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Sabato, 07 Febbraio 2026 20:39

Salvini, Vannacci e la scissione sovranista

 

 

Il sodalizio si fondava sulla convenienza ed è finito rapidamente...
Domenica, 01 Febbraio 2026 07:11

 

 

In questo nostro tempo dominato dalla comunicazione istantanea, dai commenti impulsivi e spesso compulsivi, da una ridotta capacità di attenzione e da un processo cognitivo attivo e complesso che spesso non va oltre la semplice decodificazione delle parole e non si spinge all’analisi, all’interpretazione e alla comprensione di un testo o di un discorso, il confine tra il dibattito politico sui temi che toccano la nostra quotidianità e il chiacchiericcio si è fatto sempre più sottile, fino a scomparire. 
 
La politica richiederebbe analisi, riflessione, approfondimento, responsabilità e visione ed invece si è ridotta agli annunci roboanti, alle promesse di cambiamenti strabilianti, agli slogan accattivanti, insomma ad una paccottiglia insulsa.
 
I politici si lasciano sempre più risucchiare nel vortice dell’effimero ed inseguono la banalità del presente, invece di mettersi alla ricerca del senso della propria funzione e di programmare le azioni da intraprendere per orientare il futuro.
 
Ovviamente si tratta di una valutazione generale, di una tendenza prevalente non di un giudizio complessivo ed è innegabile che non tutti coloro che si propongono ai cittadini per amministrare la cosa pubblica ad ogni livello, dal governo nazionale ai territori, presentano queste deleterie caratteristiche, lasciando accesa e alimentando così la fiaccola della speranza di una politica differente e alta.
 
Il chiacchiericcio, la polemica spicciola e banale, l’attacco personale e l’offesa gratuita, funzionali sui social per le caratteristiche proprie di tali strumenti comunicativi, sono divenuti progressivamente un carattere essenziale e distintivo della politica e sono utili da una parte a nascondere il vuoto delle idee e delle proposte, e dall’altra a confondere i cittadini, portando la discussione su un terreno congeniale a chi se ne rende protagonista e costituendo un’arma efficace di distrazione di massa, utile a nascondere l’incapacità ad affrontare e risolvere le criticità, a perseguire il bene comune e in alcuni casi a coprire gli interessi realmente garantiti e perseguiti. 
 
L’elemento veramente preoccupante è che la politica si è svuotata di contenuti, di idee e di programmi e si è trasformata in un ecosistema di reazioni immediate, emotive e superficiali nel quale prevale unicamente l’efficacia comunicativa.
 
La priorità di quanti si propongono di occuparsi della comunità non è approfondire i temi, analizzare i contesti sociali, economici e culturali con cui si è chiamati ad interagire e su cui si dovrebbe incidere, ma apparire nel modo giusto nell’arena digitale. L’obiettivo non è acquisire centralità e consenso in ragione delle idee migliori, ma produrre “contenuti” efficaci sotto il profilo mediatico, proporre una battuta in grado di sollecitare l’interesse della platea dei destinatari, mettere in campo la provocazione più originale o l’immagine in grado di divenire virale.
 
L’azione politica si misura non sulla capacità di coinvolgimento attivo, sulla partecipazione civica, ma sul marketing digitale che fa riferimento agli umori del momento. Una polemica improvvisata o un avvenimento imprevedibile diventano l’occasione per prendere posizione e guadagnare spazi mediatici e potenziali consensi. I problemi strutturali sono spesso complessi e non facilmente spendibili tanto che non vengono mai portati al centro della discussione. Restano sullo sfondo, messi da parte e addirittura completamente ignorati. L’attenzione è troppo preziosa per essere dirottata verso ciò che non fa rumore e non solletica gli istinti più immediati delle persone.
 
L’aver dato priorità esclusiva alla comunicazione semplificata produce un effetto distorsivo della percezione della realtà. Schematizzare ogni cosa in una contrapposizione netta, trasformare tutto in una alternativa tra “bianco o nero” è più comodo, ma significa chiudere gli occhi e non considerare che la realtà non funziona in tal modo. La politica seguendo queste logiche alimenta la produzione di narrazioni deformate, prospetta soluzioni illusorie, impoverisce il dibattito pubblico di contenuti, perde lungimiranza e sceglie di non guidare gli eventi ma di subirli.
 
Le soluzioni cosmetiche, immediate e semplicistiche non risolvono i problemi ma tranquillizzano. Le decisioni coraggiose non sempre sono facili da comunicare e le riforme complesse richiedono tempi lungi di attuazione, pertanto sono difficili da “vendere” in questo nostro tempo dove la velocità e l’impazienza contano di più della solidità e durevolezza dei risultati.
 
La politica prima cercava di guadagnarsi il consenso puntando alla solidità e validità della proposta, al confronto e alla responsabilità, ora invece tende a compiacere, rincorrendo i desiderata momentanei, amplificando i malumori, cavalcando le paure e i cittadini sono considerati alla stregua di un pubblico da intrattenere. Poco importa che una comunità governata su tali basi è una società senza direzione, più fragile, più polarizzata, più incapace di affrontare le sfide complesse, che vive nella superficie e non riesce a costruirsi in profondità.
 
La politica per ritrovare se stessa e riscoprire la propria funzione deve restituire valore al silenzio e al tempo, rimettere al centro la competenza e non le performance mediatiche, premiare chi studia, chi progetta, chi lavora sul lungo periodo ed educare alla complessità, spiegando che ci sono problemi che non hanno soluzioni semplici e comprendendo che l’opinione pubblica può e deve essere formata, non solo adulata.
 
Serve il coraggio della lungimiranza e del non lasciarsi schiavizzare dalla tirannia dell’attualità. 
 
Domenica, 25 Gennaio 2026 07:34

 

 

Morire di fame o rischiare di morire mangiando. Intorno a questa antinomia si dipana una vicenda a lungo rimasta sconosciuta, un pezzo della storia tragica e terribile della Germania nazista raccontata solo nel 2012 da Margot Wölk, cinque anni prima di morire. Durante la Seconda Guerra Mondiale, insieme ad altre quattordici giovani donne tedesche, era stata reclutata dalle SS per assaggiare, ogni giorno, il cibo da servire a Hitler e scongiurare che sulla tavola del Führer arrivassero pietanze avvelenate.
 
Traendo spunto dalla storia di Margot Wölk, morta pochi giorni prima di incontrarla e conoscerla personalmente, Rosella Pastorino ha dato alle stampe il romanzo Le assaggiatrici, edito da Feltrinelli e premio Campiello nel 2018, portato sul grande schermo da Silvio Soldini, cosceneggiatore del film insieme a Doriana Leondeff, Lucio Ricca, Cristina Comencini, Giulia Calenda e Ilaria Macchia.
 
La scrittrice calabrese ha incentrato il racconto su un personaggio fittizio, liberamente ispirato a Margot Wölk, attraverso il quale ha voluto dare voce alle donne, restituire loro ruolo e valore all’interno della Storia, riconoscendo il loro esserne protagoniste al pari degli uomini, come accaduto nelle turbolente vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale.
 
Rosa Sauer, l’interprete principale della storia, e le sue compagne sono costrette a mettere a disposizione del Führer e della Germania il loro corpo, la loro libertà e il bene più prezioso che posseggono, la vita, senza alcuna possibilità di sottrarsene, al pari degli uomini impegnati al fronte, dei loro mariti, padri, fratelli e figli chiamati a combattere con le armi in pugno e gli stivali affondati nel fango e nella neve nei diversi fronti aperti in Europa, restando in equilibrio sul crinale della collusione con il Male, di una colpa accidentale protratta per istinto e sacrificando il loro futuro su un tavolo da pranzo, astrazione metaforica e simbolica di un regime sull’orlo del collasso.
 
Purtroppo come spesso accade, l’abuso e la violenza subiti finiscono per non essere neppure riconosciuti come tali da tutte le donne coinvolte, non le inducono ad aprire gli occhi, a liberarsi dalla gabbia della propaganda che le tiene prigioniere. Infatti se da un lato Rosa, Elfriede e Leni riconoscono e aborrono l’ingiusta violenza cui sono sottoposte, le altre, a cominciare dalla giovanissima Sabine, non riescono a prendere coscienza del baratro in cui stanno precipitando in nome dei folli e fasulli ideali e della pericolosa retorica della propaganda hitleriana.
 
Silvio Soldini nella trasposizione cinematografica del romanzo di Rosella Pastorino evidenzia con chiarezza quella che Hannah Arendt definisce la banalità del male.  Il film, “Le Assaggiatrici”, possiede la capacità di trasmetterne l’essenza più autentica e profonda e lo fa non semplicemente mediante la figura ambiguamente affettuosa dello chef di Hitler o gli sciocchi slogan di ispirazione hitleriana ripetuti dalla giovanissima Sabine, ma anche e soprattutto attraverso la descrizione di tanti altri personaggi, solo in apparenza secondari, che popolano l’intera vicenda. Emblematici sotto questo profilo sono gli anziani genitori di Gregor, marito di Rosa, arruolato nella Wehrmacht e disperso in Russia, i quali soltanto perché certi di non essere ascoltati tra le mura di casa propria si mostrano insofferenti verso il Regime, ne riconoscono le responsabilità per la crisi economica in cui la Germania sta sprofondando e della barbarie della Guerra ma fuori, nonostante lo strazio per la perdita del figlio, acconsentono a tutto e non sono capaci di opporsi neanche quando la giovane nuora, Rosa, viene portata via da loro, anche ricorrendo all’uso della forza, in cambio di un comodo rimborso spese.
 
La banalità del male, nella concezione di Hannah Arendt, ha come protagonisti individui comuni e superficiali, i quali finiscono per commettere atrocità non per una malvagità intrinseca, ma per l’incapacità di pensare criticamente, per il fatto di obbedire ciecamente agli ordini ricevuti e di agire come meri ingranaggi burocratici, privi di coscienza morale. In questo modo i più efferati crimini si trasformano in lavoro ordinario. Pertanto il male non è demoniaco, ma si annida nell'incapacità di riflettere e giudicare, al punto da rendere persone ordinarie capaci di orrori senza averne piena consapevolezza, pur di conseguire carriere, riconoscimenti, aumenti, promozioni, medaglie e pacche sulle spalle.
 
Nel film emblematica appare la figura di Albert Ziegler, capo delle SS e comandante della caserma in cui sono condotte quotidianamente le assaggiatrici. Prigioniero del male, non fa che ripetere agli altri e a se stesso le giustificazioni, nel vano tentativo di lavarsi la coscienza dalle atrocità commesse in nome del Regime. Grazie alla relazione amorosa che sembra nascere tra Ziegler e Rosa, riusciamo a cogliere un ulteriore aspetto del suo carattere che lo rivela ancor più agghiacciante: ha abdicato totalmente alle proprie idee, anzi le combatte quotidianamente a colpi di pistola affinché cedano spazio e ruolo a quelle più importanti e più utili del Regime. In tal modo si fa complice e al contempo diviene vittima, al pari delle giovani donne che è chiamato a controllare, dell’aberrazione ideologica nazista, per fortuna destinata a crollare rovinosamente di lì a poco.
 
Mentre fuori infuria la vicenda storica il film racconta la guerra stando accanto alle donne, vittime della ‘guerra degli uomini’, concentrandosi su un microcosmo, la ex scuola dove le assaggiatrici sono costrette a mangiare due volte al giorno, la casa dei suoceri, la stanza da letto, il laghetto” – spiega Soldini - “Questo non è solo un film ambientato in un altro tempo, che ci porta anche a riflettere sulle dinamiche oppressive passate e attuali, e sui devastanti effetti della guerra. È anche un film sugli istinti e le pulsioni umane, sulla tensione tra i bisogni primari di ognuno di noi e quelli secondari, condizionati dall’ambiente, dalla cultura e dal potere”. 

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