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Domenica, 25 Settembre 2022 07:13

L'Arminuta. Il dolore che mai dovremmo sopportare

 

 

L’Arminuta (termine dialettale abruzzese che significa la ritornata), l’ultimo film di Giuseppe Boni...
Domenica, 18 Settembre 2022 07:22

 

 

Negli ultimi anni l’elettorato del nostro paese si è dimostrato estremamente mobile. Abbiamo assistito alla rapida ascesa di partiti, movimenti e leader, cui è seguita una loro altrettanto repentina caduta nei consensi. La mobilità elettorale è effetto non solo della fine delle ideologie, ma anche e soprattutto della mancanza di spessore culturale e progettualità solide della politica, in grado di appassionare i cittadini e coinvolgerli nella costruzione di una prospettiva comune a medio e lungo termine.  
 
Il 25 settembre, stando alle previsioni e fatti salvi risultati imprevedibili sempre possibili quando si parla di elezioni, gli italiani premieranno la coalizione delle destre, che potrebbe conquistare una solida maggioranza in Parlamento. All’interno dello schieramento vincente a raccogliere il maggior numero di consensi sarà Fratelli d’Italia, la cui leader potrebbe così essere la prima donna a guidare il governo.
 
Proprio perché Giorgia Meloni sarà quasi certamente la prossima Presidente del Consiglio, raccogliendo l’eredità di Mario Draghi, fare le pulci al programma con sui si presenta agli elettori è operazione non solo lecita ma auspicabile.
 
Il programma politico delle destre possiede un profilo di originalità e al suo interno possiamo distinguere una sezione dedicata alle promesse rivolte ai cittadini ed una sezione dedicata invece alle “minacce” rivolte ai non cittadini. Il tema specifico è quello dell’immigrazione e della pressione alle nostre frontiere di profughi e rifugiati che cercano di sbarcare in Italia. L’idea di bloccare con la forza il flusso di immigrati, provenienti in gran parte dalla Libia, è da sempre nel programma delle destre e questa politica muscolare è stata più volte sbandierata all’elettorato, sebbene i capi politici di questo schieramento siano consapevoli che si tratta di una proposta inattuabile. Peraltro i tentativi di impedire gli sbarchi con atti di forza unilaterali hanno portato all’apertura di procedimenti penali, come quelli a carico di Matteo Salvini per sequestro di persona. Governare è ben più complesso che fare propaganda…... 
 
Al di là delle parole d’ordine sull’immigrazione, funzionali a raccogliere consensi, il programma di Fratelli d’Italia non contiene alcun riferimento esplicito al blocco navale e la strategia per contrastare il fenomeno dell’immigrazione viene così definita: “Difesa dei confini nazionali ed europei come previsto dal Trattato di Schengen e richiesto dall'Ue, con controllo delle frontiere e blocco degli sbarchi per fermare, in accordo con le autorità del Nord Africa, la tratta degli esseri umani; creazione di hot-spot nei territori extra-europei, gestiti dall'Ue, per valutare le richieste d'asilo e distribuzione equa solo degli aventi diritto nei 27 Paesi membri”. In verità non siamo in presenza di un riposizionamento politico dell’ultimo momento, dato che in altre occasioni Giorgia Meloni aveva chiarito che per blocco navale intendeva una missione europea in accordo con la Libia, e quindi non un atto di guerra, per aprire hotspot in Africa e valutare chi ha diritto ad essere considerato rifugiato e chi no. Questa proposta, lanciata dal Presidente francese Macron nel 2017, venne ripresa dal primo governo Conte, nel quale il M5s e la Lega di Salvini governavano insieme, e si è già dimostrata assolutamente inefficace.
 
Il senatore Giovanbattista Fazzolari, responsabile del programma di FdI, ha ammesso che l’espressione blocco navale, utile in campagna elettorale, "è una scorciatoia semantica" e che il suo partito "vuole ripartire dalla missione Sofia", lanciata dall'Ue nel 2015, nel mezzo della crisi migratoria, per fronteggiare i continui naufragi nel Mediterraneo e contrastare l'immigrazione clandestina, bloccata dai governi Ue. Per inciso nel 2018 Giorgia Meloni schierò il suo partito contro questa proposta avanzata dal governo italiano all’Europa e propose come soluzione proprio il blocco navale. Successivamente appoggiò l’idea di un’azione militare nel Mediterraneo centrale coordinata dell’Ue proprio nell’ambito dell'operazione Sophia.
 
Giorgia Meloni è perfettamente consapevole che secondo il diritto internazionale il blocco dei porti o delle coste, se attuato al di fuori dell’art. 51 della Carta dell’ONU, è un atto di guerra. Se il blocco avviene contro una flottiglia di profughi non va considerato tale, ma siamo comunque in presenza di un atto illecito, di una violazione del principio antichissimo del diritto internazionale della libertà dell’alto mare, ribadito dall’art. 87 della Convenzione ONU sul diritto del mare. In acque internazionali una nave della Marina non sarebbe solo obbligata a compiere il salvataggio, ma dovrebbe portare il natante che ha forzato il blocco in un porto del Paese che ha imposto il blocco stesso, ovvero l'Italia. A tutto questo si aggiunge il fatto che il blocco navale sarebbe contrario anche al diritto dell’Unione Europea, che sancisce nei suoi Trattati fondanti il diritto di asilo e alla protezione internazionale: “L’Unione sviluppa una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta a offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un Paese terzo che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento“ (Art. 78 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea).
 
La verità è che arrestare la navigazione di natanti stracarichi ed in condizioni di sicurezza precarie è impossibile e il naufragio una conseguenza inevitabile. La cattura in alto mare dei profughi per ricondurli con la forza nei lager libici sarebbe illegale, oltre che atrocemente disumana.
 
Quello che colpisce è che questi temi vengano usati con tanta leggerezza. Promettere di violare il diritto interno e internazionale è inqualificabile e inaccettabile. I diritti fondamentali e il rispetto della legge dovrebbero prescindere da ideologie politiche e tornaconti elettorali e coloro che si propongono per il governo del nostro Paese dovrebbero avvertire il peso morale di dire parole di verità, di tutelare i diritti di ogni persona, a prescindere dal colore della pelle, dalla provenienza geografica, dalle condizioni economiche e sociali, dal sesso e dalla fede religiosa e di avanzare proposte serie per regolamentare l’accoglienza e l’integrazione.
Domenica, 11 Settembre 2022 06:42

 

 

Tu voti il 25 settembre? E per chi voti?
 
Sono le domande più ricorrenti che attraversano una larga fetta dell’elettorato, soprattutto di sinistra. Prevale disorientamento e disillusione persino tra i militanti di lungo corso.  
 
Si sente ripetere da più parti che questo passaggio elettorale è uno dei più importanti della storia repubblicana e i risultati ipotecheranno le scelte future del nostro Paese. Probabilmente è vero, ma in democrazia ogni chiamata alle urne è fondamentale, è in grado di imprimere svolte anche radicali al vivere comunitario.
 
La fine anticipata della legislatura, iniziata male e finita peggio, ha messo le destre in condizione di enorme vantaggio, perché si presentano unite, almeno apparentemente e nonostante un programma di governo obsoleto, inattuabile e scollegato dal contesto economico e sociale conseguente alla pandemia e alla crisi climatica ed energetica, acuita dalla guerra in Ucraina, ma soprattutto perché il centrosinistra si è dimostrato incapace di costruire una coalizione ampia fondata su una reale convergenza programmatica e di abbandonare inutili personalismi e ripicche personali.
 
La conseguenza è che una fetta di elettorato, profondamente insoddisfatto dell’offerta politica, soprattutto a sinistra, probabilmente non andrà alle urne, alimentando l’area dell’astensionismo che negli ultimi anni è venuto progressivamente assumendo dimensioni preoccupanti, un problema non solo italiano, ma che investe tutte le democrazie occidentali e quelle europee particolarmente.
 
La domanda, peggiore perché non retorica, è come è possibile che il campo della sinistra si sia ridotto ad un caravanserraglio tanto litigioso, in cui dominano logiche scriteriate e nessuno è disposto a far prevalere le ragioni del noi su quelle dell’io.
 
Occorre la lucidità e il coraggio di analizzare le situazioni e adottare le contromisure. Se la maggioranza dei cittadini non va a votare oppure vota la destra non è merito esclusivo della destra, quanto piuttosto dell’allentamento dei legami e in molti casi dell’abbandono del proprio popolo da parte dei partiti e movimenti democratici e progressisti. Operai, ceto medio, abitanti delle periferie avvertono come lontana dal proprio mondo, dai propri problemi e dalle proprie aspettative la proposta politica della sinistra.     
 
L’affermazione può sembrare al limite del banale ma per tornare ad essere credibile, per raccogliere consensi e vincere le elezioni, la sinistra deve tornare a fare la sinistra, riconquistando il proprio popolo di riferimento e tenendoselo stretto, prendendo atto che, a trent’anni dall’ultima ondata liberista e dalla rivoluzione digitale, quello stesso popolo, e più in generale il mondo, è profondamente cambiato. Soprattutto poi quanto avvenuto negli ultimi due anni apre scenari fino a poco tempo fa inimmaginabili.
 
È ormai convinzione diffusa e condivisa che non possiamo combattere le pandemie, l’inflazione, il cambiamento climatico, la crisi sanitaria, rinchiudendoci all’interno dei confini nazionali, come propongono più o meno esplicitamente le destre, non possiamo fare a meno dell’Europa, giustamente sospettosa dei sovranisti nostrani sino a ieri alleati di Putin. Tutto vero, tutto sacrosanto ma non basta. Se la sinistra non riparte dai cittadini, se non rimette al centro l’idea di comunità, i diritti civili e sociali, il lavoro soprattutto, che negli ultimi decenni ha subito un processo inaccettabile di precarizzazione, una riduzione spaventosa delle tutele salariali e un sostanziale ritorno a forme di sfruttamento ottocentesco, non potrà sperare di strappare consensi alle destre e vincere le elezioni.
 
Se i ceti popolari si lasciano convincere dalle parole d’ordine della destra e si schierano da quella parte è perché sono orfani di riferimenti politici e culturali forti e credibili a sinistra, se si fanno irretire dalla retorica discriminatoria e razzista alimentata dalla contrapposizione egoistica “noi / loro” con il rischio di innescare una pericolosa guerra tra poveri e più poveri, italiani / immigrati, è perché non si sentono rappresentati e tutelati dalla sinistra e non vedono alcuna possibilità di riscatto al proprio orizzonte.
 
Serve insomma una sinistra che non sia solo ceto politico che si alimenta di se stesso e si compiace per la propria bravura, ma sia capace di una progettualità radicale nei valori e innovativa nei metodi, che rimetta al centro la partecipazione dei cittadini, che si faccia prossima, casa per casa, strada per strada, quartiere per quartiere, a quanti vivono situazioni di sofferenza sociale ed economica e combatta ogni tipo di discriminazione a partire da quelle di genere.
 
Servono idee chiare sulle priorità, senza scimmiottare modelli sperimentati in altri paesi e dimostratisi ampiamente fallimentari, senza fare della cosiddetta agenda Draghi una sorte di totem intangibile e il proprio esclusivo orizzonte politico e programmatico, in quanto costituisce un compromesso tra partiti tra loro assai distanti politicamente e sicuramente non è adeguata a costruire una società autenticamente solidale ed egualitaria.  
 
Occorre proporre contenuti che sfidino lo status quo e costruiscano i necessari addentellati sociali e una idea credibile di avanzamento e di progresso.
 
In questa tornata elettorale la sinistra parte svantaggiata. Tutti i sondaggi danno ampiamente avanti le destre, ma in politica non esistono vincitori e vinti designati e preconfezionati. Il vero perdente è chi rinuncia a combattere. I voti vanno contesi e conquistati uno ad uno attraverso il confronto personale e diretto, non affidandosi unicamente ai social e ai mezzi di comunicazione.
 
In ogni caso, qualunque sarà il risultato elettorale, la sinistra ha davanti a sé il compito difficile di ricostruirsi su basi nuove e deve farlo in modo audace, osando per essere all’altezza delle sfide.  

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