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Venerdì, 30 Ottobre 2020 10:08

La vita di San Carlo da Sezze (prima puntata)

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Il presente lavoro di ricerca di Carlo Luigi ABBENDA è un rifacimento letterario di un opuscolo pubblicato da padre Raimondo SBARDELLA o.f.m. (di San Francesco a Ripa di Roma)  in occasione del 350° anniversario della stigmatizzazione di S. Carlo da Sezze,  dell’ordine dei Frati Minori Francescani, ( prodigio avvenuto a Roma nell’ottobre 1648 dentro la Chiesa di S. Giuseppe a Capo le Case).

 

 

 

 

 ( LA VITA DI SAN CARLO )

San Carlo nella sua autobiografia ( intitolata “Le Grandezze della Misericordia di Dio”) racconta le proprie origini nel modo seguente:

 «Nacqui or dunque, per quello che si ricava nella fede di battesimo, ai ventidue di ottobre 1613, in giorno di martedì, e ai ventisette del medesimo mese, in giorno di domenica, fui battezzato, e mi posero nome Giovan Car­lo» (Opere complete, I, 265; in seguito sarà indicato solo il volume e la pagi­na). Ancora: «Chiamavasi mio padre Ruggero Marchionne e mia madre An­tonia Maccione, ambedue nativi dalle antiche famiglie di Sezze, città della reverenda Camera Apostolica» (I, 260).

 (Comunque chi volesse approfondire la questione sulla precisa data di na­scita del Santo e sul suo cognome, può vedere: I, 41 ss).

I suoi genitori e la nonna materna, Valenza Pilorci,  furono i suoi primi veri educatori, esemplari, assidui e generosi di consigli e di disciplina cristiana. I principi basilari, che fra Carlo, facendo eco alle parole del padre, dice fon­dati nella legge di natura, scaturivano dalla parola di Dio: «Non fare agli al­tri quello che non vuoi che sia fatto a te; fai agli altri quello che vuoi che sia fatto a te» (I, 261). Nonostante questi buoni presupposti e le doti positive che l'arricchivano, germogliò in lui l'istinto della prepotenza e della sopraf­fazione, tanto che lo chiamavano il gallo di casa (I, 269). L'inizio degli studi scolastici, favoriti dalla intelligenza pronta e dalla vivacità incontenibile, fu­rono ostacolati dalla deviazione di letture non pertinenti, fino a giungere ad una ribellione clamorosa, con conseguente «frustatura» (I, 68ss).

Di fronte a tali risultati catastrofici, Gian Carlo si ridusse al lavoro dei campi e a pascolare i buoi, da lui stesso richiesti al padre.

In questa attività si ritemprò nella salute e si radicò nella vocazione re­ligiosa con maggiore precisione nella scelta dello stato di fratello laico tra i Frati Minori, dimoranti nel locale convento di 5. Maria delle Grazie. Questa sua decisione incontrò svariate e forti opposizioni, particolarmente nello zio materno, don Francesco Maccione, il quale voleva che diventasse prete, e per convincerlo gli promise il suo canonicato; in seguito accondiscese che si facesse frate, ma sacerdote.

Non ci furono ragioni che potessero prevalere sulla sua volontà. Jl 10 maggio 1635 salutò i suoi e si recò a Roma, 5. Francesco a Ripa Grande, per essere ricevuto all'Ordine e il 18 maggio successivo vestì l'abito religioso nel convento-noviziato di 5. Francesco in Nazzano e fu chiamato fra Cosimo. A un anno esatto emise la professione religiosa e per richiesta della madre gli fu di nuovo cambiato il nome in fra Carlo, e cominciò il suo pellegrinaggio nei vari conventi laziali.

Il primo fu 5. Maria Seconda di Morlupo, non molto distante da Nazza­no: cominciò ad impratichirsi nei lavori imparati nel noviziato: orto e cuci­na. Nell'ottobre del 1637 fu destinato al convento di 5. Maria delle Grazie di Ponticelli Sabino. Nel novembre del 1638, mentre si trasferiva da Ponti­celli al convento di 5. Francesco in Palestrina, ricevette la notizia della mor­te della madre, già presentita nel suo intimo; il padre era morto nell'agosto del 1636. A Palestrina cominciò a sperimentare le prime estasi propriamente dette e iniziò a fare il questuante.

Nel marzo del 1640 fu mandato nel convento di 5. Giovanni Battista del Piglio, ma nell'aprile seguente fu destinato a fare il sacrestano a Carpineto Romano, dove rimase fino al marzo del 1646. Quivi fu sottoposto ad una in­comprensibile persecuzione da parte di un confratello e ad una furibonda tentazione di lussuria; fu sollecitato a scrivere sulla passione di Cristo, e nel 1645, durante la peste che sconvolse il paese, fu il benefattore e il conforta­tore degli ammalati, esponendosi al rischio del contagio (Il, 75ss).

Scrive il Santo: «Dopo aver sopportato, in questo convento di Carpine­to, tante si spaventose e terribili tentazioni del demonio, del senso e degli uomini, si fece il nuovo Capitolo provinciale, e fu eletto per Ministro della Provincia il padre Giuseppe da Roma, della famiglia Rivaldi, che fu nel 1646 nel mese di marzo, nel tempo di Papa Innocenzo X» (Il, 93). Tale introdu­zione si richiedeva perché in questa occasione fra Carlo fu trasferito a Ro­ma, nel convento di 5. Pietro in Montorio, sul Gianicolo, dove resterà per il resto della sua vita, salvo due brevi soste nel convento di 5. Francesco a Ri­pa nel 1650 e nel 1652.Nel 1647 viene assalito da una prepotente tentazione di vendetta contro gli uccisori dello zio don Francesco: «Il sangue non può diventare acqua», scrive egli. Fra Carlo vincerà la tentazione portando il perdono personal­mente ai parenti degli assassini (Il, lO4ss). Nel 1648, a seguito di una puni­zione accettata con eroica rassegnazione, fu arricchito dalla trasverberazione del cuore nella chiesa di 5. Giuseppe a Capo le Case in Roma (Il, 136ss). Si snoda quindi un'altalena di comandi e di proibizioni di scrivere; diventa di­rettore spirituale di svariate persone, di monasteri, di prelati. Nel 1653 ter­mina di scrivere il Trattato delle tre vie, nel 1657 il Cammino interno e nel 1660 i Settenari sacri; nel 1661 comincia Le grandezze delle misericordie di Dio, che termina nell'agosto del 1665. Intanto nel 1662 viene mandato a Napoli, monastero 5. Chiara, per direzione spirituale e nel 1666 accompa­gna il cardinale Cesare Facchinetti ad Assisi, Loreto, La Verna, Firenze. Al­tro viaggio nel 1669 a Spoleto, sempre dal card. Facchinetti, finché il 6 gen­naio 1670 rende l'anima a Dio (Il, 515ss).

Dopo la morte inizia la raccolta di testimonianze sulla santità di fra Carlo da parte di P. Angelo Bianchineri da Naro, già suo confessore saltua­rio e consigliere assiduo, di Nicola Grappelli ed altri. Nel 1694 La Congre­gazione dei Riti decretò di aprire il processo sulla fama di santità, virtù e mi­racoli; iniziò così una trafila che si dimostrò, per varie cause, piuttosto labo­riosa: Clemente XIV dichiarò l’eroicità delle sue virtù il 14.06.1772, la congregazione generale per procedere alla beatifica­zione ebbe luogo nel 1875 e solo nel 1882 fu proclamato beato da Leone XIII (con breve del 1°.10.1881). Anche per la canonizzazione si ebbe un contrattempo: era stata pro­gramma per l'ottobre 1958, ma il 9 di quel mese morì Pio XII e così la glo­rificazione fu aggiornata per il 12 aprile 1959, e fu operata da Giovanni XXIII (II, 518ss). Il corpo riposa in 5. Francesco a Ripa. La festa liturgica, per l’ordine francescano, si celebra il 7 gennaio.

Fra Carlo fu impiegato in molte umili occupazioni, proprie del suo stato ( fece cioè il cuoco, l’ortolano, il portinaio, il que­stuante e il sagrestano ). In tali uffici fra Carlo si distinse per l'umiltà, l'ubbidienza, la pietà serafica e l'a­more verso il prossimo, riuscendo ad unire alla più intensa vita interiore e contemplativa una instancabile attività caritativa e apostolica che lo condusse a Urbi­no, a Napoli, a Spoleto e in altre città.

Laici, sacerdoti, religiosi, vescovi, cardinali e pontefici si giovarono dell'opera di fra Carlo, che aveva avuto da Dio doni straordinari, tra i quali, in particolare, quelli del con­siglio e della scienza infusa (riconosciuto, questo prorsus mirabile dal breve stesso della beatificazione. Il nostro santo predisse il supremo pontificato ai cardinali Fabio Chigi (Alessandro VII), Giulio Rospigliosi (Clemente IX), Emilio Altieri (Clemente X) e Gianfrancesco Al­bani (Clemente XI).

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Carlo Luigi Abbenda

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