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È bastata una comunicazione dell’Ente Locale per far saltare l’uscita a teatro di tre classi della scuola Caio Valerio Flacco. Il motivo? Il Comune non sarebbe in grado di assicurare il trasporto extrascolastico. Risultato: i bambini restano a scuola, mentre gli altri compagni assisteranno regolarmente allo spettacolo organizzato da Matuta Teatro.

Le classi coinvolte sono la 3A e la 3B della Primaria di Melogrosso e la sezione F della Scuola dell’Infanzia di via Bari. Per loro la partecipazione è rimandata “a data da destinarsi”, formula ormai diventata un classico quando mancano mezzi, risorse o volontà organizzativa.

La decisione ha sollevato più di un malumore tra i genitori: "Com’è possibile che un Comune non riesca a garantire neppure il trasporto per un’attività didattica programmata da tempo?
L’uscita teatrale non è un capriccio, ma un momento educativo importante — e per i bambini esclusi, soprattutto i più piccoli, una delusione evitabile.

Ancora una volta, un semplice problema logistico si trasforma in un ostacolo che penalizza solo alcune classi, creando disparità all’interno della stessa scuola. Resta ora da capire se e quando verrà fissata una nuova data… e se il Comune deciderà finalmente di garantire un servizio essenziale come il trasporto scolastico.

 

 

Ogni anno, con l’arrivo del periodo natalizio, il comune di Sezze si anima di luci, colori e magia grazie all’impegno dei numerosi volontari che realizzano splendidi presepi. Queste rappresentazioni della Natività non sono solo simboli religiosi, ma diventano veri e propri punti di incontro per la comunità, capaci di raccontare storie, tradizioni e l’identità del nostro territorio.

Le origini della tradizione del presepe

La parola “presepe” deriva dal latino praesaepe, che significa “mangiatoia” o “recinto per animali”, richiamando direttamente il luogo in cui fu deposto il Bambino Gesù. Le prime rappresentazioni della Natività risalgono ai primissimi secoli del Cristianesimo, con immagini e affreschi nelle catacombe romane, ma il presepe come lo conosciamo oggi nasce nel 1223, quando San Francesco d’Assisi allestì a Greccio il primo presepe vivente documentato, coinvolgendo persone e animali in una celebrazione della Messa. Da allora, la tradizione si è diffusa e arricchita nel corso dei secoli: dai presepi statici nelle chiese e nei conventi alle composizioni artistiche e artigianali nelle case, ogni regione italiana ha sviluppato stili e caratteristiche uniche, mantenendo vivo il legame tra fede, arte e cultura popolare.

Il presepe non è solo una rappresentazione della Natività, ma un simbolo di valori universali: pace, solidarietà, umiltà e condivisione. Attraverso questa rappresentazione, la Natività diventa tangibile e concreta, un messaggio visivo e universale capace di avvicinare persone di ogni età.

Per Sezze, i presepi allestiti ogni anno dai volontari rappresentano anche una preziosa occasione di coesione sociale e partecipazione, coinvolgendo famiglie, giovani e anziani in un progetto comune che rafforza il senso di comunità. È una tradizione che collega generazioni, custodendo la memoria storica e culturale del territorio e valorizzando l’arte, la manualità e la creatività locali.

Tra le installazioni più note e ammirate ci sono due presepi in particolare:

Il presepe sul Piazzale delle Regioni a Sezze Scalo, colpisce per la sua suggestiva realizzazione con statue ad altezza naturale, che danno vita a una scena della Natività sorprendentemente realistica. Le figure sono disposte sotto una piccola installazione, creando un’atmosfera raccolta e intima, dove non mancano dettagli come il pastorello e la pecorella, che completano il quadro e trasmettono tutto il fascino della tradizione natalizia. Una tappa imperdibile per chi vuole immergersi nella magia del Natale a Sezze.

Il presepe di località Casali incanta per la sua location naturale straordinaria: le statue sono disposte su una colata di muschio verde, con alle spalle una pietra viva di roccia che fa da scenografia naturale. La combinazione tra elementi naturali e figure della Natività crea un effetto magico e suggestivo, trasformando il presepe in un piccolo angolo di poesia e spiritualità nel cuore di Sezze.

Questi presepi non sono solo un piacere per gli occhi, ma anche una testimonianza della generosità e della dedizione della comunità: un invito a vivere il Natale come momento di condivisione e di bellezza condivisa.

Perché mantenere viva la tradizione

Mantenere viva la tradizione del presepe a Sezze significa custodire la memoria collettiva, rafforzare i legami sociali e valorizzare la cultura locale. È un modo per insegnare alle nuove generazioni il valore della partecipazione, della creatività e della spiritualità, creando un rito collettivo che unisce passato e presente.

Ogni anno, visitare i presepi di Sezze diventa così un’esperienza che va oltre la semplice contemplazione: è un gesto di vicinanza alla comunità, un’occasione per riscoprire la bellezza di una tradizione millenaria che continua a illuminare il cuore del nostro paese.

 

 

 

Il Comune di Sezze torna a celebrare la propria identità storica con la tradizionale Rievocazione Medievale del “Fuoco di Natale”, un appuntamento che rievoca antichi rituali comunitari e rende omaggio allo Statuto Comunale del 1520. L’iniziativa mira a recuperare e valorizzare la memoria locale, rafforzando il legame tra la città e le sue tradizioni più profonde.

Lunedì 24 dicembre, alle ore 10:00, in Piazza dei Leoni, si terrà l’accensione del fuoco rituale, accompagnata da figuranti in abiti d’epoca e da atmosfere musicali medievali. A seguire si svolgerà la cerimonia ufficiale, alla presenza del Sindaco e delle autorità locali, momento centrale della manifestazione.

La giornata si concluderà con un brindisi augurale e con la degustazione di alcuni prodotti citati nello Statuto del 1520, tra cui la tradizionale cupeta e sfiziosi dolcetti allo zenzero, per un tuffo autentico nei sapori del passato.

Con questa iniziativa Sezze rinnova il proprio impegno nella tutela delle tradizioni storiche, offrendo alla cittadinanza e ai visitatori un’occasione di incontro, cultura e memoria condivisa.

 

Per decenni la politica internazionale ha continuato a ragionare secondo le lenti deformanti del vecchio bipolarismo. Stati Uniti ed Europa, anche dopo il 1991, hanno letto il mondo come se esistesse ancora un “blocco sovietico”, una minaccia monolitica e ideologica a cui contrapporre un Occidente altrettanto compatto. Questa narrativa, rassicurante e funzionale alla costruzione di consenso interno, ha però oscurato l'emergere di un mondo radicalmente diverso: multipolare, instabile, non più riducibile a un singolo antagonista da contenere.

Negli ultimi vent'anni l'Occidente ha spesso reagito a questa complessità con schemi semplicistici: l'allargamento a est e la militarizzazione dei confini come risposta alle paure nate dal vuoto lasciato dal crollo dell'URSS; interventi “umanitari” rivelatisi spesso fallimentari; la pretesa di universalizzare modelli politico-economici pensati per un'altra epoca.

La realtà, intanto, avanzava in silenzio: la Cina trasformava la sua proiezione economica in influenza geopolitica; l'India emergeva come potenza autonoma; il Sud globale recuperava voce e risorse; attori regionali come Turchia, Iran, Arabia Saudita ridisegnavano equilibri secolari. L'era dei blocchi è finita, ma l'Occidente continua a comportarsi come se non l'avesse capito.

Questa miopia ha avuto conseguenze pesanti anche all'interno delle nostre società.

Mentre ci si ostinava a cercare un nemico lontano, si ignoravano i conflitti vicini: l'impoverimento dei territori, lo spopolamento delle aree interne, il degrado ambientale, la perdita di coesione sociale, l'erosione delle economie locali travolte dalla globalizzazione finanziaria. Abbiamo difeso confini astratti e interessi strategici spesso indefiniti, ma abbiamo dimenticato di difendere ciò che rende vivo un Paese: le sue comunità, la sua terra, i suoi beni comuni.

Oggi, in un presente multipolare fatto di relazioni non gerarchiche, catene del valore globale e vulnerabilità interdipendenti, la “difesa” più urgente non è quella che si misura in spesa militare, ma quella che si costruisce con la cura quotidiana dei territori. Significa proteggere le risorse naturali, rallentare l'erosione delle campagne, risanare le città, investire in infrastrutture locali sostenibili. Significa ricostruire un tessuto di solidarietà che non sia retorica ma pratica, capace di tenere insieme economie comunitarie, mutualismo, servizi essenziali, e nuove forme di partecipazione democratica.

La sfida geopolitica dei prossimi anni non sarà la vittoria di un blocco sull'altro – perché i blocchi non esistono più – ma la capacità dei popoli di rigenerare il proprio spazio vitale. Difendere il territorio significa ridare senso alla politica: riportarla vicino alle persone, alle loro esigenze materiali, alla loro sicurezza reale. In un mondo frammentato, la stabilità nasce da comunità sane, non da equilibri di potenza sempre più fragili.

Per questo occorre un impegno collettivo: amministrazioni, cittadini, associazioni, imprese. La cura del territorio è la prima e più concreta forma di sovranità democratica; è l'unico terreno su cui si incrociano ambiente, economia, solidarietà e qualità della vita. L'Occidente potrà ritrovare credibilità nel mondo multipolare solo se tornerà a prendersi cura di sé, smettendo di inseguire i fantasmi del passato.

Rinascere è possibile. Ma si comincia sempre da casa.

 

 

Condizione insostenibile. Da mercoledì scorso i termosifoni della scuola dell'infanzia “Caio Valerio Flacco” di Sezze Scalo sono spesi per un guasto che non si riesce al momento a risolversi. Le aule gelide hanno spinto molti genitori a tenere i figli a casa, una scelta comprensibile ma che, di fatto, priva i bambini del loro diritto alla frequenza scolastica. Le insegnanti sono in aula con sciarpa e cappotto in attesa che qualcuno possa risolvere il problema tecnico. Non dovrebbe essere necessario arrivare a queste decisioni ma garantire ambienti sicuri e riscaldati è un dovere essenziale. Le famiglie chiedono un intervento immediato per riportare i piccoli a scuola senza disagi e senza rinunce forzate. Questa mattina c'è stato un sopralluogo dei tecnici per capire la natura del guasto. In molti si chiedono perché non vi è stata una ordinanza sindacale di chiusura come avvenuto due settimane fa per l'istituto scolastico di via Piagge Marine a Sezze. 

 

Nella suggestiva cornice dell’Eremo di Santa Lucia di Sezze si è svolta ieri la presentazione della guida “La Cappella Sistina del Popolo – Guida all’Eremo di Santa Lucia e ai suoi affreschi”, opera di Lucio Planera realizzata con la collaborazione di Elisabeth Bruckner. L’iniziativa ha richiamato un pubblico numeroso e attento, presente per l'amministrazione comunale di Sezze, il consigliere comunale Daniele Piccinella.

L’incontro è stato l’occasione per scoprire l’origine del titolo “Cappella Sistina del Popolo”: una definizione che non richiama soltanto la bellezza degli affreschi, ma affonda le sue radici nella figura di papa Sisto V, che patrocinò il ciclo pittorico e che richiama, per analogia, la celebre Cappella Sistina vaticana, così denominata in onore di Sisto IV, promotore della sua costruzione e artefice del suo ruolo centrale nella Roma rinascimentale.

La serata si è aperta con la proiezione in anteprima del videodocumentario ispirato alla guida, realizzato da Augusto La Penna, che ha suscitato grande interesse e apprezzamento da parte dei presenti. A seguire, il professor Giancarlo Loffarelli ha offerto un contributo di notevole valore culturale, ripercorrendo le origini del territorio e inquadrando l’Eremo nel complesso contesto storico in cui è nato e si è sviluppato. Un intervento denso di riferimenti e approfondimenti che ha contribuito a valorizzare ulteriormente il patrimonio artistico e spirituale del luogo.

L’evento ha visto anche il qualificato intervento di Elisabeth Bruckner, il cui apporto ha arricchito la presentazione con riflessioni e chiarimenti di carattere storico-artistico, particolarmente apprezzati dal pubblico.

In chiusura, il parroco don Giovanni ha espresso sentiti ringraziamenti agli autori della guida. In modo speciale ha voluto rendere omaggio a Lucio e Pina Planera per la donazione del volume alla parrocchia e per l’impegno costante nel custodire e valorizzare l’Eremo. Parole di riconoscenza sono state rivolte anche a Lucio Planera per aver portato a compimento con dedizione e amore un lavoro che affonda le sue radici in oltre quarantacinque anni di appartenenza e servizio alla comunità di Santa Lucia.

Un incontro ricco di cultura, storia e gratitudine, che ha contribuito a rinnovare l’attenzione verso uno dei luoghi più preziosi del territorio.

 

 

 

C’è un luogo, a Sezze, dove il tempo sembra rallentare e il paesaggio diventa parola, emozione, respiro. Un luogo che abbraccia la pianura pontina dall’alto, dove lo sguardo può correre libero fino al mare e perdersi tra i colori del cielo. È la terrazza panoramica che si apre davanti alla Cattedrale di Santa Maria, uno dei punti più suggestivi e identitari della città.
Qui, quando il sole inizia a scendere oltre l’orizzonte, la luce si trasforma in un dipinto vivente: le nuvole si tingono di rosa e arancio, la pianura si accende di piccole costellazioni urbane, e l’aria si riempie di quel silenzio che solo i luoghi speciali sanno custodire. È un incontro perfetto tra natura, storia e spiritualità.
L’ampia veduta è molto più di una cartolina: è uno specchio dell’identità setina. Il muro e la balaustra che cingono la terrazza, antistanti la Cattedrale, sono parte integrante di un percorso storico che unisce architettura e paesaggio.
Qui si percepisce la forma antica della città arroccata, il rapporto millenario con la pianura sottostante e quel senso di protezione che solo i luoghi sacri sanno comunicare.
Nei periodi festivi, come si vede nelle decorazioni che illuminano le colonne in pietra, il punto panoramico si veste di atmosfere calde e accoglienti grazie ai volontari che abitano qui , diventando una tappa immancabile per chi vuole alleggerire l'animo.

Un patrimonio da valorizzare

Questo spazio, così ricco di potenzialità, merita un progetto di valorizzazione capace di esaltarne la bellezza naturale e il valore culturale.
Una cura del muro panoramico, illuminazioni mirate o pannelli che raccontino la storia del luogo potrebbero trasformarlo ancor più in un biglietto da visita d’eccellenza per la città. Si potrebbe abbracciare l’idea di un percorso narrativo – “sospesi tra cielo e terra” – potrebbe diventare una firma identitaria, un’esperienza emozionale che accompagna il visitatore e racconta il senso profondo di questo spazio unico.

Il posto dove Sezze respira

Chiunque si fermi qui, anche solo per qualche minuto, torna a casa con qualcosa in più.
Un’immagine, un pensiero, una sensazione.
Forse perché guardare questo panorama significa guardare anche dentro di sé.
In un tempo che corre veloce, la terrazza davanti alla Cattedrale di Santa Maria continua a offrire ciò che è più raro: *uno spazio sospeso*, dove cielo e terra si incontrano e l’anima trova il suo orizzonte.
per restituirgli dignità e vivibilità basterebbe davvero poco. L'amministrazione comunale dovrebbe far rispettare il divieto di sosta, individuando spazi alternativi per le auto dei residenti, così da liberare l’area oggi soffocata dalle auto. Allo stesso tempo, il ripristino della pavimentazione dell’intera piazza permetterebbe di trasformare questo spazio in un vero luogo d’incontro, dove cittadini e visitatori possano godere del panorama in sicurezza e tranquillità.
Piccoli interventi, ma capaci di far sì che la comunità possa riappropriarsi dei propri spazi, valorizzando uno dei tesori più preziosi della nostra città.

 

 

Nella nostra città i problemi dell’ordine pubblico, della sicurezza e del degrado urbano hanno raggiunto livelli allarmanti. Lo spaccio di stupefanti è divenuto ormai la normalità e gli episodi di violenza, le risse e gli accoltellamenti si ripetono con preoccupante frequenza, suscitando crescente allarme tra i cittadini. Al netto delle strumentalizzazioni politiche, è urgente un’azione seria, mirata e coordinata di tutte le istituzioni, principalmente dell’amministrazione cittadina.   
 
Tuttavia quanti amministrano Sezze (e non è questione di ruoli, di maggioranza e opposizione, quelli di prima e quelli di adesso) sembrano essere piuttosto spettatori impotenti, non esercitano compiutamente il proprio ruolo, non considerano prioritaria una analisi approfondita del territorio, della stratificazione sociale e culturale della popolazione residente, differenziata in particolare per quartieri, per individuare le cause che determinano il manifestarsi di illegalità, devianze, abbandono scolastico, degrado delle relazioni interpersonali, soprattutto in ambito familiare, povertà economiche e si rifugiano nell’area confort dell’immobilismo, nella speranza che intorno ai singoli episodi il clamore mediatico rapidamente si spenga, si faccia strada la stanchezza e i cittadini scelgano di ripiegare nel proprio particolare, lasciando che a prevalere siano assuefazione e indifferenza. Nell’immediatezza degli eventi certo non mancano le dichiarazioni di condanna contro i responsabili, le manifestazioni di solidarietà e vicinanza verso le vittime, il ricorso a slogan propagandistici per cercare di tranquillizzare l’opinione pubblica e le proposte estemporanee, scollegate da una visione progettuale complessiva, in grado di aggredire le criticità e di combatterle in maniera seria ed efficace.
 
È innegabile che il problema dell’insicurezza è anche legato alla percezione, è effetto di un certo modo di fare informazione e del fatto che alcune forze politiche usano la paura e la rabbia come strumenti per raccogliere consensi, enfatizzando singole situazioni e utilizzando un linguaggio che finisce per innescare spirali perverse e accrescere il senso d’insicurezza, ma è indubbio che determinate criticità sono oggettive ed inoppugnabili.
 
Aumentare il numero delle forse dell’ordine e rafforzare i controlli sul territorio, impiegare su larga scala la videosorveglianza e inasprire le pene sono proposte securitarie semplici, dall’impatto mediatico immediato e indiscutibile. Nessuno nega in via di principio la loro importanza, ma bisogna riconoscere la loro ridotta efficacia deterrente, il fatto che da sole non sono sufficienti, non rappresentano la panacea sbandierata.
 
Vivere e sentirsi sicuri è un diritto di noi cittadini. Garantire la sicurezza è compito delle istituzioni e delle forze di polizia, le uniche legittimate all’uso della forza, come stabilito dalla Costituzione, ma è impensabile che la soluzione possa essere la militarizzazione della nostra città (peraltro la presenza stabile ad ogni angolo delle forze dell’ordine è praticamente impossibile), il rinchiuderci in case fortificate, l’uso indiscriminato della tecnologia anche a scapito della privacy, l’esclusione dalla comunità dell’altro e del diverso senza distinguere chi rispetta le regole e contribuisce a portare sviluppo e ricchezza, da chi opera in direzione opposta.
 
Se è vero che la criminalità e l’illegalità prosperano dove lo Stato è assente, dove mancano i controlli, parimenti è indiscutibile che certi interventi sono perfettamente inutili se nei cittadini manca la cultura del rispetto delle regole.
 
Viviamo un’epoca di grandi cambiamenti a livello globale, ma anche locale. a precarizzazione del lavoro e i salari inadeguati alimentano l’incertezza del futuro. La povertà, la fame e l’assenza di prospettive spingono migliaia di persone a lasciare i loro paesi e Sezze è diventata meta di flussi migratori crescenti che necessiterebbero una gestione seria e rispettosa dei diritti e della legalità. Sul punto scontiamo ritardi culturali, l’incapacità del governo di promuovere una politica condivisa di regolamentazione dei flussi, ma anche l’inadeguatezza di tante scelte compiute a livello cittadino.
 
Occorre ricercare soluzioni condivise, mediante un adeguato e costante dialogo con i cittadini, favorendo la collaborazione del Comune con le altre istituzioni territoriali, scolastiche e religiose, con le associazioni e le realtà produttive che costituiscono una risorsa preziosa per la nostra città. La sicurezza insomma si consegue promuovendo politiche di inclusione e favorendo la partecipazione.
 
Il primo e più efficace modo per combattere l’illegalità è prevenirla e per questo serve un’azione amministrativa efficace, fondata sul rispetto delle leggi, sulla massima trasparenza e finalizzata alla realizzazione di una sempre maggiore vivibilità del nostro territorio. Preoccuparsi di costruire e mantenere una città pulita, illuminata, valorizzare gli spazi esistenti di aggregazione e, laddove assenti, realizzare luoghi che permettano alle persone di incontrarsi e alle bambine e ai bambini di giocare, sia in centro che nei quartieri periferici, favoriscono la vita sociale e rendono la città meno vulnerabile.
 
Il Comune può e deve proporre progetti ed iniziative culturali, in collaborazione con le scuole e l’associazionismo, che aiutino i cittadini a crescere nella cultura della cittadinanza responsabile, a mettere in atto quelle pratiche di prevenzione e vigilanza che si dimostrano sempre più necessarie ed efficaci per impedire le illegalità, ridurre il consumo di stupefacenti, l’abuso di alcol e combattere le varie forme di ludopatia.
 
Servono insomma progettualità in grado di ritessere e riaggregare il tessuto sociale lacerato della nostra città, facendo leva sulle potenzialità e sulle ricchezze umane e culturali che ci caratterizzano, politiche sociali inclusive basate sul rispetto dei diritti e della dignità umana e capaci di perseguire un autentico benessere sotto ogni aspetto, non lasciando sole le persone, accrescendo la partecipazione e la convivenza pacifica, assicurando una mediazione dei conflitti, sviluppando processi virtuosi grazie ai quali noi cittadini possiamo riconoscerci nel territorio in cui viviamo e batterci per migliorare le nostre condizioni di vita.

 

 

Il sindaco di Sezze, Lidano Lucidi, interviene in merito alla copiosa perdita che da ieri si sta verificando tra Via San Carlo e Via Umberto. L’intervento verrà effettuato domani. Si tratta di una rottura importante, resa ancor più complessa dalla presenza di infrastrutture sensibili nel sottosuolo.

«Si tratta di un intervento complesso – spiega Lucidi a La Notizia Condivisa – che richiede l’azione congiunta di Acqualatina ed Enel, perché in quel tratto è presente una linea elettrica da 20 mila watt. È quindi necessario che l’operazione venga eseguita in modo coordinato tra le due società, garantendo la completa sicurezza dei tecnici e dei residenti».

Secondo il sindaco, la perdita ha origine dall’obsolescenza della rete idrica: «In quel punto ci sono dei giunti che sono saltati, e allo stesso tempo sono presenti cavi di alta tensione. La sovrapposizione delle due reti rende l’intervento particolarmente delicato».

Domani quindi ci sarà l'intervento, che in realtà era stato già programmato per mercoledì ma vista l'emergenza ci sarà domani. 

 

 

Occorre assecondare le forme di ricambio della forza lavoro: giovani, donne, migranti.
Il futuro dell’Italia dipende dalla capacità di rigenerare la popolazione nelle età più produttive e fertili. Se non riuscirà a farlo, il Paese dovrà affrontare costi sempre più gravosi legati all’invecchiamento e al debito pubblico, su basi demografiche sempre più fragili.

Avremo difficoltà nel reperimento di personale, una spesa pensionistica in aumento fino al 17% del prodotto interno lordo entro il 2040 e oltre 4 milioni di over 65 non autosufficienti che richiederanno assistenza continuativa.

Si prevede che usciranno dal lavoro, in soli dieci anni, 6,1 milioni di lavoratori: un esodo generazionale che rischia di lasciare il Paese senza ricambio e di mettere in crisi la tenuta dello Stato sociale.

L’impegno principale del Paese deve essere, allora, quello di migliorare la formazione e favorire adeguati tempi e modi di ingresso nel mondo del lavoro per le nuove generazioni, oltre a migliorare la gestione dell’immigrazione e ridurre le diseguaglianze.

Il rafforzamento del ricambio della forza lavoro non è solo quantitativo, ma anche qualitativo: va colto come un’opportunità per portare nuove competenze e innovare processi, prodotti e servizi delle aziende e delle organizzazioni.

Finora il mondo del lavoro è rimasto sbilanciato sul modello del XX secolo: la fase in atto, caratterizzata da un abbondante ricorso alla manodopera over 50, è destinata a esaurirsi, come mostrano i dati INAPP (centro di ricerca pubblico per il mondo del lavoro). Dopo di che potranno crescere solo le aziende che avranno saputo, per tempo, confrontarsi con la nuova idea del lavoro e con le nuove esigenze di armonizzazione tra vita e lavoro delle generazioni formate e cresciute assieme ai cambiamenti di questo secolo.

Le forze rigeneratrici della popolazione lavorativa sono soprattutto i giovani e le donne. Questo consente di raggiungere migliori condizioni occupazionali e una convergenza dei tassi di occupazione verso la media europea, seguendo le migliori politiche in grado di conciliare la realizzazione professionale con quella familiare. Ciò permette a chi desidera figli di essere messo nelle condizioni di averli, contribuendo così anche a contenere la riduzione delle future risorse lavorative.

Se questo è vero, le giovani donne sono la componente più strategica su cui puntare, risollevandole dalla condizione di debolezza e svantaggio in cui sono state sinora lasciate. Non è solo una questione di diritti e parità di opportunità, ma un elemento centrale per lo sviluppo sostenibile e competitivo del Paese.

Se l’Italia si confermerà nei prossimi anni poco attrattiva per i giovani e, ancor meno, per le giovani donne, all’esodo delle generazioni cinquantenni o oltre l’età pensionabile rischierà di corrispondere un esodo delle nuove generazioni verso l’estero, ancora più grave di quello già in atto: 200 mila giovani ogni anno lasciano il nostro Paese, di cui il 30,5% sono ragazze e il 36,4% sono ragazzi. A quel punto difficilmente saremo un Paese per aziende competitive e un Paese in cui vivere serenamente in età anziana.

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