Ah, la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità .
Quel momento dell'anno in cui, come mamma di un figlio con disabilità, mi sento dire frasi poetiche tipo:
“Sei un'eroina!”
“Non so come fai!”
“Che forza che hai!”
Peccato che nessuno, proprio nessuno dica:
"Serve qualcosa? Possiamo fare qualcosa di concreto?"
Eh, quello no. Dev'essere fuori moda.
La tutela... quella sconosciuta
Oggi dovremmo sentirci più tutelati.
Dovremmo, appunto.
Ma tra burocrazia, liste d'attesa più lunghe di una maratona, documenti che scadono sempre troppo presto e servizi che evaporano come la rugiada, la verità è una:
ci sentiamo tutelate quanto un ombrello rotto sotto il diluvio.
Gli esperti dell'empatia a tempo determinato
Il 3 dicembre spuntano ovunque gli esperti di empatia: politici, scuole, aziende, influencer.
Tutti pronti a condividere un post:
"Giornata internazionale! Inclusione! Diritti!"
E poi?
Poi, quando serve davvero un assistente, un supporto, una visita, un insegnante di sostegno…
Silenzio cosmico.
Deve esserci un bug nel sistema: gli hashtag funzionano, i servizi no.
Essere mamma in questo mondo
Lo dico con ironia, perché altrimenti dovrei urlare:
essere mamma di un figlio con disabilità significa fare la coordinatrice sanitaria, avvocato, psicologa, atleta di triathlon (tra corse, scadenze e combattimenti con gli uffici).
E tutto rigorosamente non retribuito , naturalmente.
Anzi, se va bene vieni premiata con un: “Signora abbia pazienza”.
Che ormai lo potrei mettere sul curriculum.
E allora eccola, la mia celebrazione
In questa giornata, mentre il mondo festeggia con slogan scintillanti, io celebro così:
continuo a lottare, ad amare, a incastrare tutto, a pretendere diritti che dovrebbero già esserci.
E cerco di riderci su, perché l'ironia è l'unica cosa che non mi hanno ancora tolto. "L'unica vera disabilità è quella di chi non ha un cuore".
