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Sabato, 12 Luglio 2025 16:34

La moralità disturba

 

 

“Mi piace definirmi moralista. Questa parola è sgradita, è usata in modo negativo e tuttavia mi pare che alluda a un modo di guardare le cose del mondo in maniera reattiva, non passiva. Soprattutto quando ci troviamo di fronte a illegalità, cinismo, abbandono dell’etica pubblica, che è quello che è avvenuto in questi anni, non soltanto in Italia, ma in Italia in modo tale da travolgere lo stesso senso delle istituzioni, il rispetto delle regole, il rispetto degli altri. E quindi è necessaria una reazione. Io lo chiamo moralismo attivo: quello che mettono in atto tante persone, che fanno tanti mestieri e che nella loro vita quotidiana non rinunciano a denunciare i comportamenti che contravvengono a quello che è scritto nella Costituzione, per cui soprattutto chi ha funzioni pubbliche deve adempierle con onore e disciplina. L’onore soprattutto è in parte perduto e un buon moralismo può aiutarci a riconquistarlo per tutti”. (Stefano Rodotà – Elogio del moralismo – 2011)
 
Moralista è una parola che mi piace.  
 
Nel sentire comune il termine possiede una connotazione dispregiativa, identifica quanti per carattere, educazione o cultura sono portati a valutare l’aspetto morale di qualsiasi questione, si ergono a difensori intransigenti della moralità, giudicano in base a principi astratti, dietro cui nascondono spesso l’abbandonarsi in privato ai vizi condannati in pubblico. Secondo Stefano Rodotà invece la parola moralista esprime non una rettitudine passiva, compiaciuta, autocontemplativa e consolatoria, ma una capacità critica, una tensione continua verso la realtà, un rifiuto dell’acquiescenza di fronte a condotte pubbliche e private riprovevoli e si concreta nella denuncia delle ingiustizie, dell’illegalità e della perdita dell’etica pubblica. Insomma non si tratta di una rivolta di anime belle, a buon mercato e fine a se stessa, o di esecrazioni stereotipate ma di una attenzione ai fatti che si fa azione e proposta politica.
 
A tutti i livelli e da ogni parte abbiamo bisogno di riscoprire la moralità, anzi un sano moralismo, inteso come denuncia e paragone, riflessione impietosa su quanto ci circonda e regola personale e sociale, con l’obiettivo di suscitare se non il rispetto almeno la riprovazione di coloro cui si rivolge, per vicende gravi ed eclatanti come la corruzione e l’illegalità, ma anche per il decadimento politico e civile del nostro Paese. Passare dall’indignazione occasionale e superficiale all’esercizio quotidiano della moralità rafforza gli anticorpi democratici e irrobustisce le fondamenta di una società libera e egualitaria.
 
In questi anni la politica ha perso le idealità forti, ha abbandonato le progettualità di ampio respiro, ha dato le dimissioni dal compito di guidare la comunità e si è ridotta al piccolo cabotaggio, mostrandosi incapace di calarsi nella realtà, di interpretare lo spirito dei tempi e palesa spesso indifferenza e insensibilità nei confronti della legge, della moralità e degli stessi principi che regolano la democrazia. Il livellamento verso il basso della qualità della rappresentanza, l’autoreferenzialità dei gruppi dirigenti, il ricorso alla cooptazione anziché alla scelta meritocratica hanno prodotto una politica scadente, impegnata a inseguire il consenso per la propria sopravvivenza ed ha mandato in crisi le istituzioni e la stessa democrazia. L’affermarsi del populismo non ne è la causa, ma l’effetto, conseguente alle condizioni strutturali di debolezza culturale e d’incapacità di partiti e movimenti tradizionali ad affrontare la complessità delle nostre società. L’accarezzare gli istinti, il linguaggio diretto, volgare e violento, la semplificazione dei problemi e il prospettare soluzioni approssimative, accompagnati dall’uso incalzante dei social, gonfiano nell’immediatezza le vele dei consensi e determinano all’interno delle istituzioni rappresentative un ricambio solo apparente e inadeguato, assai distante dall’idea di buon governo della cosa pubblica. Propagandistiche e fuorvianti sono poi la contrapposizione tra élite e popolo, vecchio e nuovo, giovani e vecchi, competenti e incompetenti. Il punto dirimente è la disintegrazione dei vincoli di rappresentanza, la disintermediazione della politica, il leaderismo senza statura e l’improvvisazione di quanti vanno a ricoprire incarichi amministrativi e di governo senza una formazione politica e la sensibilità al bene comune. L’abbandono della mediazione partitica, la disarticolazione di ogni forma di interazione politica comunitaria finiscono per amputare la forza stessa del consenso, lo trasformano in una delega in bianco, impossibile da controllare, per cui l’eletto si sente depositario, interprete ed incarnazione di una presunta volontà del popolo.  
 
Bisogna ritornare alla politica, sollecitare le coscienze al dialogo e al confronto tra eguali e liberi, riservare un’attenzione vigile agli accadimenti e farsi promotori di un rifiuto comune delle deformazioni della rappresentanza. L’obiettivo è recuperare l’equilibrio smarrito fra azione ed etica pubblica, ripristinare la prevalenza del diritto sulla forza, del rispetto reciproco sulla sopraffazione, della responsabilità sull’impunità. Serve una diffusa e costante intransigenza morale, un’azione convinta e continuativa dei cittadini che non temano di sentirsi definire moralisti, i quali con i comportamenti, prima ancora che con le parole, riaffermino che la vita pubblica esige rigore e correttezza.
 
L’intransigenza può non piacere, ma la sua ripulsa rischia di spianare la strada alla caduta dell’etica pubblica. Tra una politica che affonda nel discredito per via delle promesse facili e menzognere e un populismo che si serve della democrazia con l’obiettivo di svuotarla e infine di liberarsene, dobbiamo riaffermare la moralità delle regole, che è cosa lontanissima da ogni possibile suggestione di Stato etico e ha il suo fondamento nei principi che ispirano la Costituzione della Repubblica.
 
Ripartiamo dalle città, dalla nostra in particolare. C’è bisogno di tutti per rimettere al centro del dibattito politico gli interessi della collettività, la progettazione di uno sviluppo sostenibile del territorio, la promozione dei diritti delle persone, marginalizzando quanti perseguono soltanto l’appagamento del proprio narcisismo, l’occupazione di posizioni di potere per mero spirito di rivalsa e per consumare vendette personali, il servirsi delle istituzioni anziché servirle. 
Pubblicato in Riflessioni