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Sabato, 11 Aprile 2026 18:53

Israele e la pena di morte su base etnica

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Quando uno stato abbandona la strada del diritto e sceglie quella del delitto, esce dalla civiltà ed entra nella barbarie.
 
L’approvazione il 30 marzo scorso da parte della Knesset, il Parlamento Israeliano, della legge che introduce e, in alcuni casi, rende obbligatoria, l’applicazione della pena di morte per i prigionieri palestinesi rappresenta un punto di svolta politico e morale di assoluta gravità per lo stato ebraico. Non si tratta soltanto dell’introduzione di una normativa inaccettabile sotto il profilo etico e giuridico, fatto in sé già estremamente rilevante in un contesto sociale, culturale e etnico tra i più lacerati e conflittuali del mondo, ma soprattutto di un atto che costituisce la prova inequivocabile del declino morale e della deriva ideologica in cui versa lo Stato di Israele.
 
L’introduzione della pena capitale mediante impiccagione, da eseguirsi entro novanta giorni dalla sentenza e senza possibilità di chiedere ed ottenere la grazia, è una scelta che ci riporta indietro di molti secoli e mette radicalmente in discussione le conquiste culturali e sociali faticosamente raggiunte dalla nostra civiltà, riguardanti il rapporto tra potere, diritto e vita umana.
 
Le immagini dei parlamentari israeliani che celebrano l’approvazione della legge, distribuendo dolci e brindando, sono qualcosa di raccapricciante, tanto più che a festeggiare un simile scempio di ogni più elementare regola dello stato di diritto è il ministro per la Sicurezza Itamar Ben-Gvir, sostenitore da sempre di questa proposta scellerata, il quale non ha avuto remore ad affermare che è stata concepita e introdotta per colpire ed eliminare fisicamente i palestinesi. Parole agghiaccianti, rivelatrici del fatto che alla base di tale scelta normativa c’è una motivazione razziale, un obiettivo discriminatorio e di pulizia etnica in quanto rivolta unicamente contro la popolazione palestinese. Non sorprende che a pronunciarle sia il leader del partito “Jewish Power”, successore del movimento “Kach”, dichiarato nel 1994 organizzazione terroristica e sciolto in seguito alla strage compiuta da uno dei suoi leader, Baruch Goldstein, nella Grotta dei Patriarchi a Hebron, il quale come ministro si è reso responsabile della pianificazione e della applicazione di un sistema di tortura e vessazione dei prigionieri politici palestinesi, in gran parte detenuti senza accuse formali e senza convalida degli organi giudiziari. Su sua espressa disposizione la quantità di cibo è stata ridotta a livelli minimi di sopravvivenza e i detenuti subiscono da parte di guardie e soldati sistematici abusi sessuali, aggressioni e mancanza di cure.
 
Il cappio esibito sui baveri dai deputati e dalle deputate tra i banchi della Knesset rappresenta dunque il sigillo legale di uno stato che sta abbandonando i principi liberaldemocratici e si sta trasformando progressivamente in un regime autocratico, autoritario, razzista e liberticida, che valuta le vite dei palestinesi meno di niente e attribuisce a se stesso un primato etico tale da permettergli di formulare norme dalle quali però rimane immune. La nuova legge, eliminando le restrizioni sulla pena capitale e rendendola obbligatoria nei casi di omicidio commessi per “negare l’esistenza dello Stato di Israele”, crea incontrovertibilmente una distinzione tra assassini arabi ed ebrei e la stessa viene applicata soltanto ai primi.
 
A ben vedere il primo ministro Benyamin Netanyahu e il suo governo di estrema destra, espressione del peggiore suprematismo ebraico, in questo modo stanno cercando di mascherare la propria negligenza e la propria incapacità di offrire una prospettiva di sviluppo sociale ed economico, in pace e sicurezza, al popolo israeliano, dietro la cortina fumogena di una legislazione razzista e populista, trascinandolo così verso il più grande disastro nella sua storia con azioni che lo stanno sempre di più isolando politicamente a livello internazionale e lo stanno intrappolando nella realtà assurda di una guerra senza fine.
 
La legge approvata non solo non è una risposta efficace alla violenza crescente che colpisce ed insanguina la società israeliana, ma soprattutto rappresenta un ulteriore passo verso la sua istituzionalizzazione, il suo divenire un segno distintivo del potere statuale. La pena di morte non ha alcuna funzione di deterrenza e non rafforza la macchina della giustizia, ma rinsalda un sistema in cui il diritto viene piegato alla logica del nemico e la pena diventa uno strumento politico.
 
In definitiva con questa legge si compie un azzardo rischiosissimo, si supera la soglia pericolosissima dello stato che decide di rendere permanente l’eccezione, di trasformare la disuguaglianza in un principio giuridico, di normalizzare l’idea che alcune persone possano essere giudicate e le loro vite cancellate più rapidamente di altre, con meno garanzie e senza alcuna umanità. 
 
Ogni volta che il diritto rinuncia a tutelare paritariamente la dignità di ogni persona, non si produce solo una disparità di trattamento per alcuni, ma si indebolisce e si deteriora l’idea stessa della giustizia uguale per tutti, ovunque e in ogni tempo.

 

 

A novembre 2025, su base mensile, il calo degli occupati e dei disoccupati si associa alla crescita degli inattivi.

La diminuzione degli occupati (-0,1%, pari a -34 mila unità) coinvolge le donne, i dipendenti a termine e gli autonomi, i 15-24enni e i 35-48enni. Il numero di occupati cresce per i 25-34enni e rimane stabile tra gli uomini, i dipendenti permanenti e tra chi ha almeno 50 anni d’età; il tasso di occupazione cala al 62,6% (-0,1 punti).

La diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-2,0%, pari a -30 mila unità) riguarda gli uomini, le donne e tutte le classi d’età, tranne i 25-34enni, per i quali il numero dei disoccupati è in aumento; il tasso di disoccupazione scende al 5,7% (-0,1 punti), quello giovanile al 18,8% (-0,8 punti).

La crescita degli inattivi (di coloro che hanno rinunciato alla ricerca del lavoro) tra i 15 e i 64 anni (+0,6%, pari a 72 mila unità) interessa entrambi i generi e tutte le classi d’età, ad eccezione dei 25-34enni, tra i quali il numero degli inattivi è in calo. Il tasso di inattività sale al 33,5% (+0,2 punti).

Rispetto al trimestre precedente, diminuiscono le persone in cerca di lavoro e sono stabili gli inattivi di 15-64 anni.

A novembre 2025, il numero di occupati supera quello di novembre 2024 di 178 mila unità; l’aumento riguarda gli uomini e le donne, i 25-34enni e chi ha almeno 50 anni, a fronte della diminuzione nelle altre classi d’età.

Il tasso di occupazione, in un anno, sale di 0,3 punti percentuali, anche se si tratta di lavoro precario, povero, sottopagato e con partite IVA.

Rispetto a novembre 2024, cala sia il numero di persone in cerca di lavoro (-6,7%, pari a -106 mila unità) sia quello degli inattivi (coloro che hanno rinunciato a trovare un lavoro che non c’è) tra i 15-64 anni (pari a -35 mila unità).

A novembre 2025, il numero di occupati, pari a 24 milioni e 188 mila, è in calo rispetto al mese precedente.

La diminuzione coinvolge i dipendenti a termine (2 milioni e 447 mila) e gli autonomi (5 milioni e 215 mila), mentre risultano sostanzialmente stabili i dipendenti ultracinquantenni (16 milioni e 496 mila).

L’occupazione aumenta rispetto a novembre 2024 (+179 mila occupati in un anno), come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+258 mila) e degli autonomi (+126 mila), parzialmente compensata dal calo dei dipendenti a termine (-204 mila).

Su base mensile, il tasso di occupazione e quello di disoccupazione scendono rispettivamente al 62,6% e al 5,7%, mentre il tasso di inattività sale al 33,5%.

A febbraio 2026, su base mensile, il calo degli occupati si associa alla crescita dei disoccupati e alla sostanziale stabilità degli inattivi, ma continua a crescere la cassa integrazione nell’industria.

Nonostante la riduzione della forza lavoro giovanile, a causa del calo demografico, della crisi energetica e della guerra in atto, la disoccupazione tra i giovani rimane una sfida strutturale.

 

 

 

Nel Consiglio comunale del 7 aprile, a Sezze, il bilancio di previsione 2026 si conferma non solo un atto contabile, ma una dichiarazione politica. A sottolinearlo è il consigliere comunale Daniele Giancarlo Piccinella, che ha tracciato un quadro fatto di difficoltà strutturali ma anche di scelte precise a tutela della comunità.

“In un contesto segnato da tensioni internazionali, dall’aumento dei costi energetici e dalla riduzione delle risorse per gli enti locali, riuscire a chiudere un bilancio in equilibrio non è affatto scontato”, ha dichiarato Piccinella. “Per un Comune come Sezze, con una base imponibile limitata e senza grandi entrate da turismo o industria, è una sfida quotidiana”.

Il consigliere ha evidenziato come negli ultimi anni la costruzione del bilancio sia diventata sempre più complessa: “I trasferimenti statali sono fermi o in calo, mentre le spese obbligatorie continuano a crescere. Questo mette i Comuni sotto una pressione enorme, perché parliamo di servizi essenziali che incidono direttamente sulla qualità della vita dei cittadini”.

Nonostante questo scenario, l’amministrazione è riuscita a evitare squilibri e a garantire la continuità dei servizi. Un risultato che, secondo Piccinella, assume un valore politico preciso: “Non è solo un tema tecnico, ma politico. Il rischio è quello di accentuare le disuguaglianze tra Comuni ‘forti’ e ‘deboli’. Realtà come la nostra, che non dispongono di grandi entrate autonome, finiscono per essere penalizzate”.

Welfare e servizi, la priorità dell’amministrazione

Al centro delle scelte, ribadisce il consigliere, ci sono i cittadini e in particolare le fasce più fragili. “In un momento in cui aumentano le difficoltà economiche, i giovani faticano a trovare opportunità e molti anziani vivono con pensioni insufficienti, non possiamo permetterci di arretrare sul sociale. Anzi, dobbiamo rafforzarlo”.

Tra gli esempi più concreti, Piccinella cita il Centro Diurno “Carla Tamantini”: “È uno dei pilastri del nostro sistema di welfare territoriale. Non è un servizio isolato, ma parte di una rete più ampia che integra sociale e sanitario”.

Il riferimento è al Distretto socio-sanitario LT3, che coinvolge diversi comuni dei Monti Lepini e serve oltre 50 mila cittadini. “All’interno di questo sistema – spiega – il centro diurno svolge un ruolo fondamentale per l’inclusione sociale, il sostegno alle famiglie, lo sviluppo delle autonomie personali e la prevenzione dell’isolamento”.

Un aspetto decisivo, sottolineato durante il Consiglio, riguarda la gratuità del servizio: “È finanziato a livello distrettuale, quindi completamente accessibile agli utenti. Questo lo rende non una semplice voce di spesa, ma un investimento pubblico sul benessere della comunità”.

PNRR e futuro: “Serve una visione oltre l’emergenza”

Nel corso del dibattito è emerso anche il tema delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. “Il PNRR ci ha permesso di realizzare interventi importanti – ha affermato Piccinella – ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta di uno strumento temporaneo”.

Lo sguardo, infatti, è già proiettato oltre il 2026: “Il rischio è che, una volta terminata questa fase straordinaria, i Comuni si ritrovino con una struttura finanziaria fragile ma con aspettative dei cittadini più alte. Per questo serve una strategia chiara”.

Una strategia che, secondo il consigliere, deve muoversi su due livelli: “Da un lato utilizzare al meglio le risorse disponibili oggi, dall’altro rafforzare la capacità amministrativa e rivendicare un sistema di finanziamento più equo per gli enti locali”.

Il messaggio finale è netto: “Amministrare oggi significa fare scelte difficili in condizioni difficili. Proprio per questo è fondamentale stabilire delle priorità. A Sezze abbiamo scelto di mantenere i conti in equilibrio senza rinunciare ai servizi essenziali, mettendo al centro le persone più vulnerabili”.

“Il bilancio – conclude Piccinella – non è solo un documento contabile, ma lo specchio delle scelte di una comunità. E in un tempo di incertezze globali, garantire stabilità e tutela sociale è già di per sé un risultato politico significativo”.

 

 

Importante iniziativa del Comune di Sezze dedicata al futuro della Pubblica Amministrazione e ai processi di innovazione digitale.

Il prossimo 14 aprile 2026, alle ore 10.00, presso la Sala Conferenze del Ce.R.S.I.Te.S. di Latina, si terrà l’evento dal titolo AI, competenze e valore pubblico: nuove prospettive per la trasformazione digitale delle PA locali, promosso in collaborazione con la Sapienza Università di Roma e con il coinvolgimento di autorevoli rappresentanti istituzionali, accademici e del mondo produttivo.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di modernizzazione amministrativa avviato dal Comune e rappresenta un’occasione di confronto qualificato sui temi dell’intelligenza artificiale, dello sviluppo delle competenze e della creazione di valore pubblico nelle amministrazioni locali.

La giornata sarà articolata in diversi momenti di approfondimento e dialogo: dopo i saluti istituzionali, sono previste due tavole rotonde dedicate rispettivamente ai temi di innovazione, governo e sicurezza e a quelli delle competenze e delle risorse umane per la Pubblica Amministrazione del futuro. Interverranno rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine, del sistema universitario e del tessuto imprenditoriale, offrendo una lettura integrata e multidisciplinare delle trasformazioni in corso.

«Questa iniziativa rappresenta un passaggio strategico per rafforzare la capacità amministrativa del nostro territorio, promuovendo un utilizzo consapevole e responsabile delle tecnologie emergenti» sottolinea il Sindaco Lidano Lucidi. «L’intelligenza artificiale è una delle più grandi rivoluzioni della storia dell'umanità che cambierà per sempre il mondo. Per quanto riguarda gli enti locali essa non costituisce soltanto un’opportunità tecnologica, ma un vero e proprio fattore abilitante per migliorare la qualità dei servizi ai cittadini, aumentare l’efficienza dei processi e sostenere decisioni pubbliche più informate e trasparenti».

La partecipazione all’evento è aperta a tutti gli interessati fino a esaurimento posti.

 

 

Qualche giorno fa, dopo la messa, Gianni — un amico che parla poco ma pensa molto — mi ha fermato: «Ho letto i tuoi articoli. Ma spiegami: cosa significa davvero mettere insieme i maggiori partiti per governare il Comune per dieci anni?»

La risposta è semplice: non si tratta di un accordo tra partiti, ma di un patto tra politica e comunità.

Un patto fondato su poche priorità verificabili: risanare il bilancio (a partire dalla riscossione dei tributi), gestire in modo efficiente l’acqua pubblica, rafforzare sanità territoriale, scuola e assistenza, avviare sviluppo economico e lavoro.

La vera differenza sta nel metodo. Non interventi episodici, ma un programma di almeno dieci anni, capace di superare le scadenze elettorali. Perché — come insegnava Antonio Gramsci — il cambiamento si costruisce nel tempo, non nell’emergenza.

«Sì, ma come si governa insieme?» ha chiesto Gianni.

Con regole chiare: un programma scritto e pubblico, una squadra scelta di persone volenterose, verifiche annuali reali sull’avanzamento del programma, con controlli credibili: affidati anche a probiviri esterni all’amministrazione, espressione della comunità, persone autorevoli e indipendenti chiamate a verificare i risultati e a renderli pubblici, senza sconti per nessuno. E con partecipazione vera: consulte, rendicontazione, coinvolgimento diretto dei cittadini.

Serve anche affrontare il tema della guida: una possibile alternanza concordata tra le principali forze politiche non è una spartizione, ma una forma di responsabilità condivisa nel tempo.

Poi la domanda decisiva: «E i soldi?»

Un Comune vive di entrate proprie: IMU, TARI, IRPEF. Senza una riscossione seria, qualsiasi progetto resta sulla carta. Serve equità, ma soprattutto trasparenza: ogni euro deve essere visibile. Solo così si ricostruisce fiducia. Solo così la politica torna credibile.

E qui sta il punto vero.

Se non si cambia metodo, le cose non cambiano. Si continua ad amministrare l’immediato. Lo vediamo da anni. Pensiamo all’acqua. Dalla stagione della Dondi fino alla gestione Acqualatina, sono passati oltre vent’anni. Ma per i cittadini cosa è davvero cambiato? Non la qualità percepita del servizio.
Non la fiducia. È cambiata soprattutto una cosa: la bolletta, sempre più alta.

Alla fine Gianni mi ha detto: «Allora non è un accordo tra partiti.»

«No», gli ho risposto. «È un patto con la comunità.»

Poi mi ha guardato e mi ha chiesto: «E tu lo faresti? Anche gratuitamente?»

Gli ho risposto senza esitazione: «Sì. Perché il cambiamento, se è vero, deve partire anche dalla disponibilità personale.» Perché senza questo patto, chiamiamola come vogliamo, non è governo. È solo amministrare l’esistente, ripetendo gli stessi errori, con gli stessi risultati.

 

 

Nel dibattito politico locale torna centrale il tema dello sviluppo come leva principale per garantire nuove entrate e sostenere il bilancio comunale del Comune di Sezze. Una posizione che merita però una riflessione più approfondita, soprattutto quando viene presentata come una scelta inevitabile.

Definire questa operazione come necessaria per garantire entrate future appare infatti una semplificazione: lo sviluppo non è automaticamente sinonimo di crescita equilibrata, né garantisce benefici diffusi. Senza una pianificazione attenta, il rischio concreto è quello di favorire interventi che generano consumo di suolo e vantaggi concentrati, senza un reale ritorno strutturale per l’intera cittadinanza.

Ma c’è una domanda ancora più importante che dovrebbe guidare ogni scelta amministrativa: se non si valorizza ciò che già esiste, come si può pensare di sostenere un’espansione? Un territorio che fatica a mettere a sistema il proprio patrimonio urbano, sociale ed economico difficilmente può reggere nuove trasformazioni senza squilibri.

L’idea che “senza sviluppo non crescono le entrate” trascura inoltre altre leve fondamentali dell’azione amministrativa: il miglioramento dell’efficienza della spesa pubblica, il contrasto all’evasione, la valorizzazione del patrimonio comunale e il rafforzamento di politiche di sviluppo sostenibile già integrate nel tessuto urbano. Ridurre il confronto a una contrapposizione tra sviluppo e immobilismo rischia di impoverire il dibattito e di semplificare eccessivamente una questione complessa.

Anche il richiamo agli investimenti persi in passato meriterebbe un’analisi più articolata. Non è affatto scontato che la causa sia stata solo l’assenza di espansione urbanistica. Spesso incidono fattori ben più determinanti: la qualità dei servizi, l’efficienza delle infrastrutture, la trasparenza amministrativa e la capacità di costruire un contesto realmente attrattivo nel lungo periodo.

In questo quadro, sarebbe utile interrogarsi anche sull’utilizzo delle risorse già disponibili, come quelle legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Alcuni fondi del PNRR avrebbero potuto rappresentare un’occasione concreta per rafforzare servizi essenziali, invece abbiamo assistito alla rincorsa a prendere soldi “ndo coglio coglio”.

Infine, chiedere a chi esprime perplessità di indicare un’alternativa è legittimo, ma il confronto dovrebbe partire da dati concreti, valutazioni di impatto e un reale coinvolgimento della comunità. Le scelte che incidono sul futuro del territorio non possono essere presentate come obbligate, ma devono essere discusse apertamente, considerando con equilibrio sia le opportunità sia i rischi.

Esempi concreti di occasioni mancate a Sezze

Nel caso del Comune di Sezze, parlare di occasioni mancate non significa fare polemica astratta, ma guardare a situazioni reali e visibili sul territorio.

  1. Centro storico e immobili inutilizzati
    Il centro storico di Sezze continua a vivere una fase di progressivo svuotamento, con abitazioni chiuse e locali commerciali non utilizzati. Una strategia mirata di recupero – anche attraverso incentivi, bandi o partenariati pubblico-privati – avrebbe potuto rilanciare queste aree, sostenendo turismo, artigianato e piccole attività. Invece, la mancanza di una visione strutturata ha lasciato molte potenzialità inespresse.
  2. Manutenzione urbana e viabilità
    Le criticità legate alla manutenzione di strade, marciapiedi e spazi pubblici sono sotto gli occhi di tutti. Interventi diffusi e programmati avrebbero potuto migliorare sensibilmente la qualità della vita e l’attrattività del territorio, anche utilizzando risorse straordinarie come quelle del PNRR.
  3. Sezze Scalo già esistente ma poco valorizzato
    Prima ancora di parlare di espansione, l’area di Sezze Scalo presenta già oggi spazi e potenzialità non pienamente sfruttate: aree produttive non completamente sviluppate, servizi insufficienti e collegamenti migliorabili. Un intervento mirato su ciò che esiste – infrastrutture, servizi, mobilità – potrebbe rappresentare una base più solida rispetto a nuove previsioni urbanistiche. Basta guardare al Piazzale della Stazione che le Ferrovie di Stato hanno RISTRUTTURATO E CHE L’AMMINISTRAZIONE HA LASCIATO COMPLETAMENTE ABBANDONATA.
  4. Servizi digitali e rapporto con cittadini e imprese
    Molti cittadini e imprenditori segnalano ancora difficoltà nei tempi e nelle procedure amministrative. La digitalizzazione dei servizi comunali, la semplificazione burocratica e una maggiore trasparenza avrebbero potuto rappresentare un forte incentivo per chi vuole investire o semplicemente vivere meglio il territorio.

Lo sviluppo, se davvero vuole essere tale, non può prescindere da una base solida: quella di un territorio che funziona, che valorizza le proprie risorse e che costruisce il proprio futuro senza lasciare indietro nessuno.

 

 

l Consiglio comunale di Sezze, riunitosi nella seduta dello scorso 7 aprile, ha approvato il bilancio di previsione 2026–2028, documento programmatico che definisce le linee strategiche e finanziarie dell’amministrazione per i prossimi anni.
A margine della seduta, il sindaco Lidano Lucidi ha sottolineato il significato politico e amministrativo di questo passaggio, indicando con chiarezza la direzione intrapresa dall’amministrazione comunale.
«Il bilancio di previsione 2026–2028 – ha dichiarato il sindaco – pone una scelta politica chiara: uscire dalla logica della semplice gestione dell’esistente e aprire una fase nuova per il futuro di Sezze. Negli ultimi anni abbiamo svolto un lavoro serio e silenzioso per mettere in sicurezza i conti dell’ente, affrontando criticità storiche e situazioni complesse come la riconciliazione con la SPL e la gestione strutturale del contenzioso».
Secondo il primo cittadino, il contesto attuale richiede però una visione più ampia e nuove strategie.
«Oggi lo scenario è cambiato – ha spiegato Lucidi –: meno risorse, più costi e più bisogni da parte della comunità. Limitarsi ad amministrare significherebbe accompagnare lentamente il sistema verso un progressivo restringimento. Per questo il bilancio approvato guarda allo sviluppo come elemento centrale della tenuta futura del Comune».
In questa prospettiva assume un ruolo strategico la variante al piano regolatore nell’area di Sezze Scalo, inserita tra le priorità finanziate nel nuovo bilancio.
«La variante a Sezze Scalo non è soltanto una scelta urbanistica, ma una scelta di politica economica. Senza sviluppo non crescono le entrate e senza nuove entrate non è possibile sostenere i servizi, le politiche sociali e la solidità del bilancio comunale».
L’area di Sezze Scalo per l’amministrazione rappresenta il principale motore in grado di attrarre investimenti e generare nuova economia.
«Si tratta della zona con il maggiore potenziale per attrarre investimenti, creare lavoro e produrre nuova economia. Da qui può partire un processo capace di allargare concretamente il perimetro delle risorse del Comune».
Il sindaco ha inoltre evidenziato come lo sviluppo economico possa produrre effetti diretti sulla capacità dell’ente di garantire servizi e interventi per la comunità.
«Più sviluppo significa più entrate da IMU, più oneri di urbanizzazione, più attività economiche e più occupazione. In termini concreti significa avere le risorse per finanziare manutenzioni, infrastrutture, servizi e interventi sociali».
Lucidi ha infine richiamato il dibattito politico attorno a queste scelte, invitando a confrontarsi apertamente sulle prospettive del territorio.
«Chi dice no a questa prospettiva deve indicare con chiarezza quale sia l’alternativa. Perché l’alternativa non è neutra: restare fermi oggi significa perdere investimenti, come è accaduto per anni quando molte imprese locali hanno scelto di investire altrove. Rimettere in moto l’economia del territorio significa costruire le condizioni per un bilancio più forte, meno fragile e più capace di sostenere la comunità».

 

 

Sezze si prepara a diventare laboratorio di esperienze, storie e valori sportivi con Lo sport tra le righe. Sezze, tra cultura, inclusione  e comunità. L’evento in programma venerdì 10 e sabato 11 aprile, promosso dal Comune di Sezze e organizzato dalla casa editrice Lab DFG, con il sostegno della Regione Lazio e del Ministro per lo Sport e i Giovani.

Due giornate intense che metteranno al centro il racconto dello sport come strumento educativo e sociale, capace di unire generazioni e linguaggi diversi, coinvolgendo studenti, atleti, giornalisti e realtà del territorio.

Ad aprire il programma, giovedì 10 aprile, saranno gli incontri nella scuola dell’I.S.I.S.S. Pacifici-De Magistris dove il dialogo tra sport e narrazione diventa occasione di confronto diretto con i più giovani Si parte con Il mito tra passione e sacrificio con la giornalista sportiva Luciana Rota intervistata dal giornalista Fabio Benvenuti; a seguire il panel La prima pagina: come nasce una storia, in cui scrittrici e scrittori esordienti dialogheranno con gli studenti, svelando il percorso creativo che trasforma un’idea in racconto.

Nel pomeriggio, l’evento si sposterà nei luoghi simbolo dello sport setino: dall’esibizione di basket al Campo La Macchia dove le società sportive avranno l’occasione di confrontarsi con l’icona della pallacanestro italiana Giacomo Galanda, protagonista anche di un confronto con il giornalista RAI Marco Fantasia voce simbolo della pallavolo italiana, al panel Sezze e la passione per il tennis presso il Circolo del Tennis dove verrà ricordato Sandro Pontecorvi che ha scritto la storia del tennis setino, all’incontro con il campione del mondo di pugilato Michael Magnesi, fino al ricordo dell’alpinista Daniele Nardi.

Un percorso diffuso che invita l’intera comunità setina a prendere parte agli appuntamenti: cittadini, associazioni, famiglie e appassionati di ogni età sono chiamati a vivere da protagonisti due giornate di incontri, racconti ed esperienze. Un’occasione concreta per ritrovarsi, condividere storie e riscoprire insieme il valore dello sport come elemento di identità e coesione della comunità.

Venerdì 11 aprile sarà invece la giornata dedicata alla celebrazione dei valori sportivi. Alle ore 10:00, presso il Museo Archeologico di Sezze, verrà inaugurata la mostra dedicata alla Nazionale italiana di calcio, un percorso emozionale tra immagini e storia degli Azzurri.

A seguire, nella suggestiva cornice di S. Michele Arcangelo, si terrà la cerimonia di consegna del Premio Ercole-Città di Sezze, riconoscimento assegnato a chi, nello sport, dimostra la stessa forza e resilienza di Ercole, fondatore mitico di Sezze, affrontando le sfide con coraggio e mettendo il proprio talento al servizio della comunità.

«Lo sport non è soltanto competizione o spettacolo, ma un potente strumento educativo, culturale e sociale, fatto di esempi positivi, capace di trasmettere valori fondamentali come il rispetto, l’impegno, il sacrificio e il senso di comunità. – Dichiara il Sindaco di Sezze, Lidano Lucidi – Questo, in buona sostanza, il ruolo delle tante associazioni sportive dilettantistiche presenti nel nostro territorio, che con passione si fanno portabandiera di questi valori. Eventi come “Lo sport tra le righe” rientrano perfettamente nel tipo di iniziative che come amministrazione vogliamo promuovere e sostenere.

Portare a Sezze giornalisti, atleti e protagonisti del mondo sportivo e culturale, coinvolgere le scuole e aprire momenti di confronto con i cittadini significa investire nella crescita dei nostri giovani e rafforzare il legame tra sport, cultura e territorio. Questa iniziativa dimostra quanto il nostro paese possa diventare un luogo di incontro e di riflessione sui valori dello sport, capace di unire generazioni diverse e di raccontare storie che ispirano. Come amministrazione comunale continueremo a lavorare per sostenere progetti che valorizzino Sezze e che offrano opportunità di partecipazione e formazione per tutta la comunità».

Lo sport tra le righe si propone così come un evento capace di raccontare storie, costruire comunità e generare consapevolezza. Un appuntamento che non è solo celebrazione, ma anche racconto, formazione e condivisione, nel segno di uno sport che va oltre il campo di gioco e trova spazio nella vita quotidiana, diventando patrimonio collettivo e strumento di crescita per le nuove generazioni.

 

 

Nel prossimo Consiglio Comunale di Sezze che si terrà il 7 Aprile, sarà all’ordine del giorno l’affidamento in house del Centro Diurno per disabili adulti “C. Tamantini” alla società Servizi Pubblici Locali Sezze S.p.A., partecipata al 100% dal Comune, per un periodo di quattro anni.

 

 

Negli anni passati, il servizio è stato gestito dalla SPL con proroghe tecniche ripetute più volte. Secondo le indicazioni dell’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), le proroghe tecniche devono essere utilizzate solo per un breve periodo, strettamente necessario a garantire la continuità del servizio e a consentire l’espletamento di procedure competitive. La loro reiterazione per diversi anni, come avvenuto in questo caso, rischia di superare quanto previsto dalla legge.

Dal punto di vista del miglioramento del servizio, affidare nuovamente il centro senza gara potrebbe limitare le opportunità di innovazione, confronto e stimolo a migliorare la qualità delle prestazioni. Oggi i centri diurni dovrebbero evolversi rispetto al modello tradizionale di “stanze chiuse”, offrendo percorsi più integrati con il territorio e favorendo l’autonomia e l’inclusione delle persone con disabilità. Sarebbero necessari più educatori che OSS e progetti di vita strutturati, perché i centri diurni dovrebbero fungere da ponte tra il “Durante noi” e il “Dopo di noi”.

D’altro canto, va riconosciuto che l’affidamento alla SPL garantisce continuità del personale e una certa stabilità organizzativa, elementi importanti per gli utenti del centro.

In questo quadro, più che esprimere un giudizio univoco, sarebbe utile lasciare la parola alle famiglie dei ragazzi che frequentano il centro: dovrebbero essere loro, più che la politica, a percepire se il servizio fornito dalla SPL risponde alle esigenze dei propri figli e se la gestione attuale è soddisfacente. La decisione politica dovrà tenere conto non solo delle regole e dei vincoli normativi, ma anche dell’effettivo impatto sulla vita quotidiana dei ragazzi che frequentano il Tamantini.

 

 

Quel numero tre. O meglio, il 3%, la percentuale di deficit rispetto al Prodotto interno lordo (PIL), che il governo italiano non deve superare per uscire dalla procedura d'infrazione dell'Unione europea… l'Italia oggi si trova al 3,1%.

Tradotto… sotto quella soglia, il governo non può fare una legge di bilancio espansiva ed elettorale, ma sarà una legge di bilancio di lacrime e sangue.

Il governo, ora come ora, avrebbe bisogno di un sacco di risorse per le accise, per calmare le bollette alle famiglie tagliare, per aiutare le imprese che già stanno cominciando a tagliare posti di lavoro.

Politica ed economia si intrecciano, ma questa volta più del solito.

La guerra nel Golfo Persico è una mazzata su un'economia che già zoppicava vistosamente.

La produzione industriale è scesa dello 0,5% su dicembre, il miracolo dell'occupazione si riduce a un aumento di 70 mila posti su un anno fa, mentre esplode il numero di chi non studia e non lavora (un italiano fra i 15 ei 64 anni su tre); entro giugno bisogna chiudere tutti i progetti del PNRR e concluderli.

Come si traduce tutto questo in politica?

È diffusa che la cautela e la moderazione mostrate da Meloni e Giorgetti nell'ultima finanziaria mirassero a mettere in cassa il più possibile, per una finanziaria più elargiva e generosa per il 2027 (anno delle elezioni politiche); il referendum, la vittoria del NO e la guerra hanno fatto saltare i piani di Meloni.

Per Meloni non ci sono molte strade da qui all'autunno.

O disubbidire all'Europa e violare il patto di stabilità che lei stessa ha firmato, facendo impennare lo spread.

O disubbidire a Trump e rimangiarsi la promessa di comprare armi americane, compromettendo il suo rapporto col presidente USA.

O rimangiarsi le promesse e andare al voto con una nuova legge elettorale e di bilancio senza aiuti a imprese e famiglie e senza tagli di tasse, facendo arrabbiare il suo elettorato.

Oppure, ultima possibilità, evitare questi problemi con una bella crisi di governo, andando a votare prima, rimandando al dopo voto le scelte complicate.

Passando la patata bollente agli altri, distraendoci con la riforma elettorale.

 

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