Annalisa Savelli
Pubblica illuminazione a Sezze: cinque anni dopo l’atto del Commissario nulla è cambiato?
Nel marzo del 2021, il Commissario Straordinario del Comune di Sezze, Dott. Raffaele Bonanno, adottava un atto di indirizzo per il miglioramento dell’efficientamento energetico della pubblica illuminazione. La rete comunale comprendeva circa 2.150 punti luce, compresi semafori, molti dei quali non rispondevano ai requisiti normativi di illuminazione, generando sprechi energetici e inquinamento luminoso. L’obiettivo era chiaro: ammodernare, mettere a norma e rendere più efficiente tutta la rete, utilizzando strumenti innovativi come il finanziamento tramite terzi, che avrebbe permesso di coprire i costi degli interventi attraverso i risparmi energetici.
Cinque anni dopo, con l’amministrazione guidata dal sindaco Lucidi, resta da chiedersi cosa di tutto ciò sia stato realizzato. La deliberazione del 2021 prevedeva la redazione di uno studio di fattibilità tecnico‑economica, la pianificazione di interventi strutturali e la messa a punto di un sistema gestionale moderno in grado di monitorare qualità e efficienza del servizio. Oggi, però, non esiste un cronoprogramma pubblico né una rendicontazione dei lavori effettuati.
La situazione quotidiana parla chiaro: ad esempio su Corso della Repubblica, a Sezze Scalo, numerosi lampioni sono ancora rotti e le strisce pedonali rimangono non illuminate nelle ore serali, con evidenti rischi per pedoni e ciclisti. I cittadini segnalano da tempo pali spenti e tratti di marciapiede bui, ma ad oggi non si vedono interventi sistematici che abbiano cambiato la condizione della rete.
Cinque anni dopo, resta il dubbio su priorità e scelte dell’amministrazione: il Comune avrebbe potuto dare la precedenza alla pubblica illuminazione, magari accedendo a fondi PNRR o ad altre risorse nazionali dedicate all’efficienza energetica, invece di concentrare energie e finanziamenti su progetti che, per molti cittadini, non risultano altrettanto urgenti. Se si considera che molte strade restano completamente al buio e che l’illuminazione presente è spesso insufficiente o malfunzionante, sarebbe interessante sapere quando e come una rete di oltre 2.000 punti luce sarà finalmente ammodernata, portata agli standard promessi e in grado di garantire strade davvero illuminate e sicure.
Il carciofo di Sezze: memoria, orgoglio contadino e una tradizione che rischia di scomparire
Il carciofo di Sezze non è solo un prodotto tipico. È un ricordo. È l’odore della terra umida all’alba, le mani annerite di mio nonno Umberto, i racconti di mia nonna mentre legava con lo spago i fasci ordinati pronti per il mercato. Nella mia famiglia il carciofo non è mai stato soltanto un ortaggio: è stato lavoro, sacrificio e dignità. Sebbene il carciofo fosse coltivato fin dai primi anni dell’Ottocento, il suo vero boom a Sezze è legato alla bonifica dell’Agro Pontino e alla nascita, nel dopoguerra, del mercato del carciofo a Sezze Scalo. Fu in quel periodo che il carciofo divenne davvero l’“oro verde” del territorio: non solo una coltura agricola, ma un motore economico capace di garantire sostentamento e riscatto sociale a centinaia di famiglie contadine.
A Sezze il carciofo era parte dell’identità collettiva. Qui si coltivava storicamente il carciofo romanesco, varietà che trovava nell’Agro Pontino un terreno fertile e un clima ideale.
Negli anni passati la coltivazione occupava centinaia di ettari. Intere famiglie vivevano di questo prodotto. Le giornate iniziavano presto, spesso prima che il sole sorgesse, e finivano quando ormai era buio. Ricordo mia nonna seduta su una cassetta di legno, che preparava i fasci con una precisione quasi rituale. Li sistemava uno accanto all’altro, pronti per essere caricati e portati al mercato di Albano. Non c’erano macchinari sofisticati, solo esperienza, fatica e orgoglio. Mi raccontava sempre che grazie alla vendita dei carciofi erano riusciti a far sposare mia madre. Quelle cassette vendute una a una, quei sacrifici fatti stagione dopo stagione, avevano costruito il futuro della famiglia. Il carciofo non era solo reddito: era riscatto.
Dal 1970 Sezze celebra il suo prodotto simbolo con la Sagra del Carciofo di Sezze, una festa che ogni primavera anima il centro storico con profumi, stand gastronomici e tradizioni popolari.
La sagrain passato non era solo una festa culinaria, ma rappresentava la celebrazione dell’“oro verde” di Sezze, un tempo simbolo di lotta sociale e riscatto economico per i contadini locali.
Nelle prime edizioni erano proprio le cooperative e gli agricoltori a fare la sagra, sostenuti dal Comune di Sezze. Era una festa nata dal basso, organizzata da chi il carciofo lo coltivava davvero. I protagonisti erano i contadini, le loro famiglie, le loro storie.
Con il passare degli anni, però, l’animazione e la parte folcloristica della manifestazione hanno preso via via il sopravvento. Oggi sono soprattutto le associazioni, con la regia del Comune, a riempire le vie e le piazze del paese con spettacoli, musica ed eventi collaterali.
La sagra è cresciuta, si è strutturata, è diventata più grande e più attrattiva dal punto di vista turistico. Ma qualcuno si chiede se, insieme alla crescita, non si sia un po’ affievolito il legame diretto con il mondo agricolo che l’aveva generata.
La sagra non è soltanto un evento culinario. È — o dovrebbe essere — il momento in cui il paese si riconosce nella propria storia contadina. Per molti è un appuntamento annuale. Per altri è memoria viva.
Eppure, oggi quella tradizione è in difficoltà.
Le superfici coltivate si sono drasticamente ridotte rispetto al passato. Dove una volta c’erano distese verdi di carciofi, oggi spesso ci sono terreni abbandonati o colture diverse.
Le cause sono molteplici: i prezzi troppo bassi e concorrenza esterna. Il mercato è cambiato. Carciofi provenienti da altre regioni o dall’estero arrivano a costi inferiori. Per il piccolo produttore locale diventa difficile competere. I costi di produzione elevati. Coltivare carciofi richiede manodopera, cura costante e investimenti. Se il prezzo di vendita non copre adeguatamente le spese, molti agricoltori scelgono di smettere. Meno giovani nei campi. Le nuove generazioni, comprensibilmente, cercano lavori meno faticosi e più stabili. La vita agricola non offre più le certezze economiche di un tempo. Mancanza di una filiera strutturata. La sagra valorizza il prodotto per alcuni giorni l’anno, ma spesso manca un sistema di tutela e promozione continuativa che garantisca riconoscibilità e prezzi equi durante tutto l’anno. Il carciofo non può vivere soltanto nei due giorni della Sagra del Carciofo di Sezze. Se è davvero l’“oro verde” di Sezze, allora merita attenzione, programmazione e sostegno per tutto l’anno. L’amministrazione non dovrebbe ricordarsi di questo prodotto simbolo solo quando le piazze si riempiono di stand e visitatori, ma costruire una strategia continua fatta di tutela, promozione nei mercati, supporto concreto ai produttori e valorizzazione della filiera locale. Una tradizione agricola non si difende con un evento, ma con una visione.
Cosa ne sarà di questa tradizione?
Il carciofo di Sezze non è soltanto un’eccellenza gastronomica. È storia sociale, è economia familiare, è identità. È ciò che ha permesso a tante famiglie di costruire un futuro. Salvaguardare non solo la Sagra ma la produzione significa proteggere non solo un prodotto, ma una comunità e la sua memoria. Forse la risposta sta nella valorizzazione autentica del territorio, nel sostegno concreto ai produttori, nella trasparenza verso i consumatori e nella capacità di trasformare una festa in una vera strategia di sviluppo. Perché dietro ogni carciofo non c’è solo un sapore. C’è una storia. E in quella storia c’è l’anima di Sezze, la sua terra e la sua gente.
Disordini sui treni: scippi e lanci di sassi, cresce l’allarme a Sezze Scalo
Ancora episodi di degrado e insicurezza presso la stazione ferroviaria di Stazione di Sezze Scalo. Nella giornata di ieri si sarebbero verificati due distinti episodi che riaccendono l’attenzione sulla situazione dello scalo ferroviario.
Scippo sul treno delle 13:25 proveniente da Roma
Il primo episodio si sarebbe verificato sul treno delle 13:25 proveniente da Roma. Alla fermata di Sezze, una passeggera sarebbe stata vittima di uno scippo: pare che due giovani le abbiano strappato una catenina dal collo per poi scendere rapidamente dal convoglio e dileguarsi all’interno della stazione ferroviaria di Sezze.
Secondo le testimonianze raccolte, i due sarebbero fuggiti a piedi nei pressi dello scalo, facendo perdere le proprie tracce. L’episodio ha generato paura tra i passeggeri presenti sul treno, molti dei quali hanno espresso preoccupazione per la mancanza di controlli visibili nell’area.
Lanci di sassi sul treno delle 17:30
Poche ore più tardi, un secondo episodio avrebbe interessato il treno delle 17:30. In questo caso, sembra siano stati segnalati lanci di sassi provenienti dall’area della stazione verso il treno in transito sui binari. Un gesto estremamente pericoloso, che avrebbe potuto causare conseguenze ben più gravi, sia per i passeggeri sia per il personale ferroviario.
Fortunatamente non si registrano feriti, ma resta alta la preoccupazione per un atto vandalico che mette seriamente a rischio la sicurezza pubblica.
Insegnanti e lavoratori impauriti
A rendere ancora più preoccupante il quadro è il clima di paura che si sta diffondendo tra i pendolari abituali. Sono numerose le insegnanti che ogni giorno utilizzano i treni per raggiungere le scuole del territorio e che, secondo quanto riferito, viaggiano ormai con forte apprensione. Molte evitano di rimanere sole in banchina, attendono il treno in gruppo e cercano compagnia anche durante il tragitto, per timore di episodi analoghi a quelli verificatisi ieri.
I due episodi si inseriscono in un contesto più ampio di criticità che da tempo viene segnalato dai cittadini. La stazione di Sezze Scalo viene descritta da molti come una zona ormai fuori controllo, con presenze abituali di persone che bivaccano, episodi di ubriachezza in pieno pomeriggio e una percezione diffusa di scarsa sicurezza già dalle ore 17.
A ciò si aggiunge una situazione di evidente degrado urbano: aree verdi non curate nonostante gli investimenti di Ferrovie dello Stato Italiane, rifiuti abbandonati e perfino un frigorifero lasciato in un angolo della stazione da oltre due settimane, senza che sia stato rimosso.
I residenti e i pendolari chiedono maggiori controlli, una presenza costante delle forze dell’ordine e interventi concreti per il ripristino del decoro urbano. La sicurezza di chi viaggia quotidianamente per lavoro — in particolare di chi opera nel mondo della scuola — non può essere lasciata all’incertezza.
Gli episodi di ieri rappresentano un ulteriore campanello d’allarme che non può essere ignorato. Ora si attende una risposta chiara da parte delle istituzioni competenti.
Spazi pubblici, tariffe e bilancio: scelta necessaria o barriera alla partecipazione?
Con la Deliberazione di Giunta n. 27 del 19 febbraio 2026 le tariffe per l'utilizzo delle strutture comunali a Sezze diventano ufficiali parte degli atti propedeutici al bilancio di previsione 2026–2028.
Non si tratta quindi solo di una scelta organizzativa, ma di una decisione economico-politica inserita nella programmazione finanziaria dell'ente. La delibera chiarisce il contesto.
Gli auditorium e le sale comunali — tra cui l'Auditorium Mario Costa, l'Auditorium San Michele Arcangelo, la Sala dell'Ercole – Museo Archeologico, la Sala Videoconferenze Peppino Impastato e la struttura del Lago Mole Muti — sono stati oggetto di intervento significativo:
- installazione di un impianto di climatizzazione VRF e nuovo impianto luci e audio al San Michele;
- manutenzione straordinaria dell'impianto luci e migliorie strutturali al Mario Costa;
- allestimento multimediale della sala “Peppino Impastato”;
- ristrutturazione dell'immobile presso il Lago Mole Muti.
L'Amministrazione motiva, dunque, le tariffe con l'esigenza di coprire costi di gestione, manutenzione ordinaria e straordinaria e sostenibilità economica delle strutture.
Una posizione comprensibile. Ma è sufficiente per chiudere il dibattito? La delibera introduce elementi che meritano attenzione.
È previsto l'utilizzo gratuito — comprensivo di sala, impianti e tecnico — nei seguenti casi:
- un solo utilizzo annuo per le istituzioni scolastiche locali;
- un solo utilizzo annuo per enti pubblici (Provincia, Regione, altre autonomie);
- iniziative di particolare interesse sociale, culturale o istituzionale, per un massimo di una giornata, senza biglietto d'ingresso.
Per un eventuale secondo utilizzo (sempre senza bigliettazione), è prevista una riduzione del 50%, ma solo previa apposita deliberazione di Giunta e “ad insindacabile giudizio dell'Amministrazione”.
Qui si apre un nodo politico. La gratuità non è automatica, ma discrezionale.
E soprattutto è rigidamente limitata.
Le associazioni che prevedono bigliettazione non possono accedere alla gratuità, indipendentemente dalla finalità culturale o dal margine economico reale dell'iniziativa.
La delibera sostituisce integralmente i precedenti atti e collega esplicitamente le tariffe al bilancio di previsione. Questo passaggio è centrale.
Significa che le entrate derivanti dall'utilizzo delle strutture concorrono alla sostenibilità economica dell'ente. Ma allora la domanda diventa inevitabile: gli spazi culturali comunali devono essere centri di servizio pubblico o capitoli di ingresso?
Se la logica è quella dell'autofinanziamento, le tariffe trovano una coerenza contabile.
Se la logica è quella della promozione culturale diffusa, qualche perplessità resta.
Il punto critico è la dimensione associativa locale
Nel tessuto locale operano prevalentemente associazioni no profit, gruppi culturali, comitati spontanei. Realtà che spesso non dispone di sponsor strutturati.
Per loro:
- 400–500 euro per un auditorium,
- 150–200 euro per una sala,
- costi aggiuntivi per impianti o tecnici,
possono rappresentare un deterrente concreto.
La delibera tutela formalmente le associazioni con sede nel territorio o iscritte all'Albo, ma il beneficio reale si limita a un solo utilizzo gratuito annuo.
È sufficiente per sostenere una programmazione culturale viva e continuativa?
La Giunta — presieduta dal Sindaco Lucidi Lidano — ha agito nel rispetto delle procedure e con pareri tecnici e contabili favorevoli. Sul piano amministrativo, nulla da eccepire.
Sul piano politico e culturale, però, il tema resta aperto.
In un momento storico in cui si parla di partecipazione, inclusione e valorizzazione del territorio, la scelta di legare strettamente cultura e sostenibilità economica può apparire come una necessità finanziaria, ma anche come un possibile limite alla vitalità associativa.
La vera domanda, allora, non è se le tariffe siano “legittime”. La domanda è: che ruolo vogliamo assegnare agli spazi pubblici?
Tra tutte le tariffe approvate dal Comune di Sezze, quella che fa più discutere è senza dubbio quella relativa alla struttura del Lago Mole Muti.
Sulla carta, l'immobile risulta “recentemente ristrutturato” e pienamente rientrato nella disponibilità del patrimonio comunale. Nella percezione di molti, però, la realtà sarebbe ben diversa: degrado evidente, manutenzione carente, interventi necessari prima ancora di accendere un microfono.
E allora la domanda sorge spontanea — con un pizzico di ironia:
è giusto far pagare 150 o 200 euro per l'utilizzo di una sala che, secondo alcuni, richiederebbe prima un intervento di sistemazione? Forse, più che un tariffario, servirebbe un capitolato lavori.
O magari una formula innovativa: sconto “chi porta il trapano”, riduzione per chi sistema la porta divelta, bonus per chi pulisce prima di iniziare il convegno.
Battete a parte, il punto è serio: chiedere un corrispettivo pieno per una struttura percepita come in condizioni non ottimali rischiando di trasformare il dibattito sulle tariffe in un dibattito sulla manutenzione. Perché se l'investimento pubblico giustifica il costo, il degrado lo mette inevitabilmente in discussione. Sotto la tabella con tutte le tariffe
- Tariffa utilizzo strutture comunali – Anno 2026
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Struttura |
Fascia Oraria |
Iscritti/Scuole (€) |
Non iscritti (€) |
Nota |
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Auditorium Mario Costa |
Intera giornata (09–24) |
400 |
500 |
+100 proiettore professionale |
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½ giornata mattina (09–13) |
300 |
400 |
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½ giornata pom/sera (15–24) |
320 |
420 |
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Auditorium San Michele Arcangelo |
Intera giornata (09–24) |
150 |
220 |
+50 proiettore |
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½ giornata (09–13 / 15–24) |
130 |
200 |
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Sala dell'Ercole – Museo Archeologico |
Intera – solo sala |
150 |
180 |
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Intera – con impianto |
200 |
230 |
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½ giornata – solo sala |
100 |
130 |
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|
½ giornata – con impianto |
150 |
180 |
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Sala struttura Lago Mole Muti |
Intera – solo sala |
150 |
180 |
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Intera – con attrezzature |
200 |
230 |
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|
½ giornata – solo sala |
100 |
130 |
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½ giornata – con attrezzature |
150 |
180 |
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Sala Videoconferenze Peppino Impastato |
Intera giornata (09–21) |
100 |
120 |
+50 tecnico |
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½ giornata |
60 |
80 |
+50 tecnico |
Gratuità previste
- 1 utilizzo annuo gratuito per le scuole locali.
- 1 utilizzo annuo gratuito per enti pubblici.
- 1 giornata gratuita (senza biglietto) per iniziative di particolare interesse, con eventuale secondo utilizzo al 50% previa delibera di Giunta.
Sezze Scalo, emergenza affitti: domanda alta, case introvabili. E i giovani se ne vanno
A Sezze, e in particolare nella zona di Sezze Scalo, trovare una casa in affitto sta diventando un’impresa. Non è solo una percezione: chi cerca un appartamento in locazione si scontra con una realtà fatta di pochissime disponibilità, immobili datati o prezzi non sempre accessibili.
Eppure Sezze Scalo avrebbe tutte le caratteristiche per essere un punto di forza del territorio.
Una posizione strategica, ma poco valorizzata
Sezze Scalo è una zona strategica:
• è servita dalla stazione ferroviaria, collegata alla linea Roma–Napoli;
• si trova a pochi minuti dal mare di Sabaudia;
• è vicina ai monti Lepini e quindi alla montagna;
• è ben collegata con il capoluogo Latina.
Una posizione che molte altre realtà invidierebbero. Mare, montagna, ferrovia, pianura: non manca nulla sotto il profilo geografico e logistico. Manca però, secondo molti residenti, una visione amministrativa capace di trasformare questa zona nel vero motore di rilancio dell’intero comune.
Il nodo principale oggi è il mercato delle locazioni.
Giovani coppie, lavoratori pendolari, studenti universitari e famiglie che vorrebbero trasferirsi a Sezze Scalo per la comodità dei collegamenti si trovano davanti a un’offerta quasi inesistente. Gli appartamenti disponibili sono pochissimi e spesso:
• necessitano di ristrutturazioni,
• non rispondono agli standard abitativi moderni,
• oppure vengono destinati ad altri usi.
Il risultato è semplice: chi vuole restare o arrivare, non riesce. E finisce per guardare altrove.
Il paragone con le vicine realtà di Sermoneta, in particolare nelle zone di Scalo e Monticchio, è inevitabile. In quelle aree negli ultimi anni si è assistito a uno sviluppo più visibile: nuove costruzioni, quartieri residenziali più moderni, una maggiore disponibilità di abitazioni.
Questo ha creato un circolo virtuoso:
• più case disponibili,
• più famiglie che si trasferiscono,
• più servizi che nascono,
• maggiore vitalità economica.
A Sezze Scalo, invece, lo sviluppo edilizio appare fermo. E senza nuove abitazioni – soprattutto in affitto – diventa difficile attrarre giovani e lavoratori.
La domanda sorge spontanea: perché i giovani se ne vanno?
Non è solo una questione di lavoro. È anche una questione di prospettive.
Se un ragazzo o una giovane coppia non trova un appartamento dove vivere in autonomia, difficilmente potrà costruire il proprio futuro nel territorio.
L’assenza di un mercato delle locazioni dinamico produce effetti a catena:
• meno residenti giovani,
• meno consumi locali,
• meno iscrizioni nelle scuole,
• meno vitalità sociale.
Così il territorio invecchia e perde energie.
Eppure la soluzione potrebbe essere proprio lì, davanti agli occhi di tutti.
Sezze Scalo potrebbe diventare il motore trainante per la ripartenza di Sezze nel suo complesso. Servirebbe però:
• una pianificazione urbanistica mirata,
• incentivi per la realizzazione di nuove abitazioni,
• politiche per favorire l’affitto a canoni sostenibili,
• un piano di riqualificazione urbana della zona.
Una maggiore cura degli spazi pubblici, dei servizi, della viabilità e delle aree verdi contribuirebbe a rendere la zona più attrattiva anche per investitori e costruttori.
Una scelta politica, prima ancora che edilizia
Il punto centrale non è solo costruire nuove case, ma avere una visione.
Sezze Scalo, grazie alla sua stazione e alla posizione baricentrica tra mare e montagna, potrebbe intercettare:
• pendolari diretti a Roma e Latina,
• famiglie in cerca di qualità della vita,
• giovani che vogliono restare nel proprio territorio.
Senza un intervento deciso, però, il rischio è che continui lo spopolamento silenzioso: meno affitti, meno giovani, meno futuro.
La domanda esiste. La posizione è strategica.
Quello che manca è trasformare questa potenzialità in sviluppo concreto.
E forse è proprio da Sezze Scalo che potrebbe ripartire il rilancio di tutto il territorio.
Sezze, lo sport tradito: promesse, palestre allagate e giovani lasciati soli
A Sezze lo sport continua a essere ostaggio delle promesse. Mancano strutture adeguate, gli impianti sono insufficienti o incompiuti e le uniche alternative restano le palestre scolastiche, spesso in condizioni precarie. L’ultimo episodio è emblematico: la palestra della scuola di via Piaggio Marine completamente allagata. Un impianto inutilizzabile, attività sospese, società sportive in difficoltà e ragazzi costretti a fermarsi. Non è solo un problema tecnico. È il simbolo di una gestione che, negli anni, non ha trasformato le parole in fatti.
Nel programma dell’amministrazione guidata da Lucidi si leggeva:
“L’impiantistica sportiva, anche con opere incompiute, è un problema che dovrà essere affrontato con le associazioni del territorio. È intenzione della nostra amministrazione comunale aprire un confronto serio e duraturo per la gestione degli impianti, in modo che siano un valore aggiunto per il mondo dello sport e non un peso. Per la ricerca di finanziamenti è importante la collaborazione tra l’ente comunale e le associazioni, in quanto anche queste ultime possono essere oggetto di finanziamento, non solo per le manifestazioni sportive ma anche per gli impianti.
Favoriremo lo sviluppo delle manifestazioni sportive, cercando di dare carattere di continuità alle stesse in modo da renderle un punto fisso annuale, da inserire nel calendario degli eventi.
Le attività sportive dovranno essere integrate anche con le attività sociali così da renderle parti di un’unica visione. Un ruolo fondamentale verrà svolto anche con gli istituti scolastici che verranno coinvolti nella progettazione e nello sviluppo dello sport.
Favoriremo, anche con l’aiuto delle attività commerciali, la diffusione dell’e-Sport, o sport elettronico”.
Parole chiare. Visione dichiarata. Impegni precisi.
Oggi, però, la situazione racconta altro. Le società sportive sono costrette a utilizzare quasi esclusivamente le palestre scolastiche perché mancano impianti comunali adeguati. E quelle stesse palestre — che nel programma avrebbero dovuto essere parte di una “visione integrata” con gli istituti scolastici — si trovano in condizioni tali da diventare impraticabili.
Una palestra allagata non è solo un disagio temporaneo. È l’ennesima dimostrazione di una manutenzione carente e di una programmazione che non ha prodotto risultati concreti.
Nel frattempo, le associazioni sportive continuano a fare miracoli, tra sacrifici economici, volontariato e passione. Ma non può essere sempre e solo il mondo associativo a sopperire alle mancanze strutturali. Colpisce, nel programma, il riferimento alla diffusione dell’e-Sport. Nulla contro l’innovazione o lo sport elettronico. Ma a Sezze oggi il problema non è la mancanza di console o tornei digitali: è l’assenza di spazi fisici sicuri dove far correre, allenare e crescere i ragazzi.
In un momento storico in cui i giovani sono sempre più assorbiti da cellulari, social e videogiochi, lo sport tradizionale rappresenta un argine fondamentale contro isolamento, sedentarietà e disagio. Se togliamo anche quello, cosa resta?
Lo sport è disciplina, rispetto delle regole, sacrificio, inclusione. È un presidio sociale. È prevenzione. È comunità.
Ogni palestra chiusa, ogni impianto incompiuto, ogni infiltrazione non riparata è un messaggio implicito ai giovani: lo sport non è una priorità. Senza impianti pubblici strutturati e manutenuti con continuità, lo sport locale resta confinato in spazi provvisori, insufficienti a garantire crescita, continuità e qualità all’attività agonistica dei ragazzi.
Eppure, investire nello sport significa investire nel futuro della città. Significa ridurre il disagio giovanile, rafforzare il tessuto sociale, sostenere le famiglie.
Le promesse programmatiche parlavano di confronto, gestione condivisa, finanziamenti, integrazione con le scuole. Oggi le società sportive si trovano a fare i conti con strutture allagate e impianti inesistenti.
La distanza tra parole e realtà è evidente.
La vera domanda, ora, è semplice e diretta: quando lo sport diventerà davvero una priorità per Sezze e non soltanto un punto scritto in un programma elettorale?
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Colleferro, vittoria al Consiglio di Stato: i diritti delle persone con disabilità non dipendono dal bilancio
La vittoria davanti al Consiglio di Stato segna un punto fermo: il diritto al Progetto di Vita non può essere negato invocando la mancanza di risorse. Con l’ulteriore pronuncia che ha confermato la precedente sentenza del TAR Lazio, sono state ancora una volta riconosciute le ragioni della famiglia di Colleferro, censurando l’illegittimo diniego fondato sulla carenza di fondi del Comune.
In sintesi, la vicenda nasce dal rifiuto delle istituzioni locali di attivare un Progetto di Vita adeguato per un minore con disabilità grave, nonostante il riconoscimento dei suoi bisogni educativi, riabilitativi e sociali. Il TAR aveva già stabilito la necessità di garantire un budget annuo di circa 20.000 euro, suddiviso tra area sanitaria e sociale. Fino a oggi, però, la famiglia ha dovuto sostenere direttamente le spese necessarie per assicurare al figlio i supporti indispensabili, anticipando costi che avrebbero dovuto essere coperti dal sistema pubblico. Parallelamente, il Comune di Colleferro, invece di andare incontro ai bisogni, ha scelto di impugnare la decisione, affidando l’appello a un legale con una parcella di circa 21.000 euro: una cifra superiore a quella prevista per garantire un anno di sostegni al minore.
La Notizia Condivisa aveva seguito la vicenda sin dall’inizio, raccontandola in un precedente articolo e monitorando gli sviluppi di una storia che non riguarda solo una famiglia, ma il principio stesso di tutela dei diritti delle persone con disabilità. Oggi quella battaglia trova una conferma importante in sede di appello.
A darne notizia è il comunicato stampa diffuso il 20 febbraio 2026 da ANFFAS Lazio, ANFFAS Nazionale e ANFFAS Monti Lepini, che intervengono con chiarezza nel dibattito sui Progetti di Vita. Il principio ribadito è netto: i diritti non sono concessioni. Il Progetto di Vita, previsto dalla Legge 328/2000 e rafforzato dal Decreto Legislativo 62/2024, è un obbligo di legge e non un intervento discrezionale subordinato alle scelte di bilancio.
ANFFAS sottolinea che uguaglianza non significa “dare a tutti la stessa cosa”. Nella disabilità ogni persona presenta bisogni diversi e richiede risposte personalizzate. La vera giustizia è l’equità: garantire a ciascuno ciò che serve per superare le proprie barriere e costruire un percorso di autonomia, inclusione sociale e qualità della vita.
Nel comunicato si evidenzia inoltre che investire in autonomia non aumenta i costi, ma spesso li riduce nel tempo. Una persona sostenuta in modo adeguato può diventare più autonoma, partecipare alla vita sociale e lavorativa e dipendere meno dall’assistenza. Il Progetto di Vita non è quindi una spesa da comprimere, ma un investimento che migliora l’efficienza dei servizi pubblici e la coesione sociale.
E proprio per questo la scelta del Comune di Colleferro appare oggi ancora più difficile da comprendere. Di fronte a un diritto riconosciuto , la priorità avrebbe dovuto essere quella di attuare la sentenza e sostenere concretamente la famiglia, non quella di prolungare il contenzioso. Quando un ente pubblico decide di destinare risorse per contrastare un diritto già affermato invece di renderlo effettivo, il messaggio che passa è preoccupante: che i diritti delle persone con disabilità possano essere rimandati, negoziati o subordinati a valutazioni di opportunità politica.
Ma i diritti fondamentali non sono opzionali. E ogni ritardo nell’attuarli non è una scelta neutra: è un peso che ricade interamente sulle spalle delle famiglie.
Sezze: i tempi floridi della pianura tra Cirio, Sogeni , Setina, Monte Amiata
C’era un tempo in cui la pianura di Sezze non parlava solo di campi e oliveti, ma di macchinari, capannoni e il brusio di centinaia di lavoratori. Gli anni del dopoguerra portarono una trasformazione che pochi, allora, avrebbero immaginato. Tra gli stabilimenti che hanno segnato quei decenni, spiccano l’ex Cirio, l’ex Sogeni , l’ex Setina, e l’ex Monte Amiata simboli di una stagione economica intensa e di una comunità che lavorava insieme.
Negli anni Cinquanta, la pianura pontina si stava ancora riprendendo dalle bonifiche e dalle trasformazioni agricole del dopoguerra. Sezze, pur tradizionalmente agricola, iniziava a respirare un’aria diversa: alcuni investimenti industriali cominciavano a prendere forma. La produzione non riguardava solo il campo, ma anche il trasformato: conserve, detersivi, sementi.
Lo stabilimento della ex Cirio fu uno dei più significativi. Qui i pomodori della pianura setina diventavano conserve destinate a tutta Italia. Centinaia di braccia si muovevano con ritmo stagionale, e l’arrivo della campagna del pomodoro era un piccolo evento collettivo: giovani e meno giovani si davano appuntamento davanti ai cancelli della fabbrica, pronti a trasformare la terra in lavoro concreto e pagato.
Contemporaneamente, la ex Sogeni si affermava nella produzione e imbottigliamento di detergenti, garantendo posti di lavoro stabili e legando Sezze a una rete produttiva più ampia della provincia. E la Setina, pur più piccola e legata alla filiera agricola, completava il quadro di una pianura che non si limitava più a coltivare ortaggi, ma iniziava a trasformarli e a produrre. Anche l’ex Monte Amiata, nella piana di Sezze Scalo, racconta una storia simile a quella degli stabilimenti Cirio, Sogeni e Setina. L’area, fu per anni al centro di discussioni politiche e proposte di riconversione, poi ceduta a un privato tramite asta, perdendo così la possibilità di restare uno strumento pubblico di sviluppo territoriale. Chi dimentica che ospitò per tanti anni la realizzazione di carri allegorici per il Carnevale Setino o la COPAL con la prospettiva di diventare un mercato ortofrutticolo per Sezze simile a quello di Latina o Fondi.
Gli anni d’oro sono quelli tra il ’70 e l ’80. Fu in questi decenni che la pianura di Sezze visse il suo massimo splendore industriale. Gli stabilimenti erano pieni, le campane dell’alba richiamavano lavoratori stagionali, e le fabbriche non erano solo luoghi di produzione: erano centri di socialità. Le operazioni di raccolta e trasformazione del pomodoro allo stabilimento Cirio, le linee di imbottigliamento Sogeni, e le lavorazioni della Setina scandivano le giornate e dettavano i ritmi della vita locale. Le famiglie contadine potevano contare su un reddito più stabile, i giovani trovavano prima esperienze stagionali e poi lavori continuativi, e la comunità respirava fiducia e prospettiva. Era un’epoca in cui l’identità di Sezze era profondamente legata alla sua capacità di produrre, trasformare e crescere insieme. Arrivarono gli anni di cambiamento tra il ’90 e primi 2000. Con la fine del secolo infatti , il panorama industriale cominciò a cambiare. Globalizzazione, concorrenza e ristrutturazioni portarono al ridimensionamento progressivo degli stabilimenti. La ex Cirio, cuore pulsante della produzione locale, iniziò a chiudere i battenti già negli anni ’90, fino al definitivo abbandono nei primi anni 2000. La ex Sogeni, la Setina e Monte Amiata tra riconversioni e cessazioni d’attività, seguirono un percorso simile.
La storia industriale di Sezze, con i suoi stabilimenti della Cirio, della Sogeni , della Setina, dell’ex Monte Amiata racconta non solo decenni di lavoro, di crescita e di comunità, ma anche ciò che accade quando un territorio perde i suoi poli produttivi. I capannoni abbandonati, oggi silenziosi e in parte degradati, non sono soltanto difficoltà visive nel paesaggio della pianura: sono opportunità mancate. È un vero peccato vedere interi spazi, un tempo vivi di macchine e persone, rimanere inutilizzati, mentre l’economia locale cerca nuove traiettorie.
Per questo motivo la politica e le istituzioni locali non possono limitarsi a registrare il declino: devono attivamente farsi carico di immaginare e sostenere processi di rigenerazione e riconversione. Non si tratta solo di conservare capannoni, ma di dare loro una seconda vita funzionale, contribuendo così allo sviluppo sociale ed economico dei territori.
Del resto, non mancano esempi concreti nel Lazio e nella provincia di Latina di come il riuso possa trasformare il passato industriale in nuove occasioni: un segnale interessante arriva da Latina Scalo, dove l’area ex Zuccherificio — poi diventata sede della fallita Società Logistica Merci (SLM) e da anni in stato di abbandono — è stata aggiudicata all’asta alla storica azienda florovivaistica Vivai Aumenta per circa 1,6–1,9 milioni di euro dopo decenni di degrado.
Secondo i primi annunci e i contatti avviati con l’amministrazione comunale, l’imprenditore Antonio Aumenta e la sua famiglia intendono lavorare a un progetto di rigenerazione dell’area, basato su valorizzazione del sito, rigenerazione urbana e innovazione, con possibili destinazioni legate alla propria attività florovivaistica o alla creazione di spazi attrattivi legati al verde e alla fruizione pubblica; la bonifica del sito è già in corso.
Questo tipo di intervento, se ben accompagnato da politiche pubbliche di sostegno, mostra come luoghi industriali dismessi possano diventare nuovi motori di sviluppo — anche in settori differenti da quelli originali — e riaccendere interesse territoriale dopo anni di inutilizzo. Parallelamente, enti locali, sindacati e amministrazioni stanno sottoscrivendo protocolli e accordi operativi per la riqualificazione di siti industriali dismessi, lavorando insieme affinché questi spazi non restino solo ruderi, ma diventino punti di rinascita e nuova occupazione. Questi esempi mostrano che una visione politica proattiva, accompagnata da investimenti e da una sinergia tra pubblico e privato, può trasformare ciò che oggi appare abbandonato in nuove piattaforme di crescita — con nuovi servizi, imprese green, poli culturali o hub produttivi. Per Sezze e la sua pianura, questa non deve essere un’utopia: può essere la continuazione di una storia di lavoro, di speranza e di comunità. Il primo passo è non lasciare che la memoria resti chiusa dentro i cancelli arrugginiti, ma trasformarla in energia per il futuro.
Oltre sessanta atleti e grandi ambizioni: Il Pirata inaugura la stagione a Priverno
C’è chi il ciclismo lo vive come uno sport e chi, invece, lo trasforma in una missione educativa e sociale. L’associazione Il Pirata Vangi – Cosmetall – Sama Ricambi appartiene senza dubbio alla seconda categoria: una realtà nata dalla passione autentica per le due ruote e cresciuta negli anni fino a diventare un punto di riferimento per il movimento ciclistico giovanile del territorio pontino.
Il Pirata affonda le proprie radici in una tradizione sportiva fatta di impegno, sacrificio e formazione. Non solo gare e classifiche, ma un progetto costruito attorno ai giovani, alla loro crescita sportiva e personale. La società, guidata dal presidente Andrea Campagnaro e con il supporto del presidente onorario Fabrizio Vangi, ha sviluppato nel tempo un’organizzazione solida, capace di seguire atleti dalle categorie Giovanissimi fino agli Juniores.
Il lavoro quotidiano dello staff tecnico punta a formare non soltanto corridori competitivi, ma ragazzi consapevoli dei valori dello sport: rispetto, disciplina, spirito di squadra. Un’identità chiara che ha permesso all’associazione di consolidarsi stagione dopo stagione, costruendo un gruppo numeroso e ambizioso.
La nuova stagione agonistica è stata ufficialmente presentata a Priverno, nella suggestiva cornice del Teatro Gigi Proietti, gremito per l’occasione da atleti, famiglie, dirigenti e rappresentanti istituzionali.
Una serata intensa, carica di entusiasmo, durante la quale sono sfilati sul palco oltre sessanta corridori delle diverse categorie. Un colpo d’occhio che racconta meglio di qualsiasi parola la vitalità del progetto. Non è mancato il sostegno delle istituzioni locali, a testimonianza del forte legame tra il team e il territorio.
Tra le novità annunciate, anche nuove collaborazioni e progetti di crescita che confermano la volontà del sodalizio di guardare oltre i confini regionali, ampliando opportunità e prospettive per i propri atleti.
Il Pirata si prepara ad affrontare il calendario 2026 con entusiasmo e determinazione. L’obiettivo è duplice: da un lato continuare a raccogliere risultati nelle competizioni regionali e nazionali, dall’altro consolidare il proprio ruolo di scuola di ciclismo, capace di accompagnare i giovani in un percorso strutturato e professionale.
La presentazione di Priverno non è stata soltanto un momento celebrativo, ma l’inizio simbolico di una nuova avventura. Una stagione che si annuncia intensa, ricca di sfide e, soprattutto, animata da quella passione che da sempre rappresenta il vero motore dell’associazione.
Il Pirata riparte. E lo fa con lo stesso spirito che lo ha fatto crescere: testa bassa, gambe che spingono e sguardo rivolto al futuro. Complimenti a tutti!
Monumento Naturale o discarica dimenticata? Il paradosso dell’Ex Cava Petrianni
Nel territorio del Comune di Sezze, in località Sezze Scalo, l’ex Cava Petrianni custodisce una delle più significative testimonianze paleontologiche del Lazio: impronte di dinosauro risalenti al Cretacico, impresse nella roccia milioni di anni fa e oggi riconosciute come patrimonio di valore scientifico.
Dal 2016 l’area è formalmente Monumento Naturale “Fosso Brivolco – superfici calcaree con impronte di dinosauri”, istituito dalla Regione Lazio e affidato alla gestione del Comune di Sezze. Tuttavia, alla formalizzazione giuridica della tutela sono passati 10 anni e si affianca una realtà ben più complessa, fatta di atti amministrativi, fondi pubblici investiti e criticità strutturali che restano ancora oggi irrisolte.
Chi percorre la strada che conduce a Sezze non può non notare l’area dell’ex cava: quello che dovrebbe essere un sito di grande valore naturalistico e paleontologico si presenta con evidenti segni di degrado e incuria. Tra pareti rocciose non completamente messe in sicurezza e materiali inerti ancora presenti nell’area, l’immagine offerta a residenti e visitatori è lontana da quella di un Monumento Naturale pienamente valorizzato.
L’iter amministrativo prende avvio nel 2015, quando il Consiglio Comunale approva la proposta di istituzione del Monumento Naturale per tutelare ufficialmente le superfici calcaree con le impronte. Nel 2016 arriva il riconoscimento regionale e il sito entra a pieno titolo tra i Monumenti Naturali del Lazio. Nel 2020 la Regione assegna un finanziamento di 100.000 euro destinato a interventi di tutela e valorizzazione.
Il passaggio decisivo avviene nel 2022, durante l’amministrazione Lucidi: con Determina n. 666 del 15 dicembre il Comune acquista i terreni dagli eredi Petrianni per 42.000 euro, sancendo il definitivo passaggio da proprietà privata a patrimonio pubblico. Nel 2023 vengono affidati i primi incarichi tecnici, con 4.950 euro per progettazione e direzione lavori e 5.121,72 euro per microsondaggi e verifiche della parete rocciosa, finalizzati anche all’installazione di una rete paramassi per prevenire distacchi.
Nel 2025 si compie un ulteriore passo con l’istituzione di un Comitato di Pilotaggio che coinvolge il Ministero della Cultura e la Sapienza Università di Roma, affiancato da un incarico scientifico biennale da 18.397,60 euro per supportare la gestione e la valorizzazione del sito.
Prima di diventare Monumento Naturale, però, l’area era una cava privata per l’estrazione di calcare e come spesso accade in questi contesti, l’attività estrattiva ha lasciato fronti rocciosi verticali artificiali, fratturazioni della roccia, materiale di scarto e rifiuti inerti da lavorazione. Il nodo centrale riguarda la fase di cessazione dell’attività: non risulta documentata una bonifica strutturale completa prima dell’acquisizione pubblica. Questo ha reso il passaggio da privato a pubblico particolarmente delicato in quanto l’area viene riconosciuta di interesse scientifico, istituita come Monumento Naturale e infine acquistata dal Comune, ma con criticità già presenti. Nelle concessioni estrattive la normativa prevedeva infatti obblighi di ripristino ambientale a carico del concessionario, che secondo quanto emerge nel dibattito locale non sarebbero stati pienamente adempiuti, quindi, di fatto l’ente pubblico si trova oggi a gestire un patrimonio paleontologico unico insieme a una parete rocciosa artificiale da mettere in sicurezza per rischio distacchi.
Secondo valutazioni tecniche circolate nel dibattito pubblico, una messa in sicurezza strutturale completa potrebbe richiedere investimenti elevatissimi e questo va ad incidere direttamente sulla fruibilità del sito, limita le prospettive di valorizzazione nel tempo e rende qualsiasi progetto turistico subordinato alla piena sicurezza dell’area. Anche la presenza di rifiuti inerti, pur non trattandosi di materiali pericolosi, influisce sul decoro ambientale e sulla percezione pubblica, creando una distanza evidente tra lo status formale di Monumento Naturale e lo stato reale dei luoghi.
Ricordiamo che il contesto è reso ancor piu’ significativo dalla vicinanza all’antica Via Setina, il tracciato storico che collegava la pianura con l’antica Setia e che ancora oggi è conosciuto come le “vecchie coste”. In pochi chilometri si sovrappongono quindi epoche diverse: le impronte preistoriche, la viabilità romana, il paesaggio dei Monti Lepini, un intreccio straordinario che, se valorizzato in modo organico, potrebbe trasformarsi in un corridoio culturale e naturalistico di grande interesse.
Concludendo, la ex Cava Petrianni resta un vero paradosso: un sito paleontologico unico nel Lazio, formalmente tutelato e finanziato con risorse pubbliche, ma ancora alle prese con criticità strutturali difficili da risolvere. È l’esempio di una dinamica ormai nota, in cui il riconoscimento precede la soluzione dei problemi concreti. Prima di parlare di piena valorizzazione, sarebbe stato necessario completare la bonifica e mettere in sicurezza l’area. Solo così le impronte di dinosauro, a pochi passi dall’antica Via Setina, sarebbero potute diventare un patrimonio realmente fruibile e non restare una promessa amministrativa da cavalcare in campagna elettorale e mai realizzabile.
