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Pierino Ricci

Pierino Ricci

Venerdì, 16 Gennaio 2026 19:58

LA DOTTRINA MONROE DI TRUMP

 

La dottrina Monroe è una politica estera statunitense del 1823 che afferma che il continente americano fosse chiuso alla colonizzazione europea e che gli USA non sarebbero intervenuti negli affari europei, in cambio di una non interferenza europea nelle Americhe, segnando un passo cruciale verso la supremazia americana nell’emisfero occidentale e l’isolazionismo.

In sostanza, secondo questa dottrina, a cui si rifà Trump, le Americhe non sono più aperte alla colonizzazione da parte di potenze europee.

Non interferenza: gli Stati Uniti non si sarebbero intromessi nelle guerre e negli affari interni europei.

Qualsiasi tentativo europeo di opprimere o controllare nazioni indipendenti nelle Americhe sarebbe stato visto come un atto ostile verso gli Stati Uniti.

L’indipendenza dell’America Latina: la dottrina fu una risposta alle nuove nazioni latinoamericane che si stavano liberando dal dominio spagnolo e portoghese e alla paura che le potenze europee potessero cercare di ristabilire il controllo.

L’assertività americana: dopo la guerra del 1812, gli USA volevano affermare la propria influenza e autonomia proclamando il loro “vicinato” come sfera d’interesse.

Questa teoria non poté essere subito applicabile. Inizialmente gli USA non avevano la forza militare per farla rispettare, ma divenne un pilastro della politica estera.

Infatti, il suo uso successivo fu invocato per giustificare interventi militari e politici, come contro l’intervento francese in Messico (1860) o durante la crisi dei missili di Cuba (1962). La dottrina fu invocata da presidenti come John F. Kennedy durante la crisi dei missili di Cuba, nel corso della Guerra Fredda, per opporsi all’estensione del potere sovietico nell’emisfero occidentale.

La dottrina Monroe ha definito la politica estera statunitense, oscillando tra isolazionismo e interventismo, segnando l’egemonia americana nell’emisfero occidentale.

Nel corso del tempo, la dottrina è stata interpretata per giustificare l’espansione degli USA, nonostante l’intento originale fosse contrastare il colonialismo europeo verso le Americhe.

Tutto questo ha portato a un sentimento antiamericano: gli interventi unilaterali e l’ingerenza negli affari interni hanno spesso generato un forte sentimento antiamericano in molti Paesi del mondo, influenzando le relazioni diplomatiche per decenni.

Così come ai nostri giorni, l’applicazione della dottrina Monroe con Trump sta plasmando e consolidando la sfera d’influenza degli Stati Uniti a scapito della piena autonomia di molti Paesi sia dell’America Latina sia degli equilibri di tutto il mondo, con particolare riferimento alle nazioni sudamericane apertamente ostili alla prima potenza economica e militare del mondo.

Il segnale di forza è indirizzato alla Colombia, a Cuba, alla Cina e all’Iran, ma anche all’Europa con la Groenlandia.

L’azione finalizzata alla cattura di Nicolás Maduro e della moglie è stata l’atto propedeutico a perseguire il cambio di regime in Venezuela, ovvero “America agli americani”.

Giovedì, 08 Gennaio 2026 11:15

Cosa rischia la democrazia in Italia?

 

 

I rischi della politica italiana includono la crisi di fiducia e la stanchezza dei cittadini, la tendenza di alcuni esponenti a considerare la cosa pubblica come proprietà privata, l’uso eccessivo dei decreti-legge per aggirare il dibattito politico parlamentare, la scarsa responsabilizzazione dei ministri, la nomina di figure non qualificate in posizioni chiave e il conflitto tra stabilità governativa e necessità di cambiamento, con un sistema che a volte fatica a funzionare nonostante la sua struttura democratica, portando a un deficit di funzionalità e a una percezione di fallimento dello Stato.
Da dieci raggruppamenti politici siamo passati a venticinque.

Nella nostra società sono infatti ben evidenti i segnali di alcune tendenze che rischiano di minare l’equilibrio democratico. Si parte dalla “sfiducia sistemica” (l’immagine dell’Italia come un Paese in declino, una prospettiva pessimista sul futuro delle giovani generazioni, un generale decadimento della fiducia tra le persone) e si passa a sentimenti di distanza o di vera e propria contrarietà rispetto alla politica, accusata di “parlare tanto ma fare poco”, o di avere interessi in contrasto con il bene comune.

Non convince, comunque, l’idea dell’uomo forte che infrange le regole per “mettere a posto” l’Italia.

Per fortuna, dalle ricerche effettuate emerge che gli italiani si schierano a favore di riforme graduali, da realizzare nel tempo con serietà, mentre rifiutano la necessità di “un cambiamento radicale che azzeri tutto e ricostruisca il Paese e le sue istituzioni da capo”.

Insomma, anche se il clima sociale è pesantemente caratterizzato da sfiducia e sentimenti di antipolitica, gli italiani continuano a mostrarsi consapevoli dell’importanza delle istituzioni democratiche e di alcuni elementi fondamentali come lo Stato di diritto, la libertà di espressione, il ruolo dei corpi intermedi e di procedure decisionali collegiali, bilanciate tramite i ben noti “pesi e contrappesi”.

Una figura solitaria al comando, in un rapporto diretto e disintermediato con i cittadini, non convince gli italiani, che preferiscono ancorarsi a una democrazia magari imperfetta ma che rimane “la peggior forma di governo, eccezione fatta per tutte le altre”.

Secondo recenti ricerche, il fascino esercitato dalle posizioni estreme appare limitato, ma non irrilevante.
Infatti, un terzo degli intervistati ritiene che talvolta avanzare proposte nette, benché di parte, possa essere necessario, anche perché la sfiducia nei confronti della classe politica (e dei professionisti della politica) rimane un tratto estremamente diffuso.

Altri italiani, poco meno di un quarto degli intervistati, ritengono che un ritorno al fascismo sia non solo un problema reale, ma qualcosa che sta già avvenendo. Se questa percezione è più debole tra coloro che sono nati negli anni Ottanta e Novanta, cresce nella Generazione Z e soprattutto nelle generazioni più anziane, a partire da quelle nate negli anni Sessanta e Settanta. Ciò è indicativo anche per capire come oggi vengono percepiti gli avversari politici.

È però anche vero, e va sottolineato, che gli italiani sfiduciati e stanchi della politica rifuggono comunque da soluzioni autoritarie o dal cosiddetto premierato.

 


Questa finanziaria come può garantire la sostenibilità del nostro sistema di protezione sociale e, più in generale, la produttività e lo sviluppo del Paese se il grosso carico fiscale grava su una ristretta minoranza? Questo è il grande paradosso su cui dobbiamo riflettere.

Se facciamo un’analisi sulle dichiarazioni individuali dei redditi IRPEF e delle altre principali imposte dirette e indirette (tra cui IRAP, IRES, ISOST e gettito IVA), con l’obiettivo di ottenere indicatori utili a comprendere l’effettiva situazione socio-economica del Paese e a verificare la tenuta del suo sistema di protezione sociale, emerge che si fa assistenza sempre più con la previdenza contributiva, che è l’unica in attivo, quando l’assistenza andrebbe fatta con la fiscalità generale.

Solo per pagare la spesa sanitaria per i primi tre scaglioni con redditi negativi/zero fino a 20 mila euro, la differenza tra l’IRPEF versata e il costo della sanità (2.222 euro il valore pro capite) supera i 56 miliardi.

Considerando anche l’istruzione e la spesa assistenziale e di welfare degli enti locali e regionali, la redistribuzione totale supera i 233 miliardi (1,13 volte l’importo dell’intera IRPEF) su circa 675 miliardi di entrate, al netto dei contributi sociali.

In pratica viene redistribuito l’80,56% di tutte le imposte dirette; ne beneficiano soprattutto il 72,59% dei contribuenti con redditi fino a 29 mila euro. Un costante trasferimento di ricchezza sotto forma di servizi gratuiti di cui questa enorme platea di beneficiari spesso non si rende neppure conto, in parte anche a causa delle ripetute promesse elettorali di nuove elargizioni da parte della politica, che tende viceversa a trascurare i percettori di redditi medio-alti, spesso esclusi da bonus e altri benefici, malgrado il forte contributo fornito al sistema.

Da troppo tempo lo Stato italiano pare poggiarsi sul pericoloso binomio “meno dichiari e più avrai dallo Stato”, che, in assenza di controlli e combinato a un eccesso di assistenzialismo, incoraggia elusione e lavoro nero.

Giusto aiutare chi ha bisogno, così come garantire a tutti diritti primari, come ad esempio quello alla salute (che oggi viene sempre più privatizzata), ma nel contempo non si può trascurare quanto queste cifre siano verosimilmente “gonfiate” da economia sommersa ed evasione fiscale, per le quali primeggiamo in Europa. È davvero credibile che quasi la metà degli italiani viva con circa 10 mila euro lordi l’anno?

D’altra parte, siamo tra i pochi Paesi che non hanno un’anagrafe e una banca dati dell’assistenza dei vari enti. Ogni anno aumenta spaventosamente, nell’indifferenza generale, il debito pubblico; infatti siamo il fanalino di coda in Europa per occupazione e produttività.

Mettendo sempre più a rischio capitoli di spesa indispensabili allo sviluppo del Paese (come infrastrutture, investimenti, capitali, occupazione e così via), finanziati solo sulle residuali imposte dirette, sulle accise o sulla strada del debito… tutto questo non è più sostenibile.

 

Sabato, 27 Dicembre 2025 08:26

LE MIRE DI TRUMP!!

 

 

Donald Trump non ce l’ha con l’Europa, ce l’ha con l’Unione Europea: cerca di togliere di mezzo una potenziale potenza per avere a che fare con 27 stati ininfluenti, da mantenere divisi per trasformarli così in gregari, dell’uno o dell’altro.
Si sente dominatore ed è più facile dominare un’Europa divisa che un’Europa unita.

Trump diffida del multilateralismo e delle organizzazioni sovranazionali, predilige la legge del più forte. Dovranno chiedersi, prima o poi, gli americani se sia davvero la strada giusta, perché non è detto che gli Stati Uniti siano i più forti per sempre.

Ma noi europei, dilaniati da secoli di sanguinose guerre all’interno del continente, sappiamo bene che la legge del più forte ha il suo sbocco più naturale nel conflitto.
La legge condivisa, non quella del più forte, è una conquista della civiltà ed è il modo più avanzato che gli uomini hanno creato per evitare o gestire il conflitto.

Gli organismi multilaterali sono un patrimonio prezioso ed è nel nostro interesse continuare a difenderli.
Per tutelare tutti questi interessi, però, non basta esserne consapevoli: bisogna affrontare i problemi enormi e difficili che la loro difesa pone.

È chiaro che non basta prendersela con Trump, non basta avercela con Putin, non basta avere paura dell’invasione delle merci cinesi.
Bisogna riprenderci in mano il nostro destino, smascherando alcuni soggetti politici e l’ingenuità di molti cittadini che, guardando a orizzonti brevi e di parte, sono pronti a sacrificare il futuro di tutti, e convincere gli “ingenui”.

Ricordando a tutti che il passato guardato con nostalgia non ritorna, che il mondo si è fatto più piccolo e non ci si può chiudere ad esso, che le paure non fermano il progresso tecnologico, che le migrazioni non si fermano con il razzismo, ma si governano con misura e saggezza.

E lavorando per rafforzare l’equilibrio sociale, che anche in Europa si è fatto precario, impegnandoci non per indebolire l’Unione Europea, ma per migliorarla, rendendola più forte e capace di difendere quegli interessi che forse ci sembrano lontani, ma che segnano ogni giorno la qualità della vita e condizionano il futuro di tutti noi.

P.S.
Buon Natale e buone feste a tutti, per un mondo più solidale, di pace e serenità.

Dal rapporto dell’Ufficio Studi di Confcommercio emerge che, negli ultimi dodici anni, il tessuto commerciale italiano ha subito una profonda contrazione.
Più di 140 mila attività al dettaglio, tra negozi e ambulanti, hanno cessato l’attività.

Il fenomeno è particolarmente visibile nei centri storici e nei piccoli Comuni, dove la perdita di imprese incide non solo sull’economia locale, ma anche sulla vivibilità degli spazi urbani.

Un ulteriore elemento critico riguarda i 105 mila locali commerciali oggi sfitti, un quarto dei quali inutilizzati da oltre un anno; solo nel Lazio se ne contano 7.407.

Senza interventi mirati, la situazione rischia di precipitare. Le stime indicano che entro il 2035 potrebbero chiudere altre 114 mila imprese nel settore, pari a oltre un quinto di quelle attive. Per molte città medio-grandi, dove la densità commerciale sta diminuendo rapidamente, l’impatto sarebbe particolarmente severo.

Desertificazione e rischio città fantasma.

L’obiettivo deve essere quello di affrontare questa fase critica con un’agenda urbana nazionale, da costruire insieme a Governo, Regioni e Comuni.
L’obiettivo è rafforzare le economie di prossimità, coordinare gli interventi dei Distretti Urbani dello Sviluppo Economico e introdurre strumenti condivisi contro la desertificazione commerciale. Tra le priorità, anche una logica urbana più efficiente che tenga conto dei cambiamenti demografici e dei nuovi costumi sociali.

A livello nazionale è necessario garantire un coordinamento stabile delle politiche urbane e territoriali, promuovendo linee guida condivise e l’integrazione dei diversi programmi e fondi europei e nazionali in una strategia unitaria dedicata alla rigenerazione urbana e al rafforzamento delle economie locali.

A livello regionale è fondamentale superare la frammentazione normativa, definendo regole minime comuni per il funzionamento, la governance e il coinvolgimento degli attori locali.

A livello comunale si propone la redazione di programmi pluriennali per l’economia di prossimità e strumenti integrati per coordinare le diverse azioni di contrasto alla desertificazione commerciale.

Tra le misure più efficaci: patti locali per la riattivazione dei locali sfitti, con canoni calmierati e incentivi coordinati tra pubblico e privato; interventi di animazione urbana e accompagnamento all’avvio dell’impresa, promossi da Comuni e associazioni di categoria; azioni per una logica urbana sostenibile e integrata nei sistemi digitali, come piattaforme di welfare territoriale che permettono alle imprese di erogare crediti spendibili nei negozi e nei servizi di prossimità; partenariati tra imprese del terziario di mercato e operatori immobiliari, per integrare nei nuovi interventi di rigenerazione urbana spazi riservati ai servizi di quartiere e alla vita comunitaria.

Quartieri senza negozi: cala la qualità della vita e la sicurezza.

Non basta dirlo: bisogna acquistare prodotti locali.

Dal rapporto dell’Ufficio Studi di Confcommercio emerge che, negli ultimi dodici anni, il tessuto commerciale italiano ha subito una profonda contrazione.
Più di 140 mila attività al dettaglio, tra negozi e ambulanti, hanno cessato l’attività.

Il fenomeno è particolarmente visibile nei centri storici e nei piccoli Comuni, dove la perdita di imprese incide non solo sull’economia locale, ma anche sulla vivibilità degli spazi urbani.

Un ulteriore elemento critico riguarda i 105 mila locali commerciali oggi sfitti, un quarto dei quali inutilizzati da oltre un anno; solo nel Lazio se ne contano 7.407.

Senza interventi mirati, la situazione rischia di precipitare. Le stime indicano che entro il 2035 potrebbero chiudere altre 114 mila imprese nel settore, pari a oltre un quinto di quelle attive. Per molte città medio-grandi, dove la densità commerciale sta diminuendo rapidamente, l’impatto sarebbe particolarmente severo.

Desertificazione e rischio città fantasma.

L’obiettivo deve essere quello di affrontare questa fase critica con un’agenda urbana nazionale, da costruire insieme a Governo, Regioni e Comuni.
L’obiettivo è rafforzare le economie di prossimità, coordinare gli interventi dei Distretti Urbani dello Sviluppo Economico e introdurre strumenti condivisi contro la desertificazione commerciale. Tra le priorità, anche una logica urbana più efficiente che tenga conto dei cambiamenti demografici e dei nuovi costumi sociali.

A livello nazionale è necessario garantire un coordinamento stabile delle politiche urbane e territoriali, promuovendo linee guida condivise e l’integrazione dei diversi programmi e fondi europei e nazionali in una strategia unitaria dedicata alla rigenerazione urbana e al rafforzamento delle economie locali.

A livello regionale è fondamentale superare la frammentazione normativa, definendo regole minime comuni per il funzionamento, la governance e il coinvolgimento degli attori locali.

A livello comunale si propone la redazione di programmi pluriennali per l’economia di prossimità e strumenti integrati per coordinare le diverse azioni di contrasto alla desertificazione commerciale.

Tra le misure più efficaci: patti locali per la riattivazione dei locali sfitti, con canoni calmierati e incentivi coordinati tra pubblico e privato; interventi di animazione urbana e accompagnamento all’avvio dell’impresa, promossi da Comuni e associazioni di categoria; azioni per una logica urbana sostenibile e integrata nei sistemi digitali, come piattaforme di welfare territoriale che permettono alle imprese di erogare crediti spendibili nei negozi e nei servizi di prossimità; partenariati tra imprese del terziario di mercato e operatori immobiliari, per integrare nei nuovi interventi di rigenerazione urbana spazi riservati ai servizi di quartiere e alla vita comunitaria.

Quartieri senza negozi: cala la qualità della vita e la sicurezza.

 

Ancora una volta la sanità privata è alla ribalta: lo scandalo delle mazzette del professore Roberto Palumbo del Santo Eugenio ripropone le anomalie del dualismo tra sanità pubblica e sanità privata.

Sta diventando sempre più appetibile la sanità privata per i “baronetti” della sanità pubblica, che cercano sempre più di spostare ricoveri e visite verso il privato con la scusa delle liste d’attesa. Le inchieste fatte da Report la dicono lunga sulla funzionalità della sanità nel Lazio, ma anche nelle cosiddette roccaforti del Nord.

La cosa assurda è che assistiamo quotidianamente a denunce da parte di famiglie che, in presenza di diagnosi problematiche e senza alcun approfondimento clinico, vedono i loro cari dimessi dal pronto soccorso e rimandati a casa. In particolare, giovani in crisi acute, che poi sono costretti a rivolgersi al privato per essere curati o ricoverati in strutture a pagamento. Chi ha i soldi ci riesce, chi non può permetterselo rimane senza cure.

TROPPI TAGLI E TROPPI SPRECHI NELLA SANITÀ PUBBLICA, ANCHE NEI SERT, CON LISTE DI ATTESA INTERMINABILI.

Ma la Regione Lazio e la nostra ASL sono in grado di garantire un pronto soccorso e una sanità territoriale all’altezza della situazione? Con il personale che manca e le strutture territoriali che stentano a decollare? Chi dovrebbe salvaguardare queste famiglie e questi ragazzi che cercano di uscire dal tunnel della dipendenza?

Rivolgersi al pronto soccorso del Goretti è diventato una lotteria. Premesso che il pronto soccorso lavora sotto organico da anni, sopperendo con medici e personale paramedico di cooperative, partite IVA o provenienti dai reparti, la situazione è gravissima.

Per i casi più complicati – malati oncologici, dializzati, ma anche tanti giovani in crisi acute che cercano di uscire dalla dipendenza – la situazione è disastrosa. Pur cercando aiuto con i loro familiari nelle strutture pubbliche, non lo trovano. I Sert non funzionano e si è costretti a ricorrere al pronto soccorso, che spesso li rimanda a casa dicendo che “non è di loro competenza”, senza un reale approfondimento clinico. Così, molte famiglie sono costrette a rivolgersi ai privati, affrontando costi enormi. La maggior parte, invece, deve gestire questi giovani in crisi acute tra le mura domestiche.

Il Sert (Servizio per le tossicodipendenze), oggi più propriamente chiamato SerD (Servizio per le dipendenze), dovrebbe essere un servizio pubblico del Sistema Sanitario Nazionale, che offre prevenzione, cura e riabilitazione per problemi legati all’uso di sostanze o altre dipendenze. Dovrebbe essere accessibile gratuitamente e garantire l’anonimato, tramite un’équipe multidisciplinare.
Il primo contatto dovrebbe avvenire con un assistente sociale, seguito da un’équipe composta da medici, psicologi ed educatori.

In sintesi, il SerD, per legge, dovrebbe essere un punto di riferimento sanitario pubblico per chiunque abbia problemi di dipendenza, offrendo un percorso di cura e recupero completo e riservato. Ma purtroppo non è così. Ai giovani che vogliono uscire dal tunnel della dipendenza (e sono tanti), oltre alla somministrazione del metadone, altro non è dato: se si vuole una visita psichiatrica o psicologica bisogna mettersi in lista d’attesa – quando va bene, oltre sei mesi – oppure pagare privatamente. È assurdo.

Come intende la Regione Lazio affrontare le problematiche del SerD di Priverno e di Latina? Ricordiamo che la provincia di Latina, a livello nazionale, è una delle aree con il tasso più alto di utilizzo di droghe: il 21,2% in carico per l’alcol, l’eroina per il 33,6% dei casi, seguita dalla cannabis con il 14,4% e dalla cocaina con il 13,2%.

È chiaro che nella crisi della sanità pubblica il privato ingrassa, costringendo sempre più famiglie a rivolgersi a strutture private, pagando di tasca propria.

Noi siamo convinti che le strutture private debbano essere riportate a un ruolo integrativo, all’interno di un mandato pubblico universale, e non poste in competizione con il sistema pubblico. È fondamentale che tra strutture come il SerD e il pronto soccorso ci sia comunicazione e non ci si trinceri dietro questioni burocratiche su “di chi è la competenza”.

Se i SerD di Priverno e Latina non funzionano, va fatta una verifica approfondita del loro ruolo. Non possono essere semplicemente luoghi dove si distribuisce metadone.

 

 

Occorre assecondare le forme di ricambio della forza lavoro: giovani, donne, migranti.
Il futuro dell’Italia dipende dalla capacità di rigenerare la popolazione nelle età più produttive e fertili. Se non riuscirà a farlo, il Paese dovrà affrontare costi sempre più gravosi legati all’invecchiamento e al debito pubblico, su basi demografiche sempre più fragili.

Avremo difficoltà nel reperimento di personale, una spesa pensionistica in aumento fino al 17% del prodotto interno lordo entro il 2040 e oltre 4 milioni di over 65 non autosufficienti che richiederanno assistenza continuativa.

Si prevede che usciranno dal lavoro, in soli dieci anni, 6,1 milioni di lavoratori: un esodo generazionale che rischia di lasciare il Paese senza ricambio e di mettere in crisi la tenuta dello Stato sociale.

L’impegno principale del Paese deve essere, allora, quello di migliorare la formazione e favorire adeguati tempi e modi di ingresso nel mondo del lavoro per le nuove generazioni, oltre a migliorare la gestione dell’immigrazione e ridurre le diseguaglianze.

Il rafforzamento del ricambio della forza lavoro non è solo quantitativo, ma anche qualitativo: va colto come un’opportunità per portare nuove competenze e innovare processi, prodotti e servizi delle aziende e delle organizzazioni.

Finora il mondo del lavoro è rimasto sbilanciato sul modello del XX secolo: la fase in atto, caratterizzata da un abbondante ricorso alla manodopera over 50, è destinata a esaurirsi, come mostrano i dati INAPP (centro di ricerca pubblico per il mondo del lavoro). Dopo di che potranno crescere solo le aziende che avranno saputo, per tempo, confrontarsi con la nuova idea del lavoro e con le nuove esigenze di armonizzazione tra vita e lavoro delle generazioni formate e cresciute assieme ai cambiamenti di questo secolo.

Le forze rigeneratrici della popolazione lavorativa sono soprattutto i giovani e le donne. Questo consente di raggiungere migliori condizioni occupazionali e una convergenza dei tassi di occupazione verso la media europea, seguendo le migliori politiche in grado di conciliare la realizzazione professionale con quella familiare. Ciò permette a chi desidera figli di essere messo nelle condizioni di averli, contribuendo così anche a contenere la riduzione delle future risorse lavorative.

Se questo è vero, le giovani donne sono la componente più strategica su cui puntare, risollevandole dalla condizione di debolezza e svantaggio in cui sono state sinora lasciate. Non è solo una questione di diritti e parità di opportunità, ma un elemento centrale per lo sviluppo sostenibile e competitivo del Paese.

Se l’Italia si confermerà nei prossimi anni poco attrattiva per i giovani e, ancor meno, per le giovani donne, all’esodo delle generazioni cinquantenni o oltre l’età pensionabile rischierà di corrispondere un esodo delle nuove generazioni verso l’estero, ancora più grave di quello già in atto: 200 mila giovani ogni anno lasciano il nostro Paese, di cui il 30,5% sono ragazze e il 36,4% sono ragazzi. A quel punto difficilmente saremo un Paese per aziende competitive e un Paese in cui vivere serenamente in età anziana.

 

 

Nelle ultime elezioni regionali, con tre vittorie nette dei candidati favoriti — Alberto Stefani (centrodestra), Antonio Decaro e Roberto Fico (centrosinistra) — si è chiuso il voto rispettivamente in Veneto, Puglia e Campania.
Se il risultato appariva scontato fin dagli inizi, a imporsi davvero è stato l’astensionismo, che in queste tornate elettorali ha assunto dimensioni di massa, trasformandosi nel “primo partito” con un’insolita maggioranza assoluta.

Il calo dell’affluenza, stimato intorno al 14% rispetto alle ultime regionali, evidenzia che poco più di quattro elettori su dieci hanno deciso di recarsi alle urne, cifra che segna il distacco sempre più profondo tra rappresentanza politica e Paese reale.

L’astensione elettorale è la rinuncia volontaria alla partecipazione al voto, che può derivare da disillusione, sfiducia nella politica, motivi personali, difficoltà organizzative o disinteresse.
Questo fenomeno, sempre più diffuso, indebolisce la partecipazione politica e i fondamenti democratici della società, contribuendo al calo dell’affluenza registrato nel nostro Paese.

È chiaro che l’elevato astensionismo è considerato una patologia per la democrazia, poiché un’ampia non partecipazione indebolisce il principio di rappresentanza tra eletto ed elettore, minando la legittimità e la solidità del sistema democratico stesso.
Questo fenomeno ha preso piede a partire dagli anni ’70.

Se, finita la guerra, i cittadini italiani si sentivano onorati di poter partecipare alla vita politica della Repubblica dopo anni di dittatura, con l’avvento dei numerosi scandali legati ai partiti, verso la fine degli anni ’70 la fiducia degli aventi diritto ha cominciato a venir meno.

Ecco perché tutti i partiti politici, anziché rivolgersi soltanto ai loro elettori (i tifosi della “curva”), dovrebbero rivolgersi soprattutto a coloro che non vanno più a votare e che occorre evitare di perdere definitivamente su questa strada sbagliata.

Per fare ciò, credo che vada costruita una repubblica delle autonomie ben funzionanti: ciò significa riportare le risorse a livello territoriale, ossia ai Comuni, perché è lì che risiedono i problemi dei cittadini e non nei “salotti buoni”, e riportare le Regioni a svolgere il loro ruolo di programmazione, per il quale sono nate.

Va riconsiderata la legge elettorale, rendendola più vicina ai cittadini, affinché possano decidere e sapere chi li rappresenterà, evitando liste preconfezionate dai segretari di partito. Forse è opportuno adottare una legge che tenga conto delle preferenze, che limiti le liste bloccate e la possibilità delle candidature multiple, e che dica no al “primariato della persona sola al comando”.

Come più volte detto, ciò non significa ritornare al centralismo, ma tentare di riavvicinare tutti coloro che oggi si sono allontanati dal voto, non trovando spazio in politica e sentendosi sempre più sfiduciati da chi dovrebbe rappresentarli.

 

 

La sicurezza urbana è una tematica sempre più centrale nel dibattito politico e sociale, non solo per la crescente percezione d’insicurezza nelle città e nei nostri paesi, ma anche per le sfide quotidiane che le amministrazioni locali devono affrontare in un contesto di rapide trasformazioni urbane. La criminalità diffusa, il degrado e la marginalità sociale continuano a minare la qualità della vita nelle nostre comunità (i dati nazionali sul tenore di vita ne sono una triste conferma). Quotidianamente i nostri Comuni sono alla ribalta per la sicurezza a vario titolo.

Tuttavia, la sicurezza non può essere ridotta alla sola repressione della criminalità o a leggi contro i diritti, ma deve essere un concetto più ampio che include la coesione sociale, la vivibilità e la gestione del territorio.

La sicurezza urbana si distingue in due ambiti: la “sicurezza primaria”, legata all’ordine pubblico e alla prevenzione dei reati più gravi, e la “sicurezza secondaria”, che riguarda la vivibilità urbana, il decoro e la prevenzione del degrado. Mentre la sicurezza primaria è esclusiva dello Stato centrale, la seconda ricade sui Comuni.

I sindaci, infatti, sono i principali responsabili della gestione del territorio, della riqualificazione delle aree degradate e del mantenimento del decoro pubblico.

Nei nostri Comuni andrebbe introdotto il concetto di “sicurezza integrata”, per favorire una collaborazione più stretta tra le forze di polizia e i vari livelli istituzionali, unendo l’approccio statale con quello comunale, mentre i Comuni si concentrano sulla prevenzione e la gestione del degrado urbano.

Questa visione deve affrontare non solo la criminalità, ma anche i problemi sociali ed economici delle nostre comunità.

Tuttavia, a distanza di anni dalla formalizzazione di queste politiche con il Decreto Minniti (D.L. 14/2017), emergono discontinuità e difficoltà nella loro attuazione. I Patti per la Sicurezza Urbana, sebbene abbiano promosso una maggiore collaborazione, non hanno prodotto risultati soddisfacenti, soprattutto a causa della mancanza di finanziamenti e di un sistema di monitoraggio poco efficace.

Intanto vanno rafforzate le competenze dello Stato e degli enti locali: lo Stato deve essere coinvolto maggiormente nella gestione della sicurezza urbana, attraverso una programmazione regionale e mettendo a disposizione maggiori risorse per le polizie locali.

Va potenziato lo scambio informativo tra le forze di polizia locali e statali, utilizzando tecnologie avanzate come la videosorveglianza, i droni e l’intelligenza artificiale per la gestione dei dati.

È necessario creare un sistema di monitoraggio per valutare l’efficacia delle politiche di sicurezza e introdurre un osservatorio presso il Ministero dell’Interno per supervisionare i Patti per la Sicurezza Urbana.

Bisogna, altresì, promuovere la partecipazione civica: i cittadini devono essere coinvolti nella gestione della sicurezza attraverso patti di collaborazione civica, l’istituzione nei Comuni della figura dell’educatore di strada e la rigenerazione urbana partecipata, strumenti che favoriscono la responsabilità condivisa.

L’educatore di strada può essere il mediatore tra le persone in difficoltà e le istituzioni, facilitando il contatto e cercando di ridurre le distanze tra i servizi e i soggetti più vulnerabili del territorio (anziani, persone sole, immigrati e senza tetto). Agisce anche come figura di supporto e accompagnamento per i giovani, fungendo da mediatore tra loro stessi e tra loro e la realtà circostante, aiutandoli a esprimere i loro problemi in modo sereno e facilitando il loro percorso di crescita e integrazione.

Occorre investire nelle periferie, che devono diventare un punto centrale delle politiche di sicurezza, con investimenti in infrastrutture sociali come scuole, impianti sportivi e centri di aggregazione, per contrastare la marginalità e promuovere una cultura di coesione sociale. 

 

 

In questa finanziaria ci sono troppi esclusi e c’è la necessità di trovare nuove strategie per l’assistenza.
La povertà elevata sta diventando strutturale.
Dopo la crisi del 2008-2009, che causò un crollo dell’occupazione, la povertà assoluta in Italia non aumentò subito. A contenerla furono due fattori: la cassa integrazione, che ha aiutato molti capifamiglia, e il ruolo delle famiglie, che usarono risparmi o si indebitarono per sostenere i giovani disoccupati ancora conviventi.
Nel 2012 la povertà raddoppiò e da allora non è mai tornata ai livelli pre-crisi.
Nel 2019 fu introdotto il reddito di cittadinanza, che durante la pandemia evitò che un milione di persone scivolasse verso la povertà assoluta.
Dal 2024, però, è stato sostituito dall’assegno di inclusione.

Il dato più preoccupante oggi è la persistenza di livelli molto alti di povertà da oltre un decennio. Il rischio che diventi una condizione strutturale è elevato.
L’occupazione reale che non cresce e il lavoro povero non aiutano a ridurre il fenomeno.

In questo contesto, l’analisi della Caritas sull’assegno di inclusione è preziosa e solleva interrogativi sull’efficacia delle attuali politiche.
L’assegno è destinato solo a nuclei con almeno un componente minorenne, disabile, over 60 o inserito in programmi di assistenza. Sono quindi esclusi i nuclei composti da soli adulti tra i 18 e i 59 anni, anche se in povertà assoluta. I più penalizzati sono i poveri del Nord.

La Caritas evidenzia come la scelta di restringere i destinatari sia stata penalizzante.
L’assegno di inclusione è meno efficace nel ridurre sia l’incidenza della povertà, sia il numero di poveri raggiunti.

Non che il reddito di cittadinanza fosse perfetto: la Commissione Saraceno, istituita dal governo Draghi, aveva proposto diversi miglioramenti, ignorati sia dallo stesso Draghi che dal governo Meloni, e la stessa finanziaria ancora oggi non contempla nulla.

Il problema è serio e non più rinviabile.
Serve un vero ripensamento strategico, con strumenti universali, flessibili e capaci di intercettare la varietà delle povertà contemporanee.
Escludere intere fasce in difficoltà mina la coesione sociale e frena lo sviluppo del Paese. È per questo che, secondo la CGIL e non solo, la manovra finanziaria è “ingiusta e inadeguata”, perché impoverisce ulteriormente le famiglie, i lavoratori e i pensionati; non dà risposte all’occupazione reale e alla crisi reale del nostro Paese; e non si vuole riconoscere l’istituzione del salario minimo.

La manovra non ferma il “drenaggio fiscale”, cioè l’aumento del carico fiscale reale sui lavoratori e pensionati a causa dell’inflazione, che per la CGIL ammonta a 25 miliardi.
Mancano investimenti, in particolare sulla sanità pubblica, sulla scuola e sulla ricerca pubblica, mentre aumentano i finanziamenti alla sanità e alle scuole private.

Una finanziaria inefficace nelle misure: le detassazioni previste non sono sufficienti a compensare l’impoverimento generato da un’inflazione non contrastata.

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