La Sezze che verrà non può nascere dai veleni
Vado controcorrente. E, più passa il tempo, più mi sto convincendo che questa sia semplicemente la mia natura.
Vado controcorrente perché, pur dovendo seguire per professione e per passione i social e la rete — diventati ormai, per molti, una fonte quasi esclusiva di notizie, commenti e informazioni — mi accorgo che lo faccio sempre meno. E non perché non ne riconosca l'importanza. Al contrario: per chi fa informazione, e soprattutto per chi lavora ogni giorno a un quotidiano come La Notizia Condivisa, la rete dovrebbe essere pane quotidiano.
Eppure, a volte, quel pane mi va di traverso.
Mi viene quasi il vomito per quello che leggo. Per i commenti personali spacciati per verità. Per le ingiurie. Per gli insulti. Per la rabbia permanente. Per quella negatività che sembra essere diventata la cifra dominante di uno strumento che, nelle sue intenzioni migliori, avrebbe dovuto avvicinare le persone, ampliare il confronto e rendere l'informazione più accessibile.
È accaduto invece qualcosa di diverso.
Viviamo immersi in una quantità enorme di contenuti, ma non necessariamente in una quantità maggiore di informazione. La disinformazione viene spesso confezionata e fatta passare per informazione, l'opinione viene presentata come fatto, il sospetto come certezza, il pettegolezzo come notizia.
E la televisione, diciamolo, non è sempre esente da responsabilità. Propina, nemmeno troppo velatamente, ciò che qualcuno ritiene sia opportuno far sapere ai cittadini. Poi arrivano Instagram, YouTube, TikTok e tutto il resto dell'universo digitale, dove troppo spesso l'immondizia viene servita senza distinzione di età, di cultura, di sensibilità.
Il risultato è un rumore assordante nel quale diventa sempre più difficile distinguere una voce da un'eco, un fatto da una manipolazione, un'opinione da un attacco.
E il mondo, naturalmente, è anche Sezze.
La mia città non è un'isola felice e non è dispensata dall'odio social, dalla superficialità, dall'arroganza e dal protagonismo che viaggiano senza filtri. Anche qui, troppo spesso, il confronto pubblico scivola rapidamente dal terreno delle idee a quello delle persone.
Qualche tempo fa, in un altro editoriale, avevo auspicato che, in vista della prossima campagna elettorale e delle elezioni della primavera, si potesse finalmente aprire una stagione diversa. Una stagione nella quale confrontarsi sui temi, sulle proposte, sulle idee. Mettendo da parte, almeno per una volta, veleni, ripicche e regolamenti di conti personali che non fanno altro che generare altro odio e altra confusione.
Ci riprovo.
In questi giorni, quasi en passant, mi hanno fatto leggere alcuni commenti e alcuni post. E quello che ho visto va ben oltre la politica e il bene comune. Non c'è una proposta, non c'è una visione, non c'è un'idea capace di indicare una direzione per la città.
C'è, troppo spesso, soltanto un ulteriore esercizio di protagonismo.
E allora mi permetto di rivolgere ancora una volta un appello a chi si prepara a essere protagonista della prossima competizione elettorale.
Alziamo il livello.
Alziamolo nei contenuti, certamente. Ma anche nella forma, perché sono convinto che la forma sia essa stessa contenuto.
Le parole che scegliamo, il modo in cui ci rivolgiamo agli altri, il rispetto che dimostriamo nei confronti dell'avversario politico raccontano molto più di quanto pensiamo. Raccontano la città che immaginiamo e, soprattutto, il modo in cui intendiamo amministrarla.
Se non siamo capaci di confrontarci civilmente durante una campagna elettorale, come possiamo pensare di riuscire a governare una comunità complessa, fatta di persone, problemi, sensibilità e aspettative differenti?
A Sezze serve un confronto civile. Un confronto anche duro, se necessario, ma leale. Un confronto che sia foriero di idee, proposte e soluzioni per la città che ci aspetta.
Non servono candidati che si insultano meglio degli altri. Non servono tifoserie. Non servono personalismi trasformati in programmi elettorali.
Servono idee.
E soprattutto serve qualcuno che abbia il coraggio di dire che una discussione politica può essere aspra senza diventare velenosa.
Allora ecco il mio appello: ai futuri candidati sindaco della città rivolgo, quindi, una richiesta precisa: date voi la linea. Fate capire a chi, da tutte le parti, cerca in ogni occasione di buttarla in caciara e di "pisciare fuori dall'orto" che questa volta non è quello il terreno sul quale giocare.
Siate voi i primi a pretendere rispetto dai vostri sostenitori.
Siate voi i primi a fermare l'insulto.
Siate voi i primi a riportare la discussione sui problemi e sulle soluzioni.
Perché alla fine una campagna elettorale non dovrebbe servire a stabilire chi è più bravo a distruggere l'altro, ma chi è più credibile nel costruire qualcosa per tutti.
Io continuo ad andare controcorrente.
Forse, davvero, è la mia natura.
Ma continuo anche a pensare che una città possa discutere senza odiarsi, che la politica possa tornare a parlare di futuro e che la rete possa essere uno strumento di confronto invece che una discarica di rancori.
E allora la domanda finale è inevitabile:
chiedo troppo?
Oppure, semplicemente, stiamo chiedendo troppo poco a chi si candida a guidare la nostra città?
