, direttore spirituale di diverse persone, di laici, di prelati e consigliere di un congruo numero di comunità religiose. In effetti fra’ Carlo, che aveva avuto da Dio doni straordinari, tra i quali, in particolare, quelli del consiglio e della scienza infusa, profuse a larghe braccia tutti questi gratuiti talenti e molti laici, sacerdoti, religiosi, vescovi, cardinali e pontefici ebbero modo di giovarsi di essi. Il nostro santo inoltre, nel corso degli anni, predisse il pontificato ai cardinali Fabio Chigi (Alessandro VII), Giulio Rospigliosi (Clemente IX), Emilio Altieri (Clemente X) e Gianfrancesco Albani (Clemente XI).Con tutti costoro fra’ Carlo ebbe un rapporto di profonda amicizia nonché un intimo rapporto spirituale, soprattutto con papa Clemente XI. Tali carismi spirituali vennero naturalmente riconosciuti nella proclamazione della sua beatificazione (soprattutto quello della scienza infusa (definito assolutamente straordinario ). Nel corso della seconda metà del suo secolo San Carlo si dedicò a mettere per iscritto sia la sua vita che le sue intime esperienze. Questo impegno egli lo assunse, alla fine di un contrastato percorso, non per vanagloria ( il nostro era quasi un illetterato) ma solo per obbedienza verso il suo confessore che, riconosciuto il sommo valore spirituale delle sue esperienze mistiche, lo aveva alfine spronato a scrivere.
Fra’ Carlo in effetti, dopo sei-sette anni di studi giovanili in cui apprese i primi rudimenti della lingua latina ( I, 69 ), aveva dimenticato quasi tutto e gli restava, come afferma nella sua autobiografia, "solo nella memoria un poco di leggere e malamente di scrivere" ( I,272 ). Oltre a questa impreparazione letteraria fra’ Carlo incontrò ripetutamente tanti altri svariati contrasti. Oltre le iniziali e ripetute proibizioni dei suoi superiori anche la sua stessa vita spirituale rappresentò per lui una notevole fonte di difficoltà : le atroci sofferenze interiori, talora atroci, gli causarono spesso uno stato di vera e propria "malattia", procurandogli delle improvvise e strane ottusioni mentali ( I, 116 ss). Alla fine di tutto però, superate positivamente tutte queste circostanze negative, il nostro religioso poté dedicarsi allo scrivere, affrontando, come già detto, questa occupazione solo come un’obbedienza da affrontare e non per vane aspirazioni letterarie. Nel 1653 termina di comporre il "Trattato delle tre vie della meditazione e stati della santa contemplazione" : è un’opera ascetica e morale,di mistica esperienza, in cui Carlo suggerisce un percorso di perfezione cristiana ripartito in tre vie. La via Purgativa ( in cui l’anima dell’uomo, sporca dei vizi e delle male inclinazioni, si dedica alla mortificazione ascetica ed a sviluppare in sé dei santi desideri ). La via Illuminativa ( in cui l’anima si impegna a diradare le tenebre del peccato e ad arricchirsi di virtù cristiane ). La via Unitiva ( in cui l’anima si dedica ad un totale spogliamento della sua volontà, distogliendola dall’ amor profano, rivestendola dall’amor sacro ed immergendola nelle virtù del santo amore di una vita attiva ).
La meta della via di perfezione è data dal finale riposo di una vita contemplativa.L’opera fu pubblicata nel 1654 e nel 1664. Nel 1654 , alla fine di una lunga e laboriosa stesura, il nostro Carlo pubblica, per la prima volta, il lavoro dedicato ai " Canti Spirituali " (nei quali si spiega l’interno cammino dell’anima innamorata di Gesù Cristo suo sposo) : trattasi di un’operetta poetica scritta da fra’ Carlo per comunicare il suo intimo ruminare composto di pensieri e parole. In semplici e poetici versi il nostro Carlo compone formule ripetitive di inni vari o di giaculatorie devozionali. L’opera fu talmente apprezzata dal popolo dei devoti che di essa furono pubblicate altre edizioni nel 1664 e uno speciale commento talmente poderoso da costituire un lavoro a sé stante . nel 1657 fra’ Carlo termina il "Cammino interno" (dell’…anima sposa dell’Umanato Verbo Cristo Gesù, per il quale ella s’incammnina alla perfezione dell’unitivo amore con Dio): è questa un’opera molto voluminosa e di grande spessore sia per la varietà degli argomenti trattati sia per la profondità dottrinale. Rappresenta un commento ai Canti Spirituali. Il lavoro fu pubblicato in Roma nello stesso 1664. Di eccezionale importanza è quindi la dottrina mistica di San Carlo,da lui esposta in maniera dettagliata specialmente nel Trattato delle tre vie nel Camino interno e nella Autobiografia, opere che rappresentano delle fondamentali esperienze mistiche nell’ambito della chiesa e quindi offrono un contributo molto significante alla scienza della mistica vera e propria poiché, fra l'altro, l'autore non comunica o insegna fatti basati su teorie intellettuali bensì descrive degli stati che egli stesso ha già sperimentato (Autobiografia, f. 305v).San Carlo, per tali motivi, fu paragonato, con valide motivazioni, a San Giovanni della Croce e a Santa Teresa d'Avila.Tale grande "dottoressa" infatti non fu estranea a san Carlo, anzi venne da egli ritenuta, nel particolare descrivere gli stati sull'orazione, quale la maestra datagli da Dio (ibid., f. 305r). Nel 1660 Carlo inizia a comporre i "Settenari Sacri" (ovvero meditazioni pie per sollevare l’anima all’unione con Dio per i sette giorni della settimana) : trattasi di un’opera complessa in cui si esprimono ben 98 meditazioni su sette particolari tematiche: la creazione, le virtù (teologali e cardinali), le virtù morali, i sette viaggi dolorosi di Cristo nei giorni della sua passione, le sette parole di Cristo pronunciate sulla Croce, le sette petizioni del Pater Noster , i sette doni dello Spirito Santo. In sintesi Carlo esprime l’essenza della vita spirituale basata non sulla Scienza ma sull’Amore. Il progresso costante consiste nel praticare sempre di più l’Amore ( un solo amore distinto nei tre gradi : 1- Pratico ; 2- Fruitivo; 3- Essenziale ) tipico della vita attiva, di quella contemplativa e di quella perfetta. L’anima che tende a perfezionarsi ha per ideale la meta dell’Amor Puro, raggiungibile da tutti. L’opera è contenuta in un poderoso volume ed è utilissima per ogni persona desiderosa di salire a perfezione. Il lavoro fu pubblicato in Roma nel 1666. In questo stesso anno furono pubblicati l’Esercizio devoto per la novena di nostro Signore e l’ Esercizio devoto per la novena della santissima Vergine Maria. nel 1661 Carlo comincia a comporre finalmente anche una autobiografia, la famosa opera meglio conosciuta come "Le grandezze delle misericordie di Dio" (in un’anima aiutata dalla Grazia divina), che termina nell'agosto del 1665 : è questa una particolare descrizione autobiografica della vita del nostro religioso che ha voluto comunicare non tanto fredde notazioni di vita umana bensì l’intero svolgersi della sua vita spirituale alimentata e spronata a perfezione dalla mano gratuita di Dio. Intanto, in questo scorcio di secolo, Carlo ebbe modo di girovagare ancora fuori di Roma:nel 1662 egli viene mandato a Napoli, nel monastero Santa Chiara, per compiere una funzione di direzione spirituale e nel 1666 accompagna il cardinale Cesare Facchinetti ad Assisi, Loreto, La Verna, Firenze.
Altro viaggio nel 1669 a Spoleto, sempre dal card. Facchinetti. l'opera più voluminosa di fra’ Carlo è rappresentata dall’ "Esemplare del cristiano"(ovvero discorsi sopra i misteri principali della vita, predicazione, passione e resurrezione di Gesù Cristo, cavati da quello che hanno scritto i quattro Evangelisti, e divisa in tre parti): si tratta, come si comprende, della vita di Cristo, purtroppo incompleta per la sopraggiunta morte dell'Autore, arrivando fino al discorso sopra l'Ecce homo. L'opera ha carattere narrativo ed esegetico, ma con molta frequenza vi sono inserite riflessioni di natura eminentemente mistica, che danno un valore notevole allo scritto. In modo particolare fa impressione una conoscenza sbalorditiva della sacra Scrittura da parte di fra’ Carlo. L’opera resterà inedita durante la vita e purtroppo tale rimane ancora oggi. San Carlo fu uno scrittore fecondo e trattò con maestria problemi di altissima spiritualità, da destare ammirazione in uomini dottissimi, come si espresse Leone XIII nella bolla di beatificazione (1,109). Fra’ Carlo durante la sua vita religiosa mantenne sempre un’umile posizione all’interno della sua schiera francescana e non ricoprì mai incarichi di livello o di responsabilità direzionale. In effetti egli fu impiegato in molte umili occupazioni, proprie del suo stato ( fece cioè il cuoco, l’ortolano, il portinaio, il questuante e il sagrestano). In tali uffici fra Carlo si distinse per l'umiltà, l'ubbidienza, la pietà serafica e l'amore verso il prossimo, riuscendo ad unire alla più intensa vita interiore e contemplativa una instancabile attività caritativa e apostolica. Proprio da questa propensione missionaria Carlo fu spinto a chiedere spesso di uscire fuori dal proprio convento per dedicarsi amorevolmente alla cura di tutti i bisognosi sparsi in varie parti d’Italia ( Urbino, a Napoli, a Spoleto e molte altre città minori). San Carlo , quale frate francescano dei Minori Riformati, il 6 gennaio 1670 rende l'anima a Dio (Il, 515ss).Dopo la morte inizia la raccolta di testimonianze sulla santità di fra Carlo da parte di P. Angelo Bianchineri da Naro, già suo confessore saltuario e consigliere assiduo, di Nicola Grappelli ed altri. Nel 1694 La Congregazione dei Riti decretò di aprire il processo sulla fama di santità, virtù e miracoli; iniziò così una trafila che si dimostrò, per varie cause, piuttosto laboriosa: Clemente XIV dichiarò l’eroicità delle sue virtù il 14.06.1772, la congregazione generale per procedere alla beatificazione ebbe luogo nel 1875 e solo nel 1882 fu proclamato beato da Leone XIII (con breve del 1°.10.1881). Anche per la canonizzazione si ebbe un contrattempo: era stata programma per l'ottobre 1958, ma il 9 di quel mese morì Pio XII e così la glorificazione fu aggiornata per il 12 aprile 1959, e fu operata da Giovanni XXIII (II, 518ss). Il corpo riposa in S. Francesco a Ripa. La festa liturgica, per l’ordine francescano, si celebra il 7 gennaio. San Carlo rientra nella schiera di quei santi stigmatizzati e si distingue da tutti gli altri per essere il solo tra di essi ad aver ricevuto uno stigma prodigioso nel cuore direttamente dall’Ostia Consacrata (La Santa Eucarestia), per di più durante lo svolgimento di una Santa Messa. Tale fatto prodigioso avvenne a Roma nell’ottobre del 1648 dentro la chiesa di San Giuseppe a Capo le Case.
La "trasverberazione" o "stigmatizzazione" del cuore di S. Carlo è stato l’evento più prodigioso e soprannaturale avvenuto nella vita di S. Carlo da Sezze che naturalmente ci ha raccontato l’episodio nella sua autobiografia ( "Le Grandezze delle Misericordie di Dio ", Libro VII, 6° cap." ).Secondo le testimonianze di alcune religiose del monastero di S. Giuseppe, fra Carlo rimase privo di sensi per vario tempo, tanto che dovettero mandar "fuori aceti e cose confortative per farlo rinvenire", sebbene alcune dicessero che non si trattava di "svenimento naturale ma di cosa soprannaturale". Secondo altre testimonianze fra Carlo, per timore di peccare di vanagloria, pregò il Signore perché si chiudesse la medesima ferita, che "fece per qualche tempo sangue".Si testimonia anche che il santo, nonostante che la ferita fosse chiusa, ne sentì il dolore fino alla morte. Il 6 gennaio 1670 infine, cioè alla morte di S. Carlo, comparve definitivamente sul suo petto un singolare "stigma" che venne riconosciuto di origine soprannaturale da un’apposita commissione medica e fu adottato come uno dei due miracoli richiesti per la beatificazione. Per arrivare ad essere riconosciuto "Patrono" della sua Sezze San Carlo ha dovuto compiere una trafila e mettersi in attesa del titolo alle spalle di San Lidano Abbate che, appena morto , nel 1118, venne subito acclamato patrono di Sezze e tale è rimasto a tutt’oggi. San Carlo quindi solo da pochi anni, a furor di popolo, ha affiancato San Lidano nel patronato della sua stessa città ed ambedue vengono solennemente celebrati ogni prima domenica del mese di luglio.
San Carlo da Sezze , diversamente da San Lidano non possiede di per sé una "Leggenda" vera e propria (in senso letterario ed agiografico) ma in realtà la bibliografia attorno alla sua santità è grandemente sviluppata e si è arricchita sempre di più nel corso degli anni, a partire dalla sua beatificazione del 1882 fino ai nostri giorni. La base letteraria della sua "Leggenda" è anzi costituita dalla sua stessa autobiografia, lasciataci dal santo. Tra i letterati più famosi che, attraverso un intimo rapporto con il santo, si sono distinti per le loro opere agiografiche caroliane: Anton Maria da Vicenza, padre Severino Gori, Jacques Henrinckx, mons. Ippolito Rotoli, Antonio Valleriani, mons. Vincenzo Venditti e il padre francescano, confratello del santo, Raimondo Sbardella che ha profuso quasi una vita intera per la pubblicazione e divulgazione delle opere di San Carlo.
Carlo Luigi ABBENDA ( da "Patroni e Feste Patronali nel Lazio" , AA.VV. – Lunario Romano 2000, XXVIII volume - edizione Gruppo Culturale di Roma e del Lazio )
I sonetti del Belli "ricomposti" in sezzese da Carlo Abbenda
di
Carlo Luigi Abbenda
Questa raccolta di poesie dialettali, nata da trastullo poetico , è ispirata tuttavia alla poesia di un noto poeta dialettale romanesco , di fama nazionale : Gioacchino Belli.
Le poesie dialettali in sezzese, composte perlopiù durante l’anno giubilare del 2000, riviste e corrette nel corso di questo dicembre 2001 , non sono la semplice traduzione delle poesie religiose del Belli trasportate dal dialetto romanesco a quello sezzese. Infatti queste poesie sono state ricomposte con una struttura peculiare setina : la rima e l’assonanza di termini sono state tutte rimodellate in dialetto setino.
Oltre a questo aspetto linguistico le poesie sezzesi risentono molto della cultura setina religiosa di un passato non molto remoto , offrendo al lettore spunti di riflessione su usi e costumi locali tramite anche la funzione esplicativa di alcune puntuali note di commento che mano a mano porrò in calce ad ogni poesia.
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I vuinchicingo di nuvémbro
Fra otto dì , a Santa Catarina
le case ricche mettono le stòle pi'lle scale
da gli létto si levua la cupèrta fina
s'appicciano i fucugni drént' a lle sale.
I témpo che ffarà quélla dumano
Nnatalo lu téta fà talo i qualo.
I lunario, buciardéglio, chi ripòrta ?
La bbrina?
I la bbrina vidarai puro a Nnatalo !
I cuménzono ggià i sunaturi
a ccalà dalle muntagne allo piano
'mbuttichi cu quigli mantégli rattuppachi.
Chi bbelle canzuncine ! Chi bbelle nènie !
Pinzate cha i pasturi di Bèttalèmme
li cantòrno spiccicate, tali i quagli
dinanzi a gli prasèpio di Ggiasù Bambino
'n zéme a gli'angiulicchi cu' lli agli.
Carlo Luigi ABBENDA
I' primo di dicémbro
Finito è oramai i méso di nuvémbro
stanotte la Madonna aropre dicémbro!
pinsate ca fra quinici iurnate , bèno o malo
cuménza n’chiesa
la nuvèna di Natalo!
dapò, sintéte na cica, che succede:
finiscono di sunà i pifferai
e teccote le cummedie e gli carnovalo.
accusì si va nnanze a stu paéso!
I dapò quaresima...i dapò Pasqua
cu’ gli ovuo:
i a malapena finisce i ’uttavario
aricumincia la cummèdia, i scinario nouo!
Chiappa, n’zomma, i librétto
di gli lunario
i t’accurgi c’a tutto i’anno
tocca méso a Pulicinèlla e méso A Ddio,
senza divario!
Carlo Luigi ABBENDA
I otto di dicembro
Solo pi oi , Minicuccio méio,
nun sfutticchiamo;
nun sfutticchiamo , no,
facémo orazzione.
Nun sai oi che festa celebramo?
la Santa e Immacolata Cuncezione.
Tèta pinzà che quando padro Adamo
nun séppe vénce la tintazzione
i si magnaue la mela di quiglio ramo
n’paradiso si sprangaue i’ purtono.
Da quel dì madre natura
rimase sempre sotto la cundanna
i n’arisciue pura i santa manco mèsa criatura.
Tra tutte li uniugni che Ddio manna
n’ci stètte mai nu matrimognio casto i puro
si non quiglio di San Giuacchino i di Sant’Anna.
Carlo Luigi ABBENDA
Santa Lucia ( tricidi di dicémbro)
ôi è Santa Lucia, ôcchi i cannéle!
Urbi et Orbi fào granne alligria.
Le fémmene chi si chiamano Lucia
ôi si magniano zucchero i mmièle!
dóppo musudì sor Caio offre a tucchi ‘nu pranzo
pi ddivuzzione a ‘sta santa
cu ppasta , vuino i carne di manzo ;
pi fistiggià la guariggione séia ,
pi rimettise dall’ittirizzia ,
da ‘na mmalatia di gli occhi , sèria sèria.
Pare che Ddio quattr’occhi ci abbia fatto
a ‘sta santa avucata di gli guèrci :
doua i porta ‘n fronte i doua a gli piatto.
Ma pirchémmai, dàpÓ , ni venne
i doua occhi chi ci avanzino a gli piatto
i chi stò pittachi a gli ritratto?
Teneta sapé : 4 Lucie pi 4 Cantugni,
ogni tridici di dicémbro su prucissiugni.
Carlo Luigi ABBENDA
La nuvena di Natalo
Eh , è propéta vero
a siconda ‘gli guschi, Filumèna !
si fao vuénì i ciechi zampugnari a cantà nuvèna !
Mariuccia i Maddalena
chiamino sempre i carciuffulari
cu gli mucchi ciechi i amari.
Ti dirò ch’a ‘mmì nun mi pare nuvena
si nun sento di gli pifferai ‘sta cantilena
i ppuro cÓstono assai:
tutta ‘sta musica i tutta ‘sta canzone
cÓsta accomme a ‘na pirdiscione!
Quando arriva la dì di Santa Catarina
( cioè i 25 di nuvémbro)
che s’arisènte ‘sta manfrina
io arinasco quasci a gli munno
i mi pare d’èsse di’lla terra la riggina.
Pinzate ‘mpò:
ci stao cèrchi povueri scemi
che i pasturi di notte nu ' volo.
Puvueracci loro!
Io ‘nvece, a gli létto mi giro i m’arivuòto
i tra la vueglia i gli sonno mi i gòdo!
Carlo Luigi ABBENDA
La viggilia di Natalo
Lillò, la viggilia di Natalo
micchite di guardia a gli purtono
di cache munsignoro o cardinalo
i vidarai intrà ‘sta purdiscione.
Mò entra ‘na cassetta di turrono,
mò entra ‘nu barilozzo di cavialo,
mò i porco, mò i pullastro, mò i cappÓno,
i mmò ‘nu fiasco di vuino ginuino i bbÓno.
Doppo ‘mpò entra i gallinaccio,
apprésso i’abbacchio,
le livue duci , i péscio di Fugliano,
l’oglio di livua, i tonno i l’anguilla di Cumacchio.
‘Nzomma fino a nnotte , magni mano,
tu t’accurgiarai, Lillotto caro,
quant’è ddivuòto i popolo cristiano.
Carlo Luigi ABBENDA
La fine di gli anno
Oi sémo alle trentuna di dicémbro
i ha finito i anno, caro Mattèo,
i a ogni chiesia tutto i popolo cristiano
pi renne grazzie a Ddio canta i Tadèo.
Addumano, dapò, si Cristo ci dà vuita ,
alla stessa cchiesia cu ‘gli prèto
s’intòna n’atra antifona gradita
a Sa’ Spirto Paraclèto.
Ma a cché seruono doppo tutte ‘ste funziugni:
i ogn’anno nòvuo porta cu’ ssé
tanchi atri trugni!
Addifacchi , putete puro cantà voi
che ggià Ddio Santo tè , ‘n paradiso,
atre cose da penzà piuttÓsto che ssentì a vvoi!
Carlo Luigi ABBENDA
La sculatura di gli 2001
Oi , trentuna di dicembro, c’ha ffinita
st’annata negra di BinLadeno,
la cumpagnia fratesca ggiasuita
pi renne grazzie a Ddio canta i Tadèo !
Addumano, dapò, si Cristo ci dà vuita ,
a gli stesso cunvènto farisèo
s’intòna n’atra antifona gradita
a Sa’ Spirto Paraclèto.
Ma a cché seruÓno dÓppo tutte ‘ste funziugni:
i distino, arammai, pare già diciso!
ca ogni anno nòvuo è peggio di gli vuecchi!
Addifacchi pu cantà ccquanto tu vvuoi
che ggià Ddio Bbiniditto tè ‘n paradiso
atri iacchi da pilà piuttÓsto che ssentì a vvoi!
Carlo Luigi ABBENDA
I bbóno Capo d’anno
Bbon capo d’aglio , a llei, sòra Maria!
Accummè! nun s’arisponne ? Le creste vi fanno ?
Eh, oi si téta campà in alligria
senza farese attaccà da niscun malanno.
Anzi , i’ stéua a pinzà, senza dice bbucia ,
che facessimo ‘nzéme ‘nu cuntrabbanno:
ca quello che ôi si cumbina , cummare mia
ddapò si seguita a ffà ppi tutto i’anno !
Tucchi i guschi tètano èsse missci a coppia
‘sta bella dì; i pirfino ‘n paradiso
agli sanchi si sèrue piatanza dÓppia.
I , lu sai , dapò , pirché i papa ha criato i ggiubbileo?
Pirché Ggiasù Bambino s’a circunciso ,
i Figlio di Ddio s’ha fatto Abbrèo!
Carlo Luigi ABBENDA
La viggilia di Pasqua BBifania
La Bbifana , a gli figli , è nicissario
di farcila addumano , eh , sòra Tòlla ?
‘N giro a ccumprà ci stà tanta fòlla.
A quigli mei ci la faccio tra otto dì, a gli ‘ uttavuario.
‘Ste di’ adecco , addÓ m’accòsto accòsto, quiglio mi bÓlla:
alle Piaggie Marine o a gli Piazzalo.
Accusì , pi Ótto dì ci pènzo i nun faccio malo
i alla fine si sa , chi vuenne cede i ammolla.
Pinzate ‘n pò che prezzi: a ‘nu giuchino
oi cétto quanto vulevano? otto scuchi !
I a ‘na pupazza ? ‘Nu béglio zicchino!
Mò ognuno che vuò vuenne
cérca di cacciarivu ‘ i ‘occhi.
Ma quando stà pì cchiude i buttechino
i clienchi i cercheno cu gli lanternino:
la mèrce vi la dauo pi ddò bbaiocchi !
Carlo Luigi ABBENDA
La nuttata di pasqua Bbifania
- Mà ! Mà !
- Addurmite!
- Nun ténco sÓnno!
- I ffà ‘mpò addurmì chi i tè, dimonio dimoniétto!
- Mà , mi vuoglio arizzà !
- Ggiù , ggiù , statte a gli létto !
- N’ ci arisisto ppiù , mò mi sprufonno.
- I nun ti vuesto , io mÓ chiamo Nonno !
- Ancora nun è iorno. I chi mi su detto :
chi ci mancaua poco ?
I ‘mbè t’aspetto.
- Uffa , chi su scucciante ; su scucciante assai !
- Mà , guarda ‘m pò si s’ha fatto giorno allòco drèto.
- Durmi ! ch ‘ancora è notte ! Ohia ! ch’ ha succésso ?
- Oh Ggiassummio ! E’ ‘nu granchio a gli pèdo!
- ‘N ‘zomma , statte zitto , mò appiccio i lumino.
- Finalmente:
Vichi ‘mpò cche m’ha purtato
la Bfifana a la cappa ‘gli cammino !
Carlo Luigi ABBENDA
La dumano di pasqua Bbifania
E’ pramente bbéglio vidène ‘ngiro ‘schi funghecchi,
‘sci mammòcci , ‘schi furbi ciumachégli ,
mméso a ‘na muntagna di giucarégli
zumpéttà accomme a spirichi fullécchi !
Arlicchigni , trumbétte , pulicinégli ,
cavagliucci , ssidiòle , cifalicchi ,
carittigni , ccuccù , schiÓppi i archicchi ,
sciabbule , bbirrittigni i tamburégli...
Quisto pòrta la còtta i la suttana ,
quiglio è vvuistito ‘n camicio i ppianéta
i quigli’atro è ufficialo di la Bbifana.
I ‘ntanto , o prèto , o chierico , o ufficialo,
le cose dduci cì tireno le déta ;
I mamma striglia che ffinisce a mmalo.
Carlo Luigi ABBENDA
Alle 17 di génnaro
(La Festa di Sant'Antògno Abbato)
Ieri, ch'era festa di Sant'Antògno Abbato
cu' moglima mi ni sò ito
a prisinzià di gli aglimari la bbinidizziòne.
Da Santa Parascevue a Ferro di Cavallo
finèntite alla cchiesia di gli Cappuccigni
è stata la nostra pirdiscione.
I' prèto era quiglio pézzo di dimonio
di' gli figlio Bbuttarazza:
dun Antonio era i prèto chi bbenidicevua
di gli aglimari la razza.
Ritto 'mpéchi, cu 'mmagni i' aspersorio
si ni stévua ad aspittà li bbèstie pi ggli mercimonio.
Porci, sumari, pecure i cavagli
s'accalcavuano, stricchi , bardagni
di fiòcchi bbianchi, rusci i ggiagli !
I dun Antonio, pitènne i raccullènne
di quatrigni 'na tòppa,
ha strigliato a tutta la ciurma :
" Figliogli méi, la Carità divuòta
nun è mmai tròppa ! "
Carlo Luigi ABBENDA
Le Cenneri
Pi ffà i bbÓno cristo i scuntà 'n chiesa tante mmagnate,
tanchi pranzi i ccéne i tant'atre gudurie vane di lla carne,
sò vuluto i' a Sa' Rocco a famme métte 'mpò di cennere 'n capo.
Nun ddubbitate c'a sò ccascato bbéno !
ca i' prèto, forse pi pruvuà si l'umiltà meia era di còccia,
'nvéce di mettéme nu pizzico di cénnere
a magni péna m'ha 'nzacchérato la capòccia.
Pinzate 'mpò accÓmme i' sò riaggito,
io chi ggià téngo di nnatura lu sango callo,
i nun téngo bbisÓgno di nisciuna midicina
pi ffamme aiazzà la prissione di llu sango.
Figurativui a mmì chi subbito vuango n' fÓco :
mi sò 'nnarbrato tutto,
sò 'ngiastémato subbito déntro di mì
i Chacheduno diciarà :
ma chi vu' dice cu' tutta 'sta manfrina?
Sschi préchi accomme fao fao
sempre quello che vuolo
vérso padro, madre, frato i figliòlo.
Carlo Luigi ABBENDA
La prima dì di quarésima
Finalmente ci sémo spicciachi di carnévualo,
ovuo finite li corse, i bbagli,
li cumméddie, li cenneri i gli diggiuno:
mÓ è témpo di prediche i di péscio magro.
Di tanchi scialacquaturi oi
nisciuno pò sfotte chi nun sà pututo divuirtì :
i' òmo sèrio Ói stà a gli stésso grado
di quiglio c'ha fatto i matto i gli sbéndÓno :
o s'ha guduto o nnò, sémo tucchi uguagli.
Addio all'ammasscherate i caruzzèlle,
pranzi, ccéne, mirènde i culazziugni,
fiuri, sbuffi di curiandugli, cunfécchi i caramèlle.
I' Carnovualo è mmÓrto i sippéllitto :
s'ovuo smurzachi tucchi i mucculòcchi,
nin zi parla ppiù,
i' divuirtiminto ha finito tutto:
mò è gli témpo di battersi i pétto
i di mettersi a llutto !
Carlo Luigi ABBENDA
La Quarésima
Dice cacheduno ca io nun sò cristiano ! Io faccio la spesa,
ogni dumano, di gli santo maritozzo.
I' nun cenava mmai, i mmò mi strozzo
pi' mmagnà otto once accomme vuo' la Chiesa.
M'ovuo attaccato la scaletta i mi sò chiappato
p'amoro di Ggiasù, fino a gli barbuzzo,
'na secchiata o doua d'acqua di puzzo,
i ll'acqua, Ddio lu sà, quanto malo m'aggrada.
A gli tempo séio, faccio i' aratòrio a gli purtugni rotti
cu' la mazzola: io, appena sciòte le campane,
sparo, pi' ddivuzzione, tanchi bbotti.
Io faccio Pasqua pi' mmì e pi' tante pòste
i, ppi' cumplétà tutte l'opere cristiane
faccio bbinidice i salamo cu' lle ovua tòste.
Carlo Luigi ABBENDA
I' Miserere di' lla Settimana Santa
Tucchi gl'ingrèsci di Piazza di Spagna
nun fao atro che dice: si che piacéro
è lu séntì a San Pietro " I' Misérero"
senza che niciuno struménto i' accumpagna.
I difacchi, cavolo! in Gran Britagna,
i all'atre cappelle furastiere,
chi sà dice accomme a Roma , sti tre sere:
"Miserero mèi Dèo sicunnum maggna " ?
Oî n'cima alla parola "maggna" ci ovuo stachi n'ora;
i cantata accusì, sango di Ggioa
quella "maggna" è 'na parola ch'innammóra.
Prima l'ha ditta 'nu musicanto, i ddapò n'atri doua,
dóppo tre, dapò quattro; i tutto i' còro allora
ci'hà dato sótto: "Mmisericòrdiam tua".
Carlo Luigi ABBENDA
I Vuinirdì Santo
Quando fu che mòrse Ddio
la luna i gli sÓlo,
cu' tutta la bassa famiglia di le stélle,
si mittÓno i' cruccio i pi' ll' aria
si sèntono sparà castagnòle e zaganèlle.
I quisto Ói vuÓlo dice quelle mazze
quelle tricchettracche i zzaganèlle
chi si fao ( pi' dillo cu' dò parole)
di léna, di féro, di canna,
di crino i di pèlle.
Tutto i' bbaccano chi facémo
è stato appunto nu mòdo
pi ccércà' di riabbà, cu di gli rumuri véri,
quello che si sintivue cu gli témporalo
i cu gli taramòto.
I siccòme Cristo è mmÓrto, Ói i ieri
sémo vuisto tucchi i altari vuòchi,
puro di carteglorie i di cannélieri.
Io sò sintito sèmpre pridicà'
cha Ggiasù Cristo era mÓrto di Vuinirdì
I che dÓppo tre giÓrgni che mòrse
isso vulivue, a còmmÓdo séio, arisuscità.
Ma ' ccomm ' è 'sta Storia ?
Mò i vuidémo adécco métte 'n sepÓltura i' giuvidì
i la ddì apprésse i vuidémo
ariazzà' pi ll 'aria 'n cima a la croce
i ripiantarglio allòco ' n cima.
...I gli sabbato addumano, animo, su:
si rilèvua a gli altari i' spugliaminto,
s'aricanta i' Ggloria i nun si piagne ppiù !
Queste, ppi cacheduno che nun créde,
pÓlo sembrà' tutte bbucérie
oppuro delle eresie, pirché:
o nun succèsse accÓmme si dice
oppuro si tèta fa' accomm ' è veramente.
Carlo Luigi ABBENDA
La pantumima cristiana
Quando i' popolo fà la cummunione
curiuso è stàrsene a nu' cantuncino
assaminando oggnuno da vuicino
accomme asterna la propria divuzzione.
Quisto arapre la vuocca i quiglio fà i bbucchino,
chi si scazzotta i chi spreme i' limono
n'atro aiazza la capoccia a gli curniciono
i n'atro s'incurva accomme a ciammella i fà n' inchino.
Chi, dapò, spalanca tutte e doua le braccia,
chi fà tanto d'occhiacci i chi gli ' nserra:
chi aggriccia i' naso i chi arivuota la faccia.
Ggiaculatorie forte i sotto-vuoce
bbaci a la balaustra i bbaci n'terra,
succhi di fiato i ssegni di croce.
Carlo Luigi ABBENDA
La Carità
Ma cchè, mica oi su céco? Mbè, mbè quiglio
quiglio vécchio struppio i cu' n'occhio pisto
chi ccià stiso la magni: nun gli sù vuisto?
Prèsto, vacci a ppurtà stu quatriniglio.
Figlia mé, quando 'ncuntri 'nu puréglio
fatte cunto da vuidé GgiasuCristo ;
i quando n'òmo dice : ténco fame, tristo
chi nun ci iètta 'nu tozzo dentro a gli cappéglio.
Chissà si quiglio vécchio, cu' quiglio vistito tanto smisso
chi n'anno prima n'avésse avuto i' modo,
i' modo di putérla, la carità, fàrla isso ?
I nnù, chi grazziaddio oi magnamo,
ma addumano ci starà lu magnà ? Ecco i' nòdo:
tucchi i' ommigni sù figli d'Adamo !
Carlo Luigi ABBENDA
I Figli
Ddisidérà' i figli , eh, sòra Rita?
Si, ppi li bbelle ggioie chi vui danno !
Prima, puurtargli n'corpo quasci 'n ' anno
i ddapò, parturirgli a risico di vuita.
Allattargli, smerdargli: a oggni mmalattia
sintirsi cadì ' tèrra stramurtita.
I quando che ssu grusci, oh, allora la bòtta ha ita ! :
chiappino i' cappéglio i si ni vuavo via.
Nun si pò propéta scappà' da scchi doua bbivui:
si ssu fémmene, sgarano ogni tanto;
si ssu maschi, ti crescono cattivui.
A ogni ddì 'nu' crèpacoro, 'nu guaio, 'nu pianto!...
I ttu ancora vu disiderà ' i figli vivi ?!
Nò, nnò , cummare : Paradiso Santo !
Carlo Luigi ABBENDA
I' Vuicinato !
Mi so' attaccato a gli primo campanéglio
- "Chi è?" - "Amici!" - "Chi séte?" - "Amici bbògni! " -
- "Chi vuléte ?" - "Cerco sor Tumasso Vitéglio " - .
- "St'omo, uuhm, adécco nin ci iabbita, fratéglio" - .
- "Ma m'ovuo ditto a gli Quattro Cantugni ! " -
" Starà a cach'atro di quisc'atri purtugni..."
" Cchi ssà ? Moglima sà di cèrto i' nduvinéglio! " :
- "Nninaaa!" - , - " Cchi è? " - " Adécco n'omo cerca 'nu certo
Tumass..." //
- " Stà a' gli dieci, a magni ritta,
alla vutatora, dentr'a gli purtono arapérto;
Fatte quattro rampe, n'cima a 'na suffitta
abbussci a gli bbattòcchio: i si nun gli truvi, di cèrto
pranza da gli ' oste di sotto chi si chiama Ttitta! " .
Carlo Luigi ABBENDA
La Speranza del Vecchio
Eh, nipuchi méi, date rètta a nònno:
a ll’età vostra vui pare tutto béglio
ma, créscéte, créscéte nu tantinéglio
e putréte vuidé accumm’è addavéro i’ munno.
Vuidréte ,tutte li , dì ca i sicondo
cianca a gli primo, i gli terzo la fà ancora meglio.
Vuidrete n’abisso e ‘nu mulineglio
Di tradiminchi di tutto i munno.
Vuidrete ‘nu Govèrno che ffà’ edicchi
I lassà i virtusci mmurirsi di fame
Mentre va’ ‘n gloria chi commette dilicchi.
I succede allora accomme a ll’oro, all’argento e a lu ramo,
facchi da Ddio pi risullevà gli afflicchi
seruono ‘nvece a nu traffico infamo.
Carlo Luigi ABBENDA
Le Caluggne contr’er Governo
I Dacci sotto contro i’ Governo! O è caro lu pano,
o nun ci si scalla mentre è ‘nvèrno,
o vui sbagliano nu numero a ‘nu tèrno
o u’ abbuscate ‘nu muccico da ‘nu cano!
O la commedia musicata è ‘n infèrno,
o si fa n’anghetto pì lle BBifane,
o la ggente si baruffa cu le magni
sinchi subbito dice: “ I cchi ffà i Guvèrno?!?”
Ma su propeta ‘ntischi schi cialtrugni:
Mica i Governo téta fa mette ogni ddì n’additto
‘ncullato pi tucchi i quattro cantugni?
Stachiue attennchi ca mò è puro dilitto
di gli Guvèrno si gl’oschi nun su bbogni
O ca i pranzo si ni vuà tutto ‘n fritto!
Carlo Luigi ABBENDA
Il Galantuomo
Nun ci vuò mica tanto pi sapéllo,
si tu su galantòmo o birbacciono.
Vai a Mmessa? Su cristiano bbono?
Quand’è viggilia diggiunà t’è bello?
A lle madonne ti cacci i cappeglio,
ci vu bbèno a gli papa? Fai divuzzione?
Si truvi cache croce ci fai mica minzione,
La unuri o la cancigli meglio?
A cchi t’affichi quando t’arizzi ‘mpechi?
A caséta i’ ti i rosario, da cristiano?
Fai mmai ‘nu pilligrinaggio scauzzo i a ppechi?
La ti n’accquasantiera a ccapo a gli létto?
Solo accusì su nu Galantòmo! I piano piano
divinchi n’òmo da Ddio dilètto!
Carlo Luigi ABBENDA
Lo Specchio der Governo
Quando si vuede ca i governo nostro
Cammina senza còsse pi lla via
Quando si vuede ca manco “Cagliostro”
saparia ‘nduvuinà quello che sia:
quando i guvuerno “mmédico” tòsto
ci dice ca ogni mmalattia
si po’ cura solo i si mmette appòsto,
cu’m po’ d’incènzo i quattro avuemmaria:
quando vuidemo ca i’ Stato spèrpéra
e cca i ladro si succhia tutto lu gràsso
i gli Guvuerno stà propéta tèra tèra…
…Tu allora allora chi ti paura di stu sollàzzo
Striglia puro ca i Governo si stamazzarà ‘n tèra
Si cu tutte le rote và ‘n frocià a nu sàsso!
Carlo Luigi ABBENDA
La Vita dell’Omo
Pi nnove misci si stà ariparato, doppo stà tutto ‘n fasce
Tra sbaciucchi, puppate i llacrimugni
Dapò i allaciono a gli girèllo finchè nun crésce
Cu’ gli tòrcolo ‘n capo i do’ brache di cazzugni.
Dopo ‘mpò cumènza i cruccio di lla scòla,
i abbiccì, li bacchettate i gli gilugni,
la roa, la cacca a lla sidiòla,
i ‘mpo di scarlattina i virmigliugni.
Addapò vuè l’ ”arte”, i mistiéro, la fatia,
lu diggiunà, la piggione, le tasse di gli guvèrno,
la prisone, i spidalo, i dibbichi, i pi giunta s’insòra
I solo cucente, la nevue d’immèrno…
I alla fine, all’ultima orà…
Vuè la morte cu’ gli Paradiso o cu’ gl‘inf èrno!
Carlo Luigi ABBENDA
La GGiustizzia
Tra ‘lle quattro virtù chi gli munno spèra
Chi tinariuno téné i guvuirnanchi
Ci stà la GGiustizzia véra
Quella di ggli ommini di légge in guanchi bianchi.
Essa tè ‘n magni ‘nu spadono i ‘na stàtéra:
pista na pècora cu gli doa stivagni:
stà puro abbindata cu ‘na stòffa nera,
appirciò ci vulariano gli acchiagli…
M’accomme, Cristo meio!, po’ ‘nduinà la strada,
sìè accusì cièca la povera Ggiustizia,
di pisà bbèno i pisci i ddi calà la spada?
Accomme po’ mmai vuidé si la malizzia
di gli tribbunagli ci dà grano o bbiada,
o si è zucchéro-d’orzo o liquirizzia?
Carlo Luigi ABBENDA
Er Processato
Ohi cétto Aucato méjo difinchimi forte,
m’araccummano a ttì pi quanto pòsso,
tu téta fa tuttoché nun mi vuè addosso
quella schifosa di condanna a mmorte.
Giusto pirché dinanzi a la sorte
Di ì ‘n galera i di zumpà quist’uscio,
sempre si troua cache cappegglio ruscio
che pur ‘n galera t’arapre tutte le porte.
I si mmai ci vulésse pi ddifésa
Ricorre a cache fémmina unèsta
giochete puro moglima Agnesa.
Ca i so sicuro ggià che manco a gli dimonio
Ci passaue mmai pi ‘lla tèsta
Di nun difenne i’ santo matrimonio.
Carlo Luigi ABBENDA
Er Torto e la Ragione
Oibbò nun su le pistole o le spade
Che separono lu torto dalla ragione.
T’insègno io quello c’accade,
quando si mittono a llitigà do’ pirsone.
Chi ‘ntè torto, po’ simbrà ‘nu liono,
ma puro si uria cerca la manèra
di vuence la causa, ‘mmò cu ‘nu paragono
mmò cu ‘esempio, pur di ittarte ‘n tèra.
Quiglio che t’è torto ‘mprò striglia più forte:
taglia a ‘mmétà i discurso i scappa lésto
e scappénne da ti sbatte le porte.
Usà le armi , addapò, è pessimo gèsto
Pirché s’ arimette a gli capriccio di ‘lla sorte
i giudizzio di gli rèo i di gli unèsto.
Carlo Luigi ABBENDA
La Legge
La légge a Rroma stà, senza sbagli,
i ‘nin so ditto mmai ca nun ci sia:
pirché i Guverno t’è più di ‘nna scanzia
tutta zeppa di dicrichi i di leggi a quintagli.
I mmanco ci stà mmai caristia
d’avucachi i di nutai cu’ ggli pinnagli
O di giudici dentr’a gli tribunagli
Che ddao credito di ppiù a ‘nna spia.
La riflissione meja ‘mprò mò è questa,
ca ‘nu ladro che cunosce chi cummanna
i ‘ttè femmine c’aiazzono la vuesta
pur s’arubbasse i palazzono di ‘Ggianna,
ci starà puro i’ cazzaccio chi gl’arèsta
ma mmai si trovua a Roma chi i cundanna.
Carlo Luigi ABBENDA
Le Catture
M’arivuavue perfino a ddice ‘nu carabbiniéro
Ca mò i ladri, pur’a truvaggli
magari mentre fao bbèno i mistiero,
isci nin si dao ppìù péna d’acchiappargli,
Pirchè i’ Guvérno, si fa i’ piacéro
Puro già carcirachi, d’arilassargli;
i ‘nu ladro la dì apprésse è già cavaliéro,
che s’infischia di brigadieri i di marasciaggli.
Dicemola tra ‘nnù, cu’ tanta passione,
quanto risciòlle ladri i assassini
mi pare ca i’ Governo t’è raggione.
I lucagli su pochi i piccinigni,
i senza riservà cache prisone
addò i téta mette schi “giacubbigni”?
Carlo Luigi ABBENDA
Er Rilascio
Pi tténé furtuna bbisogna èsse briganchi:
solo pi isci ‘nci stò mmai péne;
i arivuerichi i cu’ lle magni péne
si ni vuao ‘ngiro gluriusci i ttriunfanchi.
Spicchiamuci in quisch’aretici furfanchi:
i’ avuevuano ‘ngabbiachi d’abbene
i mmò ‘nvece di mettegli ‘n catene
i’ arimannono a lli casci tucchi quanchi.
Vued’io i’ Guverno mò! Doppo tanto
Foco a gli’occhi , a gli’atto pratico
S’ha calate le brache sott’il manto.
Accomme si spiega mò i cavaliératico
dato a gli sbirri che tinòrno vanto
d’arristargli? Fu ‘n atto pazziatico.
Carlo Luigi ABBENDA
L’Affari de Stato
Che ffà i Governatore? Mette i sigigli
I lle ceralacche ‘ncima a gli fogli.
I gli “Vicario” di gli Intergni
Arismucina misteri i riachi pi punirgli.
I gli Tesoriere? Cerca ‘n tucchi i mochi
di trasformà i bilancio in tanchi zeri.
I gli Sigritario di Stato ? tè guai seri
a suffucà le pruteste mmes’a ggli fòchi.
Ttrattanto i Guverno cche ffà? Piss’èsse accìso!
guarda di gli rulloggio le lancétte
i aspetta l’ora che si coce lu riso.
S’addapò pi ggiunta atro ci vulete métte,
cosa che è assai ppiù di piso,
ci stao puro pi ‘nnù tante cruci e crucétte.
Carlo Luigi ABBENDA
Er Primo Peccato contro Lo Spiritossanto
Bogni crischiagni mej, di tre tipi di forme
Di piccaci murtagli cu gli pistiglio
I piccato principalo è quiglio
Di nnu vulerse saluà la disperazione enorme
Spesse vòte, ‘n punto di morte i so vuidute
Pirsone cu delle animacce nere nere
Saluate cu tutte le manère
All’urdim’ora d’esse futtute.
Nun ci stà piggior bandito o malfattore
Che nun pozza riluce accomme a ‘na stella
Pirdunato da lla Misiricordia di Nostro Signore.
Ma cacheduno è propeta tanto ‘ntisto:
ippuro dinanzi a lla forca Nin si cunvèrte;
manco dinanzi a gli Giudizio di Dio Cristo.
Carlo Luigi ABBENDA
L’Angeli Ribbelli
( I Angigli Ribbegli)
Appena ‘n angilaccio di quegli niri
Utténne l’apunità i salva la vita
Diio cunvuacue ‘na partita
Di Trugni, di Putéstà i ddi Chirubbigni.
Appirciò fu subbito ‘mbandita
‘na legge contro i oschi i gli lucannieri
Ch’ospitassero ‘n casa furastieri
Senza avvisà la Pulizzia pulita.
Addapò San Michel’Arcangelo a cavallo
Di gran galoppo, accomme a Crucifèro,
arisciue cu nu drappo bbianco e giallo!
Quando doppo sunaue i piffèro
Lèsse st’additto: Iddio condanna a callo
Gl’angigli niri i Capo Lucifero!
Carlo Luigi ABBENDA
L’Angeli Ribbelli 2
( I Angigli Ribbegli 2)
Lètto i additto ogn’angelo ribelle
Cacciavue la spada i ssi fece annanzi
Ma San Micchèlo ittaue i guanchi
I ci sparaue frecce belle belle
I Angigli allora, cu’ lle agli di pelle,
corna i ccode, cu ‘ngiastéme i ppianchi,
sippillòrno ‘n maro tucchi quanchi
i ggli schizzi arivorno a lle stelle!
Cénto secugli sagni ci mittorno
a capitummarsi braccio a braccio,
da gli Paradiso giù giù fino a gli ‘nferno.
Cacciaci i dimonii, stinniue i braccio
Di tremila miglia i Padreterno
I sirraue i paradiso a catenaccio.
Carlo Luigi ABBENDA
( I Spirichi)
I’ anno che Giasucristo o i Padreterno
Cacciaue i angigli ammadicchi
Tanchi che nun cadorno a gl’inferno
Rimaséro pill’aria ‘cima a gli ticchi.
Quischi su’ gli spirichi fullécchi,
che si sentono pirloppiù d’immèrno
li nocchi longhe: i a cchi fao i dispécchi
i a chi ci pàre ci fao vence ‘nu tèrno.
Tirano le cupèrte i le linzòla,
strisciano cu’ le ciavatte pi ‘lla stanza,
propéta accomme a ‘na nottola che vola.
Alle vòte ti soffiano dentr’alle recchie,
tant’atre ti grattano la panza
i so nimici di ‘lle femmine vuècchie.
Carlo Luigi ABBENDA
Li Spiriti 2
( I Spirichi 2)
Dio bono mejo! Lu vichi, eh? Quiglio casino
Cu ‘lle finestre tutte sventriate?
Alloco dentro ‘na vota ‘nu pillegrino
Di nòtte ci accidivue ‘n abbate.
Dall’ora in poi, alle sètte sonate,
ci si vuede aggirà sempre ‘nu lumino,
dapò si sènte ‘nu striglio fino fino,
i ‘nu rumoro di catene strascinate.
S’aracconta che ‘n anno uno ci vulivue
Passà ‘na notte pi scuprì queelo ch’era:
chi tti crichi? ‘n capo a sette ddì murivue.
Fatto si è ca quando téngo passà di sera
Vicino adécco, io perdo le forze.
I mmi faccio più bbianco di lla céra!
Carlo Luigi ABBENDA
Li Spiriti 3
( I Spirichi 3)
Tu cunusci la moglie di Fischiétto:
‘mbè, iessa giura i spirgiura ca i nònno,
mentre steua tra la véglia i gli sonno
sintiue arispirà ‘ncima a gli létto.
Aiazzaue i’ capo i ne sintue n’atro più tosto.
I allora cu tutto i’ fiato che tinuea ‘m pétto
Strigliaue: Spirito bbono me’ fullétto,
dimmi pe’ Carità di Ddio, che circhi a stu posto?
Quiglio diciue: “ io mill’agni fa ero ‘na Badessa
I adécco a sta casa, ch’era ‘nu durmitòrio,
mi rumpii i’ capo i murii féssa.
Dà ‘nu bòcco a gli padrono di casa , a don Libbòrio
Pi’ ffamme fà i’esurcismi i ‘na bbòna méssa,
si mi vuléte llibbéra da gli purgatorio!”
Carlo Luigi ABBENDA
Li Spiriti 4
( I Spirichi 4)
‘Nu méso o pocoppiù, doppo gli’ ‘ncasso
di gli’òbolo da parte di gli santo prèto,
s’avicinuaue Pasqua i nònno, minziunato arèto,
si détte a spazzulà tutta la casa.
“ I qquesto ché è ? ‘Nu bucio a gli soffitto! Pritaccio mejo!”,
diciue allora i’ babbèo che cunuscéte:
“Ecco addò vuavuo le munéte!
Téta vuidé cha mo’ i bòcco dato cerca i’ compagno sejo?”
Doppo ‘n fatti ‘ do notte di rispiro,
a rieccute la bbadéssa antica di muffa
a dacce ggiù cu gli solito suspiro.
“Sor don Libborio me’ mo’ abbasta ‘n offèrta buffa”,
strigliaue i’ mèrlo! “ I lle mésse, a stu ggiro,
si le vuléte fà dice, fattele cilébbra puro Auffa!”
Carlo Luigi ABBENDA
L’Indemoniate
(L’ Andemoniate)
Tu fatte ‘m po’ lègge i libbro che ttè i frato
Che pporta i’ vuinirdì la mischicanza
I pù sentì quante femmine ci su state
Che cià intrato i dimonio* dentr’alla panza.
Queste, cara mia, su storie stampate,
vite di sanchi; i ci stà tanto ch’avuanza
di femmine che pinzòrno gravidanza
i, in cambio, s’aritruvòrno affatturate:
pirché, alla fin fine, a cent’ i a mille
vummitòrno i diavugli la “leggione”
‘nforma di nottole i d’anguille.
Abbasta c’arammidii nu’ stregono
I ti fa ingozzà do’ capigli i nu’ paro di spille,
ti ci schiaffa, si lu vò, puro Plutono.
* I demonio: è forse allusione alle leggende pagane prima e poi cristiane, di demoni che in forma d’uomo si accoppiavano alle donne.
Carlo Luigi ABBENDA
L’ Imbo *
( I’ Limbo)
Appena Cristo in barba di gli pretorio
Risusscitaue glorioso i trionfante,
vulavue a gli Limbo a caccià l’anime sante
che ci cantorno tutte nu’ risponzòrio*.
Quella dì cumenzaue i’ purgatorio,
ch’arrivarà fino alla fine,
i iniziorno d’allora le limosine
pi le mésse di nu scudo a San Grigorio.
A gli Limbo Vuoto i Gran Guverno
Distinaue i mammocci ichi a nanna,
Limbo ‘mbro’ che nun durarà in eterno:
Sapémo già ca la dì di lla gran condanna
Ci starà solo Paradiso e Inferno,
i chissà a che pposto Dio i’ manna.
Carlo Luigi ABBENDA
* Risponzorio: vale “inno di ringraziamento” designato, come spesso nel linguaggio popolare, con il termine della Liturgia delle Ore.
Er Diavolo *
( I’ Diavolo)
‘Na dì Peppalacchio* di gli casotto*,
litichenne ‘na cica cu lla moglie,
pi vvia di cèrte ammadette voglie,
perse la flèmma i ci ammullavue ‘nu cazzotto.
“Diavolo, portete appresse stu galiotto
Che sfraggèlla a mmi che so’ la moglie”.
Strigliavue Pèppa: i, tracchéte, d’un bòtto,
lampenne ci cumparse i’ diavolo da sotto.
Allora Peppalacchio, c’ariscivue fore
ci disse: “ténete moglie voi, sor diavolo?”
i quiglio ci arispunnivue: “Nossignore”.
Ma dandoci n’ucchiata a gli capiteglio *
Riplicaue i nostro: “Nossignore ‘n cavolo!
La téa nun è propéta capoccia da zitéglio”.
Carlo Luigi ABBENDA
* Casotto: Teatrino delle marionette;
* Pèppalacchio ( e Pèppa): maschere tipiche carnevalesche della tradizione sezzese. Equivalgono alle maschere di Rugantino e di Rosetta ( protagonisti del sonetto originale del Belli ).
* Capitéglio: Capitello = Testa ( cornuta ).Guardando la testa cornuta del Diavolo Peppalacchio ipotizza verosimilmente che non possa essere zitello ma che abbia una moglie che lo tradisce e che lo ha reso “cornuto”.
Lo Specchio
( I Specchio)
Rosa, nun fa la scimmia a lle cumpagne:
abbada! nun ti guardà tanto a gli specchio:
Rosa, bbona me’, aricordete del secchio
Che quando và ride i arivuinì piagne.
Dice ‘nu libbro stampato nelle Spagne
Ch’ a quiglio vetro ci appare nu vecchio,
niro, cu gli capigli di capécchio,
i ‘n fronte tanto di spazzacampagne.
Segno è che lu specchiasse è gran peccato,
ogni vuota che si fà st’acquisto,
che è di vuiderci i’ diavolo ‘ncarnato.
Stu fatto i Padreterno nun gli ha mmai visto:
sulo Isso in questo è furtunato,
pirché, si si spècchia in sé, ci si vuede Cristo.
Carlo Luigi ABBENDA
Sto Monno e Cquell’Antro
( Stu’ Munno i Quigl ’atro)
Mi fai ride: i che ssù tucchi schi guai
Rispetto a gli possibbile foco eterno?
Nun lu sai ca le pene di gl’inférno
Su accomme a Ddio i nun finiscono mmai?
A gli munno, ‘nvece, pi doa ddì che ci stai,
ti lagni dell’estate, di gl’immèrno,
di Ddio, di lla fortuna, di gli governo,
i di tucchi i malanni che c’ avrai?!
Adecco, si ti séte, ti bivui ‘na foglietta,
ma a “casa-calla” nun ci stao cunforchi
manco di gli vinacci in fiaschetta.
Adecco magni, durmi, cachi, pisci, n‘gola raschi,
t’araddrizzi, ti stigni, t’arivuchi…
ma allòco, fratè, …accomme caschi caschi!
Carlo Luigi ABBENDA
Er Primo Descemmre*
( I Primo di Dicembro )
Appena chiuso i’ apparato teatralo
Inòtte la Madonna entra a gli urdimo mese:
i fra quindici dì ppi lli chiese
principia la nuvèna di Natalo!
I doppo, a malapena sòo ‘ntése
Le piffere a finisce la pasturale
Arieccute li commedie i gli Carnevale:
Accusì si và annanzi a stu’ paese.
Dapò ecco Quaresima: i quindi Pasqua cu tutte l’ova:
i, appena finisce i’ ottavario,
aricuménza la cummedia nòva.
Sfoglia ‘nzomma i libretto di gli Lunario,
i vichi i’anno scompartito ‘n doa,
tra Pulicinèlla i Ddio senza divario.
Carlo Luigi ABBENDA
Le Donne De Cqui
(Le Femmine D’Adecco)
Nun ci stao femmine di nisciun paeso
Che pozzino uguaglià le nostre paesane
A cunfessàrse tante vòte i meso
I a dichiarasse bbone cristiane.
Sarao forse ‘mpò malsane
Spiantarao i marichi cu’ lle spese:
a divuzzione ‘mprò, coda di cane,
le vuidarai sempre dentr’alle chiese.
A gli munno cche ci dao? La carnaccia
che è ‘nu sacco di vérmi; ma “il cuore”
tutto alla Chiesa, ci lo dico ‘n faccia.
I ppi lla santa Casa di Nostro Signore
È’ tanta la passione e la smaniaccia
che cachiduna và a perderci l’onore.
Carlo Luigi ABBENDA
La Vista
( I Prechi)
I Préchi su tanto bonsignori,
ma nun pi questo passano pe’ patalocchi.
Si dao isci ‘na patina di “gnocchi”
Ma quella è sciocchéria solo da fori.
Pirché da quando nasci fino a cché tu muri
I prèto ti controlla cu’ tanto d’occhi
Pi vuedè quello che magni o tocchi,
si frighi, s’arubbi i si llavuri.
Isso ti vuede si vji o si vuai pi vvia:
vuede quello che si vòta i quello che si riempe;
ti fa puro da ‘strologo i accusìssia.
Lu malo è ca quigli che teo quatrigni
Pi nun si fà riprenne i’ ungono di zecchigni.
Carlo Luigi ABBENDA
Er Riccone
( I’ Riccaccio)
Figurate a stù morto che grusso ‘mporto
Ci hao truvato ‘n casa i nipuchi!
Da quand’era prilato io m’era accorto
ca tineua i vizzio d’accumulà i bòcchi.
‘mpò ladruncugli schi sanchi saciardochi…
…Finché ci vuà l’acqua pi ‘ gli orto!
quando murono dapò, tucchi divochi
pi strappà da San Pietro i’ passaporto.
Cu quattro mésse ci s’arapre i ciélo?!?
Saria accomme si dice : “Cristo è ‘mbriaco”,
o nun sa lègge i’ libbro di gli Vangèlo.
‘Nu ricco ‘n paradiso? Io nun so mago!
Più facile saria da crede che ‘nu camèlo
Passasse facile pi’ ‘na cruna d’ago.
Carlo Luigi ABBENDA
Er Duello de Ddavide
(La sfida di Re Ddavuide )
Che è mmai i’ braccio di Ddio! Mannà ‘nu pargulétto
Contro quiglio cazzaccio di Ggulia,
ca s’ avesse avuto ppiù fantasia,
i putéua accide cu ‘nu pizzichetto.
Ippuro, accusì è stato. Ddio bbiniditto
Vuolle mustrà pi tutta la Ggiudìa
Ca chi è divvuoto di Giasù i Mmaria
Po’ stà cu ‘nu gigante a pétto ritto.
A vuidé ‘nu pasturéglio cu lla fionna,
strigliaue Ggulia pazzo pazzo:
“‘sta vòta, madre mé’, è fèsta tonna”.
Ma i’ fatto fù ca quiglio regazzo
Grazzie all’anime sante i a la Madonna,
I fece cadì ‘n tèra accomme a ‘nu pupazzo.
Carlo Luigi ABBENDA
Nota del traduttore : Questa poesia è stata tradotta in occasione di una scoperta nella “Valle di Elah”, dove Davide batté Golia (vedi articolo su “La Repubblica” del 31.10.2008).
Panza Piena Nun Crede Ar Digiuno
(Panza Pena Nun Crede A Gli Affamato)
I’ Capisco ca i’ munno è pino di guai
I ca è lòco di pianto i ppinitènza;
ma penà sempre i nun finirla mmai
daria ‘n pétto puro a sua Eminenza!
Si fa presto a pparla; ma, cu licenza,
tu che mmi fai sti chiacchere mi fai,
tu che predichi a gli atri la pacienza,
dì ‘n po’, quando tocca a ttì, tu ci l’hai ?
Vuischite sempre cu’ gli stracci chi mmi vuichi
cammina mmézo all’affanga cu ‘sta sorta
di scarpe che mi ridono a gli péchi:
campa ogni ddì cu do’ bocchi doa;
i ddapò pènza di mì cu gli occhi céchi
i guditi puro ‘na freve o doa!
Carlo Luigi ABBENDA
Un Indovinareglio
( Nu’ ‘Nduvineglio)
Ci stà ‘n uccello di razza di cuccù,
che canta sempre i porta ‘n capo ‘n O,
chi ttè le spalle di culor ruscio burdò
i tutto bianco dalla cénta all’in giù.
Ogni tanto mòre i ddapò ritorna sù,
i maneggia quatrigni i “pagarò”:
che po’ fa tutto quello che ‘n zi po’;
i cumparse doppo la morte di Ggesù.
Stu cillétto bianco i ruscio sempre cià
Tanchi amici cari attorno a ssé
che i vistichi loro isso po’ cagnà.
Ognittanto cagna nomo, i mmò è B.:
nun tè figli i gli chiamano Papà;
ell’e llè, ‘nduvinate chi è!
Carlo Luigi ABBENDA
Giuseppe Gioachino Belli, storia e sonetti
Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863) è stato un poeta italiano. Nei suoi 2 279 Sonetti romaneschi, composti in vernacolo romanesco, raccolse la voce del popolo romano del XIX secolo. Nacque a Roma nel 1791 nella famiglia benestante di Luigia Mazio e di Gaudenzio Belli. La famiglia ebbe altri tre figli: Carlo, morto a 18 anni, Flaminia, che nacque nel 1801[1] e si fece suora nel 1827, e Antonio Pietro, nato postumo al padre Gaudenzio e morto ancora in fasce.[1] . Nel 1798 i francesi occuparono Roma e i Belli si rifugiarono a Napoli. Ristabilito il potere pontificio, tornarono a Roma e poi, nel 1800, si stabilirono a Civitavecchia, dove Gaudenzio Belli aveva ottenuto un impiego ben retribuito al porto. Quando morì nel 1802, in un'epidemia di tifo petecchiale,[2] lasciò in gravi difficoltà economiche la famiglia, che tornò a Roma, stabilendosi in via del Corso. [3] La madre si risposò nel 1806, ma morì l'anno dopo, e dei figli si prese cura lo zio paterno, Vincenzo Belli [4]. Giuseppe Gioachino dovette interrompere gli studi per impiegarsi in brevi e mal retribuiti lavori di computista presso i principi Rospigliosi e presso l'Azienda Generale della Reverenda Camera degli Spogli[5], impartendo anche qualche lezione privata. Ottenne salario e alloggio nel 1812 presso il principe Stanislao Poniatowski, ma fu licenziato l'anno dopo per contrasti, si ipotizza, con Cassandra Luci, amante (e, successivamente, moglie) del principe. Intanto il Belli aveva incominciato le prime prove poetiche e letterarie. Nel 1805 aveva scritto le ottave La Campagna, un componimento scolastico sulla bellezza della natura, l'anno dopo una Dissertazione intorno la natura e utilità delle voci, poco più di un sunto del Saggio sull'origine delle conoscenze umane di Condillac, laddove si tratta del linguaggio quale elemento espressivo di mediazione tra la sensazione e il pensiero. Altri suoi scritti su alcuni fenomeni naturali, pur privi di importanza scientifica, danno testimonianza della sua curiosità e del suo spirito di osservazione.
Nel 1807 scrisse le Lamentazioni, poemetto di nove canti in versi sciolti, con atmosfere notturne, la Battaglia celtica, entrambe a imitazione del Cesarotti, allora in gran voga, e La Morte della Morte, del 1810, un poemetto scherzoso in ottave, scritto a imitazione del Berni. Nel 1812 Belli entrò con il nome Tirteo Lacedemonio nell'«Accademia degli Elleni», istituto filo-francese fondato nel 1805. Nel 1813 una scissione portò alla fondazione dell'Accademia tiberina, alla quale passò Belli. La nuova Accademia comprendeva gli oppositori dell'Impero, liberali e clericali, ed ebbe tra i membri Mauro Cappellari, futuro papa Gregorio XVI, e il principe Metternich. Quello fu anche l'anno delle seguenti opere: • poemetto di due canti in terzine, d'imitazione del Monti, Il convito di Baldassare ultimo re degli Assirj, • Il Diluvio universale, • L'Eccidio di Gerusalemme, • La sconfitta de' Madianiti, • Salmi tradotti in versi sciolti, • sonetti dedicati all'amico Francesco Spada. Nel 1815 si volse al teatro e scrisse le farse I finti commedianti e Il tutor pittore, nonché I fratelli alla prova, traduzione di un dramma di Benoît Pelletier-Volméranges.
Nel 1816 pubblicò in terzine La Pestilenza stata in Firenze l'anno di nostra salute MCCCXLVIII e, nel 1817, A Filippo Pistrucci Romano. Il 1818 entrò nell'«Accademia dell'Arcadia» con il nome Linarco Dirceo. Il 12 settembre 1816 il Belli, che aveva appena ottenuto un impiego all'Ufficio del Registro, e Maria Conti (1780-1837), vedova benestante, proprietaria di terre in Umbria, si sposarono e si stabilirono in casa Conti a Palazzo Poli, presso la fontana di Trevi. Nella notte del 12 aprile 1824 nacque il loro primo figlio, Ciro.[6] Libero da assilli economici, il Belli poté iniziare una serie di viaggi che lo portarono a visitare Venezia, Napoli, Firenze e, fondamentale per il suo sviluppo artistico, Milano, che visitò nell'agosto del 1827 - dopo aver dato le dimissioni dal suo impiego statale - e dove si trattenne a lungo, ospite di un amico, l'architetto Giacomo Moraglia. A Milano, dove tornò nel 1828 e nel 1829, conobbe le opere di Carlo Porta e comprese la dignità del dialetto e la forza satirica che il realismo popolare era capace di esprimere. Dell'Accademia Tiberina fu segretario e, dal 1850, presidente. In questa veste fu responsabile della censura artistica e come tale si trovò a vietare le opere di William Shakespeare. Pochi anni dopo, in una lettera indirizzata al principe Placido Gabrielli, datata 15 gennaio 1861, il Belli delineava la sua concezione del romanesco, definendola «favella non di Roma, ma del rozzo e spropositato suo volgo». La lettera faceva seguito alla richiesta, inoltrata su incarico di Luigi Luciano Bonaparte, zio materno del principe, di tradurre in romanesco il Vangelo di Matteo ed è oggi considerata un testo-chiave per comprendere la figura del poeta romano[7] .
Giuseppe Gioachino Belli morì nel 1863, a causa di un colpo apoplettico, e fu sepolto a Roma, al cimitero del Verano. Nel testamento aveva disposto che le sue opere venissero bruciate, ma il figlio non lo fece, consentendo così che fossero conosciute da tutti e per sempre. Il pronipote e artista Guglielmo Janni ne racconterà vita e opere in un opus dattiloscritto di 10 volumi.[8]
I SONETTI ROMANESCHI «Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l'indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un'impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.» (Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti)
«Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo e questo io ricopio.» (Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti)
«Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col concorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca.» (Giuseppe Gioachino Belli, introduzione alla raccolta dei sonetti).
L'opera del Belli, principalmente nota per i suoi sonetti, rappresenta con felice sintesi la mentalità dei popolani romani, lo spirito salace, disincantato, furbesco e sempre autocentrico della plebe, come egli la denomina, rendendo con vividezza una costante traduzione in termini ricercatamente incolti delle principali tematiche della quotidianità. L'aspetto ierocratico della Roma dei papi, della Roma del "Papa Re", che incrocia le vicissitudini del popolano nelle ritualità religiose e nelle liturgie giuridiche, nell'immanenza politica come nella sacralizzazione del pratico, è sempre, in ogni verso svolto nell'ottica del vulgus, che sue proprie conclusioni trae secondo quanto di sua percezione. In questo senso è stato discusso se l'opera belliana, come inizialmente accadde, possa ancora toutcourt ascriversi al verismo, che intanto dava migliori prove nella prosa, o se invece non sia il caso di riconsiderarla fra le categorie che, avvicinandosi al picaresco per tematiche e contestualizzazioni, trovano un certo fattore comune nella forma della poesia dialettale italiana.
Da un punto di vista letterario, si tratta della produzione più corposa della poesia dialettale italiana dell'Ottocento, e, in termini linguistici, si tratta di un documento di inestimabile valore sulle mille possibili articolazioni del romanesco, di cui isola un tipo oramai classico, mentre il tempo trascorso ha provveduto a farlo evolvere. A chi vi veda (posizione non maggioritaria) solo un carattere di poesia minore, personalistica, a usi familiari, si contrappone chi vi riconosce il registro storico di una fase culturale popolare, un secolo prima che l'esigenza di catalogare e studiare e, prima ancora, di raccogliere, gli elementi espressivi dei ceti bassi, certamente quelli anche proverbiali, divenisse sentimento diffuso.
Il corpo dei sonetti raggiunge anche un obiettivo non secondario delle opere letterarie, il piacere della lettura, agevolato dalla costante e intrigante trasparenza del personale diletto dell'Autore nella sua estensione. Eppure il realismo è parte del modo narrativo belliano, quantunque non esclusivo. Del realismo Belli fu certo attento osservatore, avendone peraltro selezionato materiale per il suo Zibaldone, ma l'inclinazione verso una satira di sistema, velenosa proporzionalmente alla presunta impossibilità di portare a moralistica "redenzione" i cattivi costumi che punge, sposta la classificabilità verso parametri solo apparentemente più "leggeri", e difatti dell'opera si hanno inquadramenti nelle categorie dell'umorismo, della "cronica", del lazzo e - per estremo - della letteratura scandalistica. Come per altre opere di tutte le letterature, al piacere di degustarne l'arguzia, si è spesso aggiunta la morbosità per la dirompente frequenza di ricorso a termini e locuzioni, o proprio a situazioni tematiche, di drastico scandalo.
Al Belli che di fatto componeva un'opera moralisteggiante, senza limiti e senza rispetto delle inibizioni "morali" della letteratura ufficiale, con l'aggravante di essere egli censore ufficiale per ragioni di pubblica moralità, non si riconobbe se non sottovoce, quasi clandestinamente, valore letterario, almeno sin quando (nella seconda metà del Novecento) la cultura ufficiale non prese atto, restituendolo come nozione, che presso il popolo erano in uso il turpiloquio e la semplificazione in senso materiale delle tematiche riguardanti la religione (il "Timor di Dio"), il pudore sessuale e altri argomenti di pari delicatezza. I sonetti, 2 279 per circa 32 000 versi - più del doppio dei versi della Divina Commedia dantesca -, sono spesso accostati alla proverbialistica poiché nel loro complesso dipingono con ampiezza di dettaglio la filosofia dei Romaneschi del tempo (da non confondersi con i Romani, ai quali il Poeta diceva di appartenere), costituendone impercettibilmente, come dall'Autore stesso dichiarato, "monumento".
Poesie dialettali sezzesi di Carlo Luigi Abbenda
Questa raccolta di poesie dialettali, nata da trastullo poetico , è ispirata tuttavia alla poesia di un noto poeta dialettale romanesco , di fama nazionale ed internazionale : Gioacchino Belli. Questo grande poeta romano, dissacrato e rifiutato da molte persone di fede cristiana, dovrebbe in realtà essere riabilitato assolutamente da tutti non fosse altro perché, tra i suoi 2279 sonetti, ne ha composto ben 73 di puro argomento biblico. In questi, come peraltro in tutti i suoi sonetti, appare che questo poeta dimostra una minuziosa conoscenza biblica e degli usi e costumi religiosi cristiani.
Le poesie dialettali in sezzese, da me composte perlopiù durante l’anno giubilare del 2000, sono state riviste e corrette nel corso del dicembre 2001 e rivisitate nel 2008 e in quest’ultimo periodo di tempo che và dal novembre 2023 al gennaio 2024 , in verità non sono la semplice traduzione delle poesie religiose del Belli trasportate dal dialetto romanesco a quello sezzese. Infatti queste poesie sono state ricomposte con una struttura peculiare setina : la rima e l’assonanza di termini sono state tutte rimodellate in dialetto setino.
Oltre a questo aspetto linguistico le poesie sezzesi risentono molto della cultura setina religiosa di un passato non molto remoto , offrendo al lettore spunti di riflessione su usi e costumi locali tramite anche la funzione esplicativa di alcune puntuali note di commento che mano a mano porrò in calce ad ogni poesia.
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I vuinchicingo di nuvémbro
Fra otto dì , a Santa Catarina
le case ricche mettono le stòle pi'lle scale
da gli létto si levua la cupèrta fina
s'appicciano i fucugni drént' a lle sale.
I témpo che ffarà quélla dumano
Nnatalo lu téta fà talo i qualo.
I lunario, buciardéglio, chi ripòrta ?
La bbrina?
I la bbrina vidarai puro a Nnatalo !
I cuménzono ggià i sunaturi
a ccalà dalle muntagne allo piano
'mbuttichi cu quigli mantégli rattuppachi.
Chi bbelle canzuncine ! Chi bbelle nènie !
Pinzate cha i pasturi di Bèttalèmme
li cantòrno spiccicate, tali i quagli
dinanzi a gli prasèpio di Ggiasù Bambino
'n zéme a gli'angiulicchi cu' lli agli.
Carlo Luigi ABBENDA
I' primo di dicémbro
Finito è oramai i méso di nuvémbro
stanotte la Madonna aropre dicémbro!
pinsate ca fra quinici iurnate , bèno o malo
cuménza n’chiesa
la nuvèna di Natalo!
dapò, sintéte na cica, che succede:
finiscono di sunà i pifferai
e teccote le cummedie e gli carnovalo.
accusì si va nnanze a stu paéso!
I dapò quaresima...i dapò Pasqua
cu’ gli ovuo:
i a malapena finisce i ’uttavario
aricumincia la cummèdia, i scinario nouo!
Chiappa, n’zomma, i librétto
di gli lunario
i t’accurgi c’a tutto i’anno
tocca méso a Pulicinèlla e méso A Ddio,
senza divario!
Carlo Luigi ABBENDA
I otto di dicembro
Solo pi oi , Minicuccio méio,
nun sfutticchiamo;
nun sfutticchiamo , no,
facémo orazzione.
Nun sai oi che festa celebramo?
la Santa e Immacolata Cuncezione.
Tèta pinzà che quando padro Adamo
nun séppe vénce la tintazzione
i si magnaue la mela di quiglio ramo
n’paradiso si sprangaue i’ purtono.
Da quel dì madre natura
rimase sempre sotto la cundanna
i n’arisciue pura i santa manco mèsa criatura.
Tra tutte li uniugni che Ddio manna
n’ci stètte mai nu matrimognio casto i puro
si non quiglio di San Giuacchino i di Sant’Anna.
Carlo Luigi ABBENDA
Santa Lucia (tricidi di dicémbro)
ôi è Santa Lucia, ôcchi i cannéle!
Urbi et Orbi fào granne alligria.
Le fémmene chi si chiamano Lucia
ôi si magniano zucchero i mmièle!
dóppo musudì sor Caio offre a tucchi ‘nu pranzo
pi ddivuzzione a ‘sta santa
cu ppasta , vuino i carne di manzo ;
pi fistiggià la guariggione séia ,
pi rimettise dall’ittirizzia ,
da ‘na mmalatia di gli occhi , sèria sèria.
Pare che Ddio quattr’occhi ci abbia fatto
a ‘sta santa avucata di gli guèrci :
doua i porta ‘n fronte i doua a gli piatto.
Ma pirchémmai, dàpÓ , ni venne
i doua occhi chi ci avanzino a gli piatto
i chi stò pittachi a gli ritratto?
Teneta sapé : 4 Lucie pi 4 Cantugni,
ogni tridici di dicémbro su prucissiugni.
Carlo Luigi ABBENDA
La nuvena di Natalo
Eh , è propéta vero
a siconda ‘gli guschi, Filumèna !
si fao vuénì i ciechi zampugnari a cantà nuvèna !
Mariuccia i Maddalena
chiamino sempre i carciuffulari
cu gli mucchi ciechi i amari.
Ti dirò ch’a ‘mmì nun mi pare nuvena
si nun sento di gli pifferai ‘sta cantilena
i ppuro cÓstono assai:
tutta ‘sta musica i tutta ‘sta canzone
cÓsta accomme a ‘na pirdiscione!
Quando arriva la dì di Santa Catarina
( cioè i 25 di nuvémbro)
che s’arisènte ‘sta manfrina
io arinasco quasci a gli munno
i mi pare d’èsse di’lla terra la riggina.
Pinzate ‘mpò:
ci stao cèrchi povueri scemi
che i pasturi di notte nu ' volo.
Puvueracci loro!
Io ‘nvece, a gli létto mi giro i m’arivuòto
i tra la vueglia i gli sonno mi i gòdo!
Carlo Luigi ABBENDA
La viggilia di Natalo
Lillò, la viggilia di Natalo
micchite di guardia a gli purtono
di cache munsignoro o cardinalo
i vidarai intrà ‘sta purdiscione.
Mò entra ‘na cassetta di turrono,
mò entra ‘nu barilozzo di cavialo,
mò i porco, mò i pullastro, mò i cappÓno,
i mmò ‘nu fiasco di vuino ginuino i bbÓno.
Doppo ‘mpò entra i gallinaccio,
apprésso i’abbacchio,
le livue duci , i péscio di Fugliano,
l’oglio di livua, i tonno i l’anguilla di Cumacchio.
‘Nzomma fino a nnotte , magni mano,
tu t’accurgiarai, Lillotto caro,
quant’è ddivuòto i popolo cristiano.
Carlo Luigi ABBENDA
La fine di gli anno
Oi sémo alle trentuna di dicémbro
i ha finito i anno, caro Mattèo,
i a ogni chiesia tutto i popolo cristiano
pi renne grazzie a Ddio canta i Tadèo.
Addumano, dapò, si Cristo ci dà vuita ,
alla stessa cchiesia cu ‘gli prèto
s’intòna n’atra antifona gradita
a Sa’ Spirto Paraclèto.
Ma a cché seruono doppo tutte ‘ste funziugni:
i ogn’anno nòvuo porta cu’ ssé
tanchi atri trugni!
Addifacchi , putete puro cantà voi
che ggià Ddio Santo tè , ‘n paradiso,
atre cose da penzà piuttÓsto che ssentì a vvoi!
Carlo Luigi ABBENDA
La sculatura di gli 2001
Oi , trentuna di dicembro, c’ha ffinita
st’annata negra di BinLadeno,
la cumpagnia fratesca ggiasuita
pi renne grazzie a Ddio canta i Tadèo !
Addumano, dapò, si Cristo ci dà vuita ,
a gli stesso cunvènto farisèo
s’intòna n’atra antifona gradita
a Sa’ Spirto Paraclèto.
Ma a cché seruÓno dÓppo tutte ‘ste funziugni:
i distino, arammai, pare già diciso!
ca ogni anno nòvuo è peggio di gli vuecchi!
Addifacchi pu cantà ccquanto tu vvuoi
che ggià Ddio Bbiniditto tè ‘n paradiso
atri iacchi da pilà piuttÓsto che ssentì a vvoi!
Carlo Luigi ABBENDA
I bbóno Capo d’anno
Bbon capo d’aglio , a llei, sòra Maria!
Accummè! nun s’arisponne ? Le creste vi fanno ?
Eh, oi si téta campà in alligria
senza farese attaccà da niscun malanno.
Anzi , i’ stéua a pinzà, senza dice bbucia ,
che facessimo ‘nzéme ‘nu cuntrabbanno:
ca quello che ôi si cumbina , cummare mia
ddapò si seguita a ffà ppi tutto i’anno !
Tucchi i guschi tètano èsse missci a coppia
‘sta bella dì; i pirfino ‘n paradiso
agli sanchi si sèrue piatanza dÓppia.
I , lu sai , dapò , pirché i papa ha criato i ggiubbileo?
Pirché Ggiasù Bambino s’a circunciso ,
i Figlio di Ddio s’ha fatto Abbrèo!
Carlo Luigi ABBENDA
La viggilia di Pasqua BBifania
La Bbifana , a gli figli , è nicissario
di farcila addumano , eh , sòra Tòlla ?
‘N giro a ccumprà ci stà tanta fòlla.
A quigli mei ci la faccio tra otto dì, a gli ‘ uttavuario.
‘Ste di’ adecco , addÓ m’accòsto accòsto, quiglio mi bÓlla:
alle Piaggie Marine o a gli Piazzalo.
Accusì , pi Ótto dì ci pènzo i nun faccio malo
i alla fine si sa , chi vuenne cede i ammolla.
Pinzate ‘n pò che prezzi: a ‘nu giuchino
oi cétto quanto vulevano? otto scuchi !
I a ‘na pupazza ? ‘Nu béglio zicchino!
Mò ognuno che vuò vuenne
cérca di cacciarivu ‘ i ‘occhi.
Ma quando stà pì cchiude i buttechino
i clienchi i cercheno cu gli lanternino:
la mèrce vi la dauo pi ddò bbaiocchi !
Carlo Luigi ABBENDA
La nuttata di pasqua Bbifania
- Mà ! Mà !
- Addurmite!
- Nun ténco sÓnno!
- I ffà ‘mpò addurmì chi i tè, dimonio dimoniétto!
- Mà , mi vuoglio arizzà !
- Ggiù , ggiù , statte a gli létto !
- N’ ci arisisto ppiù , mò mi sprufonno.
- I nun ti vuesto , io mÓ chiamo Nonno !
- Ancora nun è iorno. I chi mi su detto :
chi ci mancaua poco ?
I ‘mbè t’aspetto.
- Uffa , chi su scucciante ; su scucciante assai !
- Mà , guarda ‘m pò si s’ha fatto giorno allòco drèto.
- Durmi ! ch ‘ancora è notte ! Ohia ! ch’ ha succésso ?
- Oh Ggiassummio ! E’ ‘nu granchio a gli pèdo!
- ‘N ‘zomma , statte zitto , mò appiccio i lumino.
- Finalmente:
Vichi ‘mpò cche m’ha purtato
la Bfifana a la cappa ‘gli cammino !
Carlo Luigi ABBENDA
La dumano di pasqua Bbifania
E’ pramente bbéglio vidène ‘ngiro ‘schi funghecchi,
‘sci mammòcci , ‘schi furbi ciumachégli ,
mméso a ‘na muntagna di giucarégli
zumpéttà accomme a spirichi fullécchi !
Arlicchigni , trumbétte , pulicinégli ,
cavagliucci , ssidiòle , cifalicchi ,
carittigni , ccuccù , schiÓppi i archicchi ,
sciabbule , bbirrittigni i tamburégli...
Quisto pòrta la còtta i la suttana ,
quiglio è vvuistito ‘n camicio i ppianéta
i quigli’atro è ufficialo di la Bbifana.
I ‘ntanto , o prèto , o chierico , o ufficialo,
le cose dduci cì tireno le déta ;
I mamma striglia che ffinisce a mmalo.
Carlo Luigi ABBENDA
Alle 17 di génnaro
(La Festa di Sant'Antògno Abbato)
Ieri, ch'era festa di Sant'Antògno Abbato
cu' moglima mi ni sò ito
a prisinzià di gli aglimari la bbinidizziòne.
Da Santa Parascevue a Ferro di Cavallo
finèntite alla cchiesia di gli Cappuccigni
è stata la nostra pirdiscione.
I' prèto era quiglio pézzo di dimonio
di' gli figlio Bbuttarazza:
dun Antonio era i prèto chi bbenidicevua
di gli aglimari la razza.
Ritto 'mpéchi, cu 'mmagni i' aspersorio
si ni stévua ad aspittà li bbèstie pi ggli mercimonio.
Porci, sumari, pecure i cavagli
s'accalcavuano, stricchi , bardagni
di fiòcchi bbianchi, rusci i ggiagli !
I dun Antonio, pitènne i raccullènne
di quatrigni 'na tòppa,
ha strigliato a tutta la ciurma :
" Figliogli méi, la Carità divuòta
nun è mmai tròppa ! "
Carlo Luigi ABBENDA
Libri dell'autore in vendita
________________________________
"Il Lazio e la Campagna Romana" pubblicato nell'anno 2000.
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Il restauro della facciata di S. Pietro, prospettive di intervento
La conservazione nonché il restauro del complesso edilizio dell’acropoli setina è stato sempre oggetto di particolari studi storici ed architettonici riguardanti i principali monumenti che si ergevano attorno a Piazza Margherita ( Ex Collegio gesuitico e Seminario vescovile diocesano; Chiesa Parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo - meglio conosciuta come San Pietro -, piazzetta dell’ex chiesa di San Rocco – distrutta nel 1944 in seguito a bombardamento aereo tedesco - , casa Lombardini , palazzo comunale De Magistris…) .
La questione è tornata molto di moda, diventando un caso molto spinoso da contendere, quando si è dovuto risolvere il problema del restauro della facciata della citata chiesa di san Pietro, malauguratamente “scivolata” , con il trascorrere degli anni, in uno critico stato di decadimento esterno ed interno anche per le burrascose vicende religiose che hanno scosso, anni fa, la parrocchia.
In tempi diversi, e con interventi sempre parziali, sono state adottate soluzioni di tamponatura di varie necessità di restauro( rifacimento tetto e soffitto interno a cassettoni lignei, ristrutturazione pareti ed intonaci vari nella navata e nelle cappelle …, degrado e rovina del campanile e della torre dell’orologio…).
Per il problema del restauro della facciata, che si è posto, sul finire del secolo scorso, con particolare delicatezza e difficoltà, è stata malauguratamente eseguita una frettolosa procedura di recupero e di conservazione architettonica che ha portato ad una soluzione molto discutibile sul piano dell’impatto visivo del complesso e della conformità dell’intervento al progetto originario dei padri Gesuiti.
Per fare un punto sulla situazione di questo problema architettonico-ambientale cerchiamo, ancor ora, di offrire sinteticamente, ai concittadini e studiosi interessati , delle note storiche ed architettoniche della costruzione di tutto questo complesso tessuto edilizio. Ancor oggi manteniamo una pur esile speranza, di poter offrire una riflessione seria e documentata di questa gravosa questione che ha avuto, ahimé, una soluzione poco consona all’originalità costruttiva gesuitica di San Pietro. Alla fine del XVI secolo il governo cittadino di Sezze, per poter trovare soluzione alla mancanza di edifici scolastici nel centro del paese, pensò bene di affidare ai padri Gesuiti del posto la realizzazione di un complesso architettonico che fungesse sia da luogo di istruzione scolastica, sia da residenza religiosa che da collegio gesuitico. A tal fine nel 1589 fu affidato ai Gesuiti di Sezze l’onore e l’onere di impegnarsi nella cosiddetta “Fondazione gesuitica”, mediante un’obbligazione reciproca stipulata il 27 febbraio 1589.
In realtà l’idea di creare un’istituzione religiosa-scolastica era stata del nobile Nicolò Pilorci , allora sindaco e notaio di Sezze, che mise per iscritto, nel proprio testamento datato 23 marzo 1584, la volontà di affidare ai suddetti padri la fondazione di un apposito collegio , soprattutto per i bisogni di pubblica istruzione , erogando loro ben 3000 scudi , con l’obbligo di ultimare l’impresa in dieci anni, trascorsi i quali senza efficaci interventi il lascito doveva intendersi restituito a favore dei legittimi suoi eredi. A tale scopo, quattro anni dopo, il comune setino mise a disposizione dei Gesuiti ben 13.440 scudi ( tremila dei quali provenienti dal citato lascito Pilorci ) per l’inizio dei lavori : i restanti 10.000 scudi furono raccolti tramite i proventi dell’affitto dei boschi civici.
Cominciò così un lungo periodo di messa in opera del progetto attraverso continui lavori che, rguardo alla sola chiesa , si protrassero per ben cinquant’anni. Per quanto concerne infatti l’edificazione della chiesa gesuitica ricordiamo che la posa della prima pietra risale al 1601 mentre la sua consacrazione è datata al 1622, con la chiesa ancora da ultimare : la chiesa infatti venne ultimata soltanto nel 1730 mentre proseguirono ininterrotti i lavori relativi alla residenza collegiale. Senza addentrarci in lungaggini storiche e venendo al nocciolo del discorso diciamo che l’entrata e la facciata di San Pietro, posta quasi ad angolo con piazza “Margerita”, già orto della famiglia De Magistris, nella sua elementare semplicità e funzionalità corrisponde ad un preciso stile di “architettura povera”, tanto cara ai padri Gesuiti in ossequio al loro “stile architettonico gesuitico” e praticato in modo così efficace laddove fosse stato possibile approfittare di materiali locali ( pietra calcarea , mattoni e canali ) , a basso costo ma non per questo scadenti , per la realizzazione della struttura progettata , soprattutto utilizzandoli per la composizione della facciata di una chiesa .
Tale metodo e stile gesuitico fu adottato a Sezze dai padri diretti da Claudio Acquaviva che affidò al padre De Rosis, peraltro eminente architetto, la realizzazione del complesso architettonico.
Per la prima costruzione della chiesa, e della sua facciata, furono ordinati e forniti svariati materiali laterizi tra cui ricordiamo una prima messa in opera di 1800 mattoni e di 1000 canali (coppi).
Chi ricorda la struttura esterna di facciata della chiesa di san Pietro , inopinatamente ristrutturata senza rispetto dell’antica struttura in lesene di calcare e di cortina a mattoni , non potrà non biasimare tale intervento di recupero architettonico che ha previsto un’intonacatura di facciata assai discutibile e che , pur rifacendosi ad uno stile costruttivo gesuitico diffuso in molte parti d’Italia , non tiene conto della peculiarità della costruzione setina in cui sono stati usati i locali mattoni e il locale calcare.
L’architetto De Rosis , per i suoi ideali costruttivi di essenzialità messi in atto in tutte le sue opere, adottò per san Pietro il “modo ideologico” dei gesuiti, una progettazione che prevedeva funzionalità ed economicità costruttiva nonché semplificazione delle forme; una precisa semplificazione , quindi , che doveva distinguere la semplicità di tante famose chiese gesuitiche prima che fossero appesantite da opinabili decorazioni barocche.
La partitura di facciata della nostra chiesa venne quindi inquadrata da un semplice ordine a fasce in pietra calcare. Le ali estreme della facciata presentarono in alto una cornice di poco arretrata rispetto al filo del timpano centrale. E sullo stesso tono costruttivo vennero composti altri elementi decorativi di facciata ( fasce, mensole e modiglioni...).
Precisiamo quindi che ai primi spettatori , quelli che videro la nuova chiesa di san Pietro nei suoi primi anni di costruzione ( 1595-1608) , la suddetta facciata si presentava, fino al 1999, in modo diverso dai nostri tempi. Infatti i mattoni della facciata furono utilizzati e messi a “cortina” in fasce alternate di colore giallo-paglierino e marrone-rossiccio , allo scopo di ottenere un ricercato effetto cromatico. I mattoni utilizzati, appositamente policromi, vennero impiegati quasi a contrappuntare l’estremo rigore della progettazione planimetrica della Chiesa. Anche il timpano posto in cima alla facciata venne impiegato come elemento decorativo per nobilitare la semplicità della costruzione, al di là del suo aspetto sobrio e severo.
L’uso della muratura di mattoni nella facciata di san Pietro avvicina tale chiesa a quella di Ancona, che presenta un medesimo ordine di laterizi. Allo stesso modo la nostra chiesa , sempre per la citata struttura in laterizi, è simile a quella di Arezzo, di Fabriano, di Fermo, di Macerata, di Perugia e di Recanati e, per finire , a quella di Tivoli. Similmente progettate furono anche la chiesa gesuitica di Catanzaro e quella de L’Aquila.
Dove sono andati a finire quei bei mattoni policromi di inizio seicento , o ,se non altro , quei bei mattoncini rossicci , inquadrati appositamente in fasce di locale pietra calcare ? Frettolosamente, inopinatamente e sprovvedutamente ricoperti da un monocromo intonaco che ha sbiancato la facciata di san Pietro “regalandole” , con tale pallore, una facciata di smunta ottuagenaria ! Tale è risultato l’intervento di restauro effettuato con poco studio, poca pazienza, poca avvedutezza e con poco rispetto dell’impatto ambientale. Ma soprattutto tale intervento è risultato poco rispettoso dell’originario complesso dell’Arce setina e dei canoni costruttivi originari di padre De Rosis e dei padri Gesuiti.
Eppure non erano mancati , né potrebbero mancare ancora oggi, peculiari studi architettonici sulla trasformazione e la conservazione del tessuto dell’acropoli di Sezze che ha quasi definitivamente perduto le sue particolari originalità ambientali ed architettoniche.
Vogliamo qui ricordare , fra tutti , l’immenso lavoro di approfondimento culturale ed architettonico svolto dall’architetto Giancarlo Palmerio che molto si è profuso per l’analisi e lo studio di restauro e/o recupero di tutto il complesso tessuto che insiste nel centro cittadino, già arce, acropoli del paese, in cui sorse e si sviluppò in periodo romano, attorno al tempio di Ercole, tutta la struttura di Setia, Secia, Sezze.
Tale studioso , ahimè, non è mai riuscito a vedere una pratica applicazione delle sue indicazioni di recupero e restauro di tale complesso setino.
Egli ci ha lasciato, per gli opportuni interventi conservativi, ben tre approfonditi lavori sul Collegio gesuitico e sulla Chiesa di san Pietro. Noi, come lui, speriamo ancora che non tutto sia perduto e che molto ancora si possa recuperare e conservare dell’acropoli setina e della Chiesa di san Pietro, rimettendo tutto agli interventi, ancora possibili , dei dovuti amministratori civili e religiosi. Ai posteri l’ardua sentenza di giudicare quanto detto e fatto finora.
Noi , umilmente, “chiniam la fronte al Massimo Fattor...”, nell’attesa di sempre possibili lavori ed interventi a tal proposito.
Le origini del Lazio, agli albori della storia
Agli albori della storia ( inizio età eneolitica ) il Lazio meridionale ci appare abitato da popoli autoctoni del paese, ritenutisi tali perché stanziatisi da tempi remotissimi. Una tradizione, peraltro non ritenuta molto antica dal De Sanctis, li faceva chiamare Aborigeni e ad essi, dal re Latino, sarebbe derivato il nome di Latini. Il popolo latino, già agli albori della storiografia greca, ci appare distinto da quello etrusco abitante sulla riva destra del Tevere. Tutte queste vicende molto tempo prima che dal cuore dell'appennino partissero le grandi emigrazioni dei popoli italici, che avrebbero occupato progressivamente tutta l'Italia centrale e meridionale. I Latini, seppur dagli scarsi reperti archeologici, ci appaiono nettamente distinti, per quanto ad essi affini, dai popoli umbri e sabini che si vennero ad impiantare in tante zone delle pianure tirreniche. Tale popolo, stabilitosi in epoca remotissima nella regione pontina, in genere pose i propri villaggi su alture forti per la loro posizione e difese anzitutto con argini di terra e di pietra. E' logico quindi supporre che i Latini abbiano intrapreso la grandiosa opera di costruzione di alcuni grandiosi lavori di drenaggio rinvenuti nel territorio pontino, attraverso la realizzazione di una estesa trama di cunicoli : la supposizione è avvalorata anche dal fatto che costoro siano stati spinti a tale opere sia dalla necessità di respingere gli abitatori dei monti ma anche dal bisogno di organizzare l'opera idraulica nei terreni in cui vivevano. Resta il dubbio se i Latini siano stati gli inventori del sistema di drenaggio sotterraneo o se lo abbiano appreso dai vicini Etruschi. Non è neanche accertato se i Latini abbiano costruito i citati cunicoli di loro iniziativa e in regime di piena libertà politica o se invece essi siano stati costretti a costruire tale opera dal predominio degli Etruschi, nell'epoca in cui costoro possedevano, direttamente o meno, tutto il Lazio. La ricostruzione, seppure generica e parziale, della storia di questa parte del Lazio, prima che esso cadesse sotto il dominio degli Etruschi e di quello successivo dei Volsci è possibile solo partendo da qualche raro reperto preistorico ed archeologico (epolcreti di Caracupa di Satrico e di Velletri). Altri indizi storici si intravvedono dalle notizie dei più antichi scrittori greci attinte dai primi navigatori delle coste laziali ( i Focesi ed i Calcidesi ). Infine un altro contributo di ricerca ci è stato tramandato dalla tradizione di leggende antichissime elaborate prima del periodo greco. Una seconda opinione contrastante alla prima è quella di alcuni scrittori moderni che affermano che i primi abitatori dell'Agro Pontino siano stati i Volsci per cui hanno pensato che ad essi fossero da attribuire alcuni grandiosi lavori di drenaggio rinvenuti nel territorio pontino. I Volsci in realtà scesero nella pianura pontina in tempi relativamente recenti e quasi in epoca storica, circa agli inizi del V secolo a.C. In tale periodo costoro, sboccando dalla grande valle dell'Amaseno, spinti dal bisogno dei pascoli invernali e dalla sete di conquista dei ricchi territori dei Latini Pometii si affacciarono alle nostre distese pianeggianti, forse anche incalzati da altri popoli nomadi. Subito dopo la venuta dei Volsci succede un periodo di guerre accanite tra loro e la lega romano-latina. E' illogico pensare che in tale periodo bellico i Volsci dedicassero le loro energie a compiere la poderosa impresa della costruzione dei cunicoli di drenaggio. I Volsci, in realtà, alla loro discesa nella pianura pontina erano dediti principalmente alla pastorizia, come in origine i popoli montanari, e come anche la maggior parte degli Italici. E' cosa troppo meravigliosa che essi, d'un colpo, potessero diventare esperti idraulici e grandiosi bonificatori senza un lungo periodo di tirocinio e di un'assidua pratica. Esclusi quindi, una volta per sempre, i Volsci, restano gli abitanti che prima di essi occupavano la regione, cioè i Latini. L'opinione oggi più diffusa concorda nel ritenere che i Latini, gli Ausoni (o meglio Aurunci), gli Opici gli Itali e i Sicani dello Stretto, facciano parte della prima ondata di popoli italici che vennero ad abitare nei territori tirrenici. All'epoca dello storico greco Ecateo esisteva, sul territorio circostante la sua sponda sinistra del Tevere, il popolo dei Prisci o Casci Latini, in perenne lotta con quello abitante la riva destra dello stesso fiume. I limiti del Lazio, verso l'ottavo secolo a.C., all'epoca della fondazione di Roma, erano così definiti: a Nord il Tevere, a Nord-Est l'Aniene (Che forse , all'inizio, divideva i Sabini dai Latini ), a Sud e Sud - Ovest , con limiti più indefiniti e sfumati, il territorio dei Latini che verso Est e Nord-Est veniva a contatto con le terre degli Ernici , mentre a Sud confinava con gli Aurunci. Tornando, in conclusione, alla narrazione del periodo bellico tra la lega Romano-Latina ed i Volsci invasori ricordiamo che dopo circa un secolo e mezzo ( tra il V e il III secolo a. C.) di alterne vittorie e sconfitte la vittoria finale arride ai Romani che, tra l'altro, avevano eliminati i Latini. I Romani dunque divennero da allora i padroni assoluti di tutta la regione.
Le prime linee telefoniche a Sezze e in Provincia di Latina
Nella neonata provincia di Latina (già Littoria, istituita nel 1934 ) soltanto i comuni di GAETA e di FORMIA avevano messo in atto e diffuso le linee telefoniche fin dal 1914, essendo stati in quell’anno allacciati alla rete provinciale di Caserta. Nel 1939 dunque, nel territorio pontino, i centri che avevano in corso di lavoro l’ampliamento della locale rete telefonica e l’allaccio al capoluogo provinciale erano: SEZZE, PRIVERNO, SERMONETA, NORMA, BASSIANO. Nell’incontro del 25 gennaio 1939 (al quale parteciparono il Prefetto, il Preside della Provincia e tutti i Podestà dei comuni interessati) si decise che ogni comune si dovesse accollare sul bilancio un cospicuo onere finanziario (così come aveva già provveduto il Comune di Monte San Biagio, che fu uno dei primi a stanziare fondi sul proprio bilancio). Altri comuni, spinti da tale onda progressista, aderirono a questo progetto globale di diffusione telefonica e ne iniziarono le pratiche. Ricordiamo, tra questo secondo gruppo, i comuni di Castelforte, Itri, Sonnino e Sperlonga. Lo Stato Italiano peraltro, già con legge n° 431 del 5 aprile 1925, accordava a tutte le Province dei mutui rateizzati, “ordinari “ fino a 35 anni e “straordinari” fino a 50 anni, tutti a “interessi zero”. Per procedere a questi espletamenti burocratici occorreva il preventivo di spesa relativo all’impianto della futura rete telefonica ed a ciò si provvedeva mediante una perizia tecnica della Società che aveva avuto in concessione l’appalto. Tale perizia doveva contenere, tra l’altro, il tracciato effettivo della linea in questione, i lavori speciali da porre in atto per la natura del terreno e per la presenza “in sito” di linee elettriche e ferrotranviarie. A quei tempi venne purtroppo attuato il blocco della spesa pubblica (anni 1939-43) ma i menzionati comuni affrontarono ugualmente ed autonomamente la realizzazione di tale progetto di telefonia pubblica. La Provincia, che aveva concesso aiuti monetari, si sentì obbligata, stipulando la convenzione con la TE.TI. , a concedere gratuitamente ,e senza restrizioni di sorta, l’uso e lo sfruttamento di tutte le strade e delle proprietà provinciali, non lesinando una fattiva collaborazione con i comuni per ottenere gratuitamente, da ogni privato proprietario terriero, l’impianto dei pali delle linee telefoniche. Per collegare, con linea telefonica, Littoria con Sermoneta, Norma, Bassiano e Sezze, e per il prolungamento di linea fino a Priverno e Roccasecca dei Volsci il contributo spesa, da versare alla Te.Ti., ammontava a lire 45.000 e tale onere venne così ripartito: Amm.ne Provinciale (15.000 lire), Littoria (10.000), Sermoneta (5.000), Sezze-Priverno-Bassiano (lire 4.000 a testa), Norma (lire 3.000). Con la diffusione della rete telefonica cominciarono ad essere naturalmente divulgati i primi elenchi degli abbonati telefonici. A titolo di curiosità e di esempio riportiamo alcuni dati estratti dall’elenco anno 1942, mese di maggio, e veniamo a scoprire che appena 14 centri della neonata provincia di Littoria figuravano con propri abbonati negli elenchi telefonici delle reti minori del Lazio (tali centri erano: Aprilia, Cisterna, Cori - Giulianello, Fondi, Formia, Gaeta, Littoria e Littoria Scalo, Minturno, Pontinia, Priverno, Sabaudia, San Felice Circeo, Sezze e Terracina ). Gli abbonati privati erano già 445 utenti di apparecchiatura telefonica. A tali centri si dovevano aggiungere in elenco i paesi di Bassiano e di Sermoneta (oltre le frazioni di Roccasecca dei Volsci e di Scauri) per aver in funzione il solo posto telefonico pubblico. Nella provincia erano ancora esclusi dall’utenza telefonica altri 14 Comuni (Campodimele , Castelforte, Itri, Lenola, Monte San Biagio, Norma, Ponza, Prossedi, Roccagorga, Roccamassima, Sonnino, Sperlonga, Spigno Saturnia e Ventotene); essi non avevano ancora alcun collegamento telefonico. A questi ultimi si devono aggiungere anche le frazioni di Maenza e SS . Cosma e Damiano, ancora sprovviste di linee telefoniche perché lacerate da problemi politici di autonomia territoriale, in una lotta che le vedrà vincitrici soltanto nel 1947.
L'Accademia setina degli "Addormentati"
Dalla scuola superiore guidata dai padri gesuiti a Sezze nasce l’Accademia degli Addormentati. La sua fondazione tende a definirsi nei primi anni del 600 e da recenti studi, sembra essere stata tra le prime che fiorirono in Europa e che raccolse uomini illustri nel suo seno. Con la peste del 1656 ci fu un periodo di stasi nel la feconda attività dell’accademia che venne chiusa a causa dell’epidemia che dimezzò gran parte della popolazione. Nell’anno 1690 l’accademia con il nome degli Addormentati, riprese vita come dimostra un opuscolo stampato dal minore conventuale Filippo Ciammarucone, e dedicato al papa Alessandro VIII° della famiglia Ottoboni. L’Accademia cominciò un nuovo cammino che la portò a mutare il suo nome in "Abbozzati" per volere del cardinale Pietro Marcellino Corradini, membro dell’Arcadia romana, e ad essa fu affiancato il motto: INFORMIA FORMO. Nel 1747 risalgono le prime pubblicazioni: una sintassi latina, e un accurato commento, in italiano, ai primi libri dell’Eneide di Virgilio. L’Arcadia di Roma non rimase indifferente a queste opere e nell’anno1747 la setina accademia era unita all’Arcadia con parità di diritti e mantenendo una sua autonomia culturale. Vi s’inscrissero studiosi come Zurla, Lambruschini e Vizzardelli, e nei vari elenchi del periodo successivo al 1800 è possibile trovare come soci accademici Manzon i, Murat e De Sanctis. A capo dell’Accademia stava un console, un Segretario, l’Archivista e il Bibliotecario, con quattro censori perpetui. Dopo questo periodo ci fu una lunga interruzione causata dall’invasione francese. L’adunanza rivisse poi nel 1818 sotto il consolato di Giuseppe Capitan Cerroni. Importante è la relazione che l ‘arcadia ebbe con le terre pontine e in particolare con Sezze, che in quel periodo guidava il movimento culturale e artistico per opera del Collegio setino Dei Padri Gesuiti. In fatti, quando il Gravina e il Crescimbeni crearono all’Accademia romana tra i fondatori troviamo l’allora giovanissimo Corradini che divenne poi cardinale. Ma il Corradini aveva anche incrementato la locale accademia setina degli Addormentati e mantenne sempre nel cuore il desiderio di vederla, un giorno, affiliata all’Arcadia come sua colonia. Ciò avvenne però solo dopo la sua morte avvenuta nel 1743 quando l’Accademia setina cominciò a fregiarsi di interessanti pubblicazioni filologiche di cui già si è parlato. Fu così che nell’anno1747 l’Accademia setina fu chiamata all’onore di Colonia Setina dell’Arcadia.
