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Governare il tempo: dal tamponamento alla visione

Mar 26, 2026 Scritto da 
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C’è un punto da cui partire, e va detto con chiarezza: le difficoltà strutturali del bilancio comunale non nascono oggi. Sono il risultato di un lungo percorso, fatto di scelte spesso orientate più alla gestione dell’immediato che alla costruzione del futuro. Per anni si è intervenuti per tamponare le emergenze, per rispondere alle urgenze del momento, senza affrontare fino in fondo quelle criticità che, per loro natura, richiedono tempo, continuità e una visione di medio periodo.

È una logica comprensibile, perché il consenso si costruisce sul presente. Ma è anche una logica che, nel tempo, produce rigidità, squilibri e fragilità. Il bilancio finisce così per diventare uno strumento di sopravvivenza più che di sviluppo, e l’amministrazione si muove dentro margini sempre più stretti.

Per questo oggi il tema vero non è tanto come chiudere l’anno, ma come impostare un percorso credibile nei prossimi cinque o dieci anni. Senza questo orizzonte, ogni risultato resta precario, ogni miglioramento esposto al rischio di essere riassorbito da problemi mai davvero risolti.

L’approfondimento sulle società in house aiuta a comprendere bene la natura del problema. Quando un ente entra in difficoltà, la tensione si trasferisce immediatamente alle strutture che da esso dipendono. Non si tratta solo di una questione tecnica o giuridica, ma di un equilibrio complessivo che coinvolge servizi, lavoratori, cittadini. È in quel passaggio che si misura la solidità di un sistema amministrativo. Se il Comune è fragile, tutto ciò che gli ruota intorno diventa fragile.

Da questo punto di vista, il bilancio non è semplicemente un insieme di numeri: è il riflesso della capacità di governare nel tempo. Dove manca una strategia di lungo periodo, prevale inevitabilmente la gestione dell’urgenza.

Anche le delibere approvate nella settimana restituiscono questa impressione. Sono atti necessari, coerenti con l’ordinaria amministrazione: gestione di contenziosi, recupero di risorse, movimenti del personale, sostegno a iniziative culturali. Tutto giusto, tutto utile. Ma ciò che ancora non emerge con forza è una direzione strutturale, una scelta capace di incidere sugli equilibri di fondo.

Si ha la sensazione di un’amministrazione impegnata a tenere insieme i pezzi, più che a ridisegnare il quadro. E questo non è un limite di oggi, ma l’eredità di un’impostazione che si è consolidata nel tempo.

Il passaggio decisivo, allora, è proprio questo: uscire dalla logica della gestione e entrare in quella della programmazione. Non una programmazione formale, fatta di documenti, ma una programmazione sostanziale, fatta di decisioni anche difficili. Decidere cosa cambiare, cosa ridurre, cosa rafforzare. Accettare che alcuni risultati non saranno immediati, ma che proprio per questo sono necessari.

È qui che si misura la responsabilità politica. Perché governare non significa soltanto amministrare l’esistente, ma costruire condizioni nuove. Significa avere il coraggio di affrontare problemi che non si risolvono in un mandato, ma che richiedono continuità e coerenza.

La vera sfida non è evitare oggi situazioni di squilibrio. È fare in modo che tra cinque o dieci anni non ci si ritrovi a discutere degli stessi nodi, con margini ancora più ridotti.

Un territorio cresce quando smette di rincorrere il presente e comincia, finalmente, a governare il tempo.

Pubblicato in Politica

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