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Dal libro di Vittorio Del Duca – Sezze dalle Orme dei Dinosauri all’Avvento del Cristianesimo- Anno 2023.

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La strada appena imboccata conduce al centro della città con impianto urbanistico del castrum romano (quello medioevale fu costruito sul romano) Le case sono basse e non hanno finestre; qualche abitazione soprattutto quelle adibite a bottega (taberna) dispongono al piano terra di un soppalco di legno ma la maggior parte di esse sono degli angusti e malsani monolocali quasi delle baracche, senza servizi igienici, il più delle volte condivisi con animali da corte e qualche pecora. L’unica fonte di luce delle case è rappresentata da una minuscola finestrella quadrata a lato dell’uscio.

Le vie ed i vicoli (vici) hanno tutti una pavimentazione in selce, sulla quale in prossimità delle colonnine paracarri, sono visibili due piccoli avvallamenti, uno per lato, che corrono paralleli come binari: sono i segni lasciati nel tempo, dal transito delle pesanti ruote dei carri.

Ovunque, sulle facciate delle case vi sono panni stesi ad asciugare e sui muri, notiamo di tanto in tanto dei disegni rappresentanti enormi falli umani eretti ed edicole con identici soggetti in stucco colorato di rosso. Ciò non deve destare meraviglia, perché secondo la cultura latina, i peni eretti sono simbolo di buona fortuna e se ne fabbricano con materiali diversi: alcuni, in bronzo, sono usati come campanelli (tintinnabula) e li vediamo sospesi con piccole catene sulle  porte delle case e delle botteghe, dove è di buon auspicio sfiorarli con la mano per farli suonare, ogni volta che si transita per l’uscio; altri, pur essi in bronzo, vengono addirittura portati al collo con una catenina, spesso associato ad un altro amuleto bronzeo che raffigura una mano chiusa a pugno, con il pollice infilato tra l’indice e il medio a simboleggiare l’atto sessuale. Non a caso, numerosi esempi di falli votivi sono stati repertati in tutti i luoghi di culto pagano.

I corni di avorio o di corallo rosso che conosciamo oggi e che molti usano ancora come portafortuna, nascosti nelle tasche o nelle borsette o addirittura appesi al collo, non sono altro che una trasformazione attraverso i secoli del pene eretto.

Continuiamo il nostro giro in città attraverso le strade ed i vicoli. Ammiriamo diverse officine e numerose botteghe. Queste sono senza vetrine, perché il vetro è troppo costoso e nessuno è ancora in grado di costruire grandi lastre, pertanto le facciate delle tabernae (botteghe) sono completamente aperte sulla strada, esattamente come accade in molte pescherie e negozi di frutta e verdura moderni.

Nell’interno, le botteghe alimentari dispongono vicino la porta di un bancone in muratura per l’esposizione delle merci, la cosiddetta mensa ponderaria, su cui sono scavati cinque o sei contenitori di forma circolare corrispondenti a unità di peso diverse; più in là una piccola e ripida scala in legno porta al soppalco, situato proprio sulla testa dei clienti, dove in poco spazio vive e dorme il negoziante con tutta la sua famiglia.

Dagli oggetti appesi sulla facciata della taverna e da ciò che viene esposto in anfore o in cesti, si intuisce il tipo di commercio esercitato: incontriamo il fruttivendolo (pomarius), il commerciante di tessuti (vestiarius), il calzolaio (baxearius), officine del maniscalco, per la costruzione di carretti e barrozze, per la lavorazione del bronzo e del rame (aerarius), per la fabbricazione di cesti in canna e vimini (manicuti e canestri)  ma anche di manufatti in stramma come cestini, impagliature per sedie, gerle per la soma degli asini.

Incontriamo persino un “bar“ (popina), ma soprattutto le cauponae (una specie di snack bar), dove si trova e si consuma un pò di tutto: olive, uccelli allo spiedo, pesci in salamoia, pezzi di carne arrosto, frutta, dolci, formaggio, ogni tipo di spezie e l’immancabile garum.

Non mancano i venditori ambulanti di ogni genere di prodotto, fra questi numerosi i pescatori e i granunghiari  che espongono davanti le loro case il pescato della palude.

Ci addentriamo in uno dei vici della città che corre in leggera salita e culmina in una piazzetta. Bisogna stare molto attenti a circolare da soli in questi vicoli quando annotta, perché il rischio di rapina è molto elevato e spesso, per pochissimi sesterzi sono avvenuti delitti rimasti impuniti.

Dopo aver incontrato alcuni uomini che facevano la fila  davanti a un lupanare, riconoscibile dal tipo di lucerna sull’architrave della porta, ci dirigiamo verso il centro, dove alcuni comodi gradini posti a lato di una bellissima domus, conducono all’Acropoli, la parte più  alta della città, in cui sorge lo spettacolare e vastissimo Tempio di Ercole, il mitico fondatore di Setia  Una volta questo luogo costituiva il castrum durum, dove erano rinchiusi gli schiavi cartaginesi.

La bellissima domus che abbiamo appena incontrato appartiene proprio ad Asclepio; guardandoci attorno ne scorgiamo altre, ma quella del nostro amico ci sembra veramente la più bella.

Nel frattempo si è fatta l’ora ottava ed Asclepio, dominus squisito, ci vuole ospiti per la coena (cena); sapevamo da Plinio e Marziale che i banchetti di questi potenti sono abbondanti e lunghi, ma il tempo a nostra disposizione sta per finire; tuttavia cediamo volentieri all’invito di visitare la sua splendida dimora. Dei servi, sicuramente degli schiavi, alla battuta del batacchio, aprono il portone e un ampio corridoio (vestibulum) ci conduce diritti al cortile (hortus), cui fanno da corona delle magnifiche statue di bronzo, i Lari protettori della casa. Percorriamo per intero un bellissimo pergolato ed accediamo subito nell’atrio (atrium), nel cui centro si trova una vasca per la raccolta delle acque piovane’impluvium.

Qui due servi ci invitano a sedere e dopo averci sfilato i calzari e lavato i piedi con acqua profumata, ci mettono pronti per entrare a piedi nudi nella casa secondo l’usanza romana.

L’atrio è il biglietto da visita del padrone: appesi alle pareti per suo lustro e gloria, ammiriamo i cimeli ed i trofei che testimoniano i successi della sua attività; sui tavoli sono elegantemente disposti vari tipi di brocche, ceramiche, anfore, vasi d’oro e di argento, come in un’esposizione di tesori.

Questo ambiente è appositamente studiato per mostrare agli ospiti non solo le ricchezze ma anche le parti più importanti della casa: da esso si accede allo studio (tablinum) e alla stanza da letto del padrone (cubicola), ad una angusta cucina (culina) e infine al triclinium (la sala da pranzo), un vero e proprio tempio della convivialità dove i commensali, distesi su comodi letti a tre posti (triclinia) sono soliti consumare i pasti, in particolare la cena.

Questo è il piano nobiles della casa, riservata al dominus (il padrone) e ai suoi ospiti; da qui una scala in marmo conduce direttamente al primo piano dove si trovano le stanze delle donne della famiglia, compresa quella della padrona di casa.Anche questa domus è sprovvista di finestre per impedire l’accesso ai ladri, ma la luce ai vari ambienti è garantita da quella proveniente dall’atrio.