L’osceno balletto da novelli giullari sulle note dell’anacronistico motivetto “Chi non salta comunista è”, che ha visto protagonista Giorgia Meloni e alcuni esponenti delle tre destre al governo, è la rappresentazione plastica del degrado della politica italiana, ormai ridotta a rumorosa scena d’avanspettacolo e ad un teatrino da guitti.
Evocare la compostezza dei vecchi leader politici è superfluo di fronte ad un quadro simile, se non fosse che la farsa di cui si sono resi protagonisti coinvolge le istituzioni, pertanto smette di essere divertente e diventa desolante.
Il saltellare ritmato finisce per sostituire la dialettica democratica con la coreografia da stadio e la dignità e la decenza, il decoro e il rispetto delle istituzioni vengono sepolti da lazzi, smorfie, sberleffi e canzoncine.
Un Paese importante come l’Italia meriterebbe una classe dirigente di ben altra caratura e credibilità. Quell’esibizione ridicola è però non soltanto una messa in scena che ha i caratteri dell’assurda pagliacciata, ma è anche una plateale dimostrazione di arroganza, è l’esibizione di un potere che si permette di deridere tutto e tutti.
Antonio Tajani, vicepremier e Ministro degli Esteri, nel suo vestito grigio da impiegato che saltella con la grazia del Ragionier Filini, Giorgia Meloni che ride sguaiata e salta, indicandolo con il dito e il resto dell’allegro corpo di ballo che sul palco di Napoli non poteva non seguire, con passo ruffiano, il gesto della Presidente del Consiglio, hanno dimostrato di non possedere il senso della misura e del decoro. Soprattutto Giorgia Meloni, in ragione del ruolo ricoperto, avrebbe dovuto avere consapevolezza di dover rappresentare le sensibilità di tutti i cittadini e, anche in campagna elettorale, per quanto dura ed aggressiva, le sue parole e i suoi gesti non dovrebbero mai degenerare nello sberleffo.
Invero si è trattato di un teatrino a cui le destre sovraniste di ogni latitudine dell’orbe terraqueo ci hanno abituati, a cominciare dallo sceriffo di Washington, considerato il grande ispiratore e il fulgido esempio da seguire non solo politicamente ma anche per la gestualità e il lessico. Tuttavia va detto che anche per imitare serve mestiere, carisma e talento e l’emulazione è sempre una pessima scelta perché contribuisce a far sprofondare il livello già infimo dello spettacolo offerto.
Napoli, il Sud e l’Italia intera non hanno bisogno di mediocri compagnie di cabaret, ma di una politica che sappia coniugare responsabilità e impegno.
Comunque guardando i rappresentanti delle nostre istituzioni che piroettavano allegri, delle domande sorgono spontanee.
Di grazia contro cosa saltavano?
Saltavano contro una storia, incarnata da milioni di persone, che ha fatto dell’Italia un Paese più libero, più giusto, più istruito?
Saltavano contro Antonio Gramsci, il “cervello” che il fascismo, di cui tanti esponenti di questo governo si dichiarano eredi e ammiratori, voleva “impedire di funzionare” e perciò ha incarcerato e fatto morire in una squallida cella?
Saltavano contro chi ha scritto pagine fondamentali sulla politica che deve emancipare gli ultimi, mentre chi salta fatica a comporre un tweet in italiano coerente?
Saltavano contro le donne e gli uomini delle brigate partigiane, cattolici, socialisti, liberali, azionisti, ebrei, che in montagna hanno combattuto il nazifascismo pagando con la propria vita?
Saltavano contro la Resistenza plurale che ha permesso loro di fare i guitti in libertà?
Saltavano contro chi ha costruito la Repubblica, come Nilde Iotti, già Presidente della Camera, e Teresa Mattei, la più giovane eletta all’Assemblea Costituente e staffetta partigiana?
Saltavano contro chi ha difeso gli operai, insegnato a leggere ai contadini e si è battuto per conquistare quei diritti di cui tutti noi oggi godiamo?
Saltavano contro uno dei pilastri su cui si fonda la democrazia italiana?
Evidentemente bisogna spiegare a chi non conosce la storia che il comunismo italiano è stata ben altra cosa rispetto al comunismo sovietico e precisamente un laboratorio di pensiero sociale, un presidio democratico e un’esperienza che merita ben altra serietà critica.
Saltavano conto la memoria di Pio La Torre e Peppino Impastato, trucidati dalla mafia?
Saltavano contro Enrico Berlinguer, un uomo e un politico di una statura morale non paragonabile a quella dei nani che calcano l’attuale scena politica, senza un’ombra nella vita pubblica o privata?
Che saltino pure. Quando si saranno stancati e sarà passata loro l’euforia da comizianti, c’è da sperare che si fermino a considerare che se fosse stato per i loro mentori invece che ballare al ritmo di “Chi non salta comunista è”, oggi avrebbero dovuto marciare in camicia nera cantando “Faccetta nera”, magari in tedesco e inneggiare ad Adolf Hitler.
È bene precisare che queste amare considerazioni appartengono ad una persona di un’altra formazione, ad un cattolico democratico e antifascista, convinto però che occorre avere la dignità e il senso della storia per non confondere la politica con il teatrino, la memoria con il qualunquismo, il rispetto del pluralismo delle idee con l’arroganza e la prepotenza, il servizio alla comunità con il potere.
