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Domenica, 27 Luglio 2025 06:17

Il dialogo non è debolezza, ma forza

 

 

I morti palestinesi sono ormai decine di migliaia. È uno stillicidio quotidiano, la negazione di ogni più elementare sentimento di umanità, un orrore di cui rischiamo di divenire complici con il nostro silenzio, la nostra indifferenza, la nostra assuefazione e il nostro voltarci dall’altra parte.
 
I bombardamenti sistematici e a tappeto, il ricorso all’arma della fame e della sete, la sofferenza inflitta con fredda determinazione alla popolazione inerme, le migliaia di bambine e di bambini morti o rimasti mutilati, negli affetti oltre che nel corpo, non hanno nulla a che vedere con il diritto alla legittima difesa del popolo israeliano, con la sacrosanta reazione al progrom del 7 ottobre, con la lotta ai terroristi di Hamas e rappresentano un macigno che grava sulle nostre coscienze, una chiamata di correo a cui nessuno di noi potrà sottrarsi e di cui dovremo rendere conto dinanzi al tribunale della storia, se non avremo il coraggio della presa di distanza, della denuncia e soprattutto se non metteremo in campo azioni concrete, ciascuno per quello che può e sa, dirette a fermare tutto questo in nome dell’amore per l’umanità, della promozione e del rispetto dei diritti fondamentali, della solidarietà verso il popolo palestinese ma anche e soprattutto verso il popolo di Israele, parte essenziale della nostra identità individuale e comunitaria con la sua storia e la sua cultura straordinarie e oggi ostaggio di una leadership politica irresponsabile e criminale.
 
È arrivato il momento di alzare la voce, di gridare sopra i tetti e nelle piazze, nelle assemblee elettive dove i nostri rappresentanti sono chiamati a misurarsi con il nobile servizio alla comunità nella ricerca del bene comune e nelle piazze virtuali dei social, nelle trasmissioni televisive e negli incontri personali che costellano le nostre giornate il nostro “basta”. Ogni distinguo, ogni cautela, ogni calcolo di convenienza vanno abbandonati in nome della verità e della giustizia.
 
Anche in guerra esiste un limite e quando si arriva allo scempio della disumanità la coscienza ci impone di ribellarci. Abbiamo l’obbligo morale di opporci con tutte le nostre forze e di impegnarci con parole e gesti a fermare la spirale del sangue e della violenza, ingiustificata e ingiustificabile, che sta cercando di annichilirci e rischia di trasformarci in mostri, eticamente parlando. Il limite a Gaza è stato superato ampiamente. Nulla può giustificare quanto accade in quella striscia di terra ormai rasa al suolo, ridotta in polvere nelle sue strutture ed infrastrutture, in cui uomini, donne, anziani e bambini vagano senza meta alla ricerca di un riparo dove sperare di scampare alla morte certa, di qualcosa da mangiare, di un po' d’acqua da bere, di qualcuno che possa curare le loro ferite, dove è impedito alle organizzazioni umanitarie di operare per soccorrere le persone e ai giornalisti di entrare per raccontare in maniera oggettiva e libera quanto sta accadendo, consegnando la loro testimonianza a tutti noi e alla storia. In questa spirale insensata di violenza e di volontà di annientamento le scuole, le sedi delle organizzazioni umanitarie internazionali e persino gli edifici religiosi sono considerati bersagli legittimi. Non ci sono luoghi sicuri e l’unica certezza per le centinaia di migliaia di persone che abitano a Gaza sembra essere la morte. 
 
A Gaza non si fronteggiano due eserciti. Da una parte c’è un gruppo di pericolosi terroristi, di fanatici criminali, di assassini, responsabili di quanto accaduto il 7 ottobre 2023, un attacco armato ripugnante e raccapricciante contro la popolazione israeliana inerme e pacifica, frutto di un odio viscerale e insensato, di una volontà di annientamento e dall’altra uno degli eserciti più potenti e meglio organizzati al mondo, dotato di armi sofisticate e finanche della bomba atomica. In mezzo a questo scontro senza esclusione di colpi, chiusi in una tenaglia mortale ci sono i civili palestinesi e israeliani, costretti a pagare un tributo di sangue enorme.
 
La sproporzione tra gli obiettivi militari e le vittime civili è sotto gli occhi del mondo così come la responsabilità politica e morale di chi questa guerra l’ha voluta e la sta guidando da entrambe le parti, Hamas e Netanyahu.
 
Non si tratta di mettere sullo stesso piano aggrediti e aggressori: sarebbe eticamente inammissibile ed inaccettabile. La condanna di Hamas è senza appello, ma parimenti è da condannare che Israele, uno stato democratico, possa rendersi responsabile di questa strage continua.
 
È tempo di costruire la pace e sento di fare mio l’appello congiunto del Cardinale Matteo Zuppi e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna Daniele De Paz: “Di fronte alla devastazione della guerra nella Striscia di Gaza diciamo con una sola voce: tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli affamati e siano garantite le cure ai feriti. Si permettano corridoi umanitari. Si cessi l’occupazione di terre destinate ad altri. Si torni alla via del dialogo, unica alternativa alla distruzione. Si condanni la violenza……..Nessuna causa può giustificare il massacro di innocenti. Troppi bambini sono morti. Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi…….Il dolore unisca, non divida. Il dolore non provochi altro dolore. Dialogo non è debolezza, ma forza”.
 
È tempo di agire.
Se non ora, quando?   
Pubblicato in Riflessioni