Quando la sicurezza diventa propaganda elettorale
Su questo terreno il governo Meloni ha costruito la propria identità. La risposta è sempre la stessa: più forze dell’ordine, più controlli, più repressione e l’individuazione di un nemico a cui dare le colpe.
È un rito sempre più impoverito, rivolto contro bersagli facili, distogliendo lo sguardo da chi quella rabbia la produce.
Eppure i numeri raccontano un’altra storia. L’Italia oggi è la nazione europea che, in proporzione, spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Abbiamo un apparato della sicurezza ipertrofico, che cresce mentre il welfare arretra. E tuttavia nessuno – né il governo né l’opposizione – ha mai avviato una valutazione seria dell’efficacia degli strumenti utilizzati.
Ad esempio, per le politiche migratorie l’80% dei fondi destinati ai migranti viene speso in misure di repressione, solo il 20% in integrazione, formazione e sostegno. È un modello fallimentare che produce marginalità – e lo vediamo nei nostri comuni – anziché ridurla. Ma funziona benissimo come propaganda elettorale.
Intanto la spesa sociale italiana è sotto la media europea di due punti e mezzo di PIL.
Il sottofinanziamento è evidente ovunque: politiche abitative inesistenti, sostegno al reddito insufficiente, servizi per i non autosufficienti drammaticamente carenti.
È qui che nasce la vera insicurezza: nella solitudine dei lavoratori poveri, delle famiglie senza casa, degli anziani abbandonati, dei giovani senza prospettive, in un modello economico che genera precarietà e in un paradigma politico che la trasforma in paura. E nessuno ha il coraggio di dirlo. Perché parlare di welfare, di diritti sociali e di redistribuzione significa spostare l’attenzione dal nemico inventato al nemico reale, cioè un modello economico che genera precarietà e un paradigma politico che la trasforma in paura, traducendola in consenso elettorale.
Invertire questo ordine nei discorsi è un’urgenza democratica. Significa affermare che la sicurezza non è il contrario della libertà, ma della disuguaglianza. Significa dire chiaramente che l’Italia non è più povera perché "invasa", ma perché sfruttata. Che non è più sicura perché ci sono "troppi giovani fuori controllo", ma perché non ha case, scuole, sanità, salari adeguati e troppe periferie abbandonate nei comuni. La repressione non è una politica, ma una rinuncia alla politica.
L’Italia non è condannata all’incattivimento. Ma per invertire la rotta serve un atto di coraggio politico: rompere la liturgia della paura, smontare la retorica tossica della legalità come surrogato dell’uguaglianza, rifiutare l’idea che il controllo sia la risposta universale ai problemi del Paese.
Serve ricostruire un movimento culturale e politico capace di dire che un’altra Italia non solo è possibile, ma è necessaria.
Una politica che protegge invece di punire, che crea orizzonti anziché fantasmi, che non alimenta l’emergenza ma rivendica il futuro: è da qui che bisogna ripartire. Il resto è solo propaganda elettorale ed è destinato al declino.
