Pierino Ricci
Argomenti e proposte per le elezioni
1. Salari e lavoro: l’emergenza dimenticata
Il governo parla di occupazione record, ma si tratta di posti di lavoro poveri e precari. L’Italia è ultima in Europa per crescita dei salari.
Proposte:
- Salario minimo legale a 9 euro l’ora subito.
- Legge sulla rappresentanza e stop ai contratti pirata.
- Cuneo fiscale tagliato solo sul lavoro dipendente fino a 35.000 euro, non a pioggia.
- Un piano industriale vero per salari da 2.000 euro per i giovani, non tirocini gratuiti.
2. Sanità privata contro sanità pubblica
Liste d’attesa di due anni sono la privatizzazione di fatto. Chi ha i soldi si cura, chi non li ha aspetta.
Proposte:
- Abolizione del tetto di spesa per assumere medici e infermieri.
- 5 miliardi di euro l’anno in più per la sanità pubblica per azzerare le liste d’attesa.
- Medico di base h24, con Case di comunità funzionanti, non scatole vuote.
- Stop ai gettonisti pagati 2.000 euro al giorno: stabilizziamo il personale oggi precario o impiegato nelle cooperative.
3. Fisco: chi ha di più paghi il giusto
Non serve un’altra pace fiscale per gli evasori. Serve equità.
Proposte:
- Niente flat tax che avvantaggia i redditi alti, ma IRPEF più leggera fino a 50.000 euro.
- Extra-profitti di banche, aziende energetiche e multinazionali del web tassati al 100%.
- Rottamazione vera solo per chi è in difficoltà, non per chi ha evaso per scelta.
- Lotta all’evasione con fattura elettronica e incrocio delle banche dati, non condoni.
4. Pensioni e vita
Quota 103 è un fallimento, la Fornero è ancora lì.
Proposte:
- Flessibilità in uscita a 62 anni o con 41 anni di contributi, senza penalizzazioni.
- Pensione minima a 1.000 euro e pensione di garanzia per i giovani precari.
- Opzione Donna strutturale e valorizzazione del lavoro di cura.
5. Casa, caro-vita e giovani
Senza casa non c’è famiglia, senza famiglia non c’è natalità.
Proposte:
- Piano nazionale per 100.000 alloggi popolari, stop alla vendita del patrimonio pubblico e recupero dei centri storici.
- Tetto agli affitti brevi nelle città universitarie e cedolare al 26% per chi possiede più di tre case.
- Affitto calmierato e mutuo garantito al 100% per gli under 36.
- Trasporto pubblico gratuito per gli under 25 e asili nido gratuiti dal primo figlio.
6. Energia, clima e imprese
Bollette alle stelle e nessun piano industriale. Il nucleare è una favola per rimandare le scelte.
Proposte:
- Prezzo dell’energia sganciato dal gas e comunità energetiche in ogni Comune.
- 20 GW di rinnovabili all’anno, con semplificazioni vere, non con sette anni di permessi.
- Stop a rigassificatori e trivelle inutili: investiamo in accumulo e reti.
- Piano per l’automotive elettrico e per la siderurgia verde, non per smantellarla.
7. Diritti, giustizia e autonomia
Premierato e autonomia differenziata spaccheranno l’Italia in 20 Italie diverse.
Proposte:
- No al premierato, sì a una legge elettorale che ridia voce ai cittadini, con preferenze vere e non liste bloccate.
- Ritiro dell’autonomia differenziata: stessi diritti a Latina e a Bolzano. LEP finanziati prima di dare un euro in più alle Regioni ricche e revisione del Titolo V della Costituzione.
- No alla separazione delle carriere che subordina i PM; sì a processi più veloci, con più magistrati e maggiore digitalizzazione.
- Cittadinanza per chi nasce e studia in Italia (ius scholae) e una legge contro i femminicidi e per la parità salariale.
“Non è vero che non ci sono soldi. Ci sono, ma li state dando ai soliti. Non li spostiamo dalle rendite al lavoro, dal privato al pubblico, dal Nord che non ha bisogno al Paese che tiene insieme tutti.”
Sicurezza a Sezze: tre cose da fare
A livello nazionale i reati sono in calo nel 2025, -6% i furti. Ma a Latina la Questura stessa ha dovuto lanciare l'operazione Alto Impatto anche a Sezze. Segno che serve di più. Servono presidi fissi, non solo operazioni spot.
Per Sezze propongo 3 cose concrete:
SALARI REALI SEMPRE PIÙ INFLAZIONATI
In Italia i salari sono bassi per motivi diversi che si sommano, e quel -6,6% che vediamo è la parte più recente della storia.
Quel numero viene dai rapporti OCSE sugli ultimi anni. A seconda dell'anno di confronto cambia leggermente:
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-6,1% dal 2021: è il peggior dato tra le grandi economie OCSE, secondo l'OCSE nel 2026.
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-7,5% rispetto all'inizio del 2021, a inizio 2025.
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-7,1% dal 2021, secondo le Prospettive occupazionali OCSE 2025.
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L'ISTAT diceva, a settembre 2025, che eravamo ancora a -8,8% rispetto a gennaio 2021.
In pratica, la fotografia è sempre la stessa: dopo il Covid siamo l'unico grande Paese che non ha recuperato.
Perché è successo proprio ora? Per lo shock inflazione + contratti lenti.
Dal 1993 in Italia non c'è più la scala mobile. I contratti nazionali si rinnovano ogni tre anni sulla base dell'inflazione programmata, non di quella reale.
Quando l'inflazione è bassa, il sistema funziona. Quando è esplosa nel periodo 2021-2023 (+17,4% dei prezzi dal 2019 al 2024), il meccanismo è saltato.
I contratti sono arrivati con anni di ritardo: nel commercio con 4 anni di ritardo, nei metalmeccanici con 10 mesi.
Nei servizi, dove lavora il 70% degli italiani, la perdita è stata del 10%; nel turismo e nel commercio ha superato il 10%.
Intanto si pagano più tasse: è il fiscal drag. Gli scaglioni IRPEF non sono indicizzati, quindi si riceve un aumento nominale per rincorrere i prezzi, ma una parte viene assorbita dallo Stato.
Risultato: Francia e Germania hanno già recuperato i livelli pre-Covid, la Spagna li ha superati. L'Italia no.
Perché eravamo già indietro da 30 anni? Per la produttività ferma. Questo è il problema strutturale.
Le cause sono diverse:
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imprese troppo piccole e poco capitalizzate;
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pochi investimenti in tecnologie e formazione;
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burocrazia e lentezza della Pubblica Amministrazione, che disincentivano gli investimenti;
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tante ore lavorate in più (spesso per la conversione di part-time involontari in full-time), ma con una produttività bassa.
L'Osservatorio CPI dell'Università Cattolica lo riassume così: non è un fallimento dei sindacati, che oggi sanno che aumenti non legati alla produttività sono difficilmente sostenibili; è un problema di sistema Paese, ma anche di scelte politiche, sia imprenditoriali sia governative.
In più, c'è il cuneo fiscale al 44%: la busta paga netta è circa la metà del costo sostenuto dall'azienda, ma gli stipendi restano molto bassi.
Rendite contro lavoro: negli ultimi vent'anni sono cresciute le rendite immobiliari, tassate meno del lavoro, che sopra i 35.000 euro annui subisce una delle pressioni fiscali più alte d'Europa.
La famiglia media ha retto solo perché è entrato un secondo lavoratore in casa. Così il potere d'acquisto familiare è rimasto quasi invariato, ma lavorando di più, non guadagnando di più.
Ecco perché quel -6,6% è il conto che l'inflazione del 2022-2023 ci ha presentato. Ma è arrivato così salato perché da trent'anni non cresce la produttività e non si riesce a invertire questo sistema.
Se lo desideri, posso anche renderlo più incisivo e scorrevole, con uno stile adatto a un editoriale o a un post divulgativo.
SEZZE NON È PERIFERIA. È LA CAPITALE DEI LEPINI
Sezze ha bisogno di un patto con i Lepini.
La verità da dire
Sezze non è un paese in declino. È un capoluogo mancato. È il centro più grande e popolato dei Lepini, con storia, acqua, terra e posizione. Ma da trent'anni è trattato come periferia di Latina, quando dovrebbe essere il centro di un sistema.
Non decolla per un motivo semplice: ha tutto, ma tutto è scollegato. L'acqua scorre sotto i piedi, ma non arriva nelle case. Il centro storico è tra i più belli del Lazio, ma si svuota. L'olio e il vino sono eccellenze, ma il valore aggiunto se ne va fuori. Mentre la costa fa il pienone, Sezze vede il turismo con il binocolo.
Va fatto un patto con gli otto sindaci dei Lepini per ribaltare il ragionamento: Sezze ei Lepini non sono un problema di Latina, ma la soluzione per far decollare tutta la parte interna della provincia.
Sezze non è né montagna né pianura. E quindi né carne né pesce. Sezze non ha scelto. È un paese di montagna che non è diventato un polo del turismo montano come i borghi del Centro Italia, ed è un paese di pianura che non ha agganciato la Piana Pontina industriale: sta in mezzo. Risultato: l'area industriale di Sezze Scalo è sottoutilizzata e il centro storico, in alto, è bellissimo ma scollegato.
Un centro storico da dieci e lode lasciato da solo, una storia setina enorme, la posizione sui Lepini. Ma è stato gestito come un museo da guardare, non come un quartiere da abitare. Case vuote, giovani che scendono a valle o vanno a Roma o Latina, botteghe che chiudono, mancanza di acqua, strade che si rovinano ogni sei mesi: è la stessa denuncia che emerge dai commenti dei cittadini in questi giorni.
Senza residenza, senza servizi di prossimità e senza un piano di rigenerazione vero, il centro si spopola.
Va fatto immediatamente un censimento delle case sfitte.
Economia forte ma filiera corta: agricoltura, olio, vino, allevamento, artigianato sono eccellenze vere, ma non fanno sistema. Produci bene, trasforma poco a Sezze, vendi fuori. Manca una filiera lepina che tenga il valore aggiunto qui, manca un marchio collettivo, manca la logistica.
Il turismo dei Lepini non esiste ancora come prodotto. Sezze dovrebbe essere la porta dei Lepini, la capitale naturale. Oggi, invece, è quello che dice il report di Fatto a Sezze : «L'oro blu scorre ai piedi, ma l'acqua non è uguale per tutti». E il turismo costiero corre, mentre l'entroterra resta a guardare. Non c'è un sistema di sentieri, rifugi, foresterie, eventi destagionalizzati, collegamenti con Ninfa, Sermoneta e Bassiano. Ognuno fa la propria sagra o il proprio festival.
Tanto campanilismo e politica della manutenzione.
Sezze Scalo contro Sezze alta, Sezze contro i comuni vicini.
Si amministra l'emergenza — la perdita dell'acqua, la buca, il bando — ma non si progetta una visione a dieci anni. E quando un territorio interno litiga da solo, perde sempre contro la costa.
Allora, cosa vuol dire far decollare Sezze attraverso un patto con gli otto sindaci dei Lepini?
Bisogna scegliere una vocazione.
1. Presentazione del Distretto Turistico dei Lepini in Provincia. Acqua e infrastrutture come questione non negoziabile.
Patto dei Lepini con Acqualatina e Regione. Non puoi parlare di turismo o industria se non garantisci acqua e strade. È la battaglia madre, da fare insieme ai sindaci dei Lepini, non da soli.
2. Sezze Capitale dei Lepini.
Basta pensare Sezze come una frazione di Latina. Va pensata come il capoluogo di un sistema: Centro Storico + Sezze Scalo + Lepini. Recupero del centro con residenze per giovani coppie e artigiani, attraverso meccanismi di agevolazione, foresteria diffusa e, a valle, un'area artigianale e agroalimentare vera per olio e vino. Tutto questo significa lavoro e occupazione.
3. Premere Sezze due volte.
A valle con Latina e la Pontina, a monte con la rete dei borghi lepini. Trasporto a chiamata, navette e sentieristica unica.
Sezze da sola non ce la fa. I Lepini uniti possono essere più forti di Latina mare.
Sezze va ricollegata.
Latina non decolla
Perché non decolla?
Perché è stata costruita per decollare e poi lasciata a galleggiare tra bonifica e futuro.
Non è una città che fallisce. È una città che non è mai stata completata. Ed è questo il punto da cui partire, altrimenti finiamo a promettere l'ennesima rotatoria, con tanto di nastro tagliato e battibecchi a gogò.
Siamo troppo lontani da Roma per essere una periferia produttiva di Roma. Troppo vicini per essere autonomi. Risultato: una città capoluogo senza una vera identità economica. Non siamo un polo turistico come il Circeo, non siamo un polo logistico come Pomezia, non siamo una città universitaria come Viterbo.
Siamo un po' di tutto, ma male.
Un'economia a coriandoli, non a filiera. Abbiamo eccellenze nell'agroalimentare, nella chimica farmaceutica e in qualche realtà della meccanica, ma non fanno sistema tra loro.
L'agricoltura pontina fattura milioni, ma trasforma e decide poco qui. L'industria è arrivata con la Cassa per il Mezzogiorno, ma molte teste sono rimaste a Milano o all'estero. Mancano il terziario avanzato, i servizi alle imprese e un mercato del lavoro per laureati. Così i giovani studiano a Roma e restano a Roma, oppure vanno all'estero. Non è una fuga dettata dalla moda: è razionalità.
Siamo isolati pur essendo a 70 km da Roma. Un'azienda che deve spostare persone e merci ci pensa due volte. Il porto di Gaeta non è collegato, l'aeroporto di Latina è un fantasma, la Pontina è una delle strade più pericolose d'Italia. Una buona autostrada, a quando? Non puoi chiedere a una città di decollare se le tagli le ali infrastrutturali.
Una città dispersa. Latina non è una città: sono quindici città in una. Il centro, Q4, Q5, Latina Mare e dodici borghi che si sentono frazioni abbandonate. Duecentosettantasette chilometri quadrati di territorio comunale gestiti come se fossero un centro storico. Borghi diventati dormitori.
Questo costa il triplo in manutenzione, trasporti, illuminazione e scuole, e crea cittadini di serie A e cittadini di serie B. Se vivi a Montello o a Foce Verde, la percezione è: pago le tasse a Latina, ma i servizi non li vedo.
Negli ultimi trent'anni abbiamo consumato suolo per villette e capannoni senza rigenerare ciò che già esisteva. Risultato: centro svuotato la sera, periferie senza servizi, aree industriali come Piccarello, l'ex Svar o Nicolosi mezze vuote e degradate. Il valore immobiliare non cresce perché la qualità urbana non cresce. E dove c'è degrado non c'è sicurezza, e arriva tutto il resto.
Abbiamo una politica che gestisce, non che progetta. Latina ha avuto per anni un'amministrazione in modalità "manutenzione ordinaria". Si rincorrono l'emergenza, la buca, il ricorso al TAR, il bando perso per un cavillo. Manca un piano industriale della città a dieci anni che dica: qui vogliamo diventare questo, e ci mettiamo questi fondi europei, questi investimenti privati, queste università.
Allora, cosa significa "farla decollare" in un programma? Serve un contratto con la città.
Non servono cento punti. Ne servono tre credibili: scegliere una vocazione.
1. Latina capitale del cibo e della logistica green del Centro Italia. Solo lì siamo imbattibili: terra, mare, agroindustria, Sapienza, Mercato Ortofrutticolo. Tutto il resto gira intorno.
2. Ricucire la città. Smettere di costruire nuovo e rigenerare. Trasporto a chiamata per i borghi, presìdi comunali veri nei borghi – salute, scuola e lavoro –, piani per l'illuminazione e il decoro come strumenti di sicurezza, recupero delle aree dismesse per avviare nuove imprese e attività artigianali.
3. Ricollegarla a Roma. Una battaglia unica e trasversale di tutta la città per la Roma-Latina: treno veloce e autostrada. Senza quella battaglia, ogni altro investimento rende la metà e sposta la città sempre più a sud.
Latina non decolla perché nessuno ha mai avuto il coraggio di dire che non può fare tutto. Deve scegliere cosa diventare. E forse ci vogliono uomini e donne nuovi, non compromessi con la situazione attuale.
A proposito di centri commerciali a Sezze
Non c'è nessuna delibera ufficiale del Comune di Sezze, né alcun avviso della Regione Lazio, che parli di tre nuovi centri commerciali autorizzati contemporaneamente. Quello che c'è già a Sezze Scalo è il Ferim Commerciale sulla Ninfina, oltre ai vari supermercati (Conad, Eurospin, ecc.) censiti come strutture di media distribuzione. Se parli dei rumors che girano da mesi — uno in zona Ninfina/Pontina, uno verso Crocemosso e uno sulla variante Sezze Scalo-Sezze — si tratta di proposte private, non di piani approvati.
E se fossero davvero proposte, sarebbe possibile? Sulla carta sì, in pratica no. Per tre motivi:
- Normativa. Nel Lazio un centro commerciale non lo decide solo il Comune. Servono una variante al PUG/PRG, la verifica di compatibilità commerciale della Regione Lazio, la VAS ambientale e la valutazione del consumo di suolo. Sezze è sotto i 21.000 abitanti, con una capacità di spesa stimata molto bassa. La Regione, negli ultimi anni, sta bocciando tutto ciò che riguarda nuove grandi strutture di vendita al di fuori delle aree già urbanizzate.
- Mercato. L'Italia ha superato i 1.001 centri commerciali attivi e, nel 2026, in tutta Italia ne apriranno solo quattro, secondo Confimprese/Reno. Il trend nazionale è riqualificare l'esistente, non aprire nuovi centri. Figurarsi tre nello stesso comune di 20.000 abitanti, situato a 15 minuti da Latina Scalo, Latinafiori, Aprilia e Frosinone.
- Tenuta del territorio. Tre centri commerciali significherebbero compromettere definitivamente il centro storico di Sezze, che già soffre di spopolamento commerciale, e congestionare la Pontina e la Ninfina. Nessuno studio sul traffico e sull'impatto potrebbe reggere.
Quello che succede di solito è questo: un imprenditore presenta un project financing per una "media struttura" da 2.500 mq, poi sui social diventa un "centro commerciale", quindi ne spuntano tre, perché ognuno racconta la propria versione.
Tanta invadenza della politica sulla giustizia e sulla sicurezza e poca concretezza
Non bisogna dimenticare le ragioni del NO al referendum sulla giustizia, perché giustizia e sicurezza sono le due facce della stessa medaglia.
Non si possono politicizzare il caso Roggero e il caso Fakir. Basta cavalcare i fatti di cronaca e continuare a inasprire le pene o fare riforme che non risolvono il problema, come il decreto sui giovani dai 14 ai 18 anni riguardante l'impunibilità dei minori, o introdurre scudi di protezione per alcuni che servono soltanto a fare consenso elettorale.
Vi è poi una dimensione spesso trascurata ma cruciale: quella della giustizia e della sicurezza come servizio al cittadino.
Il referendum ha mostrato una domanda di giustizia più vicina, più accessibile, più concreta.
Emerge soprattutto con evidenza la necessità di una "giustizia di prossimità".
Occorrerebbe forse ripensare al dispositivo territoriale per renderlo più ramificato sul territorio e prevedere presìdi dedicati nelle aree a più alto rischio, come quelle dei quartieri posti sotto il controllo della criminalità.
Occorre, cioè, una giustizia capace di rispondere tempestivamente ai problemi quotidiani, non solo ai grandi processi simbolici, ma anche alle piccole controversie che incidono sulla vita di ciascuno, come abusi apparentemente "minori", prepotenze diffuse e violazioni che, se trascurate, alimentano un senso di impunità e di sfiducia.
Il cittadino non può essere lasciato solo di fronte all'illegalità diffusa, né costretto a rassegnarsi a tempi incompatibili con la tutela effettiva dei propri diritti.
In definitiva, il NO al referendum sulla giustizia non è stato un punto di arrivo, ma un punto di partenza.
Dimenticare le ragioni del NO sarebbe l'errore più grave, perché significherebbe esporsi, ancora una volta, al rischio di riforme che promettono efficienza ma sacrificano l'equilibrio, che invocano sicurezza ma comprimono le libertà, che semplificano problemi complessi fino a svuotarli di senso. Ricordarle, invece, significa assumersi una responsabilità: partecipare, vigilare, pretendere che ogni cambiamento sia coerente con i principi fondamentali della democrazia costituzionale.
La posta in gioco non è soltanto l'assetto della giustizia: è la qualità stessa della nostra democrazia.
In conclusione, il referendum ci consegna un'indicazione chiara ma impegnativa. È il momento di assumere una responsabilità condivisa, di esercitare una vigilanza esigente, di rinnovare l'impegno civile. Le riforme, o le conferme delle norme vigenti, da sole non determinano il destino di una democrazia: a deciderlo sono le coscienze dei cittadini, la loro capacità di comprendere, partecipare anche a manifestazioni civili, dire NO alla violenza di piazza e non distogliere lo sguardo, né rinunciare a partecipare al voto per rassegnazione.
La sfida che rimane non riguarda soltanto l'assetto della giustizia, ma la democrazia stessa, la sua capacità di rigenerarsi mantenendo fermi i principi di uno Stato di diritto forte, coerente e pronto a essere consegnato alle generazioni future.
Quando la sicurezza diventa propaganda elettorale
Su questo terreno il governo Meloni ha costruito la propria identità. La risposta è sempre la stessa: più forze dell’ordine, più controlli, più repressione e l’individuazione di un nemico a cui dare le colpe.
È un rito sempre più impoverito, rivolto contro bersagli facili, distogliendo lo sguardo da chi quella rabbia la produce.
Eppure i numeri raccontano un’altra storia. L’Italia oggi è la nazione europea che, in proporzione, spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Abbiamo un apparato della sicurezza ipertrofico, che cresce mentre il welfare arretra. E tuttavia nessuno – né il governo né l’opposizione – ha mai avviato una valutazione seria dell’efficacia degli strumenti utilizzati.
Ad esempio, per le politiche migratorie l’80% dei fondi destinati ai migranti viene speso in misure di repressione, solo il 20% in integrazione, formazione e sostegno. È un modello fallimentare che produce marginalità – e lo vediamo nei nostri comuni – anziché ridurla. Ma funziona benissimo come propaganda elettorale.
Intanto la spesa sociale italiana è sotto la media europea di due punti e mezzo di PIL.
Il sottofinanziamento è evidente ovunque: politiche abitative inesistenti, sostegno al reddito insufficiente, servizi per i non autosufficienti drammaticamente carenti.
È qui che nasce la vera insicurezza: nella solitudine dei lavoratori poveri, delle famiglie senza casa, degli anziani abbandonati, dei giovani senza prospettive, in un modello economico che genera precarietà e in un paradigma politico che la trasforma in paura. E nessuno ha il coraggio di dirlo. Perché parlare di welfare, di diritti sociali e di redistribuzione significa spostare l’attenzione dal nemico inventato al nemico reale, cioè un modello economico che genera precarietà e un paradigma politico che la trasforma in paura, traducendola in consenso elettorale.
Invertire questo ordine nei discorsi è un’urgenza democratica. Significa affermare che la sicurezza non è il contrario della libertà, ma della disuguaglianza. Significa dire chiaramente che l’Italia non è più povera perché "invasa", ma perché sfruttata. Che non è più sicura perché ci sono "troppi giovani fuori controllo", ma perché non ha case, scuole, sanità, salari adeguati e troppe periferie abbandonate nei comuni. La repressione non è una politica, ma una rinuncia alla politica.
L’Italia non è condannata all’incattivimento. Ma per invertire la rotta serve un atto di coraggio politico: rompere la liturgia della paura, smontare la retorica tossica della legalità come surrogato dell’uguaglianza, rifiutare l’idea che il controllo sia la risposta universale ai problemi del Paese.
Serve ricostruire un movimento culturale e politico capace di dire che un’altra Italia non solo è possibile, ma è necessaria.
Una politica che protegge invece di punire, che crea orizzonti anziché fantasmi, che non alimenta l’emergenza ma rivendica il futuro: è da qui che bisogna ripartire. Il resto è solo propaganda elettorale ed è destinato al declino.
CASE DI COMUNITÀ E PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA
Il PNRR, alla data del 30 giugno, certifica che gli oltre 12 miliardi investiti nelle Case di comunità sono stati un fallimento del Governo.
Purtroppo i numeri sono impietosi: su 1.037 Case di comunità da realizzare, un numero già ridotto rispetto alle 1.350 previste inizialmente, stando all'ultima rilevazione dell'AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), ad oggi solo 781 strutture hanno almeno un servizio attivo.
Solo 204 Case di comunità rispettano gli standard di presenza medica e solo 216 quelli relativi alla presenza infermieristica. Il numero di strutture pienamente operative, secondo gli standard previsti, è di appena 66: un dato addirittura imbarazzante.
Nella nostra provincia, ancora oggi, nonostante gli annunci rassicuranti, le liste d'attesa aumentano; anche il TAR dà torto a Rocca e il pronto soccorso continua a essere al collasso.
Questi dati sono ancora più gravi se osserviamo la distribuzione di queste strutture nei 21 centri di spesa, creati ad arte. Nelle regioni del Nord la percentuale di strutture almeno parzialmente operative, rispetto a quelle previste, è significativamente superiore a quella delle regioni del Sud.
Basti pensare che la Lombardia conta già 186 strutture operative e il Veneto 102, contro le 48 messe in cantiere in Calabria, di cui non è nota l'operatività, e le 54 attive in Sicilia su 146 previste. Nel Lazio sono 115 su 122 quelle costruite o ristrutturate, ma la piena operatività è ancora lontana ed è tuttora in fase di definizione.
Un discorso a parte merita il personale: invece di formare professionisti con competenze specifiche per lavorare in queste strutture, il Governo ha trasformato le Case di comunità negli uffici dei medici di famiglia, sottraendoli ai territori dove queste fondamentali figure professionali sono già carenti.
Una soluzione inadeguata che, in ogni caso, non basterà neanche a coprire il fabbisogno di personale medico e infermieristico di queste strutture. Secondo le prime stime, mancano già oltre 2.500 medici e 7.000 infermieri per farle funzionare.
Io, personalmente, non ho mai creduto che le Case di comunità avrebbero risolto il problema delle liste d'attesa o le criticità dei pronto soccorso. Credo, soprattutto, che la sanità debba essere riportata a livello nazionale e debba essere pubblica, unica e universale per tutti. Ci costerebbe anche meno, altro che!
Basta con questo stillicidio a livello regionale. La politica deve prendere atto del fallimento della regionalizzazione della sanità. Va assolutamente rivisto il Titolo V della Costituzione, che ha permesso la creazione dei 21 centri di spesa a livello regionale e ha allontanato la sanità dai territori, facendo aumentare le liste d'attesa, i costi, gli sprechi e le clientele politiche. Inoltre, ha contribuito a costruire una sanità caratterizzata da diseguaglianze nell'accesso alle cure, che non garantisce un'assistenza più vicina ai bisogni dei cittadini. Ci troviamo di fronte a strutture formalmente realizzate ma, di fatto, inutilizzabili, con un ulteriore aumento dei costi e il continuo esodo del personale medico e infermieristico verso il settore privato, mentre i cittadini sono sempre più spesso costretti a curarsi fuori regione.
I GIOVANI E LA GUERRA… GENERAZIONI A CONFRONTO
Forse nessuno pensava che avremmo visto una guerra. Così, dopo due anni di pandemia, di lockdown, di didattica a distanza, di isolamento sociale, di prospettive depressive, di pessimismo diffuso, di catastrofismo incipiente.
L’invasione dell’Ucraina e il conflitto in Medio Oriente, la brutalità della guerra, la paradossale umanità che essa mostra, facendo emergere sentimenti primari, scelte radicali, obblighi di identificazione, la riflessione sul destino, sulla vita o sulla morte e gli effetti che tutto ciò può avere sul destino dei giovani.
Tanti giovani, oggi, lottano, fuggono per una speranza di sviluppo, di libertà e di democrazia in un Paese povero ma colto e orgoglioso: probabilmente si considerano in salvo, destinati a un futuro radioso. E invece.
I nostri giovani, con minore drammaticità, ma forse con non minore consapevolezza, si ritrovano anch’essi a rimettere in discussione un ordine costituito che tanto ordinato non è, una giustizia sociale internazionale che tanto giusta non si è mostrata.
Abituati a confrontarsi seriamente con problemi globali drammatici, che le generazioni che li hanno preceduti, i loro padri e le loro madri, hanno creato e di cui non sono state capaci di gestire gli effetti negativi, soprattutto sugli equilibri ecologici, sul cambiamento climatico e sulla consapevolezza dell’interconnessione di tutto, non hanno avuto maestri e si sono dovuti creare le proprie guide, i propri leader, che mostrano una consapevolezza maggiore di molti tra i loro genitori, figli invece del baby boom e di adolescenze protette.
Tutto il contrario di quello che vivono gli adolescenti di oggi, di quello che hanno sperimentato in questi anni: la chiusura tra le mura di casa, la mancanza di libertà e, anzi, l’obbligo di distanziamento sociale, orizzonti economici che si restringono.
Forse è per questo che vediamo genitori equidistanti, vagamente e genericamente pacifisti, «né con Putin né con la NATO», viziati dal loro stesso benessere e dai privilegi acquisiti, che non vogliono accettare di metterli in discussione (per quanto alcuni possano stare male, i loro figli, con certezza, staranno peggio; mentre i giovani di allora avevano la concreta speranza di stare meglio).
Con maggiore consapevolezza delle cose, sembra che i ragazzi di oggi stiano dalla parte della radicalità delle scelte e della capacità di prendere posizione.
Nessuna ambiguità e la capacità di distinguere il giusto dall’ingiusto, la voglia di schierarsi per il primo contro il secondo, lottando, certo.
Ecco allora che va fatta una riflessione: nessuno si salva da solo. La giustizia ambientale e quella sociale, il consumismo e la geopolitica, la libertà personale e le relazioni internazionali, il diritto di fuga e il dovere di accoglienza, la sovranità nazionale e l’hackeraggio senza confini impongono a tutti gli organismi – locali, nazionali e internazionali – di dare una risposta ai nostri giovani.
