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Tempi difficili e politici mediocri

Mag 17, 2020 Scritto da 

 

 

 

 

 

 

Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere” (Alain Deneault)

L’esperienza imprevista del coronavirus ci consegna ad un futuro economicamente e socialmente incerto, ma ci offre anche l’opportunità di ripensarci a fondo, di rivedere certo nostro individualismo esasperato, l’illusorio differenziarci che ci ha precipitati nel conformismo, ci sfida a riconsiderare il come e il perché delle nostre comunità, a farci carico dell’esigenza di una loro rigenerazione profonda negli obiettivi e nei progetti, rimettendo al centro il bene comune inteso non come mera sommatoria di egoismi personali e di gruppo, ma come idea complessiva di progresso che non escluda o lasci indietro nessuno.

È finita un’epoca e nulla sarà come in passato, si sente ripetere da più parti, anche da alcuni attori della politica nostrana, con insistenza riflessiva e mesta, con nostalgica e rassegnata gravità e insieme con malcelata e fiduciosa aspettativa che si tratti di una prospettiva scansabile e, se proprio necessaria, almeno solo di facciata: tutto cambi ma in apparenza e tutto resti uguale nel perpetuarsi del comodo presente. Altri invece ricorrono al silenzio esorcizzante, indifferenti all’argomento perseverano nei loro comportamenti in tutto identici al passato recente, fingono di non vedere speranzosi di riprendere il discorso giusto nel punto in cui, qualche settimana fa, si è interrotto, di ricominciare come prima, di tornare a lucrare consensi a buon mercato, consolidare carriere e garantirsi rendite di posizione senza affanni e la necessità di reinventarsi un domani, magari fuori dalle stanze del potere.

Riaprire e ripartire, parole condivisibili e di buon senso, palesano però in molti una superficialità preoccupante, un velleitarismo pericoloso e incurante delle proporzioni della sfida sanitaria ed economica da affrontare, degli indispensabili e innovativi strumenti di cui dotarsi per riorganizzare lavoro e relazioni, una inadeguatezza ad analizzare la realtà e a pensare progettualità che prevedano un mutamento radicale di stili di vita e di comportamento e non siano solo un vezzeggiare gli egoismi personali e il rivendicazionismo corporativo. Dopo anni di martellante ideologia individualista, per cui la società non esiste, esistono solo gli individui, secondo la visione di Margaret Thatcher divenuta senso comune globale, nella convinzione di poter essere felicemente liberi perché senza regole se non quelle del mercato competitivo e auto-regolantesi, dove il noi non conta, o conta molto meno, o conta un noi liquido, come direbbe Bauman, puntiforme o usa e getta, lo sforzo più importante è ricostruire una visione di società e socialità, di polis fondata su regole etico-morali e civiche condivise e rispettate, che promuovano l’uomo, la sua dignità e la solidarietà e siano finalizzate a realizzare una convivenza tra uguali nelle opportunità, un vivere con e non una semplice giustapposizione di individui, dove il legittimo interesse di ognuno si contemperi e concili con l’interesse di tutti, le persone non siano un frammento efficiente del sistema produttivo pena l’espulsione e l’eliminazione, ma un valore in sé da tutelare attraverso una effettiva giustizia sociale, economica ed ambientale.

L’esaltazione del lavoro di medici e infermieri, le manifestazioni di solidarietà e vicinanza, il ripeterci continuamente ce la faremo non bastano se non ci sforzeremo di vivere diversamente, provando a immaginare, progettare e realizzare una società migliore. Ciò necessita un salto qualitativo della rappresentanza politica a tutti i livelli, un ricambio di persone. Governare i tempi inediti che abbiamo davanti richiede rigore morale, spessore culturale e credibilità. Abbondiamo di politici, ma di statisti in giro se ne vedono assai pochi e siffatto limite è drammatico. L’affermazione di Alain Deneault si attaglia appieno al nostro Paese. La mediocrità ha preso il sopravvento, figlia di una rivoluzione suggestionante, facente leva su buon senso e luoghi comuni, anestetizzante le coscienze critiche. Si è scagliata contro il professionismo politico, la casta e i privilegi, ma la sua carica innovativa è stata solo apparente, pura retorica volta a sviare l’attenzione, a stabilizzare, a non disturbare o contestare l’ordine economico e sociale, a massificare idee e comportamenti, a fornire opportunità di realizzazione a scappati di casa senza prospettive. La mediocrità è divenuta un modello cui conformarsi, caratterizzato da un linguaggio definito del popolo e in realtà solo maleducato, dalla cancellazione delle differenze tra destra e sinistra con conseguente affermazione di un’idea esclusiva del mondo con annessa intolleranza verso chi la contesta. Beninteso mediocrità non significa incompetenza. Il mediocre è un mediamente competente, a metà tra gli incompetenti, inutili perché inefficienti e non funzionali, e i supercompetenti, troppo incontrollabili e ingestibili per essere accettati, il cui spirito critico deve essere ristretto e limitato entro confini definiti e prevedibili: sta al gioco e gioca senza contestare le regole, piegandosi ossequioso ad esse e a quanti nel piccolo e nel grande esercitano un minimo di potere onde garantirsi il posizionamento sullo scacchiere sociale, accettando i compromessi favorevoli a raggiungere obiettivi immediati e così dimostrare di essere affidabile.

A nessuno sfugge che, per quanto impietoso, questo è la stato della politica italiana che guarda ai consensi e non ai cittadini, dal livello locale fin nei piani più alti, fatte salve le eccezioni. Possiamo cogliere l’occasione per dare un colpo d’ala, per riappropriarci del nostro destino e interrompere il circolo vizioso che porta a ricoprire ruoli e funzioni non i migliori ma chi garantisce il gruppo che li nomina ed è disponibile a mantenere attivo tale meccanismo autoriproducentesi. Diversamente stiamo pur certi che non andrà per nulla tutto bene e difficilmente ci risolleveremo. Non lasciamoci ancora ammaliare dai pifferai magici, dai narcisi del potere, dai cantori dell’impossibile e ladri del futuro. I tempi sono difficili e proprio per questo dobbiamo dimostrarci coraggiosi.

Pubblicato in Riflessioni
Ultima modifica il Domenica, 17 Maggio 2020 06:24 Letto 1056 volte

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