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Domenica, 08 Febbraio 2026 14:41

Che cosa chiamiamo davvero “cultura”?

 

La parola cultura è ovunque.
La usiamo per indicare eventi, libri, mostre, festival. La evochiamo per distinguerci, per difenderci, a volte persino per escludere. Eppure, più la parola circola, più sembra perdere spessore, come se il suo significato si fosse assottigliato a forza di essere ripetuto.
Cultura non è solo ciò che si studia, né soltanto ciò che si consuma. Non coincide con l'erudizione, né con l'accumulo di informazioni. Se così fosse, basterebbe avere accesso a una buona connessione per dirsi “colti”. Ma sappiamo che non è così.

L'origine stessa del termine rimanda a un'idea diversa: colere, coltivare. La cultura, prima di essere un prodotto, è una pratica di cura. Cura del pensiero, del linguaggio, delle relazioni, del tempo. È il modo in cui una società e una persona coltiva ciò che ritiene essenziale.
E qui emerge una prima frattura. Viviamo in un tempo che accelera, semplifica, ottimizza. In questo contesto la cultura rischia due destini opposti ma ugualmente impoverenti: o viene usata come ornamento, qualcosa da esibire; oppure viene percepita come inutile, un lusso superfluo rispetto alle “vere urgentizze”.
Ma la cultura non serve a decorare la realtà, né a evaderne. Servire a renderla più umana.
È ciò che ci permette di nominare ciò che viviamo, di distinguere, di non reagire soltanto, di non essere completamente assorbiti dal flusso delle cose da fare, delle notizie, delle opinioni gridate.
In questo senso, la cultura non è separata dalla vita quotidiana. È presente nel modo in cui discutiamo senza distruggerci, nel modo in cui accettiamo la complessità senza ridurla a slogan, nel modo in cui riconosciamo che non tutto ciò che è rapido è anche giusto, e che non tutto ciò che è utile è anche buono.

Forse il problema non è che oggi c'è poca cultura, ma che spesso la confondiamo con altro. Con il prestigio, con l'intrattenimento, con l'appartenenza a una parte. E così facendo, ne perdiamo la funzione più importante: quella di mettere in relazione, di aprire domande, di creare spazio invece di riempirlo.


Questa rubrica nasce da qui.
Non per dare definizioni definitive, ma per attraversare la parola cultura nelle sue molte forme: come pratica, come responsabilità, come possibilità di orientamento in un tempo che tende a disorientare.
Perché forse, oggi più che mai, la cultura non è ciò che ci rende superiori, ma ciò che ci rende un po' più presenti, più consapevoli.

Pubblicato in Attualità

 

 

Il cambiamento demografico in atto rappresenta una delle sfide più rilevanti che Sezze dovrà affrontare nei prossimi anni. A sottolinearlo è il sindaco Lidano Lucidi, che richiama l’attenzione su un fenomeno ormai strutturale: il calo della natalità accompagnato da un progressivo invecchiamento della popolazione.

«Dal mio punto di vista – afferma il sindaco – un tema centrale nei prossimi anni sarà quello del cambiamento anagrafico in atto della popolazione italiana, e Sezze non fa eccezione». Un processo che non può essere considerato secondario, perché incide direttamente sulla capacità di governo di una città e sulla tenuta dei suoi servizi essenziali.

In particolare, a destare preoccupazione è l’impatto del calo demografico sul sistema scolastico. «Avere meno bambini vuol dire avere meno classi – spiega Lucidi – e meno classi significa meno docenti e personale ATA». Una dinamica che, inevitabilmente, apre anche il delicato dibattito sul futuro dei plessi scolastici presenti sul territorio comunale. «È abbastanza intuibile – aggiunge – che delle strutture scolastiche non possono rimanere aperte se ci sono pochissimi bambini».

I dati anagrafici degli ultimi cinque anni rendono evidente il cambiamento in atto. Nel periodo compreso tra il 2021 e il 2025, il numero dei decessi si è mantenuto stabilmente elevato, attestandosi ogni anno intorno alle 300 unità. Un dato che, confrontato con quello delle nascite, evidenzia uno squilibrio significativo.

Nello stesso arco temporale, infatti, i nuovi nati sono progressivamente diminuiti: dai 207 del 2021 si è passati ai 196 del 2022, ai 173 del 2023, fino a toccare il minimo di 155 nel 2024. Nel 2025 si registra una lieve risalita a 173 nascite, che tuttavia non è sufficiente a invertire la tendenza complessiva.

Il saldo naturale resta quindi fortemente negativo e pone interrogativi concreti sulla sostenibilità futura della rete scolastica, dei servizi sociali e, più in generale, sull’assetto urbano e comunitario della città.

Per l’amministrazione comunale, la sfida sarà quella di governare questo cambiamento con scelte lungimiranti, capaci di tenere insieme razionalizzazione delle risorse e tutela del diritto allo studio, senza perdere di vista l’obiettivo più ampio: rendere Sezze una città attrattiva per le giovani famiglie e le nuove generazioni.

Un tema che, come sottolinea il sindaco Lucidi, non riguarda solo il presente, ma il futuro stesso della comunità setina.

 
 
Pubblicato in In Evidenza