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10 anni di Papa Francesco

Mar 19, 2023 Scritto da 

 

 

Fratelli e sorelle, buonasera! Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie! E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”.
 
Dieci anni fa, il 13 febbraio 2013, Papa Francesco si presentò al mondo, dopo la rinuncia del predecessore, Benedetto XVI°, pronunciando queste parole dalla Loggia delle Benedizioni della Basilica di San Pietro e fu evidente, fin da quel tardo pomeriggio, che sarebbe stato un innovatore.
 
Quel “buonasera” così inusuale fece entrare immediatamente il nuovo pontefice nel cuore dei fedeli, lo pose accanto e non sopra loro. Il sottolineare di essere innanzitutto Vescovo di Roma fece intendere che il suo ministero sarebbe stato improntato alla pastorale. Il suo chinare il capo e la sua richiesta di preghiera indicò il riconoscimento della dignità e centralità del popolo di Dio. La scelta del nome Francesco, mai usato prima, significò la necessità di tornare alla radicalità evangelica, all’opzione preferenziale per i poveri e si unì a scelte concrete di sobrietà, allo spogliarsi di ogni orpello e simbolo mondano, come la mozzetta rossa rappresentativa del potere temporale e del legame tra politica e religione. 
 
L’elezione di Jorge Bergoglio fu certo una sorpresa per il fatto di essere il primo papa proveniente dalla Compagnia di Gesù e per la sua origine geografica, primo pontefice non europeo da tredici secoli, e proprio la novità è la cifra caratterizzante e la chiave di lettura decisiva per capire e descrivere il ministero apostolico di Papa Francesco, dipanatosi in questo decennio, non semplicemente un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca, di cui spesso fatichiamo ad avere piena percezione per la vastità, profondità e rapidità delle trasformazioni storiche in cui siamo immersi.
 
Tutti i papi contemporanei hanno vissuto cambiamenti d’epoca di cui si sono fatti interpreti, in particolare Giovanni XXIII, il quale sorprese il mondo convocando il Concilio Vaticano II con l’obbiettivo dell’aggiornamento della Chiesa. Altrettanto è avvenuto per i successori. D’altra parte ogni papa è una figura storica ed è chiamato a vivere gli eventi in prima linea e a sperimentare il cambiamento prima e più di tutti.
 
"Sento che il Signore vuole che il Concilio si faccia strada nella Chiesa. Gli storici dicono che perché un Concilio sia applicato ci vogliono 100 anni. Siamo a metà strada", ha ripetuto più volte papa Bergoglio. Ed è proprio questo il nucleo centrale di questi dieci anni del pontificato di Francesco. "L'attuazione del Vaticano II è la carne e le ossa di questo pontificato", ha scritto su The Catholic Leader il cardinale Michael Czerny, anch’egli gesuita e suo stretto collaboratore in quanto prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale. Le spinte innovatrici promosse da papa Francesco hanno salda radice nello spirito conciliare, purtroppo ancora non ben digerito e anzi contrastato da larghe fasce conservatrici dell'arcipelago ecclesiale.
 
Papa Francesco sta guidando la Chiesa in tempi difficili, nell’adempimento del suo compito irrinunciabile di annunciare il Vangelo ed entrare in mondi sconosciuti. È accaduto con i primi discepoli, ebrei chiamati ad evangelizzare i non circoncisi, i pagani, e accade di nuovo oggi. La Chiesa è di fronte a una sfida epocale, si sta de-localizzando, cresce in Africa, in alcune parti dell’Asia ed ha una presenza stabile in America Latina, mentre mondi creduti conosciuti e acquisiti stanno diventando estranei e sconosciuti. L’Europa e in generale l’Occidente sono investiti da profondi mutamenti antropologici e culturali. È in atto una de-culturazione del cristianesimo, un allontanamento dal contesto culturale in cui si è più sviluppato per secoli e una nuova inculturazione in culture finora contaminate solo marginalmente dal cristianesimo. In questa prospettiva si spiega il senso del programma di una “Chiesa in uscita”, destinato a restare valido a lungo non perché deciso Papa Francesco ma perché è la storia ad imporlo.
 
Un’altra sfida fondamentale è quella della sinodalità che Bergoglio sta portando avanti con coraggio. È una prospettiva difficile da praticare, ma necessaria soprattutto quando i problemi non possono essere risolti né con decisioni autoritarie né seguendo il pensiero dominante. Sinodalità significa comunione, ritrovarsi Chiesa in assemblea secondo uno stile conciliare permanente, certi che proprio l’“essere insieme” permette ai cristiani di rimanere fedeli al Vangelo e al contempo di fare scelte originali, innovative, in sintonia con le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne del nostro tempo.
 
In attesa della definitiva svolta sinodale, uno dei tratti qualificanti di Francesco, apparentemente paradossale per il capo della Chiesa, è l’anticlericalismo, che considera una “perversione del sacerdozio”. “Il clericalismo condanna, separa, frusta, disprezza il popolo di Dio”, diceva il Pontefice il 5 settembre del 2019 ai gesuiti di Mozambico e Madagascar e questa auto-referenzialità fa ammalare la Chiesa, la fa sentire superiore, immune ad ogni giudizio e dalla stessa scaturiscono gli abusi, da quelli di potere ai finanziari, fino all’immonda piaga della pedofilia.
 
La riforma della Curia Romana portata avanti in questi anni e non ancora conclusa è decisiva per far fruttificare questa nuova visione ecclesiale, profeticamente voluta da Francesco il quale, impegnato quotidianamente a rispondere alle tante sfide del nostro tempo, ha bisogno di collaboratori che lo aiutino nel governo quotidiano della Chiesa, che smetta di essere centro di potere e sia al servizio delle Comunità Ecclesiali locali, quella “Chiesa in uscita” e “ospedale da campo”, ispirata autenticamente al Vangelo e chiamata a curare le ferite dell’umanità.
 
La strada è ancora lunga, le resistenze molteplici, ma il cammino è tracciato e non ha alternative, a meno di non tradire la missione affidata da Cristo alla sua Chiesa. 
Pubblicato in Riflessioni

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