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Lo sciacallaggio mediatico della destra

Feb 28, 2026 Scritto da 

 

Il governo dei mediocri e la maggioranza che lo sostiene quotidianamente danno prova del peggio che rappresentano. L'unica attività in cui eccellono è la propaganda, un becero miscuglio di odio sociale e squallida manipolazione della realtà, per alterare la percezione di quanto accade e indirizzare le scelte delle persone in loro favore. Sono interessati unicamente all’accaparramento dei consensi, facendo leva sulle emozioni più irrazionali e viscerali, anziché sulla logica e sul pensiero critico.
 
Il dato preoccupante è che la destra al governo rivela sempre più la propria allergia verso i principi liberaldemocratici, dimostrando così di non aver fatto i conti fino in fondo con il proprio passato, di aver accettato formalmente ma non sostanzialmente la Costituzione della Repubblica e i valori che la ispirano, di considerare un fastidio il sistema di pesi e contrappesi istituzionali, di non aver abbandonato le pulsioni autoritarie e la visione restrittiva dei diritti e delle libertà e soprattutto di essere animata da un sentimento di rivalsa e dall'idea che l'esercizio del potere (non l’azione di governo) debba avvenire non entro un quadro di regole definite per impedire gli abusi, ma che il voto popolare rappresenta una sorta di legittimazione ad avere le mani libere. Il rispetto rigoroso della legge vale solo per i comuni cittadini, non per i potenti.
 
La necessità di giustificare l’incapacità di dare risposte efficaci ai problemi del nostro Paese e la conseguente pochezza dei risultati ottenuti in questi quasi quattro anni, spinge costantemente la Presidente del Consiglio, i suoi ministri e l'intera maggioranza ad evitare accuratamente il confronto politico sui fatti concreti e a nascondere le proprie responsabilità dietro vere e proprie cortine fumogene propagandistiche, alzando i toni dello scontro e puntando in modo sistematico il dito verso sempre nuovi capri espiatori, verso quanti ne impedirebbero o quantomeno ne intralcerebbero l’azione, dagli stranieri alla magistratura.
 
Si tratta di lamentazioni stucchevoli che si accompagnano alla strumentalizzazione sistematica dei fatti di cronaca, che vengono cavalcati per avvalorare una narrazione funzionale a polarizzare l'opinione pubblica, a mettere gli uni contro gli altri persone e gruppi sociali, pezzi delle istituzioni e rappresentanze politiche, con il solo scopo di alimentare le paure, di accentuare la conflittualità esistente all’interno delle nostre comunità, anziché affrontarla e darle una possibile soluzione, e di giustificare risposte securitarie, reazionarie e restrittive degli spazi democratici.
 
In queste ultime settimane e in vista del referendum costituzionale, con il quale saremo chiamati ad esprimerci sulla “sedicente riforma della giustizia”, che in realtà non è altro che uno scassinamento dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica, l'attacco agli istituti di garanzia democratica e ai magistrati si è fatto incessante e sempre più feroce. In particolare questi ultimi vengono additati all’opinione pubblica come i nemici mortali delle destre al comando e i veri responsabili del clima di insicurezza in cui versa il Paese, in quanto politicizzati e indulgenti, se non addirittura accondiscendenti, verso i criminali.
 
Lo sciacallaggio mediatico ha raggiunto livelli insopportabili di indecenza, come accaduto appena qualche giorno fa in occasione dell’assassinio del giovane “pusher” marocchino nel boschetto di Rogoredo, alla periferia di Milano. Per giorni abbiamo assistito ad una narrazione mediatica falsificata ad arte, finalizzata ad assolvere il poliziotto che ha sparato e a legittimare la proposta di scudo penale avanzata dal governo per impedire possibili indagini a carico di esponenti delle forze dell’ordine.
 
E così mentre la Procura lavorava su perizie balistiche, analisi forensi e testimonianze, una parte consistente della stampa di regime aveva già scelto la sua verità, come la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepresidente Matteo Salvini e il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, i quali con dichiarazioni sconsiderate e scellerate esaltavano il poliziotto, biasimavano il magistrato per aver osato aprire una indagine per omicidio volontario a carico dell’eroico agente e bollavano ogni dubbio sulla correttezza di quest’ultimo come un attacco alle forze dell’ordine.
 
La morte di Abdherrahim Mansouri, certamente non uno stinco di santo ma neppure meritevole di una vera e propria esecuzione capitale a freddo, assume un significato ancora più grave perché la gestione opaca della scena del delitto, il ritardo nei soccorsi, le versioni contraddittorie vanno di pari passo con un clima interno in cui il testimone può essere “brutalizzato” e l’avversario politico evocato come nemico da appendere. Il problema non è più solo giudiziario, ma di tenuta democratica. Lo scudo penale, all’interno di questo contesto, non è una tutela tecnica, ma un forte segnale politico: la priorità è proteggere gli apparati anche quando sbagliano, l’uso della forza merita comprensione preventiva e l’indagine non è una garanzia ma un fastidio.
 
Sarebbe fin troppo comodo non riconoscere che le posizioni assunte e le dichiarazioni rese dai più importanti esponenti del governo e della maggioranza non sono state semplicemente un errore, ma una scelta funzionale a un progetto politico preciso, in cui giocano un ruolo fondamentale la giustificazione dell’uso della forza e l’avvallo di una narrazione mediatica e dimostrano quanto sia delicato e fragile l’equilibrio tra controllo democratico e impunità.
 
Purtroppo Rogoredo non è un episodio isolato e tantomeno una “storia sfortunata” in una periferia difficile, ma costituisce un tassello di un quadro più ampio in cui la posta in gioco è il rispetto rigoroso della legge, il modo in cui viene esercitato il potere armato e il clima che lo circonda e al contempo un indicatore culturale su come viene percepito il dissenso, su come viene guardata una parte della popolazione, su quale idea di ordine e di nemico circoli dentro pezzi degli apparati dello Stato.
 
Pubblicato in Riflessioni

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