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Il lavoro povero in Italia è in forte aumento, coinvolgendo circa 1 lavoratore su 8 (12% del totale) che, pur occupato, vive in famiglie con reddito insufficiente.
Il fenomeno, strutturale e in crescita, colpisce soprattutto giovani, donne e settori come i servizi, a causa dei salari bassi, dell’alta inflazione e della precarizzazione.
La povertà assoluta è triplicata dal 2008, con il 23,1% della popolazione a rischio di esclusione sociale.
Salari fermi o in calo, inflazione che ha eroso il potere d’acquisto del 10% in cinque anni e un’elevata instabilità lavorativa (contratti brevi o part-time involontari).
Molti lavoratori nei settori dei servizi, delle pulizie e della logistica, e persino in altri ambiti, sperimentano bassa retribuzione e discontinuità.
L’aumento del lavoro povero comporta una maggiore richiesta di aiuto (es. Caritas) e una riduzione della qualità della vita, rendendo spesso il lavoro non più una soluzione alla povertà.
Il fenomeno è alimentato da un mercato del lavoro che spesso propone posizioni sottopagate e precarie, non garantendo un’esistenza dignitosa.
Si è parlato di salario minimo come diritto universale: oggi più che mai è la risposta necessaria in un contesto globalizzato in cui il sindacato ha perso potere contrattuale e prosperano contratti irregolari e lavoro nero… ma non è sufficiente.
Servono anche misure di politica economica e fiscale, di natura legislativa e contrattuale, a livello nazionale e internazionale, che cambino la struttura economica del Paese e i meccanismi distributivi della ricchezza.
La trappola del lavoro povero: nonostante l’aumento degli occupati (+282 su base annua), la crescita riguarda in larga parte forme di impiego precarie, sottopagate o incapaci di garantire una vita dignitosa.
La disoccupazione giovanile è in calo, ma in che modo? Cresce l’inattività, aumentano gli scoraggiati: i numeri migliorano solo perché si riduce il numero di persone meno giovani che cercano lavoro; molti nemmeno si iscrivono più ai Centri per l’impiego.
Certo, avere meno disoccupati è meglio che averne di più.
Ma festeggiare questi dati come un successo senza guardare alla qualità del lavoro è un errore grave. L’Italia sta costruendo una nuova normalità fondata su bassi salari, precarietà strutturale e diseguaglianze crescenti.

Pubblicato in L'Approfondimento

 

 

Negli ultimi giorni, dopo il mio articolo sul bilancio comunale, sono arrivate alcune osservazioni che meritano attenzione.

C’è chi ha sostenuto che il bilancio sia, tutto sommato, in equilibrio sostenibile. C’è chi, invece, ritiene che sia ancora possibile tentare una strada diversa: attivare nuove procedure per finanziare i servizi alla collettività e “battere cassa” al Distretto, accusato di spendere poco e male.

Sono due posizioni legittime. Ma entrambe, a mio avviso, non colgono fino in fondo il punto. Perché il tema non è se il bilancio oggi stia in piedi. Il tema è se il sistema su cui quel bilancio si regge sia ancora sostenibile nel tempo.

La relazione del sindaco è molto chiara, anche più di quanto forse si voglia ammettere. Ci dice che il Comune ha lavorato negli anni per mettere in sicurezza i conti: accantonamenti aumentati, rischi riconosciuti, contenziosi coperti, rapporti con le partecipate riportati a trasparenza. Un lavoro serio, necessario.

Ma proprio questo lavoro ci consegna una verità scomoda: oggi il bilancio è più solido… ma anche più rigido. E quando un bilancio diventa rigido, significa che ha meno margini. Meno margini per investire. Meno margini per rispondere alle emergenze. Meno margini per il futuro.

Il nodo vero è strutturale.

Le entrate del Comune dipendono in larga parte da una base imponibile che non cresce. L’edilizia è ferma da decenni. Le imprese hanno scelto altri territori. Le risorse sono sempre le stesse. E mentre le entrate restano ferme, le spese aumentano.

Aumentano i costi delle materie prime. Aumentano i costi dell’energia. Aumentano i costi del personale. Ma soprattutto aumentano le fragilità sociali.

Qui sta il punto più delicato, e più vero.

Le spese per le case famiglia crescono in modo significativo. Le richieste di assistenza scolastica sono quadruplicate in pochi anni. Questi non sono numeri. Sono segnali. Segnali di una comunità che cambia. Segnali di un bisogno sociale che cresce. Segnali di un sistema che viene messo sotto pressione.

E di fronte a questi segnali, dire che il bilancio è “in equilibrio sostenibile” è, nella migliore delle ipotesi, una lettura parziale. Perché è un equilibrio che regge oggi, ma che rischia di non reggere domani.

Allo stesso modo, pensare di risolvere il problema semplicemente attivando nuove procedure o chiedendo di più al Distretto significa restare dentro lo stesso schema.

Si può e si deve migliorare la capacità di finanziamento dei servizi. Si può e si deve pretendere di più dal Distretto. Ma questo non cambia la natura del problema. Continuiamo a muoverci dentro lo stesso perimetro. E quel perimetro si sta restringendo.

Il sindaco, nella sua relazione, lo dice con una frase molto efficace: “peschiamo sempre nello stesso lago”. E se il livello dell’acqua scende, non basterà pescare meglio.

Questa è la realtà.

Per questo la scelta che viene proposta – quella di rimettere in moto lo sviluppo, a partire dalla revisione del Piano Regolatore – non è una scelta neutra. È una scelta politica forte. Forse l’unica, nelle intenzioni di chi governa, capace di allargare davvero il perimetro delle risorse. Ma proprio perché è una scelta così centrale, deve essere discussa fino in fondo.

Perché sviluppo non significa automaticamente equilibrio. Non significa automaticamente sostenibilità. Non significa automaticamente benessere diffuso. Significa aprire una strada. E ogni strada porta con sé opportunità, ma anche rischi.

Il punto, allora, non è dividere il dibattito tra chi dice “va tutto bene” e chi pensa che basti recuperare qualche risorsa in più. Il punto è avere il coraggio di guardare la realtà per quello che è. Un sistema che ha retto finora grazie a prudenza e sacrifici. Un sistema che oggi mostra segnali evidenti di affaticamento. Un sistema che, senza una visione di lungo periodo, rischia di arrivare al limite.

E qui sta la responsabilità della politica e, nella mia visione, di tutti noi cittadini.

Non nel difendere l’esistente. Non nel rincorrere soluzioni tampone. Non nel cercare consenso facile. Ma nel dire la verità. E nel costruire, con serietà, un percorso che vada oltre l’emergenza. Perché Sezze non ha bisogno di aggiustamenti. Ha bisogno di una direzione. E proprio per questo, oggi più che mai, non basta una visione. Serve un metodo. Serve un passaggio deciso verso una responsabilità condivisa.

Il governo della città non può più essere affidato alla sola maggioranza di turno né ridotto a un confronto episodico tra posizioni contrapposte. È necessario aprire una fase nuova, fondata su un piano concordato tra tutte le forze politiche e i cittadini, con un obiettivo chiaro e non rinviabile: rimettere in ordine i conti del Comune e affrontare con serietà tutte le situazioni che oggi non ricevono la necessaria attenzione.

Ma un piano credibile non può limitarsi al risanamento. Deve anche indicare una prospettiva. Per questo è fondamentale che, accanto al riequilibrio finanziario, si definisca un programma di sviluppo industriale serio, condiviso e sostenuto dal Comune, capace di attrarre investimenti, creare occupazione stabile e rafforzare la base produttiva del territorio. Solo ampliando le entrate anche attraverso lo sviluppo sarà possibile rendere duraturo qualsiasi equilibrio di bilancio.

Questo significa compiere un salto di qualità: passare da una gestione amministrativa a una vera governance di comunità, capace di coinvolgere in modo stabile e strutturato l’intero territorio.

In questa direzione, diventa fondamentale riorganizzare il rapporto tra amministrazione e cittadini, anche attraverso la definizione di aree urbane omogenee, ciascuna con propri rappresentanti riconosciuti. Non si tratta di creare nuovi livelli burocratici, ma di accorciare concretamente la distanza tra istituzioni e comunità, rendendo l’azione amministrativa più vicina, più responsabile e più aderente ai bisogni reali.

Solo così può nascere una democrazia partecipata vera e matura, in cui le scelte non siano subite ma condivise, e in cui ogni parte della città contribuisca in modo consapevole alla costruzione del proprio futuro. Perché se il sistema oggi mostra i suoi limiti, la risposta non può essere individuale o frammentata. Deve essere collettiva. E deve iniziare adesso.

Pubblicato in Politica

 

 

A Sezze l'acqua è diventata un bene sempre più incerto. In particolare, i residenti delle zone di *via Villa Petrara* e *Monte Trevi* denunciano una situazione ormai cronica: continuano le interruzioni del servizio idrico, spesso senza alcun preavviso, e guasti ripetuti sempre negli stessi tratti della rete.
L'ultimo episodio, segnalato anche da comunicazione ufficiale, parla di un improvviso guasto alla condotta adduttrice presso la centrale di Sardellane, con conseguente abbassamento della pressione e possibile mancanza d'acqua soprattutto ai piani alti delle abitazioni. Un problema che, secondo quanto comunicato, si è protratto fino al tardo pomeriggio del 22 aprile 2026.
Ma per chi vive in queste aree, non si tratta di un caso isolato.
"È sempre la stessa storia - raccontano alcuni residenti- Le tubature cedono negli stessi punti e l'acqua va sprecata per ore, a volte per giorni, prima che qualcuno intervenga".
Il problema non è solo il disagio domestico — docce impossibili, elettrodomestici inutilizzabili, attività quotidiane interrotte — ma anche lo spreco evidente di una risorsa preziosa. Le perdite, spesso abbondanti, trasformano le strade in piccoli corsi d'acqua, mentre nelle case manca persino il minimo indispensabile.
A rendere la situazione ancora più critica e la mancanza di comunicazioni tempestosa. I cittadini segnalano come frequentemente le interruzioni avvengano senza alcun avviso preventivo, lasciando interi quartieri impreparati.
Nel frattempo, i tecnici intervengono di volta in volta per tamponare le emergenze, ma senza una soluzione strutturale il problema si ripresenta puntualmente.
La domanda che molti si pongono è semplice: "Quanto ancora si dovrà andare avanti così?" E mentre si susseguono rattoppi, interventi urgenti e comunicazioni dell'ultimo minuto, resta una certezza: con l'arrivo dell'estate la situazione rischia solo di peggiorare. Più caldo, più consumo, più pressione su una rete che già oggi mostra tutti i suoi limiti. E allora la domanda diventa quasi inevitabile — e amaramente ironica: quest'estate a Sezze l'acqua arriverà dai rubinetti… o dovremo iniziare a sperare nelle nuvole?
Nel dubbio, c'è già chi si sta organizzando: taniche pronte, secchi in posizione e dita incrociate. Perché qui, ormai, più che un servizio idrico, sembra una questione di fortuna.

Pubblicato in Cronaca