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Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che Acqualatina sia arrivata a Sezze per una decisione presa da un singolo sindaco. La realtà, però, è più complessa e nasce da un percorso iniziato molti anni prima.
 
1994 – La Legge Galli (Legge n. 36/1994).
 Lo Stato riforma il sistema idrico italiano introducendo il Servizio Idrico Integrato e il principio della gestione unica attraverso gli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO). L’obiettivo era superare la frammentazione delle gestioni comunali, affidando a un unico soggetto la gestione di acquedotto, fognature e depurazione per territori omogenei. 1996 – Nasce l’ATO4 Lazio Meridionale. La Regione Lazio recepisce la riforma e istituisce l’ATO4, comprendente 38 Comuni della provincia di Latina, tra cui Sezze. Da quel momento l'organizzazione del servizio idrico viene definita a livello di ambito territoriale e non costituisce più una scelta rimessa esclusivamente al singolo Comune.
 
2000-2002 – L’affidamento ad Acqualatina
 
Al termine della procedura prevista dall’ATO4, la gestione del Servizio Idrico Integrato viene affidata ad Acqualatina S.p.A., società mista pubblico-privata. La convenzione viene sottoscritta nell’agosto 2002. Da quel momento Acqualatina diventa il gestore unico dell’intero ambito. E Sezze? A Sezze il servizio non era più gestito direttamente dal Comune, ma era già affidato alla società Costruzioni Dondi. Per questo motivo il passaggio ad Acqualatina non avviene immediatamente: il precedente gestore avvia una serie di ricorsi e contenziosi che ne ritardano il trasferimento per diversi anni. Va ricordato, inoltre, che la gestione comunale diretta aveva già mostrato criticità, anche perché gli introiti derivanti dalle bollette non risultavano sufficienti a garantire gli investimenti e le risorse necessarie per una gestione efficiente del servizio e per questo si fece il passaggio alla DONDI. 2014 – Il passaggio definitivo Nel luglio 2014 il TAR respinge il ricorso del precedente gestore. A quel punto viene avviata la consegna degli impianti e, in esecuzione della convenzione sottoscritta nel 2002, Acqualatina assume operativamente la gestione del servizio a Sezze dal 22 luglio 2014.
Di chi è la responsabilità? La questione può essere valutata politicamente in modi diversi, ma la ricostruzione dei fatti segue un percorso preciso:
• la riforma nasce con la Legge Galli del 1994;
• l’ATO4 viene istituito nel 1996; • l’affidamento ad Acqualatina viene deciso nel 2002;
• il passaggio operativo a Sezze avviene nel 2014 a seguito della conclusione dei contenziosi.
 
Ciò non significa che l'amministrazione comunale in carica nel 2014 fosse priva di responsabilità. Pur dovendo dare esecuzione a un percorso amministrativo già definito, avrebbe potuto affrontare il passaggio con un maggiore coinvolgimento del Consiglio comunale e ricercare, in considerazione del fatto che gli impianti erano di proprietà del Comune di Sezze, ulteriori garanzie, agevolazioni o specifiche clausole di tutela da inserire nella convenzione con il gestore. Un passaggio in Consiglio comunale che, di fatto, non ci fu. Distinguere questi due aspetti è fondamentale: una cosa è attribuire la nascita del rapporto con Acqualatina a una singola amministrazione, un'altra è valutare come quell'amministrazione abbia gestito il passaggio operativo del 2014.
 
Il tema della gestione tramite SPL
 
Nel dibattito politico locale è stato più volte sostenuto che il servizio idrico avrebbe potuto essere affidato alla SPL, la società partecipata del Comune di Sezze. Si tratta di una posizione politica legittima, ma che non può essere considerata un dato di fatto. La SPL gestisce già diversi servizi pubblici comunali, come il cimitero, i rifiuti, il verde pubblico, l'illuminazione e alcuni impianti comunali. La gestione del servizio idrico integrato presenta caratteristiche molto diverse: richiede investimenti rilevanti, personale altamente specializzato, manutenzione continua delle reti e degli impianti, oltre al rispetto di una normativa particolarmente complessa. Inoltre, qualsiasi ipotesi di gestione alternativa avrebbe dovuto confrontarsi con il quadro normativo dell'ATO4 e con gli atti già adottati negli anni precedenti. Per questo motivo non è possibile affermare con certezza che una gestione affidata alla SPL avrebbe garantito risultati migliori o peggiori rispetto a quelli ottenuti con Acqualatina. Si tratta di una valutazione politica e, come tale, resta un'ipotesi che non può essere dimostrata né smentita con certezza. Il problema dell'acqua a Sezze resta concreto e, soprattutto nei mesi estivi, assume contorni particolarmente gravi. Restare anche solo un giorno senza un'erogazione continua dell'acqua significa creare enormi disagi alle famiglie, agli anziani, alle attività commerciali e alle imprese, con ripercussioni sulla vita quotidiana e sull'economia del territorio. Per questo motivo il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi non solo su ciò che è accaduto venti o trent'anni fa, ma soprattutto sulle soluzioni da adottare oggi per garantire un servizio efficiente, continuo e all'altezza delle esigenze dei cittadini. Conoscere la storia è importante, ma ancora più importante è lavorare affinché il diritto a un servizio idrico affidabile diventi una realtà per tutta la comunità.
 
 
Domenica, 12 Luglio 2026 06:24

Che fine ha fatto la pace a Gaza?

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La pace finta, imposta dal tycoon di Mar–a–Lago e dal suo club di affaristi del Board of Peace, firmata nell’ottobre 2025 a Sharm el-Sheikh è bastata a tacitare le coscienze, ma si è rivelata solo una grande impostura, un modo per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, lasciare mano libera all’occupante israeliano e consentirgli così di portare a termine la pulizia etnica in Palestina.
 
La popolazione di Gaza si trova ad affrontare una crisi umanitaria estrema, gli attacchi dell’esercito israeliano non si sono mai fermati, tanti muoiono ogni giorno in una guerra a bassa tensione e nulla è stato fatto per disarmare Hamas, che non ha alcuna intenzione di rinunciare al terrorismo e alla lotta armata, facendosi scudo dei civili.
 
Il cardinale Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, di ritorno da una visita nella Striscia di Gaza, ha parlato di un “disastro assoluto”, di “città rase al suolo, livellate nel vero senso della parola”, ha sottolineato che “Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori e una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi che mordono soprattutto i bambini. Gaza è piena di bambini, si vedono ovunque, ma, anziché andare a scuola, giocano sporchi accanto alle fogne”. Le scuole non possono essere riaperte non solo perché manca tutto, ma soprattutto perché l’esercito israeliano non permette l’ingresso di banchi, matite, quaderni, vetri per le finestre, nel presupposto che tutto ciò potrebbe essere usato dai terroristi della milizia islamista.
 
Alle violenze degli occupanti israeliani, si aggiungono quelle perpetrate da Hamas, responsabile di pestaggi, minacce, interrogatori e gravi violazioni dei diritti alla libertà di espressione e di protesta pacifica dei palestinesi che, stremati ed esasperati, osano manifestare contro Israele e contro i terroristi islamisti.
 
I palestinesi hanno subito l’inferno di un conflitto spietato e sanguinario, definito dall’ONU un genocidio e ora sono privati di ogni dignità, costretti a vivere in condizioni drammatiche, nel silenzio e nell'indifferenza dei governi occidentali e di gran parte dei mezzi di informazione. L’impressione è che si sia fatta strada in molti la rassegnazione all'inevitabile e l’accettazione passiva dello sterminio del popolo palestinese, giudicato complessivamente terrorista.
 
Tuttavia in questi ultimi giorni un fatto ha scosso una parte dell’opinione pubblica. È stata pubblicata sui social una fotografia, scattata e condivisa da un militare israeliano, nella quale il soldato sorride alla macchina fotografica, mostrando il dito medio e nella mano opposta un calzino rosa di piccole dimensioni, inequivocabile richiamo a un bambino. Nel testo che accompagna la foto si esalta in modo cinico la “precisione” nel colpire gli obiettivi considerati più facili, si celebra la violenza dispiegata contro i civili e nello specifico quella indirizzata contro i bambini palestinesi.
 
Si tratta di un post che non possiamo considerare soltanto un eccesso riprovevole, orrendo e ignobile legato al contesto della guerra o la semplice esibizione di una ferocia individuale, ma un atto di valenza simbolica, inserito in un contesto dove la violazione dei diritti umani è stata più volte accertata e documentata. La posa beffarda del soldato, le parole riportate nel post, “Oggi si mira alla testa, domani al cuore / mi raccomando bersagli piccoli ed a 20 passi, / si vince il doppio se il bersaglio corre, non importa se in mano ha un sasso”, suonano come delle vere e proprie istruzioni di guerra psicologica e di azione, come un invito a passare dall’insulto all’esecuzione. La verità è che siamo in presenza della certificazione del tragico salto di qualità avvenuto nel conflitto palestinese, precisamente dell’avvenuta normalizzazione della disumanizzazione dell’altro, che porta a giustificare la consumazione di qualunque crimine contro l’umanità.
 
La prova che nella Striscia di Gaza si è stata da tempo superata la linea rossa è data dai numerosi rapporti dei rappresentanti delle Nazioni Unite e delle ONG che, in questi lungi mesi di conflitto armato, hanno documentano attacchi contro bambini e famiglie, con pratiche che includono colpi mirati al capo o al torace, modalità che configurano dei crimini di guerra.
 
Ad ogni buon conto l’autore del post non si è limitato a vilipendere il volto di un bambino tramite il calzino rosa, esibendo strafottenza e disprezzo per la sofferenza altrui, ma è andato oltre, spostando il suo messaggio dall’infanzia agli adulti quando ha scritto: “domani cambiamo bersaglio, padri o madri non importa / ma il bersaglio è grosso e vale la metà”. La logica utilitaristica e selettiva della vita umana che stilla da queste parole dovrebbe inquietare chiunque si professa custode del diritto internazionale ed è un atto di accusa nei confronti della politica internazionale che con la propria ignavia ha reso possibile il genocidio palestinese.
 
Soprattutto l’Europa, al di là di qualche timida nota di sanzione verbale, è rimasta ambigua, non ha lesinato sostegni diplomatici e rifornimenti ed è stata estremamente cauta nel prevedere di adottare misure restrittive nei confronti dei criminali che guidano il governo israeliano, contribuendo così a creare ed alimentare il clima di impunità percepita e a legittimare, in nome di ragioni strategiche, economiche o di alleanze, azioni che minano i diritti fondamentali e la tutela dei civili.
 
Serve un cambio di rotta immediato e netto. Continuare a voltare lo sguardo e a far finta di non vedere, significa rendersi responsabili, per omissione, dell’immane tragedia del popolo palestinese.

 

 

 

La vicenda dei cinque giorni senza acqua che ha interessato una parte del territorio comunale ha inevitabilmente acceso il dibattito tra i cittadini. Le difficoltà vissute da tante famiglie hanno generato proteste, richieste di chiarimenti e, in alcuni casi, risposte da parte di amministratori che hanno suscitato ulteriori polemiche. Al di là del singolo episodio, però, questa vicenda offre l'occasione per una riflessione più ampia sul ruolo di un consigliere comunale.

Essere eletti in Consiglio comunale non significa rappresentare soltanto chi ha espresso il proprio voto o chi condivide le proprie idee politiche. Una volta proclamato eletto, il consigliere assume un ruolo istituzionale che lo pone al servizio dell'intera comunità. È chiamato ad ascoltare tutti, a confrontarsi anche con chi critica l'operato dell'amministrazione e a mantenere un comportamento improntato al rispetto e all'imparzialità.

Il *Testo Unico degli Enti Locali* (D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267) attribuisce al Consiglio comunale il compito di rappresentare la comunità locale e di esercitare funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo. Non è un semplice organo di parte, ma l'istituzione che rappresenta tutti i cittadini del Comune.

A questo si aggiunge un principio fondamentale sancito dall'*articolo 97 della Costituzione*, secondo cui la pubblica amministrazione deve operare nel rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità. Sebbene il consigliere comunale svolga un ruolo politico, questi principi dovrebbero ispirare anche il comportamento di chi ricopre un incarico pubblico, soprattutto nel rapporto con i cittadini.

Un consigliere ha tutto il diritto di difendere le scelte dell'amministrazione, di rispondere alle critiche e di sostenere le proprie convinzioni politiche. Il confronto, anche acceso, è parte integrante della democrazia. Diverso è il caso in cui le legittime lamentele dei cittadini vengano liquidate con sufficienza o si dia l'impressione che esistano cittadini di "serie A" e cittadini di "serie B", magari distinguendo tra chi è gradito e chi non lo è.

Quando una comunità affronta un disagio concreto, come rimanere senza acqua per diversi giorni, è naturale che nascano rabbia e frustrazione. In quei momenti i cittadini non chiedono privilegi, ma ascolto, informazioni e rispetto. È proprio nelle situazioni più difficili che si misura il senso delle istituzioni e la capacità degli amministratori di essere un punto di riferimento per tutti.

Le istituzioni acquistano credibilità quando dimostrano di saper accogliere anche le critiche, perché il dissenso non è un problema da allontanare, ma una componente essenziale della vita democratica. Criticare un disservizio non significa essere contro il proprio Comune; significa, spesso, chiedere che i servizi pubblici funzionino meglio.

Forse è proprio questo il punto che non dovremmo mai dimenticare: un consigliere comunale non rappresenta una pagina Facebook, una cerchia di amici o una parte della cittadinanza. Rappresenta un'intera comunità, anche chi non lo ha votato, anche chi protesta e anche chi, con educazione ma fermezza, chiede conto delle scelte di chi governa.

È questo il significato più autentico del mandato ricevuto dai cittadini e il fondamento della fiducia nelle istituzioni. 

 

 

 

Il PNRR, alla data del 30 giugno, certifica che gli oltre 12 miliardi investiti nelle Case di comunità sono stati un fallimento del Governo.

Purtroppo i numeri sono impietosi: su 1.037 Case di comunità da realizzare, un numero già ridotto rispetto alle 1.350 previste inizialmente, stando all'ultima rilevazione dell'AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), ad oggi solo 781 strutture hanno almeno un servizio attivo.

Solo 204 Case di comunità rispettano gli standard di presenza medica e solo 216 quelli relativi alla presenza infermieristica. Il numero di strutture pienamente operative, secondo gli standard previsti, è di appena 66: un dato addirittura imbarazzante.

Nella nostra provincia, ancora oggi, nonostante gli annunci rassicuranti, le liste d'attesa aumentano; anche il TAR dà torto a Rocca e il pronto soccorso continua a essere al collasso.

Questi dati sono ancora più gravi se osserviamo la distribuzione di queste strutture nei 21 centri di spesa, creati ad arte. Nelle regioni del Nord la percentuale di strutture almeno parzialmente operative, rispetto a quelle previste, è significativamente superiore a quella delle regioni del Sud.

Basti pensare che la Lombardia conta già 186 strutture operative e il Veneto 102, contro le 48 messe in cantiere in Calabria, di cui non è nota l'operatività, e le 54 attive in Sicilia su 146 previste. Nel Lazio sono 115 su 122 quelle costruite o ristrutturate, ma la piena operatività è ancora lontana ed è tuttora in fase di definizione.

Un discorso a parte merita il personale: invece di formare professionisti con competenze specifiche per lavorare in queste strutture, il Governo ha trasformato le Case di comunità negli uffici dei medici di famiglia, sottraendoli ai territori dove queste fondamentali figure professionali sono già carenti.

Una soluzione inadeguata che, in ogni caso, non basterà neanche a coprire il fabbisogno di personale medico e infermieristico di queste strutture. Secondo le prime stime, mancano già oltre 2.500 medici e 7.000 infermieri per farle funzionare.

Io, personalmente, non ho mai creduto che le Case di comunità avrebbero risolto il problema delle liste d'attesa o le criticità dei pronto soccorso. Credo, soprattutto, che la sanità debba essere riportata a livello nazionale e debba essere pubblica, unica e universale per tutti. Ci costerebbe anche meno, altro che!

Basta con questo stillicidio a livello regionale. La politica deve prendere atto del fallimento della regionalizzazione della sanità. Va assolutamente rivisto il Titolo V della Costituzione, che ha permesso la creazione dei 21 centri di spesa a livello regionale e ha allontanato la sanità dai territori, facendo aumentare le liste d'attesa, i costi, gli sprechi e le clientele politiche. Inoltre, ha contribuito a costruire una sanità caratterizzata da diseguaglianze nell'accesso alle cure, che non garantisce un'assistenza più vicina ai bisogni dei cittadini. Ci troviamo di fronte a strutture formalmente realizzate ma, di fatto, inutilizzabili, con un ulteriore aumento dei costi e il continuo esodo del personale medico e infermieristico verso il settore privato, mentre i cittadini sono sempre più spesso costretti a curarsi fuori regione.

 

 

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione del cittadino Paolo Croce relativa alla condizione in cui si trova il nosocomio setino San Carlo.

"Passando davanti al Parco dei Cappuccini, devastato dal vandalismo, ho provato la stessa amarezza che provo pensando al nostro ex ospedale 'San Carlo'. Sono due facce della stessa medaglia: l'abbandono sistematico del nostro territorio.
Dal 2015, anno della chiusura dell'ala vecchia, l'ospedale di Sezze è rimasto sospeso in un limbo: una struttura 'né carne né pesce', che ci viene promessa come hub di futuro, ma che nei fatti ci ha sottratto il diritto alla cura. Ci dicono che la chiusura è legata a parametri numerici — bacini d'utenza che devono superare i 50.000-70.000 abitanti — ma chi vive qui sa che questa è solo una logica burocratica che ignora la realtà geografica e le necessità reali di migliaia di persone.
La verità è che la sanità è stata trattata come un costo da tagliare. Con la chiusura di 70 ospedali in tutta Italia, si è deciso che l'efficienza matematica vale più del diritto alla salute delle piccole comunità. E i nostri amministratori locali? Spesso si ritrovano con le mani legate, schiacciati da direttive regionali e statali che non lasciano spazio di manovra.
Ma il risultato è sempre lo stesso: Sezze viene trattata come periferia, privata dei servizi essenziali e lasciata al degrado anche nei suoi spazi di svago, dove la mancanza di controllo e di telecamere è solo l'ultimo capitolo di questa indifferenza.
Forse questo scritto sarà solo l'ennesima lettura destinata a non avere seguito immediato. Non abbiamo bisogno di altri slogan elettorali su cosa accadrà tra dieci anni; abbiamo bisogno di risposte serie su un presente dove la salute è la cosa più importante che abbiamo e dove il rispetto per i beni comuni dovrebbe essere la base di ogni amministrazione."

 

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Ignazio Romano, presidente del Circolo Culturale Setina Civitas.

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Successo indiscutibile per la visita al tracciato della strada vecchia, meglio se denominata "Via Setina", grazie alla lodevole iniziativa "Passeggiata nella storia di Sezze" proposta e resa possibile dal lavoro di pulizia dell'associazione "I Carbonari di Sezze" che questa volta non si sono fermati a sfalciare l'erbacce ma hanno arredato il percorso con cartelloni che illustrano i luoghi e arredi che ne indicano oltre alla storia anche l'amore per gli stessi. 

Sotto un sole cocente, per nulla intimoriti dal caldo, hanno partecipato alla visita un centinaio di escursionisti e appassionati provenienti da tutta la provincia di Latina che hanno potuto apprezzare il lavoro svolto dai volontari per rendere possibile l'accesso al sito, ma soprattutto è stata apprezzata l'esposizione offerta, sempre gratuitamente, dalle guide professioniste che hanno illustrato i luoghi dal punto di vista storico e ambientalistico. 

Partendo dall'epoca romana, illustrata dall'archeologa Elisabeth Bruckner, tornando indietro al periodo della preistoria, descritto dal paletnologo Michelangelo La Rosa, fino alle fasi di formazione dei luoghi, esposte con cura dal geologo Vittorio Faustinella. 

Al termine della visita, durante un meritato ristoro, i ringraziamenti per tutti sono arrivati da parte del presidente Salvatore Leggeri dell'associazione "I Carbonari di Sezze" e per concludere le parole dell'assessore alla cultura del Comune di Sezze, Michela Capuccilli, che ha auspicato altre iniziative volte a valorizzare il patrimonio setino, ricordando anche che nel 2004 l'associazione "Setina Civitas" guidata dal sottoscritto, Ignazio Romano, ha eleborato un progetto per la riqualificazione integrale dell'importante sito che oggi in parte è perimetrato all'interno del parco delle impronte dei dinosauri della Regione Lazio. 

Capuccilli ha definito il progetto di "Setina Civitas" ambizioso ma oneroso, realizzabile a step anche grazie all'opera dei volontari. Io credo che il progetto di Riqualificazione della "Via Setina" realizzato dell'architetto Giuseppe Bondì e della archeologa Elisabeth Bruckner (di cui sotto riporto il frontespizio) è innanzitutto rispettoso nei confronti dei nostri padri che, forse inconsapevolmente, ci hanno tramandatro questi tesori, ma è soprattutto doveroso nei confronti dei nostri figli, alla luce delle attuali conoscenze, consapevoli che per loro la "Via Setina" può tradursi in una preziosa risorsa economica oltre che culturale.

Domenica, 05 Luglio 2026 05:58

Scisma è parola antica

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Scisma è parola antica. Secondo l'etimologia greca "schísma" significa "spaccatura", “separazione” e sotto il profilo religioso indica la perdita della comunione, la rottura dell’unità spirituale che unisce popoli, culture e lingue all’interno dell’unica Chiesa.
 
Il Codice di Diritto Canonico definisce scisma “il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti" (can. 751). La comunione implica la piena appartenenza alla Chiesa, la partecipazione ai sacramenti, il riconoscimento dell'autorità del Papa, la condivisione della stessa fede nonostante le diversità culturali.
 
Lo scisma si distingue dall’eresia, che si caratterizza per l’insorgere di divergenze di carattere dottrinale, per il rifiuto consapevole delle verità di fede proclamate dalla Chiesa riguardo a Dio e a Cristo. Pertanto lo scisma nasce da questioni disciplinari, politiche o personale, anche se la fede professata rimane la stessa. Ai fedeli che aderiscono allo scisma è fatto divieto assoluto di accostarsi ai sacramenti, di partecipare dall'Eucaristia, mentre i sacerdoti non possono celebrare l’Eucarestia, amministrare i sacramenti, esercitare alcuna funzione o incarico all'interno degli uffici ecclesiastici.
 
Nella storia la Chiesa Cattolica ha conosciuto numerose lacerazioni conseguenti ad idee divergenti, orgoglio e dispute teologiche e in questi ultimi giorni è accaduto di nuovo con lo scisma consumato dalla Fraternità San Pio X, i cosiddetti “Lefebvriani”. La decisione di consacrare quattro nuovi vescovi, don Pascal Schreiber (Svizzera), don Michael Goldade (Stati Uniti), don Michel Poinsinet de Sivry (Francia), don Marc Hanappier (Francia), senza il permesso del pontefice, con una celebrazione tenuta ad Écône (Svizzera), secondo il rito antico e in latino, ha rappresentato un atto gravissimo che ha messo i responsabili, i nuovi consacrati e coloro che vi hanno partecipato in modo automatico al di fuori della comunione cattolica.
 
Invero la Fraternità San Pio X si era già resa responsabile di un gesto così grave, quando sempre ad Écône, il 30 giugno 1988, il suo fondatore monsignor Marcel Lefebvre, aveva consacrato quattro vescovi senza mandato pontificio.
 
Caratteristica fondamentale della Fraternità San Pio X è la sua opposizione alla dottrina del Concilio Vaticano II e specificamente la contrarietà all’ecumenismo, al dialogo interreligioso, alla messa in lingua corrente anziché in latino, alle politiche di apertura ai divorziati risposati e alle persone LGBT.
 
Nel 1988 la scomunica venne comminata da Giovanni Paolo II e fu poi ritirata nel 2009 da parte di Benedetto XVI con un gesto di buona volontà, in risposta alla dichiarazione con la quale la Fraternità aveva affermato la “volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative.”. Tuttavia in questi anni l’apertura della Chiesa di Roma, le ripetute critiche da parte degli appartenenti della Fraternità ai Pontefici succedutesi sul soglio di Pietro, soprattutto nei riguardi di Papa Francesco, hanno fondatamente dubitare della giustezza della rimessione della scomunica, tanto più che alcuni appartenenti a questa organizzazione hanno espresso posizioni antisemite e negazioniste dell’Olocausto.
 
L'accorato appello all'unità lanciato da Papa Leone XIV nei giorni scorsi, il suo tentativo di evitare questa nuova lacerazione non sono valsi a nulla.
 
Nell’omelia della celebrazione tenutasi ad Écône il superiore della Fraternità San Pio X, don Davide Pagliarani, ha affermato: "Siamo accusati di non amare il Papa, siamo accusati di non rispettarlo ma è proprio perché amiamo il Papa come Vicario di Cristo" noi "non vogliamo più vedere il Papa umiliato, messo sullo stesso piano dai falsi pastori". La contraddittorietà di queste parole è evidente: si riconosce l’autorità del Papa, ma ci si arroga il diritto di decidere quando obbedirgli e quando no. Senza contare poi che la consacrazione di nuovi vescovi in mancanza di un mandato pontificio, non costituisce una mera infrazione disciplinare, ma un atto di divisione che colpisce il principio dell’unità della Chiesa e di pubblica disobbedienza, che manifesta la volontà di sottrarsi all’autorità del Pontefice in una materia che tocca la costituzione stessa della Chiesa.
 
L’affermazione della Fraternità San Pio X di ergersi a custode della tradizione è senza senso e senza fondamento. La tradizione non si tutela con un eccesso di amore per la tradizione e non è soltanto la messa in latino, ma è seguire il Vangelo, vivere la propria la vita in Cristo percorrendo il cammino della storia. Le posizioni dei “Lefebvriani” nascono dalla paura della storia, una paura che diventa sistema teologico e in cui la tradizione smette di essere una sorgente viva e si trasforma in ideologia, finendo così per negare l’essenza stessa del cristianesimo. La fede in Cristo Gesù è sempre apertura all’altro, alle esigenze dei popoli che soffrono, lotta alle ingiustizie, ai genocidi e promozione dei valori dell'amore e della pace.
 
C’è infine nella posizione della Fraternità San Pio X quello che gli psicologi sociali definiscono il "narcisismo delle piccole differenze", secondo il quale le comunità che condividono quasi tutto, radici, valori, testi di riferimento, non si dividono per macro-elementi, ma si focalizzano in modo ossessivo su dettagli minimi e marginali, come la lingua della liturgia o la forma dei riti, e li trasformano in barriere insormontabili. La vicinanza sostanziale a livello identitario, viene cancellata dall’insorgere di divergenze marginali, vissute come un tradimento della purezza originaria, che finiscono per innescare una polarizzazione radicale che rende impossibile la mediazione.
 
La Chiesa ha oggi il compito di individuare le strade per impedire il contagio di questo nuovo scisma e i primi passi sono da una parte riconoscere il pluralismo interno, a patto di non metta in discussione la comunione, e dall’altra impedire che ad alcune comunità venga permesso di celebrare l’Eucarestia con il rito precedente la riforma conciliare.
 
In definitiva la Chiesa deve proseguire lungo la strada della piena attuazione del Concilio Vaticano II, definendo e chiarendo in modo sempre più preciso il rapporto con la libertà di coscienza, con le altre religioni e il mondo delle emozioni, della sessualità e della vita familiare delle persone.
 

 

Riceviamo e pubblichiamo un nuovo comunicato stampa della coalizione Progetto Sezze 2027.

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Come coalizione Progetto Sezze 2027, vogliamo portare all'attenzione dei nostri concittadini un caso, purtroppo non il primo, per il quale l'attuale Amministrazione a guida del Sindaco Lidano Lucidi, si sta rendendo protagonista di mancata trasparenza amministrativa.
In breve il fatto: con pec in data 23.06.2026, il Consigliere Comunale di opposizione Dott. Sergio Di Raimo, ha richiesto ufficialmente l'accesso agli atti ex art. 43, comma 2, del TUEL (D. Lgs. 267/2000), relativo all'intero fascicolo amministrativo, tecnico, contabile e procedimentale per l'intervento di demolizione e ricostruzione dell'edificio ex centro sociale di Sezze Scalo, da destinare ad asilo nido. La richiesta comprende tutti gli atti presupposti, connessi e conseguenti. 
La stessa richiesta è finalizzata a verificare la regolarità dell'iter seguito dal Comune e il rispetto delle tempistiche imposte dal finanziamento ottenuto con il PNRR.
Ebbene, nonostante che l'art. 29 del Regolamento Comunale imponga di fornire entro tre giorni dalla richiesta i documenti al Consigliere Comunale nell'esercizio del suo mandato, a distanza di ben 10 giorni, il Dott. Di Raimo non ha ancora ricevuto riscontro.
Non v'è chi non veda che tale ingiustificato ritardo, denota una grave omessa trasparenza amministrativa; il diritto del Consigliere Comunale, non incontra infatti limitazioni a tutela della privacy dei terzi e non richiede alcuna motivazione specifica sulla finalità d'uso, essendo implicita nell'esercizio della carica. Questa eccessiva dilatazione dei tempi, deve quindi considerarsi illegittima. 

 

 

 

A seguito dell'articolo dedicato al progetto "Residence Santa Lucia", alcuni lettori hanno chiesto chiarimenti sullo stato della RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) prevista nell'area dell'ex ospedale di Sezze.

La domanda è semplice: il progetto è ancora valido oppure si è fermato?

E quale sarà il futuro dei servizi sanitari oggi presenti sul territorio?

 

Dalle informazioni raccolte emerge un primo elemento positivo: la RSA è ancora prevista. Si tratta di un finanziamento regionale promosso dal consigliere Salvatore La Penna durante la giunta Zingaretti, non legato al PNRR e quindi non soggetto alle relative scadenze.

 

Nel corso degli anni sono state valutate diverse soluzioni. L'area dell'attuale ospedale è stata esclusa per mancanza di spazi adeguati. Anche l'ex sede ASL di via Cappuccini è stata accantonata perché il finanziamento disponibile non sarebbe stato sufficiente a coprire i costi di ristrutturazione. La soluzione oggi individuata riguarda invece l'area situata di fronte ai campi da tennis, dove dovrebbe sorgere una struttura destinata ad accogliere almeno sessanta ospiti.

Il progetto risulta quindi ancora attivo, ma si trova nelle mani della ASL di Latina, che deve completare l'iter amministrativo necessario per l'acquisizione dell'area e l'avvio dei lavori.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: cosa manca ancora perché il progetto possa finalmente partire? Esistono ostacoli amministrativi, tecnici o finanziari che ne rallentano l'attuazione? E soprattutto quali iniziative possono essere assunte dalle istituzioni locali, dalla ASL e dalla Regione per accelerarne la realizzazione?

La questione è importante perché, come evidenziato nell’articolo di riferimento, la RSA potrebbe rappresentare molto più di una semplice struttura assistenziale. L'invecchiamento della popolazione renderà sempre più necessari servizi dedicati alla terza età e Sezze, grazie alla sua posizione geografica favorevole, alla vicinanza con Roma e con il litorale pontino, ai collegamenti ferroviari e stradali, al clima particolarmente mite e alla qualità della vita offerta dal territorio, potrebbe candidarsi a diventare un punto di riferimento di eccellenza per i servizi alla persona e all'assistenza degli anziani.

Non va inoltre dimenticato che il territorio ospita già diverse strutture dedicate alla terza età. Una presenza che potrebbe favorire la nascita di una vera e propria filiera economica e occupazionale legata all'assistenza, alla riabilitazione, ai servizi socio-sanitari e all'accoglienza. In questa prospettiva la RSA potrebbe rappresentare il primo tassello di un progetto più ampio, capace di creare lavoro qualificato e attrarre nuovi investimenti.

Ciò premesso, restano aperte due criticità che meritano risposte chiare.

La prima riguarda i tempi di realizzazione della RSA. Il progetto esiste, il finanziamento è disponibile e l'area sembra essere stata individuata. Ciò che i cittadini chiedono di conoscere è quale sia il cronoprogramma previsto e quando l'opera potrà concretamente vedere la luce.

La seconda riguarda il futuro dell'emergenza sanitaria a Sezze. Molti cittadini continuano a chiedersi quale destino attenda l'attuale punto di primo intervento e quali servizi saranno garantiti in futuro. La questione non è soltanto mantenere una struttura esistente, ma comprendere quale modello sanitario possa garantire la migliore tutela della salute dei cittadini, integrando medicina territoriale, assistenza di prossimità, servizi di emergenza e collegamenti efficienti con gli ospedali di riferimento.

Sono due questioni che meritano risposte chiare e pubbliche.

La RSA non rappresenta soltanto un servizio sanitario, ma una possibile opportunità di sviluppo, occupazione e attrazione di investimenti per il territorio. Il progetto esiste e le risorse sembrano disponibili: ciò che i cittadini chiedono di sapere è quando diventerà realtà e quale sarà, nello stesso tempo, il futuro dell'assistenza sanitaria di emergenza a Sezze.

 

 

Qualche giorno fa è rientrata da un breve viaggio negli Stati Uniti d’America la leader di Fratelli d’Italia, con un’espressione che tradiva una certa delusione. La presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, si aspettava probabilmente un’accoglienza calorosa da parte del suo tanto apprezzato Donald Trump. Le cose, però, sono andate diversamente.

Oltre alla delusione e allo sconforto, difficilmente si sarebbe aspettata di trovare tanta indifferenza. La leader di Fratelli d’Italia non aveva fatto bene i conti con il personaggio che aveva di fronte. Credeva che il presidente statunitense non guardasse tanto alle apparenze, ma si è dovuta ricredere.

La presidente del Consiglio si era addentrata nella tana del lupo. In certe circostanze occorre prudenza e una visione di lungo periodo. Le bugie hanno le gambe corte e alcuni impegni, all’occorrenza, possono trasformarsi in carta straccia. Da questo punto di vista, Meloni non si è smentita e ha assunto un atteggiamento remissivo.

Resta il fatto che, con personaggi di questo calibro, bisogna sempre mettere in conto sia il meglio sia il peggio. Servono volontà, pazienza e determinazione. Per vincere è necessario allargare il fronte e mantenere fede agli impegni assunti con gli elettori. Soprattutto, occorre lavorare per la gente più povera e per chi vive del proprio lavoro.

La società di oggi è sempre più spregiudicata e ha bisogno di punti di riferimento solidi. Per questo è necessario prestare attenzione.

Il messaggio che Giorgia Meloni cerca di trasmettere è chiaro: presentarsi come una persona che proviene direttamente dal popolo, una ragazza semplice, un tempo quasi un "Calimero", piccola ma combattiva. Oggi quella ragazza si presenta come una donna emancipata che ha compiuto un lungo percorso politico. È questa l’immagine che propone di sé e con la quale cerca di conquistare, o secondo i suoi critici di illudere, una parte dell’elettorato.

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