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La scomparsa il 31 dicembre scorso del Papa emerito Benedetto XVI ha dato la stura a una sfilza di dichiarazioni assurde e di accuse velenose contro Papa Francesco. L'ex segretario di Ratzinger, mons. Georg Gänswein, esponente dei circoli tradizionalisti e ultraconservatori, e il cardinale Gerhard Ludwig Müller, 75enne porporato tedesco, chiamato da Benedetto XVI alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede e “ messo a riposo ” nel 2017 da Francesco, hanno dato voce ai malumori dell'ala conservatrice della Chiesa da sempre ostile al pontefice argentino.
 
Molteplici sono state le avanzate critiche, sulla cui fondatezza teologica e pastorale è lecito nutrire forti dubbi, anche se dalle loro parole emergono un'acrimonia e una ostilità conseguenti soprattutto al ridimensionamento personale subito per volontà di Papa Francesco. Coltivare ambizioni, puntare alla carriera, ai riconoscimenti personali, agli incarichi e al potere, aspirare alla realizzazione è umanamente lecito e comprensibile, ma assai poco confacente allo spirito evangelico per quanti sono chiamati a servire Cristo con radicalità e pienezza di vita come pastori del popolo di Dio e non dovrebbe aspirare ad altro.
 
Ad ogni buon conto tra le domande su cui i due autorevoli monsignori si sono cimentati con dichiarazioni discutibili e inopportune c'è quella della revoca pontificia delle concessioni fatte al tradizionalismo cattolico in ambito liturgico fatte da Benedetto XVI. Giustamente Papa Francesco, con il “ motu proprio ” “ Traditionis custodes ” ha limitato drasticamente l'uso del rito antico della messa e ribadito la necessità di adeguarsi alla riforma liturgica conciliare. Il nuovo rito promulgato dal Concilio Vaticano II prevede l'uso anche del latino, ove sacerdote e fedeli lo possono capire, accanto alle versioni in tutte le lingue del mondo. È una scelta dettata dall'esigenza di tradurre e inculturare il cristianesimo, una vera e propria forma di incarnazione del Vangelo. La “Parola si fece carne ” (Gv 1,14): il mistero accolto in pienezza nell'Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione di Cristo, è trasformato nuovamente in parola, una parola umana proclamata in tutte le lingue degli uomini, riuniti intorno all' unica mensa.
 
Quanti mostrano l'incomprensibile nostalgia per i canti latini e gli arcani misteri sussurrati dall'officiante durante le celebrazioni, alle quali i fedeli non sono chiamati minimamente a partecipare, restando totalmente estranei e in paziente attesa solo del momento della comunione, hanno una concezione clericale della Chiesa, nella quale lo Spirito Santo non ha nulla da dire all'uomo di oggi. I tradizionalisti, che si atteggiano ad eroi della resistenza contro la presunta deriva secolarista della Chiesa, alla desacralizzazione e demisticizzazione della fede, al presunto depauperamento del patrimonio della tradizione sedimentato nei secoli, attraverso la pretesa restaurazione del passato liturgico (peraltro è un falso grossolano affermare che il rito di Pio V sia il rito da sempre nella Chiesa Cattolica) mirano a rinnegare il fondamento ecclesiologico promosso dal Concilio Vaticano II. La messa celebrata secondo il rito antico non è una questione meramente linguistica, ma rivela una concezione della Chiesa, in cui è netta la separazione tra clero e fedeli laici, ai quali ultimi non è distintivo riconosciuto alcun ruolo e alcuna funzione se non quella di semplici spettatori. La Chiesa coincide e si identifica con il clero e la gerarchia e tutti gli altri sono di fatto superflui. in cui è netta la separazione tra clero e fedeli laici, ai quali ultimi non è riconosciuto alcun ruolo e alcuna funzione se non quella di semplici spettatori. La Chiesa coincide e si identifica con il clero e la gerarchia e tutti gli altri sono di fatto superflui. in cui è netta la separazione tra clero e fedeli laici, ai quali ultimi non è riconosciuto alcun ruolo e alcuna funzione se non quella di semplici spettatori. La Chiesa coincide e si identifica con il clero e la gerarchia e tutti gli altri sono di fatto superflui.
 
Assistere a qualche celebrazione eucaristica secondo il vecchio rito tridentino significa fare un tuffo nel passato preconciliare. I fedeli restano silenti per tutto il tempo. Il sacerdote recita parole incomprensibili e per di più sottovoce, con le spalle rigorosamente rivolte al popolo, l'assemblea appare come una semplice fruitrice di un bene celeste che scende dall'alto attraverso la mediazione del sacerdote. La partecipazione all'eucarestia è completamente assente e comunque ridotta a una dimensione individualistica ed intimistica. I fedeli vivono la fede cristiana più come adepti ad una religione esoterica che come esperienza di partecipazione al corpo mistico di Cristo (Rm 12, 4 – 5).
 
Parimenti assurdo ed incomprensibile è che alla scristianizzazione del nostro tempo, al progressivo allontanamento dalla fede e dai principi cristiani e alla crisi delle vocazioni i tradizionalisti si illudono di poter rispondere non restando nel mondo, intessendo dialoghi e relazioni, discutendo e anche scontrandosi ove necessario, ma scegliendo la strada della separazione e dell'autoreferenzialità, ritagliandosi delle isole felici dove prevale conformismo e formalismo, rifugio rassicurante per tanti sacerdoti in crisi di identità e vocazionale, i quali vivono la propria missione non come un servizio apostolico al popolo di Dio ma come strumento di realizzazione personale, un lavoro come tanti dal quale ricavare da vivere, ai quali l'affermazione di Paolo: “ Mi sono fatto tutto a tutti pur di salvare ad ogni costo qualcuno” (1 Cor 9, 22) probabilmente non dice nulla e per i fedeli laici che rinnegano così il proprio ruolo provvidenziale di evangelizzazione nella complessa società contemporanea.
 
Gli arcigni difensori della tradizione e paladini della vera fede, soltanto a parole obbedienti al Papa, rifiutando di fatto il Concilio Vaticano II, si oppongono all'azione rinnovatrice dello Spirito Santo e minacciano l'unità della Chiesa, la quale per essere fedele alla missione affidatale dal suo fondatore, Gesù Cristo, deve necessariamente essere inserito nel mondo con i propri valori e la propria specificità. 
 
Papa Francesco non ha nulla contro la messa in latino, il suo è un no non ad un rito ma allo scisma di quanti rifiutarono il Concilio Vaticano II e di quanti ancora oggi, da dentro la Chiesa, mal sopportano le scelte conciliari, il ritorno all 'essenza del Vangelo, il rinnovamento e l'apertura a tutti gli uomini e tentano di depotenziarlo, fino a cancellarlo, probabilmente la fede alla stregua di un'ideologia immodificabile, sempre uguale a se stessa al di là del tempo e della storia, una mera precettistica morale e non l'incontro, personale e comunitario, con Cristo morto e risorto che ama ogni persona, l'accoglie con misericordia e la invita alla continua e radicale conversione.   

 

 

 

 

Non sono quattro i setini candidati alla carica di consigliere regionale del Lazio bensì cinque. Oltre a Salvatore La Penna del Pd per D’Amato Presidente (centrosinistra), Antonio Costanzi (di Sezze Scalo e residente a Latina) per la Lista Civica Rocca Presidente (centrodestra), Michel Cadario per il Polo Progressista di Sinistra e Ecologia per Bianchi Presidente e Giovanni Paolo Di Capua per la Lista dei Socialisti con D’Amato Presidente, c’è anche la giovanissima Francesca Caschera per la lista civica D'Amato Presidente. Francesca ha 19 anni e frequenta il corso di laurea di Tecniche di laboratorio biomedico della facoltà di Professioni sanitarie a Latina: è la candidata più giovane nel Lazio. Impegnata nel volontariato e nel mondo dell'associazionismo nel corso della sua esperienza ha lavorato in diversi progetti per il sociale, a partire delle opportunità e razzismo. In bocca la lupo.

Domenica, 29 Gennaio 2023 07:43

Auschwitz. Noi siamo la memoria

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Caro fratello, quanto vorrei spedirti questa lettera, ma purtroppo non mi è possibile. Posso solo scriverti, sperando che un giorno, in qualche modo, questo pezzo di carta straccia arrivi in mano tua e tu possa sapere che io sto bene. Quando arrivi qui, come prima cosa, ti spogliano. Ti portano via i vestiti, l’orologio, i documenti, le foto. Poi ti rasano i capelli, a zero. Li ammassano in grandi mucchi, così fanno anche per le scarpe, i giocattoli dei bambini. Ti privano di ogni cosa, ogni oggetto, seppur di poco valore, che abbia impresso qualcosa di quello che sei tu, o della persona che eri prima di entrare qui. Lo fanno perché chi è deportato in un campo di concentramento non può avere ricordi, anche il ricordo dei familiari viene schiacciato dall’esigenza di sopravvivere. Poi consegnano ad ognuno una specie di pigiama, una tuta a righe bianche e blu, che diventerà il tuo unico abito, e infine ti assegnano un numero. 16924, questo è il mio. Sembra impossibile quanta gente sia rinchiusa qua dentro.
 
Ci tengono stipati in molti nelle nostre celle, prigionieri. Usciamo solo per lavorare, lavoriamo fino a quando le gambe ci cedono e le braccia non si sollevano più. Stiamo in fila per delle ore solo per ricevere un po’ di brodo insipido con del pane vecchio ammollato, solo questo, una volta al giorno. Questo è il posto in cui quando conosci una persona non sai se il giorno dopo la rivedrai. Fiamme escono dai forni crematori. Fumo giorno e notte. L’odore è terribile, insopportabile. Le file di uomini che vi si dirigono interminabili. Bambini, giovani, anziani, tutti vanno a morire nello stesso posto, nello stesso modo. Milioni di storie di persone diverse diventano cenere, insieme ai loro corpi.
 
Ieri camminavo per strada, stavamo andando a lavorare e c’era un vecchio che spazzava il cortile. Un ragazzo del mio gruppo gli rivolse un saluto chiaramente nostalgico con gli occhi pieni d’amore, “doveva essere suo padre”, pensai. Il giorno dopo non c’era più, il ragazzo mi spiegò in lacrime che non aveva messo l’immondizia nel punto esatto ordinatogli da una SS. Per questo era stato massacrato, pestato a sangue, ucciso. Ora io mi chiedo: è questa umanità? È per questo che Dio ci ha messi al mondo? Per uccidere? Sterminare le genti che secondo alcuni sono diverse o considerate un “peso sociale”? No. O per lo meno voglio sperare che non sia così, fratello mio. Se questo è il vero disegno che Dio ha per noi, desidero morire subito, piuttosto che vivere in un mondo disumano. Sono ormai 4 mesi e 13 giorni che mi trovo ad Auschwitz, e sono vivo. Forse è solo fortuna oppure qualcuno lassù crede che io sia destinato a sopravvivere e a raccontare questo ai miei figli.
 
Qui, dove mi trovo, all’entrata c’è una scritta: “Arbeit macht frei” che in tedesco vuol dire “il lavoro rende liberi”. E’ la prima cosa che ho visto quando sono entrato qui e non mi rimane che aggrapparmi a questo, sperare di guadagnarmi la libertà, in qualche modo, lavorando sodo. A volte preferisco pensare che le persone che sono andate a morire è perché non si sono impegnate abbastanza, non hanno lavorato al massimo delle loro capacità. A volte raccontarsi delle piccole bugie aiuta ad andare avanti.
Non voglio lasciare che le fiamme brucino anche la mia Fede, voglio credere, e sperare, perché è tutto quello che mi rimane.
Spero che dovunque ti trovi, tu stia bene.
Ci rivedremo presto, ne sono sicuro.
Ti voglio bene.
 
La lettera che Guido Bergamasco, 21 anni, studente ebreo, deportato ad Auschwitz nel 1942, scrisse al fratello nel campo di Auschwitz ci fa sprofondare nell’abisso più terribile, è un viaggio sconvolgente nell’orrore senza fine di crudeltà inaudite, ci fa misurare con un progetto di sterminio pianificato con cinica intelligenza ed efficienza e ci pone di fronte alla necessità di creare un legame con i testimoni di quanto accaduto per scongiurare il rischio della banalizzazione, dell’amnesia, del revisionismo, della negazione o anche, più semplicemente, dell’indifferenza.
 
Auschwitz è stato un crimine perpetrato con la partecipazione non solo di assassini ed esecutori diretti, ma anche di tanti persecutori e carnefici che non si opposero e anzi si resero complici, collaborando direttamente e indirettamente, con diversi livelli di responsabilità, alla deportazione di centinaia di migliaia di cittadini europei nei lager nazisti, del massacro di interi gruppi umani e del genocidio di sei milioni di ebrei. Giuristi, demografi, scienziati, intellettuali, uomini politici, insegnanti, impiegati dello Stato, industriali, uomini e donne comuni, né sadici né deviati moralmente, né instabili mentalmente né fanatici antisemiti, in gran parte non presero posizione, non fecero nulla per impedire o almeno contrastare le persecuzioni o non trovarono le motivazioni sufficienti o il coraggio per farlo. Soltanto una minoranza combatté il nazifascismo, si oppose alla deriva disumana delle leggi razziali e dei lager, mise a rischio la propria vita per salvare quella di altri esseri umani, riconoscendoli persone, titolari degli stessi diritti inalienabili.
 
Tuttavia non basta semplicemente ricordare, tanto più che tanti criminali di allora se ne sono andati senza saldare i conti con la giustizia, molte vittime ci hanno lasciato, alcune sconvolte dal loro trauma dopo averci aiutato a immaginare l’inimmaginabile, testimoni del buio che ha fagocitato le loro vite. Non basta semplicemente ricordare dato che altri genocidi ancora si consumano sotto i nostri occhi e la nostra attuale sordità e cecità è identica a quella che allora spianò la strada al nazifascismo. Lager, massacri, pulizia etnica ci ricordano che Auschwitz è vicino a noi, dentro di noi e non sempre la storia insegna a evitare il ripetersi di quanto è stato.
 
La Shoah sta lì a dimostrare che la storia siamo noi, che è necessario ricordare ma soprattutto fare, non solo informarci ma conoscere, vedere, lasciarci interpellare da una raffica di domande raccapriccianti, provare vergogna per una realtà che ci appartiene e dalla quale non siamo affatto immunizzati.

 

 

Il 12 e il 13 febbraio si vota per le elezioni regionali del Lazio. In corsa Donatella Bianchi del Movimento 5 stelle, Alessio D’Amato per il centrosinistra, Francesco Rocca per il centrodestra, Sonia Pecorilli per il Partito Comunista italiano, Fabrizio Pignalberi per Quarto polo e Insieme per il Lazio, Rosa Rinaldi per Unione Popolare di Luigi de Magistris. Tra i candidati alla carica di consigliere regionale ci sono anche quattro setini, di cui tre residenti a Sezze ed uno a Latina. Tra i candidati infatti non c’è solo Salvatore La Penna del Pd per D’Amato Presidente (centrosinistra) ma anche Antonio Costanzi (di Sezze Scalo e residente a Latina) per la Lista Civica Rocca Presidente (centrodestra), Michel Cadario per il Polo Progressista di Sinistra e Ecologia per Bianchi Presidente e Giovanni Paolo Di Capua per la Lista dei Socialisti con D’Amato Presidente. Insomma un poker di candidati alla carica di onorevole che punteranno a conquistare un seggio alla Pisana a colpi di soluzioni e proposte (si spera) anche per migliorare la nostra città.  Volti noti e meno noti non fa tanta differenza, quel che conta veramente e che le tante istanze della comunità siano veramente rappresentate, e che Sezze abbia una voce sul tavolo dove si decidono le sorti degli enti locali.

Domenica, 22 Gennaio 2023 08:01

Fratel Biagio. L'altra Palermo

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Ogni uomo e donna è da rispettare, ha diritto di mangiare, a una casa, a un lavoro, e questo vale per ogni emarginato, emigrante, immigrato, profugo. Se non doniamo dignità speranza non potrà mai esserci una giusta e corretta società. Abbiamo tutti il dovere di non alzare barriere, né muri” (Fratel Biagio Conti).
 
In questi giorni convulsi, ricchi di avvenimenti importanti, a Palermo si è spenta la voce di quanti non hanno voce, la luce che sottraeva dall’ombra gli ultimi, gli emarginati, i senza fissa dimora, gli sbandati, i clandestini, gli immigrati, i portatori di disagio mentale, i reietti, gli invisibili e i disprezzati.
 
La notizia della morte di fratel Biagio Conte si è incrociata con quella dell’arresto, sempre a Palermo, del boss Matteo Messina Denaro. Una vicenda criminale, di mafia e di sangue si conclude e si intreccia con la storia di un uomo capace di donare se stesso in modo totale e radicale, che invece non finirà mai. Una certezza questa che nasce dal messaggio potente di fratel Biagio, dai sentimenti forti che ha suscitato con la sua esistenza e le sue scelte, divenute seme di speranza e di futuro, innestate nel cuore delle persone che lo hanno incontrato e conosciuto.   
 
Biagio Conte era un missionario laico, non un sacerdote, né un frate, semplicemente un cristiano autentico, che ad un certo punto della sua esistenza ha deciso di seguire Cristo in modo radicale, di incarnare il messaggio evangelico senza compromessi e mezze misure. Nasce a Palermo nel 1963. La sua è una ricca famiglia di costruttori edili e il suo destino sembra essere segnato. A sedici anni lascia la scuola e va a lavorare, a fianco del padre, nell’impresa di famiglia, la più grande di Palermo. Apparentemente possiede tutto quanto si possa desiderare, auto, vestiti firmati, ragazze. In realtà è insoddisfatto. I tanti beni materiali non lo appagano e dentro di sé avverte un crescente desiderio di completezza e realizzazione. Una profonda crisi spirituale imprime una svolta decisiva alla sua esistenza e si convince che deve cambiare radicalmente. Dopo un periodo di ritiro a vita eremitica, all’inizio degli anni ‘90 intraprende un lungo pellegrinaggio verso Assisi. Attraversa a piedi l’Italia per andare ad incontrare i frati francescani. Il messaggio e gli insegnamenti di San Francesco costituiscono un’esperienza spirituale fortissima.
 
Per qualche tempo di Biagio si perde ogni traccia e della sua scomparsa si occuperà anche il programma televisivo”Chi lo ha visto?”, cui i familiari si rivolgono per cercare di ritrovarlo. Viene rintracciato, accetta di tornare a Palermo, ma annuncia ai genitori di voler lasciare tutto e di consacrare la sua vita all’aiuto dei poveri. Desidera recarsi come missionario in Africa e comincia ad organizzare la propria partenza, quando accade l’imprevisto. Biagio si accorge che la sua città, Palermo, ha bisogno di lui. Apre i suoi occhi e il suo cuore ai poveri, agli ultimi, che in tanti soffrono a pochi passi da casa sua e comincia con il portare conforto ai senza tetto che occupano il porticato della stazione centrale. Durante le notti trascorse sotto i portici, in compagnia degli ultimi, comprende che deve fare qualcosa di concreto per loro. Non bastano le parole e la sua vicinanza personale. Battendosi ostinatamente con la forza della fede, della disobbedienza civile e del digiuno, ottiene dalle istituzioni cittadine alcuni locali in via Archirafi, dove con grande sacrificio e l’aiuto di tantissimi volontari, nel 1993, fonda la Missione di Speranza e Carità, dove dà riparo e sostentamento a circa 200 persone bisognose. Si dà tutto instancabilmente ai fratelli e alle sorelle, ma le fatiche gli causano lo schiacciamento di alcune vertebre, costringendolo per alcuni anni su una sedia a rotelle. Dopo un viaggio a Lourdes riesce miracolosamente a rimettersi in piedi e torna a combattere per strada, accanto ai suoi poveri. Nel 2018, dopo la morte di alcuni clochard per le strade di Palermo, inizia lo sciopero della fame e decide di andare a vivere in un cartone sotto il porticato del palazzo delle poste centrali. La sua protesta pacifica viene ricompensata con la concessione di alcuni spazi, in via Decollati, dove comincerà ad accogliere ed aiutare altri bisognosi.
 
Nel 2019 fratel Biagio si rimette in cammino. Percorre più di mille chilometri a piedi per raggiungere Strasburgo, dove consegna al Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, una lettera con la quale chiede che le istituzioni europee si impegnino attivamente e concretamente per realizzare una società giusta e stabile, che non lasci indietro i più deboli.
 
La Missione di Speranza e Carità rappresenta un punto di riferimento importante per Palermo, sostenendo i senzatetto con tre pasti al giorno, ospitando le donne in un ex convento, in cui vivono mamme con bambini, spesso vittime della tratta. Fratel Biagio, tra enormi difficoltà, quasi sempre nell’ombra, ha continuato ad occuparsi dei poveri della sua città fino all’ultimo giorno della sua vita in una pacifica guerra contro l’indifferenza, arma silenziosa in grado di uccidere lentamente.
 
Un piccolo, grande uomo, paragonato da alcuni al poverello d’Assisi, vestito di un saio logoro e dal sorriso disarmante disegnato sul volto, ha ridato speranza e dignità a coloro ai quali la vita ha riservato solo ferite e ingiurie: clochard, disoccupati, vagabondi, prostitute, alcolisti, ex detenuti, migranti. Lo ha fatto usando gli strumenti che la Chiesa conosce da sempre: il digiuno, la preghiera e la vicinanza agli ultimi, in tutto e per tutto. Non si è limitato all’assistenzialismo, donando un pasto caldo e vestiti, ma ha offerto a tutte le persone che ha incontrato un’occasione di riscatto, aiutandole a risollevarsi, a riacquistare autostima, ad acquisire competenze mediante la formazione, i laboratori di sartoria, la cucina e la coltivazione della terra.
 
Rivolgo un grido disperato ma di speranza all’intera società, non possiamo rimanere inermi spettatori davanti alle tante difficoltà, sofferenze ed emarginazione” diceva e con la sua vita ci ha insegnato che se vogliamo costruire una società più giusta e felice ognuno deve fare la propria parte, alzando la voce quando serve, denunciando ciò che non va e operando concretamente nel quotidiano.
 
Fratel Biagio si è fatto prossimo degli ultimi, ha gioito, cantato e sofferto con loro, ha percorso la strada straordinaria dell’amore e della donazione, che noi persi nel buio di una notte che sembra non voler finire, abbiamo purtroppo smarrito.

 

Tornerà allo scalo il servizio Uma, Utenti Mezzi Agricoli. A darne notizia è stato il sindaco di Sezze Lidano Lucidi. Il Comune ha a disposizione un immobile posto all’interno del Fabbricato Viaggiatori della stazione di Sezze Romano, in Corso della Repubblica, appartenente alla Rete Ferroviaria Italiana e oggetto di un contratto di comodato d’uso a favore del Comune di durata quinquennale e con scadenza nel 2025. L'amministrazione comunale ha deciso di spostare al suo interno il servizio Utenti Mezzi Agricoli, del quale il Comune di Sezze è capofila con i Comuni di Bassiano e Sermoneta per lo svolgimento delle funzioni delegate dalla Regione Lazio afferenti il servizio per l'assegnazione del carburante agricolo agevolato e le pratiche di iscrizione e cancellazione di macchine ed attrezzature agricole, nonché per il riconoscimento delle qualifiche CD/IAP. L’esecutivo ha deliberato di dare mandato al servizio “Piccole Manutenzione Beni Mobili e Immobili” di provvedere nell’immediato agli interventi di manutenzioni essenziali degli uffici, al controllo e all’attivazione delle utenze, così come alla collocazione definitiva degli arredi e delle installazioni tecniche. Il servizio informatico comunale, invece, si occuperà di provvedere all’installazione di apparecchiature e del software necessario a garantire le adeguate condizioni di svolgimento del lavoro, mentre il servizio Affari Generali dovrà occuparsi della predisposizione di un servizio periodico di pulizia dei locali nell’immobile posto all’interno del Fabbricato Viaggiatori della stazione di Sezze Romano.

 

 

Nelle intenzioni dell'amministrazione comunale di Sezze si vuole recuperare l’antico vitigno setino “Cecubo”. Martedì 17 gennaio a partire dalle 18 si terrà una prima riunione convocata dal presidente della commissione Attività Produttive, Orlando Santoro. “Quella del recupero dell’antico vinum setinum – ha spiegato il presidente della commissione consiliare Attività Produttive – è una sfida che abbiamo voluto lanciare a noi stessi e a questo territorio. L’importanza storica di questo antico prodotto potrebbe diventare un volano per l’economia e per il turismo”. Nel corso della riunione della commissione consiliare saranno presenti due esperti imprenditori del settore vinicolo di questo territorio, Marco Carpineti e Marco Tomei.

Domenica, 15 Gennaio 2023 07:53

Il caro benzina e le bugie del governo Meloni

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Washington non sapeva dire le bugie, Nixon non sapeva dire la verità, e Reagan non sapeva la differenza” (Arthur "Art" Buchwald - Giornalista e scrittore).
 
Una battuta fulminante, capace di mettere in luce tutta la tensione agonistica tra verità e menzogna che attraversa la politica, non solo quella americana.
 
Troppo spesso i professionisti della politica ricorrono alla bugia per farsi eleggere, a volte per farsi rieleggere, altre volte per superare l’avversario politico o recuperare voti e non essere scaricati, in un momento di grave crisi, dal proprio partito e assai spesso semplicemente per nascondere la verità e trarne vantaggio. Insomma la bugia è uno straordinario strumento di potere, un’arma e una contro-verità che arriva a destinazione e raggiunge il suo scopo quando la vittima è ingannata.
 
Nella scorsa campagna elettorale le bugie sono state propinate in gran quantità dai diversi partiti e schieramenti, anche se non da tutti in pari misura e indistintamente, ricorrendo a slogan accattivanti, cercando di accalappiare consensi a mani basse con parole ammaliatrici, avanzando proposte allettanti, solleticando istinti e confidando nella smemoratezza di un elettorato sempre pronto a cadere nella trappola populista delle soluzioni semplici ai problemi complessi.
 
Promettere l’impossibile avendo come verosimile prospettiva la confortevole collocazione all’opposizione è fin troppo semplice. La situazione invece cambia radicalmente quando occorre misurarsi con la responsabilità diretta della gestione della cosa pubblica e dar conto degli impegni elettorali, anche i più improbabili, assunti di fronte ai cittadini.
 
Giorgia Meloni, dopo aver tuonato per mesi contro le accise che appesantiscono in misura insopportabile il prezzo dei carburanti e aver promesso un cambio di rotta, l’eliminazione di tutti i balzelli o comunque una loro riduzione progressiva, se solo gli italiani le avessero consentito di andare a governare, ora che veste i panni di Presidente del Consiglio si è accorta quanto sbagliato sia raccontare balle.
 
Siamo pronti, recitava lo slogan della campagna elettorale di FdI, ma probabilmente non lo erano, anche perché governare e far quadrare i conti è alquanto complesso.
 
Dettaglio nient’affatto trascurabile è poi che nel profluvio quotidiano di comunicati dei vari uffici stampa delle forze politiche di maggioranza, dal 25 settembre 2022 in poi, della parola benzina non c’è quasi più traccia a riprova che era tutta una pantomima e comunque altri erano gli obiettivi prefissi.
 
La pacchia è finita, l’era delle cicale anche e soprattutto non siamo il paese dei balocchi. Per gli italiani il risveglio dal sonno della propaganda elettorale rischia di essere traumatico, costretti come sono a prendere atto della differenza tra il fantastico mondo delle promesse e la realtà rappresentata dai cartelli con i prezzi dei distributori di benzina.
 
La Presidente del Consiglio e i suoi ministri ci risparmino lo spettacolo indecoroso e triste di definire il prezzo della benzina fisiologicamente sopportabile. Il compito di un esecutivo serio, ancor più se insediatosi da poco, sarebbe quello di provare a non contraddire le promesse che hanno portato alla sua nascita. In un paese normale, con una classe politica seria e affidabile tale affermazione suonerebbe perfino un po’ naif.  Sicuramente fastidioso è vedere che quei politici che per anni si sono resi protagonisti di sparate in tutte le salse sulle accise, che hanno riempito pagine e pagine social, ora che hanno vestito il doppiopetto ministeriale e ricoprono responsabilità di governo negano persino di aver pronunciato certe parole. Un minimo di onestà intellettuale i cittadini italiani la meritano.
 
Se al pari di tutti gli altri esponenti politici che in precedenza hanno rivestito compiti di governo, nemmeno gli attuali hanno la più pallida idea di come agire in modo efficace sulle accise, di come cioè rimediare alla riduzione consistente del gettito erariale conseguente alla loro eliminazione o semplicemente diminuzione, sarebbe stato assai più onesto dirlo fin da subito.
 
Sul prezzo della benzina le accise pesano terribilmente, corrispondono quasi al 40% del prezzo totale per un litro. Il taglio, applicato per la prima volta a marzo 2022 con l’approvazione del decreto Ucraina bis, sia per la benzina che per il diesel aveva comportato una riduzione complessiva di 30,5 centesimi fino a dicembre 2022.
 
Il governo più a destra di sempre, tanto per iniziare, ha deciso di non rinnovare lo sconto introdotto dal vituperato esecutivo guidato da Mario Draghi, senza il quale il pieno di benzina oggi costa a noi cittadini 7 o 8 euro in più. Si è scelto di strizzare l’occhio ad evasori ed elusori fiscali e di dirottare altrove le poche risorse disponibili, di pagare qualche cambiale elettorale, di spenderle in mance e marchette varie, finanziando per esempio la flat tax per chi guadagna 3.000 euro netti al mese e lo sconto alle squadre di serie A, indebitate fino al collo, e non certamente di allocarle in altri capitoli di spesa per sostenere interventi a favore delle fasce sociali più deboli, come la maggioranza vorrebbe far credere.
 
Si badi bene, nessuno pretende di pagare la benzina nulla o pochi spiccioli come accade in Venezuela e in Kuwait, ma non si può nemmeno non notare che ci sono Paesi europei come la Slovenia, la Bulgaria, la Romania, l'Austria e l'Albania dove il costo è inferiore anche di 40-50 centesimi. In Francia e Spagna il prezzo al litro rispetto all'Italia è in moltissimi distributori inferiore di 20 centesimi circa.
 
Accortasi che la situazione stava divenendo politicamente esplosiva, di essere finita nell’occhio del ciclone e al centro di una polemica durissima con l’accusa di aver mentito, la Presidente del Consiglio ha cercato di giustificare la scelta compiuta negando di aver mai preso l’impegno con l’elettorato di tagliare IVA e accise e sostenendo che comunque il suo governo si trova a fare i conti con emergenze senza precedenti che lo rendono impossibile. Peccato che di nuovo Giorgia Meloni ha detto cose non vere, dal momento che il programma elettorale di FdI, proposto alle scorse elezioni, al punto 17 prevede espressamente la “sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti e automatica riduzione di Iva e accise”.
 
Un detto popolare recita: le bugie hanno le gambe corte.
È proprio vero.

 

 

Nel 1939 un'equipe di paleontologi guidata dal prof. Blanc, rinvenne a Sezze all'Arnalo dei Bufali, presso le rive dell'Ufente un dipinto schematico rupestre raffigurante una figura umana a “Phi” (greca ῳ). risalente al Mesolitico, unico esempio di rappresentazione umana di quel periodo trovato in Italia. Il dipinto rupestre in ocra rossa si trova attualmente al Museo Pigorini di Roma. Dal 2013 il gruppo setino In Difesa dei Beni Archeologici , con una serie di escursioni o “passeggiate archeologiche” ha riacceso l'interesse per tale sito. Ma cos'è un arnalo e perché Arnalo dei Bufali?

Le mandrie di bufali, presenti da sempre nel territorio delle paludi pontine e citate nel 1641 (da G. Ciammarucone)  aiutavano l'uomo a mantenere pulito dalle erbe acquatiche l'alveo dei fiumi e dei canali, semplicemente nuotando oppure guadandoli. Il riparo preistorico, abbandonato dall'uomo, diventò presto la dimora preferita dai bufali e anche dai bovini che ancora oggi stazionano in zona.

Il termine dialettale “Arnalo” o “Arnaro” è di etimologia incerta. Con ogni probabilità deriva da arn , termine celtico che sta ad indicare una o più incavature ai piedi di un costone roccioso, ospitante nella Preistoria uomini e animali, in seguito soltanto animali. Nel nostro caso, l'Arnalo dei Bufali, viene utilizzato dapprima ad indicare un riparo per bufali, utilizzato in passato per la loro mole nello spurgo di fiumi e canali, ma anche per intorbidire le acque e facilitare la pesca con le reti nel vicino Ufente , più tardi anche ad indicare un riparo per greggi o buoi.

Nel basso Medio Evo è presente nella lingua italiana anche il termine arna , poi diventato “arnia”, ad indicare il ricovero naturale o artificiale delle api domestiche.

Da Arnalo o Arnaro, derivano i diminutivi dialettali riscontrabili nella toponomastica locale, Arnarello e Arnariglio, quale si riscontra presso la località Archi S. Lidano (Stradone dell'Arnarello) e nella conca di Suso a ridosso della contrada Zoccolanti (Arnariglio).

“Arnereglio” è invece un termine dialettale di uso agricolo, ovvero una specie di piolo che nel classico aratro di Virgilio serviva da raccordo per le “recchie” (orecchie dell'aratro), manovrando le quali si poteva conferire al solco una maggiore o minore largo.

 

[1] G. Ciammarucone – Descrittione della Città di Sezza, colonia Latina di Romani - pag. 58, 59 –Roma 1641

Sopra il dipinto "L'alba dell'umanità" di Franco De Franchis

Domenica, 08 Gennaio 2023 07:41

A proposito di Karibù...

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Leggere, ascoltare e condividere notizie, dallo sfogliare un giornale al conversare con un amico, discutere liberamente, manifestando apertamente il proprio pensiero, e prospettare possibili cambiamenti sono componenti essenziali della democrazia.
 
Una stampa libera, che assicuri informazioni non manipolate o al servizio di persone, organizzazioni o interessi, indaghi su chi detiene il potere, ponga domande scomode e cerchi di scoprire cosa accade realmente, a prescindere dalle conseguenze politiche, è condizione imprescindibile affinché i cittadini, i quali delegano il compito di decidere ai propri rappresentanti eletti, possano prendere le giuste decisioni al momento del voto, ascoltando i vari punti di vista, e controllare e valutare quanto accade dopo.
 
La libertà di informazione è oggi minacciata da nemici esterni ed interni.
 
Governi autoritari, perfino nella nostra Europa, per mantenere il potere limitano le libertà, tentano di controllare le notizie, intimidiscono e mettono a tacere le voci indipendenti per impedire che ai cittadini venga data la verità o comunque per fornire loro un’immagine distorta di quanto accade.
 
I social, ormai dominanti, aggregano le notizie e le condividono con enorme facilità e rapidità. È un bene e un vantaggio rispetto al passato, ma è forte il rischio della disinformazione a causa della diffusione di notizie false, distorte e fuorvianti o di contenuti incitanti all’odio, alla violenza e alla discriminazione.
 
L’informazione si è imbarbarita, punta al sensazionalismo per vendere più copie, accrescere ascolti, visualizzazioni sui social e introiti pubblicitari. Troppi giornalisti preferiscono compiacere editori e potenti di turno a scapito della correttezza professionale e della veridicità di quanto raccontato.
 
L’informazione deve riscoprire la propria vocazione, ritrovare riflessività e pacatezza, svolgere il ruolo essenziale di interpretare e mediare il flusso incessante di notizie che arrivano da internet, coniugare la libertà di approfondire e criticare con il rispetto della verità dei fatti, consapevole che all’obbligo etico di informare correttamente, corrisponde il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati.
 
Da settimane, parte dell’informazione ha dato prova di comportamenti distanti dal dovere deontologico d’informare correttamente i cittadini riguardo la Cooperativa Karibù, oggetto di indagini della Procura della Repubblica di Latina per presunte irregolarità nella gestione delle strutture d’accoglienza dei migranti. Si parla di stipendi non pagati ai dipendenti, di condizioni di accoglienza per i minori non accompagnati al di sotto degli standard, di mancanza di servizi essenziali come luce e acqua in alcune strutture. Il rispetto dei diritti delle persone e della legalità è irrinunciabile, ma l’informazione ha proposto ricostruzioni viziate da omissioni, ha fatto ricorso a illazioni, ammiccamenti e allusioni per screditare una parte politica e i suoi rappresentanti. Fiumi di inchiostro hanno riempito pagine di giornali, sono andate in onda ore di trasmissioni su emittenti locali e nazionali, sui social si sono moltiplicati i post carichi di sdegno dei soliti leoni da tastiera e anche di cittadini, vittime ignare di oliate macchine propagandistiche, ma si è fatto scempio dei fatti. Finora la magistratura ha rilevato irregolarità nella gestione interna della cooperativa, ma nessuna illegalità è emersa a carico delle pubbliche amministrazioni, a cominciare dal Comune di Sezze. 
 
Lo sapevano tutti….” è stato ripetuto in queste settimane, ma stranamente nessuno si è rivolto alla magistratura. Il senso civico è esploso solo a posteriori, probabilmente o per ipocrisia o per convenienza o per vera e propria assenza. 
 
Alcuni politici che si stracciano le vesti e fanno la morale agli altri, pensano di potersi nascondere dietro proclami altisonanti e non spendono una parola di solidarietà per gli operatori non pagati e gli immigrati maltrattati. La solidarietà agli stranieri magari no, visto che non stanno loro tanto simpatici.
 
Nelle discussioni sulla stampa e nelle trasmissioni televisive il contraddittorio è stato il grande assente, forse per timore che certi teoremi sarebbero stati demoliti, perché confondono l’informazione con la propaganda o ritengono superflua l’imparzialità, essendo sufficiente esporre alla gogna mediatica gli avversari dei loro editori. Qualcuno se ne è ricordato solo dopo che è stata fatta notare la mancanza: troppo poco, troppo tardi e troppo inaffidabili per riconoscerli validi interlocutori.
 
Ripetutamente si sono fatti riferimenti a coperture politiche a sinistra, prive di riscontro, e si è sorvolato sulla vicinanza dei vertici della cooperativa con autorevoli esponenti e ministri del centrodestra. Sarebbe interessante capire perché….
 
L’assemblea cittadina del Partito Democratico è stata definita una pagliacciata. Un partito serio si confronta con cittadini e simpatizzanti nei modi che ritiene più giusti ed è legittimo preferire il dialogo con le persone allo show mediatico. L’incontro è stato comunque considerato una non notizia ed ignorato dai mezzi di informazione, mentre qualche leone da tastiera si è cimentato in post in cui ha affermato falsità. Esiste una registrazione dell’assemblea che ne dimostra la totale malafede.
 
Lasciamo lavorare la magistratura e aspettiamo fiduciosi i risultati. Se qualcuno ha sbagliato deve pagare senza sconti. La politica conduca le sue battaglie a viso aperto, se ne è capace. L’informazione svolga il suo compito in autonomia.
 
Il dato vero è che si sta consumando una battaglia politico-mediatica finalizzata a cancellare una certa idea di società, improntata ai valori della solidarietà e dell’accoglienza e si è pronti a far ricorso a qualsiasi mezzo. La posta in gioco è la conquista dell’egemonia culturale da parte della destra ultraliberista e individualista che colpevolizza e emargina poveri e diversi e la cancellazione dell’anomalia politica rappresentata da tante realtà del nostro Paese, come ad esempio i Monti Lepini. È bene esserne consapevoli. A quanti non condividono un simile progetto spetta opporsi politicamente e culturalmente, non arretrare di un millimetro, non consentire di cancellare l’identità ed abiurare i valori che da sempre ci caratterizzano.
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