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Lunedì, 25 Febbraio 2019 08:11

Antichi contratti verbali di Sezze

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Se ne è quasi perduta la memoria, ne avevo sentito parlare tanti anni fa da alcuni anziani. Mi hanno sempre incuriosito i racconti degli anziani, che sono i veri custodi dei ricordi, delle tradizioni, degli usi e dei costumi. Si tratta di due contratti verbali, chiamati in dialetto setino Metastàzzio e Patrattàuo. Sappiamo che fino a tutto l’800, ma anche per parte del 900, il grado di alfabetizzazione della popolazione era molto modesto. Questa condizione limitava la forma scritta di alcuni contratti agrari a vantaggio di quelli verbali, che venivano ufficializzati con una stretta di mano e alla presenza di uno o più testimoni. Con il termine dialettale metastàzzio si intendeva un contratto verbale tra le parti, con pattuizione del prezzo e delle condizioni; si concludeva in piazza o altrove, alla presenza di due o più testimoni. Oggetto del contratto poteva essere l’affitto di un terreno, una sòcceta (soccida, ovvero la fida del bestiame ad altri per il pascolo), una compravendita di alcuni capi di bestiame o di una partita di fieno oppure la commissione di determinati lavori agricoli con i buoi, ecc. Mi è stato raccontato un modo di dire dialettale, che si era soliti inviare all’indirizzo di un crocchio di persone che si attardava in piazza discutendo:   Ueeh, ma che state a fà i metastazzio?? Più singolare, oltre che curioso era invece i patrattàuo o patrattàvo (quasi certamente dal latino pater octavus). Forse non era un contratto vero e proprio, ma un modo per rammentare il puntuale pagamento dei canoni dovuti per il godimento dei beni ecclesiastici. I contadini venivano invitati nelle parrocchie a partecipare alla messa e durante i canti (uno di questi forse chiamato Pater Octavus) dovevano rispondere al sacerdote cantando, ad esempio, così: I tengo nà cèsa di S.Angelo alla Giariccia e ci tencheta dà quattro scodelle di grano agli annoooo!!!. Non è certo se si rispondesse anche Amen. I canoni dei contratti agrari, infatti venivano pagati quasi sempre in natura, ovvero con una parte del raccolto, e “una scodella” corrispondeva a circa Kg 2,5 di grano. La scodella era un recipiente in legno levigato di forma ovale e della capacità appunto di Kg 2,5 di grano, mentre la “cesa, era un appezzamento di terreno di modesta entità, concesso ai contadini dalle parrocchie o dalle confraternite, dietro corrispettivo di un canone o livello (dal latino libellus, libretto sul quale si registrava). Le cèse derivano il loro nome dal latino caesus, a, um, participio passato di caedo, coedere “tagliare” (alberi). Erano cioè dei terreni disboscati per la messa a coltura di  piante erbacee (grano, granturco, orti, ecc)

Letto 599 volte Ultima modifica il Martedì, 26 Febbraio 2019 13:38
Vittorio Del Duca

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