Domenica, 05 Luglio 2026 05:58
Scisma è parola antica
Scisma è parola antica. Secondo l'etimologia greca "schísma" significa "spaccatura", “separazione” e sotto il profilo religioso indica la perdita della comunione, la rottura dell’unità spirituale che unisce popoli, culture e lingue all’interno dell’unica Chiesa.
Il Codice di Diritto Canonico definisce scisma “il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti" (can. 751). La comunione implica la piena appartenenza alla Chiesa, la partecipazione ai sacramenti, il riconoscimento dell'autorità del Papa, la condivisione della stessa fede nonostante le diversità culturali.
Lo scisma si distingue dall’eresia, che si caratterizza per l’insorgere di divergenze di carattere dottrinale, per il rifiuto consapevole delle verità di fede proclamate dalla Chiesa riguardo a Dio e a Cristo. Pertanto lo scisma nasce da questioni disciplinari, politiche o personale, anche se la fede professata rimane la stessa. Ai fedeli che aderiscono allo scisma è fatto divieto assoluto di accostarsi ai sacramenti, di partecipare dall'Eucaristia, mentre i sacerdoti non possono celebrare l’Eucarestia, amministrare i sacramenti, esercitare alcuna funzione o incarico all'interno degli uffici ecclesiastici.
Nella storia la Chiesa Cattolica ha conosciuto numerose lacerazioni conseguenti ad idee divergenti, orgoglio e dispute teologiche e in questi ultimi giorni è accaduto di nuovo con lo scisma consumato dalla Fraternità San Pio X, i cosiddetti “Lefebvriani”. La decisione di consacrare quattro nuovi vescovi, don Pascal Schreiber (Svizzera), don Michael Goldade (Stati Uniti), don Michel Poinsinet de Sivry (Francia), don Marc Hanappier (Francia), senza il permesso del pontefice, con una celebrazione tenuta ad Écône (Svizzera), secondo il rito antico e in latino, ha rappresentato un atto gravissimo che ha messo i responsabili, i nuovi consacrati e coloro che vi hanno partecipato in modo automatico al di fuori della comunione cattolica.
Invero la Fraternità San Pio X si era già resa responsabile di un gesto così grave, quando sempre ad Écône, il 30 giugno 1988, il suo fondatore monsignor Marcel Lefebvre, aveva consacrato quattro vescovi senza mandato pontificio.
Caratteristica fondamentale della Fraternità San Pio X è la sua opposizione alla dottrina del Concilio Vaticano II e specificamente la contrarietà all’ecumenismo, al dialogo interreligioso, alla messa in lingua corrente anziché in latino, alle politiche di apertura ai divorziati risposati e alle persone LGBT.
Nel 1988 la scomunica venne comminata da Giovanni Paolo II e fu poi ritirata nel 2009 da parte di Benedetto XVI con un gesto di buona volontà, in risposta alla dichiarazione con la quale la Fraternità aveva affermato la “volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative.”. Tuttavia in questi anni l’apertura della Chiesa di Roma, le ripetute critiche da parte degli appartenenti della Fraternità ai Pontefici succedutesi sul soglio di Pietro, soprattutto nei riguardi di Papa Francesco, hanno fondatamente dubitare della giustezza della rimessione della scomunica, tanto più che alcuni appartenenti a questa organizzazione hanno espresso posizioni antisemite e negazioniste dell’Olocausto.
L'accorato appello all'unità lanciato da Papa Leone XIV nei giorni scorsi, il suo tentativo di evitare questa nuova lacerazione non sono valsi a nulla.
Nell’omelia della celebrazione tenutasi ad Écône il superiore della Fraternità San Pio X, don Davide Pagliarani, ha affermato: "Siamo accusati di non amare il Papa, siamo accusati di non rispettarlo ma è proprio perché amiamo il Papa come Vicario di Cristo" noi "non vogliamo più vedere il Papa umiliato, messo sullo stesso piano dai falsi pastori". La contraddittorietà di queste parole è evidente: si riconosce l’autorità del Papa, ma ci si arroga il diritto di decidere quando obbedirgli e quando no. Senza contare poi che la consacrazione di nuovi vescovi in mancanza di un mandato pontificio, non costituisce una mera infrazione disciplinare, ma un atto di divisione che colpisce il principio dell’unità della Chiesa e di pubblica disobbedienza, che manifesta la volontà di sottrarsi all’autorità del Pontefice in una materia che tocca la costituzione stessa della Chiesa.
L’affermazione della Fraternità San Pio X di ergersi a custode della tradizione è senza senso e senza fondamento. La tradizione non si tutela con un eccesso di amore per la tradizione e non è soltanto la messa in latino, ma è seguire il Vangelo, vivere la propria la vita in Cristo percorrendo il cammino della storia. Le posizioni dei “Lefebvriani” nascono dalla paura della storia, una paura che diventa sistema teologico e in cui la tradizione smette di essere una sorgente viva e si trasforma in ideologia, finendo così per negare l’essenza stessa del cristianesimo. La fede in Cristo Gesù è sempre apertura all’altro, alle esigenze dei popoli che soffrono, lotta alle ingiustizie, ai genocidi e promozione dei valori dell'amore e della pace.
C’è infine nella posizione della Fraternità San Pio X quello che gli psicologi sociali definiscono il "narcisismo delle piccole differenze", secondo il quale le comunità che condividono quasi tutto, radici, valori, testi di riferimento, non si dividono per macro-elementi, ma si focalizzano in modo ossessivo su dettagli minimi e marginali, come la lingua della liturgia o la forma dei riti, e li trasformano in barriere insormontabili. La vicinanza sostanziale a livello identitario, viene cancellata dall’insorgere di divergenze marginali, vissute come un tradimento della purezza originaria, che finiscono per innescare una polarizzazione radicale che rende impossibile la mediazione.
La Chiesa ha oggi il compito di individuare le strade per impedire il contagio di questo nuovo scisma e i primi passi sono da una parte riconoscere il pluralismo interno, a patto di non metta in discussione la comunione, e dall’altra impedire che ad alcune comunità venga permesso di celebrare l’Eucarestia con il rito precedente la riforma conciliare.
In definitiva la Chiesa deve proseguire lungo la strada della piena attuazione del Concilio Vaticano II, definendo e chiarendo in modo sempre più preciso il rapporto con la libertà di coscienza, con le altre religioni e il mondo delle emozioni, della sessualità e della vita familiare delle persone.
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