Dopo il NO al referendum: come cambia la sfida verso il 2027 per il campo largo
Il NO per la Meloni è un avviso di sfratto, segnale importante perché dimostra che c’è nel Paese una maggioranza contraria al governo.
A uscirne sicuramente fortificata è Elly Schlein nel PD, dato che diversi dirigenti dem avevano scelto il Sì non solo nel merito ma anche come tentativo di riequilibrare il rapporto tra riformismo liberale e sinistra all’interno del partito, mentre i dissidenti sono al bivio.
Così come al bivio, indipendentemente, è arrivato Carlo Calenda: l’opzione centrista appare sempre più schiacciata, come Matteo Renzi ha capito da tempo; paradossalmente la sopravvivenza è affidata a quanto vorrà concedere il centrodestra con la legge elettorale.
In ogni caso, “il campo largo” dovrà accelerare le scelte, proprio per non perdere la scia del voto referendario. Non solo sulla leadership, ma anche sul programma, che resta incompiuto soprattutto sui temi di politica estera, mentre sulla politica economica la squadra sembra esserci sul lodo Sanchez (anche se l’Italia non è la Spagna).
Dietro l’angolo c’è l’errore di presunzione di sentirsi rappresentanti del 54% del Paese, senza andare a indagare le restanti aree di spinto astensionismo – specie al Sud – e considerando già acquisito il voto di cittadini che hanno detto “NO” sulla giustizia dopo anni in cui non si sono recati alle urne.
Il loro segnale di disponibilità non è una delega in bianco; insomma, la campagna elettorale per il 2027 è iniziata.
L’opinione pubblica è sempre in bilico tra il riflusso e la protesta. Pertanto, la sfida per le forze politiche del centrosinistra è dare una prospettiva di speranza ai cittadini e ai giovani, partendo dai punti dolenti dell’Italia di oggi: dalla pace alla riduzione delle diseguaglianze sociali e di reddito (conseguenza di una politica economica immobile di fronte alla sempre più feroce diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza e all’ostinato impegno dei governi verso un modello di crescita basato sui bassi salari), dalla povertà alle morti sul lavoro, alla precarietà del lavoro, ai servizi inadeguati per scuola e sanità, dalla violenza contro le donne all’attacco ai diritti civili faticosamente conquistati, dal declino italiano al tentativo di rendere fragili i presìdi di democrazia e di dialogo, valorizzando in primo luogo la rete vitale e indispensabile del tessuto associativo, dei movimenti sociali, dei Comuni e delle autonomie locali.
Prevedendo anche un intervento serio sulla giustizia, con la riduzione delle carcerazioni preventive, dei processi interminabili e della condizione miserevole delle carceri, per nulla trattati dalla riforma del governo.
Irrobustire, allargare e arricchire la democrazia con nuovi contenuti: una democrazia in grado di slegare tutte le energie sociali, le potenzialità creative, la capacità di lavoro e d’impresa così caratteristiche della nostra Repubblica.
