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Il problema sono gli uomini

Nov 26, 2023 Scritto da 

 

Giulia Cecchettin è l’ennesima vittima di una serie spaventosa di femminicidi, un dramma che si ripete nel nostro Paese in media ogni tre giorni. In Italia il tasso degli omicidi volontari è tra i più bassi in Europa, ma un terzo delle vittime sono donne. Numeri sconvolgenti, scioccanti, scandalosi che raccontano la cruda realtà delle nostre istituzioni che cercano, con scarse probabilità di successo, di garantire la sicurezza inasprendo le pene e, nonostante le leggi avanzate approvate, a cominciare dal Codice Rosso che ha aperto corsie preferenziali nei tribunali, non riescono a fermare lo stillicidio quotidiano di violenze, vessazioni e soprusi contro le donne, a tutelarle all’interno delle relazioni familiari e sentimentali.
 
Le leggi e i tribunali da soli non ce la fanno se la cultura non avanza di pari passo.
 
Urgono interventi seri, serve la prevenzione, l’adozione di strumenti rapidi ed efficaci, ma soprattutto occorrono progetti concreti finalizzati ad educare alla dimensione affettiva e relazionale a partire dalla scuola.
 
La violenza di genere, che culmina nel femminicidio, racconta un tratto patologico della nostra civiltà contemporanea. È difficile dare una spiegazione esclusivamente racchiusa nelle biografie, spesso contorte, degli autori delle brutalità o nelle difficoltà di convivenza tra partner per i quali risulta impossibile lasciarsi senza rancore e senza atti di violenza. Analizzando i numerosi episodi consumati in questi anni emerge con nettezza che soltanto in casi numericamente marginali i responsabili sono affetti da disturbi psichiatrici o il gesto omicida è il risultato di raptus e violenze estemporanee, mentre nella stragrande maggioranza le situazioni sono prevedibili e contraddistinte da dinamiche tipiche ed identificabiliche si ripetono secondo modalità chiaramente riconoscibili, definite dagli esperti con linguaggio tecnico ciclo della violenza. Il femminicidio è il punto terminale di un percorso che nasce dalla violenza psicologica posta in essere da parte di maschi narcisi, i quali scambiano l’amore con il possesso, affonda le sue radici in relazioni tossiche che iniziano apparentemente come amore e ben presto si rivelano per quello che sono. Le dinamiche relazionali si dipanano sistematicamente secondo un circolo vizioso: periodi contrassegnati da episodi di violenza si alternano alla cosiddetta luna di miele, un intervallo apparentemente felice in cui l’uomo, dopo il gesto violento, porta fiori e cioccolatini, promette di non farlo più e il rapporto sembra riprendere serenamente, come se nulla fosse accaduto. In questa fase la donna spesso sminuisce la gravità della violenza subita e giustifica l’aggressore, persuadendosi che sia intervenuto un cambiamento profondo. In realtà si tratta di un’illusione. Basta poco, dei motivi futili e riprendono tensioni, insulti, botte, si reinnesca la spirale della violenza. Con il trascorrere del tempo i maltrattamenti tendono a divenire sempre più frequenti e gravi, l’uomo dalle parole con cui ne lede l’autostima passa agli atti di violenza fisica ed arriva fino all’omicidio, se la donna osa rompere unilateralmente la relazione, rivendica di essere pari a lui, di essere libera quanto luilo sopravanza negli studi, ha un lavoro fuori casa e una propria indipendenza economica. In particolare i soldi rappresentano una violenza subdola, uno strumento per umiliare la donna, per tenerla in una condizione di assoluta dipendenza, per negarle qualsiasi autonomia. L’uomo si oppone alla possibilità che possa trovare un lavoro e al contempo le lesina le risorse indispensabili per vivere in maniera dignitosa.
 
La violenza ha in genere radici antiche. Gli uomini violenti l’hanno quasi sempre imparata nelle famiglie d’origine, nelle quali si sono trovati ad essere spettatori di un clima relazionale avvelenato. Pertanto considerano il disprezzo, il dolore e le sofferenze inflitte alle donne una normalità, al punto di aver strutturato gravi disturbi della personalità che li inducono ad agire a loro volta secondo quelle identiche dinamiche. Questo accade però anche a tante donne, le quali considerano il subire vessazioni e umiliazioni la normalità e accettano supinamente di stare e sopportare uomini violenti, perpetuando nella loro vite modelli già sperimentati e familiari.
 
È indispensabile abbattere queste dinamiche perverse, rompere il segreto e il silenzio che circonda quasi sempre simili situazioni, aiutare le donne a trovare il coraggio di parlarne in famiglia, con le amiche, con i colleghi di lavoro, con gli specialisti del pronto soccorso e dei centri antiviolenza, intervenire in maniera decisa ed efficace per costruire un’alternativa e creare una rete di aiuto, per tutelarle e scongiurare che possa accadere l’irreparabile. La paura e l’isolamento sono i principali alleati del mantenimento e della perpetuazione della violenza e di tutte le forme di maltrattamenti, da quelle visibili a quelle subdole e striscianti.
 
Tuttavia per affrontare seriamente il problema della violenza sulle donne è necessario intervenire sugli uomini, sulla loro cultura, sul loro modo di agire e di vedere se stessi e le relazioni. Quando le donne subiscono violenza, il problema non è loro, lo diventa poiché nasce da chi usa la violenza, cioè dagli uomini. Dietro quanti maltrattano le donne c’è il mondo degli uomini inerti, c’è un tema culturale, di ruoli, dell’agito delle donne nei confronti degli uomini, c’è una difficoltà collettiva ad ammettere la responsabilità maschile sulla violenza, a capirne l’inizio e la natura.
 
Sul punto illuminanti sono le parole di Giuliano Amato, Presidente Emerito della Corte Costituzionale: “Il problema non è la donna, ma l’uomo. Il dramma di oggi è il suo gigantesco disadattamento. La storia dell’umanità è segnata dal maschio che vuole dominare, nonostante la sua dipendenza dalla donna. Oggi, invece, si trova di fronte all’emancipazione femminile, quindi, al fatto che la donna non sia più un animale mansueto, a disposizione, anche sessualmente, del maschio, ma un pari. Il modello di macho, gli è di conforto, gli restituisce apparente sicurezza”.
 
Anche se la condanna della violenza è formalmente condivisa, tanti uomini non sono in grado di avere un giudizio critico e riflessivo sulle impostazioni culturali che stanno alla base delle relazioni e dei cambiamenti intervenuti in questi anni, che hanno costretto a ripensare il ruolo della donna all’interno delle famiglie e della società, effetto della sua emancipazione ed affermazione in tutti gli ambiti sociali.
 
È su questo terreno che si consuma la sfida decisiva per un cambiamento radicale di prospettiva e un salto qualitativo nel campo delle relazioni di genere.
Pubblicato in Riflessioni

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