Sabato, 13 Giugno 2026 19:30
Legge elettorale, una questione di democrazia
Il vizietto della politica italiana di cambiare, o meglio di manomettere, la legge elettorale ad ogni fine...
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Riflessioni
Sabato, 06 Giugno 2026 20:31
La strage dei braccianti avvenuta ad Amendolara, in Calabria, ci racconta una realtà gravissima troppo spesso ignorata nel nostro Paese. Quei quattro corpi carbonizzati sono un atto di accusa che ci inchioda alle nostre responsabilità, istituzioni e cittadini, poiché essi non sono vittime di una ferocia casuale, di un atto disumano isolato, ma il risultato di un sistema consolidato e tollerato che umilia, sfrutta ed uccide rispetto al quale preferiamo chiudere gli occhi, voltarci dall’altra parte, del facile gioco delle mafie, internazionali e locali, che gestiscono il caporalato e assoldano manodopera criminale a basso costo proprio fra i disperati che vivono ai margini delle nostre comunità. La commozione delle prime ore si è presto spenta e, dopo aver pronunciato nell’immediato parole formali di esecrazione per l’accaduto, la politica si è ributtata a capofitto nell’inutile e inconcludente chiacchiericcio di sempre.
L’unico ad aver richiamato tutti alle proprie responsabilità e ad aver invocato in modo deciso e sentito una rivolta delle coscienze contro lo sfruttamento, il caporalato e l’indifferenza dilagante, di cui il barbaro omicidio dei quattro afgani bruciati vivi è una conseguenza, è stato il Vescovo di Cassano all’Jonio, vice presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Francesco Savino. “Lo dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità”. Parole forti che non lasciano spazio ad equivoci e accomodamenti di convenienza.
Monsignor Francesco Savino ha evidenziato come non solo le istituzioni ma anche i cittadini hanno l’obbligo morale e civile di contribuire a fare piena luce su quanto accaduto, “una luce vera, senza sconti, capace di non fermarsi alla superficie del fatto, ma di scendere nei cunicoli bui in cui si incontrano sfruttamento, ricatto, illegalità, controllo del territorio. Occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze, senza prudenza malintesa, senza quel pudore ipocrita che talvolta copre il male invece di smascherarlo”.
Inoltre in questa vicenda c’è una pagina dolorosa che occorre avere il coraggio di sfogliare e leggere, rappresentata dalle vite ai margini, degradate e sfruttate di tutti i protagonisti di questo dramma, vittime e carnefici.
È innegabile che quanto accaduto è stato possibile a causa dell’inefficienze, delle zone d’ombra e delle connivenze con la criminalità delle istituzioni pubbliche, nelle quali proliferano illegalità e degrado e il vice presidente della CEI non ha fatto sconti. “Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore”. Particolarmente importante è stato infine il suo appello per “una mobilitazione civile. Non un rito, non una fiaccolata destinata a spegnersi il giorno dopo, non l’ennesima commozione da consegnare ai titoli dei giornali. Invoco una rivolta delle coscienze, una sollevazione morale di questa terra, perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.
Quanto accaduto ad Amendolara è lo spaccato di una realtà più ampia che investe tutto il nostro Paese. Infatti nel più recente rapporto Agromafie e Caporalato, pubblicato nel 2022 dall’osservatorio Placido Rizzotto della CGIL, si stima che nei campi italiani vengano sfruttate circa 230mila persone, un quarto di tutti i braccianti. Il lavoro irregolare ha una più forte incidenza in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Lazio, dove oltre il 40% cento dei lavoratori ha un contratto irregolare o addirittura nessun contratto di lavoro, mentre in molte regioni del Nord il tasso è di poco più basso, tra il 20 e il 30%.
La legge 199/2016 contro il caporalato, approvata dal governo Renzi, pur costituendo un passaggio importante grazie all’innalzamento delle pene e alla previsione della responsabilità solidale del caporale e del datore di lavoro, ha avuto effetti limitati sul piano della deterrenza sia per l'assenza di controlli efficaci, sia per la paura dei lavoratori immigrati i quali, pur di ottenere i documenti per il permesso di soggiorno, sono disposti ad accettare di lavorare come schiavi, persino a non essere pagati, come accaduto ad Amendolara, e a non denunciare i caporali. Il numero dei processi per sfruttamento del lavoro è sicuramente aumentato, ma occorre ampliare e rafforzare gli strumenti di indagine di carabinieri, finanza, polizia e magistratura.
L’aver previsto la concessione del permesso di soggiorno all'immigrato che denuncia non basta, poiché l'iter burocratico e i tempi per il riconoscimento sono troppo lunghi. Il migrante che denuncia rimane senza tutela, senza lavoro, senza soldi e senza alloggio ed esposto soprattutto alla vendetta violenta e al ricatto dei caporali.
Soprattutto dirimente rispetto a tutto questo è un’azione forte e determinata, finalizzata a spezzare il patto criminale stretto tra la criminalità organizzata italiana e le mafie straniere dei Paesi di provenienza degli immigrati, che governano l’arrivo e lo sfruttamento di questi moderni schiavi.
Non è più tempo di parole, ma di scelte chiare e concrete a favore della legalità, della giustizia e del rispetto dei diritti di ogni persona da parte della politica, delle istituzioni e di noi cittadini.
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Sabato, 30 Maggio 2026 19:35
28 maggio 1976 – 28 maggio 2026
Sono trascorsi cinquanta anni, ma il tempo sembra essersi fermato a quella tragica sera in cui la Storia entrò con prepotenza nella storia di Sezze, il sangue di un innocente, Luigi Di Rosa, bagnò la nostra terra per mano di un manipolo di vigliacchi fascisti e noi tutti perdemmo l’innocenza.
La storia di Luigi Di Rosa è un dolore che il tempo non cancella, che si è trasformato pian piano e resta sempre con noi e in noi, perché lui è uno di noi, vive dentro le nostre vite e nei nostri luoghi in forme sempre nuove.
La sua è una perdita che ferisce ancora profondamente la sua famiglia, ma che ci investe drammaticamente come comunità e non potrà mai svanire un giorno, così all’improvviso. Quei colpi di pistola esplosi dalla mano assassina dei fascisti, quella corsa disperata verso l’ospedale e quel verdetto raggelante con cui venne certificato lo spegnersi per sempre di una giovane vita innocente non potranno mai diventare il semplice ricordo sbiadito di un evento del passato.
Il tempo cura le ferite, ci restituisce la forza e il coraggio di guardare avanti, ma non cancella ciò che è stato e le cicatrici restano. Quando perdiamo un compagno di viaggio, quando una giovane vita, come accaduto con Luigi Di Rosa, viene strappata via improvvisamente senza ragione e di colpo vengono cancellati i suoi sogni, ci scopriamo tutti più soli, oppressi sotto il peso di un dolore insopportabile. L’errore più grande è lasciarci sopraffare dalla fretta di andare oltre e chiudere le porte alle emozioni e alla memoria, invece di cercare di capire, di ascoltare e di ascoltarci, di fare spazio al ricordo, di imparare a scoprire il senso di quanto accade e dargli il giusto significato. Fare memoria non è la banale nostalgia di un tempo andato, ma un bagaglio di vissuto da condividere nel futuro.
Luigi Di Rosa non è e non sarà mai il cascame di un passato che non potrà più tornare, un racconto incapace di incidere nell’oggi e di palarci con un linguaggio efficace, ma una pietra viva, un interrogativo pressante sul senso ultimo del nostro andare personale e comunitario, un termine di paragone ineludibile riguardante i fondamenti ideali ed etici su cui basare la difficile costruzione del nostro futuro.
Luigi Di Rosa non era un capopopolo, un leader carismatico, un trascinatore di folle, un militante facinoroso e men che meno un violento o un rissoso, pronto a menar le mani. Era un giovane mite, sorridente, dai modi garbati e dai mille interessi, un assetato della vita e della sua bellezza. Aveva in tasca una tessera, militava nella FGCI, la Federazione Giovanile Comunista Italiana. La sua era stata una scelta di appartenenza ideale, che dava concretezza all’aspirazione profonda che lo animava, al desiderio di essere partecipe della costruzione di una società altra, in cui dovevano trovare realizzazione gli ideali di uguaglianza, libertà e democrazia che intessono la nostra Carta Costituzionale, da sempre respirati all’interno della sua famiglia e incarnati in vissuto e militanza attiva dal nonno Costantino Luccone, sempre schierato con i più umili, gli ultimi, il proletariato. Agli scontri tra militanti degli opposti schieramenti, che in quegli anni si fronteggiavano duramente nelle piazze, preferiva la musica di Lucio Battisti, i fumetti di avventura e soprattutto l’amatissimo bigliardino, di cui era riconosciuto impareggiabile campione. Aveva lasciato gli studi in seguito ad una grande delusione scolastica, ma li aveva ripresi dopo qualche anno con grande profitto e in quel 1976 di apprestava a sostenere gli esami di maturità come geometra all’Istituto “Sani” di Latina.
Sicuramente Luigi Di Rosa si sarà sentito ribollire il sangue quando quella sera del 28 maggio 1976 sentì cantare per le strade della sua città: “Sono tornate a Sezze le camicie nere”. Avrà ripensato al nonno che si era ribellato ai fascisti nel 1923 per aver imposto con la violenza lo scioglimento della Lega Contadina, ai suoi racconti di oppositore del regime liberticida di Mussolini e dei suoi scherani. Tuttavia la sua reazione non era andata oltre la disapprovazione e il disappunto, tanto che scelse di allontanarsi dalla baraonda, dalle violenze che si stavano consumando in Piazza IV Novembre, nel cuore del centro storico di Sezze, dove Sandro Sacciucci, deputato del Movimento Sociale, il partito di raccolta dei neofascisti, stava tenendo il suo comizio – provocazione, al punto da accompagnare le sue parole con dei colpi di pistola esplosi contro la folla dei contestatori.
Luigi Di Rosa non portava armi, se non quelle della sua gioventù e dei suoi sogni. La violenza fascista lo raggiunse, lo aggredì brutalmente e lo uccise mentre semplicemente camminava per strada, assorto nei suoi pensieri ed avvolto dal caldo tepore di quella sera di fine maggio. La ferocia della squadraccia fascista cancellò per sempre i suoi progetti e il suo futuro. Fu vittima inerme e innocente di una ferocia inusitata, bersaglio non preordinato ma assolutamente non casuale: non ci fu nulla di accidentale o di fortuito nella sua morte, se non la sua identità personale. Attraverso di lui la mano assassina volle colpire al cuore la storia e l’identità democratica ed antifascista dell’intera comunità di Sezze.
Luigi Di Rosa continua a vivere nel cuore di quanti si battono per la libertà e il riscatto degli ultimi con le armi della democrazia e della partecipazione, di quanti rifuggono la violenza e inseguono i propri sogni e soprattutto di quanti lottano per la verità e la giustizia che a lui sono state negate nelle aule dei tribunali.
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