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La vicenda dei cinque giorni senza acqua che ha interessato una parte del territorio comunale ha inevitabilmente acceso il dibattito tra i cittadini. Le difficoltà vissute da tante famiglie hanno generato proteste, richieste di chiarimenti e, in alcuni casi, risposte da parte di amministratori che hanno suscitato ulteriori polemiche. Al di là del singolo episodio, però, questa vicenda offre l'occasione per una riflessione più ampia sul ruolo di un consigliere comunale.

Essere eletti in Consiglio comunale non significa rappresentare soltanto chi ha espresso il proprio voto o chi condivide le proprie idee politiche. Una volta proclamato eletto, il consigliere assume un ruolo istituzionale che lo pone al servizio dell'intera comunità. È chiamato ad ascoltare tutti, a confrontarsi anche con chi critica l'operato dell'amministrazione e a mantenere un comportamento improntato al rispetto e all'imparzialità.

Il *Testo Unico degli Enti Locali* (D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267) attribuisce al Consiglio comunale il compito di rappresentare la comunità locale e di esercitare funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo. Non è un semplice organo di parte, ma l'istituzione che rappresenta tutti i cittadini del Comune.

A questo si aggiunge un principio fondamentale sancito dall'*articolo 97 della Costituzione*, secondo cui la pubblica amministrazione deve operare nel rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità. Sebbene il consigliere comunale svolga un ruolo politico, questi principi dovrebbero ispirare anche il comportamento di chi ricopre un incarico pubblico, soprattutto nel rapporto con i cittadini.

Un consigliere ha tutto il diritto di difendere le scelte dell'amministrazione, di rispondere alle critiche e di sostenere le proprie convinzioni politiche. Il confronto, anche acceso, è parte integrante della democrazia. Diverso è il caso in cui le legittime lamentele dei cittadini vengano liquidate con sufficienza o si dia l'impressione che esistano cittadini di "serie A" e cittadini di "serie B", magari distinguendo tra chi è gradito e chi non lo è.

Quando una comunità affronta un disagio concreto, come rimanere senza acqua per diversi giorni, è naturale che nascano rabbia e frustrazione. In quei momenti i cittadini non chiedono privilegi, ma ascolto, informazioni e rispetto. È proprio nelle situazioni più difficili che si misura il senso delle istituzioni e la capacità degli amministratori di essere un punto di riferimento per tutti.

Le istituzioni acquistano credibilità quando dimostrano di saper accogliere anche le critiche, perché il dissenso non è un problema da allontanare, ma una componente essenziale della vita democratica. Criticare un disservizio non significa essere contro il proprio Comune; significa, spesso, chiedere che i servizi pubblici funzionino meglio.

Forse è proprio questo il punto che non dovremmo mai dimenticare: un consigliere comunale non rappresenta una pagina Facebook, una cerchia di amici o una parte della cittadinanza. Rappresenta un'intera comunità, anche chi non lo ha votato, anche chi protesta e anche chi, con educazione ma fermezza, chiede conto delle scelte di chi governa.

È questo il significato più autentico del mandato ricevuto dai cittadini e il fondamento della fiducia nelle istituzioni. 

Pubblicato in Attualità

 

 

 

Il PNRR, alla data del 30 giugno, certifica che gli oltre 12 miliardi investiti nelle Case di comunità sono stati un fallimento del Governo.

Purtroppo i numeri sono impietosi: su 1.037 Case di comunità da realizzare, un numero già ridotto rispetto alle 1.350 previste inizialmente, stando all'ultima rilevazione dell'AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), ad oggi solo 781 strutture hanno almeno un servizio attivo.

Solo 204 Case di comunità rispettano gli standard di presenza medica e solo 216 quelli relativi alla presenza infermieristica. Il numero di strutture pienamente operative, secondo gli standard previsti, è di appena 66: un dato addirittura imbarazzante.

Nella nostra provincia, ancora oggi, nonostante gli annunci rassicuranti, le liste d'attesa aumentano; anche il TAR dà torto a Rocca e il pronto soccorso continua a essere al collasso.

Questi dati sono ancora più gravi se osserviamo la distribuzione di queste strutture nei 21 centri di spesa, creati ad arte. Nelle regioni del Nord la percentuale di strutture almeno parzialmente operative, rispetto a quelle previste, è significativamente superiore a quella delle regioni del Sud.

Basti pensare che la Lombardia conta già 186 strutture operative e il Veneto 102, contro le 48 messe in cantiere in Calabria, di cui non è nota l'operatività, e le 54 attive in Sicilia su 146 previste. Nel Lazio sono 115 su 122 quelle costruite o ristrutturate, ma la piena operatività è ancora lontana ed è tuttora in fase di definizione.

Un discorso a parte merita il personale: invece di formare professionisti con competenze specifiche per lavorare in queste strutture, il Governo ha trasformato le Case di comunità negli uffici dei medici di famiglia, sottraendoli ai territori dove queste fondamentali figure professionali sono già carenti.

Una soluzione inadeguata che, in ogni caso, non basterà neanche a coprire il fabbisogno di personale medico e infermieristico di queste strutture. Secondo le prime stime, mancano già oltre 2.500 medici e 7.000 infermieri per farle funzionare.

Io, personalmente, non ho mai creduto che le Case di comunità avrebbero risolto il problema delle liste d'attesa o le criticità dei pronto soccorso. Credo, soprattutto, che la sanità debba essere riportata a livello nazionale e debba essere pubblica, unica e universale per tutti. Ci costerebbe anche meno, altro che!

Basta con questo stillicidio a livello regionale. La politica deve prendere atto del fallimento della regionalizzazione della sanità. Va assolutamente rivisto il Titolo V della Costituzione, che ha permesso la creazione dei 21 centri di spesa a livello regionale e ha allontanato la sanità dai territori, facendo aumentare le liste d'attesa, i costi, gli sprechi e le clientele politiche. Inoltre, ha contribuito a costruire una sanità caratterizzata da diseguaglianze nell'accesso alle cure, che non garantisce un'assistenza più vicina ai bisogni dei cittadini. Ci troviamo di fronte a strutture formalmente realizzate ma, di fatto, inutilizzabili, con un ulteriore aumento dei costi e il continuo esodo del personale medico e infermieristico verso il settore privato, mentre i cittadini sono sempre più spesso costretti a curarsi fuori regione.

Pubblicato in L'Approfondimento