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Il carciofo di Sezze non è solo un prodotto tipico. È un ricordo. È l’odore della terra umida all’alba, le mani annerite di mio nonno Umberto, i racconti di mia nonna mentre legava con lo spago i fasci ordinati pronti per il mercato. Nella mia famiglia il carciofo non è mai stato soltanto un ortaggio: è stato lavoro, sacrificio e dignità. Sebbene il carciofo fosse coltivato fin dai primi anni dell’Ottocento, il suo vero boom a Sezze è legato alla bonifica dell’Agro Pontino e alla nascita, nel dopoguerra, del mercato del carciofo a Sezze Scalo. Fu in quel periodo che il carciofo divenne davvero l’“oro verde” del territorio: non solo una coltura agricola, ma un motore economico capace di garantire sostentamento e riscatto sociale a centinaia di famiglie contadine.
A Sezze il carciofo era parte dell’identità collettiva. Qui si coltivava storicamente il carciofo romanesco, varietà che trovava nell’Agro Pontino un terreno fertile e un clima ideale.
Negli anni passati la coltivazione occupava centinaia di ettari. Intere famiglie vivevano di questo prodotto. Le giornate iniziavano presto, spesso prima che il sole sorgesse, e finivano quando ormai era buio. Ricordo mia nonna seduta su una cassetta di legno, che preparava i fasci con una precisione quasi rituale. Li sistemava uno accanto all’altro, pronti per essere caricati e portati al mercato di Albano. Non c’erano macchinari sofisticati, solo esperienza, fatica e orgoglio. Mi raccontava sempre che grazie alla vendita dei carciofi erano riusciti a far sposare mia madre. Quelle cassette vendute una a una, quei sacrifici fatti stagione dopo stagione, avevano costruito il futuro della famiglia. Il carciofo non era solo reddito: era riscatto.
Dal 1970 Sezze celebra il suo prodotto simbolo con la Sagra del Carciofo di Sezze, una festa che ogni primavera anima il centro storico con profumi, stand gastronomici e tradizioni popolari.
La sagrain passato non era solo una festa culinaria, ma rappresentava la celebrazione dell’“oro verde” di Sezze, un tempo simbolo di lotta sociale e riscatto economico per i contadini locali.
Nelle prime edizioni erano proprio le cooperative e gli agricoltori a fare la sagra, sostenuti dal Comune di Sezze. Era una festa nata dal basso, organizzata da chi il carciofo lo coltivava davvero. I protagonisti erano i contadini, le loro famiglie, le loro storie.
Con il passare degli anni, però, l’animazione e la parte folcloristica della manifestazione hanno preso via via il sopravvento. Oggi sono soprattutto le associazioni, con la regia del Comune, a riempire le vie e le piazze del paese con spettacoli, musica ed eventi collaterali.
La sagra è cresciuta, si è strutturata, è diventata più grande e più attrattiva dal punto di vista turistico. Ma qualcuno si chiede se, insieme alla crescita, non si sia un po’ affievolito il legame diretto con il mondo agricolo che l’aveva generata.
La sagra non è soltanto un evento culinario. È — o dovrebbe essere — il momento in cui il paese si riconosce nella propria storia contadina. Per molti è un appuntamento annuale. Per altri è memoria viva.
Eppure, oggi quella tradizione è in difficoltà.
Le superfici coltivate si sono drasticamente ridotte rispetto al passato. Dove una volta c’erano distese verdi di carciofi, oggi spesso ci sono terreni abbandonati o colture diverse.
Le cause sono molteplici: i prezzi troppo bassi e concorrenza esterna. Il mercato è cambiato. Carciofi provenienti da altre regioni o dall’estero arrivano a costi inferiori. Per il piccolo produttore locale diventa difficile competere. I costi di produzione elevati. Coltivare carciofi richiede manodopera, cura costante e investimenti. Se il prezzo di vendita non copre adeguatamente le spese, molti agricoltori scelgono di smettere. Meno giovani nei campi. Le nuove generazioni, comprensibilmente, cercano lavori meno faticosi e più stabili. La vita agricola non offre più le certezze economiche di un tempo. Mancanza di una filiera strutturata. La sagra valorizza il prodotto per alcuni giorni l’anno, ma spesso manca un sistema di tutela e promozione continuativa che garantisca riconoscibilità e prezzi equi durante tutto l’anno. Il carciofo non può vivere soltanto nei due giorni della Sagra del Carciofo di Sezze. Se è davvero l’“oro verde” di Sezze, allora merita attenzione, programmazione e sostegno per tutto l’anno. L’amministrazione non dovrebbe ricordarsi di questo prodotto simbolo solo quando le piazze si riempiono di stand e visitatori, ma costruire una strategia continua fatta di tutela, promozione nei mercati, supporto concreto ai produttori e valorizzazione della filiera locale. Una tradizione agricola non si difende con un evento, ma con una visione.
Cosa ne sarà di questa tradizione?
Il carciofo di Sezze non è soltanto un’eccellenza gastronomica. È storia sociale, è economia familiare, è identità. È ciò che ha permesso a tante famiglie di costruire un futuro. Salvaguardare non solo la Sagra ma la produzione significa proteggere non solo un prodotto, ma una comunità e la sua memoria. Forse la risposta sta nella valorizzazione autentica del territorio, nel sostegno concreto ai produttori, nella trasparenza verso i consumatori e nella capacità di trasformare una festa in una vera strategia di sviluppo. Perché dietro ogni carciofo non c’è solo un sapore. C’è una storia. E in quella storia c’è l’anima di Sezze, la sua terra e la sua gente.

Pubblicato in Attualità